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Tag: droni

Iran attacca Israele: che si dice in Cina?

Oltre 200 missili e droni sono stati lanciati dall’Iran a Israele, e la stragrande maggioranza è stata intercettata, ma un numero imprecisato di missili è caduto in territorio israeliano. La missione dell’Iran presso l’ONU ha affermato che, in seguito al lancio dei droni verso Israele, Teheran ritiene ormai terminata la sua ritorsione auto-difensiva per l’attacco al suo complesso diplomatico a Damasco. Ma che si dice in Cina?

I deliri della propaganda filo-ucraina: se finiti missili e munizioni si moltiplicano le fake news

“Carissimi OttoliNERD” – ci scrive un nostro appassionato follower – “non raccontiamoci balle: onestamente, non puoi metterti contro la Russia dal punto di vista militare. E’ stupido. La Russia è un paese estremamente orgoglioso, un paese che non si fa schiacciare; non lo puoi trattare come un paese di secondo grado, come stanno tentando di fare gli americani da vent’anni, tradendo ogni accordo. Negli anni 90, ad esempio, la riunificazione della Germania era stata fatta con l’assenso della Russia in cambio della promessa da parte della NATO di non avere nessuna intenzione di espandere verso est i suoi confini: è la NATO che sta giocando da aggressore, non la Russia, anche per questioni economiche; se la Russia spende tanto in armamenti è perché è quasi costretta. Io non sono un russofilo, ma è paradossale spingere Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina e Polonia contro la Russia; è tutto un gioco politico americano per dividere la Russia dall’Europa, perché se la Russia si unisce all’Europa l’egemonia americana sul continente europeo finisce e noi, come europei, non dovremmo avere nessun interesse a porci come antagonisti con la Russia. La finta rivoluzione ucraina è nata semplicemente perché gli americani tentavano di bloccare il passaggio del gasdotto. Punto. Questo ormai è comprovato. Quando si sparò sulla folla, quelli che sparavano sulla folla erano dei mercenari e lo fecero per esacerbare la rivoluzione in modo che sembrasse che lo Stato sparasse sui cittadini e quindi, ovviamente, cascava giù il mondo. Non raccontiamoci balle”. A dire il vero, questa lettera è un po’ vecchiotta: risale ormai al gennaio 2022, prima dell’inizio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina. L’autore? Forse lo conoscete.

