C’è un filo che lega i droni caduti in Romania, i missili su Kiev, il riarmo europeo che arranca, il programma PURL per comprare armi americane da girare all’Ucraina, la cordata ceca sulle munizioni che perde metà dei partecipanti e la guerra dei quaranta giorni nel Golfo: quel filo è la crisi della strategia occidentale. Non perché l’Impero sia crollato (purtroppo, no), ma perché i due fronti principali della guerra mondiale a pezzi – Ucraina e Medio Oriente – mostrano sempre più chiaramente la stessa contraddizione: l’Occidente continua a costruire le precondizioni dell’assedio contro Russia, Iran e, sullo sfondo, Cina; però deve fare i conti con la resilienza degli avversari, con i propri limiti politici, industriali e militari, e con risultati sul campo molto più deludenti di quanto promesso. In Ucraina, l’Europa continua a parlare di sostegno “fino alla vittoria”, ma, intanto, diversi Paesi ridimensionano il ricorso al SAFE, il PURL fatica a decollare e la coalizione ceca per fornire munizioni a Kiev perde pezzi, Italia compresa; nel frattempo, la Russia aumenta la pressione su Kiev, sulle ferrovie, sulle industrie belliche, sulle fabbriche di droni e sui centri decisionali, mentre la difesa aerea ucraina appare sempre più logorata. E nel Golfo, Trump si trova davanti allo stesso problema: non può permettersi di ammettere una non-vittoria contro l’Iran, ma non ha nemmeno la forza per imporre davvero la resa. Con Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, proviamo a capire se l’Occidente sta davvero tornando alla forza, oppure se è entrato in un’impasse sempre più pericolosa, perché l’impero può ancora fare moltissimi danni; ma può ancora permettersi di vincere?