L’avete riconosciuto? Esatto, è proprio lui: Parabellum, al secolo Mirko Campochiari, il pibe de oro degli analisti filoucraini che, evidentemente, più studia e più si confonde le idee: lo fa, soprattutto quando frequenti cattive compagnie. Fino a questa live, infatti, Parabellum, da bravo nerd, si faceva sostanzialmente i cazzi suoi e, se frequentava qualcuno, erano grossomodo nerd come lui, secchioni un po’ fuori dal mondo il cui unico scopo è saperne una più di te e avere ragione, proprio come piacciono a noi. Dopodiché è stato tutto un profluvio di Stirpe, Parsi e Boldrin e, soprattutto, di tanta tanta miniera con quel raffinato intellettuale di Ivan Grieco, le truppe d’assalto della propaganda imperialista e suprematista al gran completo che, passo dopo passo, lo hanno aiutato a costruire una narrazione sempre più radicalmente distaccata dalla realtà il cui unico fine è convincere l’opinione pubblica che più armi mandiamo in Ucraina e meglio è per la pace, la democrazia, ma – soprattutto – per la carriera che, per Mirko, ha subìto una svolta incoraggiante. A quarant’anni suonati, dopo 10 anni dal conseguimento della laurea in storia, Campochiari, nel giro di pochi mesi, passa magicamente dall’anonimato più totale ad essere accolto nelle famiglie della rivista Dominio prima e, addirittura, Limes poi; e, dopo un altro annetto, è pronto per il grande salto: a novembre 2023 fonda la Parabellum & Partners, un “think tank di analisi geopolitica, strategica e consulenza per aziende”, come si legge dal suo profilo Linkedin. Cosa vuol dire posizionarsi nel modo giusto al momento giusto… Peccato, però, che quella che per Campochiari è stata una straordinaria occasione di carriera che ha saputo cogliere con grande lucidità e pragmatismo, per altri sia diventata un’altra delle tante religioni laiche che la propaganda riesce ad affermare e che obnubilano le capacità cognitive più basilari, come il vincolo esterno o l’austerity, come per questo jesse pinkman su X, che sotto allo spezzone di video – pubblicato sul suo profilo da Andrea Lombardi – ha uno sprazzo di genio e commenta: “Ma chi sei, Andrea Lucidi? Io non amo Parabellum ma quelle cose non le ha mai dette… è diffamazione…” .
Di fronte alla disfatta Ucraina, la guerra di propaganda rimane l’unica guerra che vede l’Occidente collettivo e le sue oligarchie nettamente in vantaggio; tutti i gruppi di interesse del mondo, ovviamente, investono in propaganda, ma per ogni euro che tutto il Sud globale messo assieme investe per manipolare l’opinione pubblica – tra testate giornalistiche, think tank e intrattenimento – l’Occidente collettivo e, in particolare, gli USA ne investono migliaia. Il problema, però, è che il compito della propaganda occidentale al servizio delle oligarchie è molto più complicato perché qui non si tratta semplicemente di dare alla realtà una lettura più o meno favorevole, ma proprio di stravolgerla tout court e di inventarsene una parallela. Il buon Billmon su Moon of Alabama ieri mi ha sbloccato un ricordo: ve lo ricordate “il fantasma di Kiev”? Eravamo proprio nelle primissime ore dello scoppio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina quando i media, improvvisamente, si riempirono di notizie di un leggendario pilota che, a bordo del suo mig-29, tirava giù gli aerei militari russi che si avvicinavano a Kiev come mosche: “Lottando contro ogni previsione con armi antiquate” ricordava Forbes “abbatté 40 aerei da guerra russi prima di soccombere finalmente al fuoco nemico tre settimane dopo l’inizio della guerra”; il ministro della difesa ucraino affermò che si trattava di uno delle dozzine di piloti esperti della riserva militare che erano tornati nelle forze armate dopo l’invasione russa e Poroshenko, l’oligarca ex presidente insediatosi dopo il golpe eterodiretto dagli USA dell’Euromaidan, nonché regista dei feroci crimini di guerra commessi contro le minoranze russofone del Donbass da lì in poi, pubblicò addirittura su Twitter quella che definiva una sua foto. Strano, perché due mesi dopo fu lo stesso comando dell’Air Force ucraina a dover ammettere che si trattava, ovviamente, di una leggenda inventata di sana pianta: la foto pubblicata da Poroshenko era una foto a caso presa dall’archivio del ministero della difesa.
“Due anni dopo” scrive Billmon “riecco la solita vecchia storia”; il riferimento è all’attacco dei droni ucraini in territorio russo la notte tra il 4 e il 5 aprile scorsi: Aerei russi distrutti in un grande attacco all’aeroporto di Morozovsk titolava il Telegraph. L’Ucraina lancia un massiccio attacco di droni distruggendo sei aerei e uccidendo 20 soldati russi replicava il Sun; L’Ucraina ha colpito aeroporti in Russia, distruggendo o danneggiando 19 aerei da guerra rilanciava col botto il sempre attendibilissimo Kyev Indipendent, ma forse si sono fatti prendere un po’ troppo dall’entusiasmo: “Non abbiamo ancora trovato alcuna prova visiva che le forze ucraine abbiano danneggiato o distrutto aerei o infrastrutture in una delle quattro basi aeree russe prese di mira dai droni nella notte tra il 4 e il 5 aprile”, dichiarava una fonte: contropropaganda ruZZa al soldo del Cremlino? Non esattamente: la citazione, infatti, è dell’Institute for the study of War, uno dei più prestigiosi think tank guerrafondai neocon americani, sempre in prima linea nel richiedere l’intervento a mano armata degli USA per qualsiasi cosa accada in ogni angolo del pianeta; d’altronde, appunto, terrorismo e guerra psicologica sono, sostanzialmente, le uniche armi rimaste a disposizione degli ucraini che se – dopo aver dilapidato tutto il dilapidabile in due anni abbondanti di guerra per procura – non possono più fare affidamento su copiose forniture di difese antiaeree e munizioni da parte dei pucciosissimi amici occidentali, possono comunque continuare a fare affidamento sui loro media e sulle decine di migliaia di persone che in Occidente, comprensibilmente, ritengono che scrivere vaccate e raccattare figure di merda seriali sia comunque meglio che lavorare.

Fino al degenero: nella giornata di lunedì, infatti, ad essere presa di mira è tornata la gigantesca centrale nucleare di Zaporizhzhia (foto), la più importante centrale nucleare non solo dell’Ucraina, ma dell’intera Europa; la centrale è entrata in pieno possesso delle forze armate russe già a partire dal marzo del 2022 ed era già stata oggetto di svariati attacchi, in particolare durante l’estate e l’inizio autunno dello stesso anno. La mattina del 7 aprile è stata nuovamente presa di mira: un primo drone, riporta sul suo canale Telegram il sempre impeccabile Andrea Lucidi, aveva colpito “un camion a cui si stava scaricando del cibo vicino alla mensa della centrale”; “Il secondo drone” continua Lucidi, risulta aver colpito “nell’area del porto di carico” mentre il terzo avrebbe colpito “la cupola dell’unità 6 della centrale”. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, per voce del suo direttore generale Raphael Grossi, ha fatto sapere che, ovviamente, non ci sono minacce per la sicurezza, rivelando che “il fondo di radiazioni” non è cambiato, e graziarcazzo, direi: se per bucare una centrale nucleare bastasse un drone sarebbe piuttosto grave; è giusto per fare un po’ di caciara. E chi mai potrebbe avere l’interesse ad attaccare una postazione russa per sollevare un po’ di caciara? Sentiamo un po’. Provate a darvi una risposta.
Eehhhh… la fate facile voi propagandisti putiniani, e invece no: è tutto estremamente complicato e, come dice David settecervelli Puente, rischiate di fare affermazioni fuorvianti con contesto mancante, come per il Nord stream. I giornalisti seri, invece, vedono la complessità in tutte le sue sfaccettature: Accuse nucleari titola a 6 colonne La Stampa; “Dinamica incerta. Kiev: vogliono incolparci”. A esporre la tesi, una fonte indipendente affidabilissima: Andriy Yusov, il portavoce dell’intelligence militare ucraina che, in un’intervista all’Ukrainska Pravda, accusa la Russia di aver organizzato un attacco false flag “per minare il sostegno internazionale all’Ucraina invasa”; a differenza dell’utilizzo delle pale come armi da parte dei russi, dei denti d’oro strappati ai prigionieri come bottino di guerra, del fantasma di Kiev e delle decapitazioni di bambini di Hamas – sottolinea La Stampa – in questo specifico caso purtroppo “Né la versione russa né quella ucraina sono verificabili in modo indipendente” anche se, come sottolinea il comunicato dell’AIEA stesso, “Mentre si trovavano sul tetto del reattore – unità 6, le truppe russe hanno ingaggiato quello che sembrava essere un drone in avvicinamento”. Cioè, non solo si bombardano la centrale da soli, ma si bombardano anche i droni che usano per bombardare la centrale e poi, magari, si bombardano pure le truppe che hanno bombardato il drone che hanno usato per bombardare la centrale e, alla fine, si scopre che Zelensky – in realtà – è Prigozhin; d’altronde, li avete mai visti insieme?
Questo tipo di propaganda becera, comunque, in Occidente comincia a fare sempre meno effetto: come diceva Abramo Lincoln “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre” e, allora, quei pochi meglio selezionarli bene. E’ quello che sembra stiano cercando di fare gli Ucraini: lo avrebbe rivelato al britannico Times Andrei Kovalenko, capo del Centro per la lotta alla disinformazione presso il Consiglio di sicurezza ucraino; secondo Kovalenko, per l’Ucraina provocare tensioni tra gruppi etnici all’interno della Russia sarebbe “terreno fertile”. “Dopo l’attacco terroristico al Crocus di Mosca” sottolinea John Helmer “gli agenti ucraini sono diventati più attivi sui canali Telegram e cercano di incitare alla guerra etnica sfruttando l’origine etnica dei terroristi”; “Naturalmente” ha affermato Kovalenko “è molto utile per noi sostenere eventuali divisioni nazionali in Russia e fomentarle con l’aiuto dell’informazione… Stiamo usando tutto ciò che possiamo perché sappiamo che alimentando le tensioni etniche, stiamo indebolendo la Russia ”. Il Times rileva che il CPD dell’Ucraina sta cercando, attraverso i canali tagiki di Telegram, di suscitare simpatia per i terroristi che sono stati malmenati quando sono stati arrestati dalle forze di sicurezza russe: gli agenti ucraini provocano, così, i cittadini tagiki contro le forze dell’ordine russe; contemporaneamente, prosegue Kovalenko, “Kiev ha alimentato diverse voci per mettere l’uno contro l’altro russi e ceceni”. Sfortunatamente, è una tattica che non sta funzionando proprio benissimo, diciamo: secondo un recente sondaggio del centro Levada, infatti, in realtà “L’intensità complessiva degli atteggiamenti negativi nei confronti delle minoranze etniche della federazione, negli ultimi anni, è sensibilmente diminuita” e, in particolare, proprio nei confronti dei ceceni.
Insomma: anche le montagne di quattrini spesi per le migliaia di psyops portate avanti dall’Occidente collettivo nella sua guerra ibrida contro il resto del mondo rischiano, alla lunga, di rivelarsi uno spreco. Se, mano a mano che ve ne accorgete, vorrete cambiare strategia, ricordatevi degli amici che vi hanno dato buoni consiglio. Nel frattempo, se sei stanco di questa gigantesca mole di puttanate e di ciarlatani e vuoi aiutarci a tirare su il primo vero e proprio media che non ha come unico obiettivo quello di compiacere le oligarchie coloniali per arrivare a fine mese, come fare già lo sai: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Michele Boldrin

Droni Houthi sulle navi italiane: per sostenere il MASSACRO INFINITO la Meloni rischia l’ESCALATION

Così ho colpito il drone titolava a tutta pagina lunedì scorso Il Corriere della serva: “Il drone a 4 miglia, dovevo decidere. Poi ho pensato ai miei.” L’entusiasmo patriottico col quale i media italiani hanno accolto il battesimo di fuoco della nostra marina militare nello stretto di Bab el-Mandeb ha sinceramente qualcosa di profondamente commovente: “Eravamo in pattugliamento vicino alle coste yemenite” ha raccontato il capitano di vascello Andrea Quondamatteo “quando a un tratto è arrivato un eco radar sconosciuto. Un profilo in movimento, a bassa quota e in rapido avvicinamento minaccioso: un missile? Un aereo?”; ma no Andre’, è Supergiovane con la sua vespa schioppettante. Ed ecco così che – prima di rimanere abbrustolito dalle fiamme della petomarmitta – il nostro Quondamatteo si vede passare davanti agli occhi in un attimo tutta la sua vita: “Ho pensato a mio papà e a mia mamma Fiorella che non c’è più. Lei per anni ha fatto da madre e da padre a me e mio fratello, perché a casa i comandanti non ci sono quasi mai” e “così ho preso la decisione. Dovevo difendere la mia nave e il mio equipaggio e ho dato il comando all’operatore del radar di tiro: il cannone di prora dritta ha sparato 6 colpi, e dopo pochi secondi l’apprezzamento ottico ci ha confermato l’abbattimento”. Il giornalista allora rilancia: “Anche i social ieri sono impazziti, e c’è chi ha paragonato la Duilio addirittura a Mosè, capace di aprire le acque del mar Rosso”, ma il nostro eroico capitano rimane umile: “Esagerati” ammonisce. Insomma, abbastanza: a leggere i giornali sembra quasi che abbiamo abbattuto uno Zircon o qualche altro arnese ipersonico; abbiamo abbattuto un drone da qualche migliaia di euro. Figuratevi quanto ci maciulleranno le gonadi se mai dovessimo affrontare qualche pericolo concreto: ci farebbero rimpiangere tempo zero la melassa delle interviste alle finaliste di miss Italia; è un motivo sufficiente per diventare pacifisti solo quello. Un incubo!

Supergiovane

D’altronde, per come stiamo messi – visti i precedenti – un po’ di enfasi tutto sommato è anche giustificata; pochi giorni prima, il 27 febbraio, il battesimo di fuoco infatti era toccato a un’altra imbarcazione coinvolta nell’operazione Aspides: è la fregata tedesca Hessen che, di droni, ne ha abbattuti due ad appena 20 minuti l’uno dall’altro. Era la prima volta in quell’area per una nave tedesca – la prima giusta, diciamo; la sera prima, infatti, la Hessen s’era un po’ confusa e aveva aperto il fuoco contro un altro drone, ma non era andata benissimo: erano stati lanciati due missili Standard SM-2 che, però, “non hanno funzionato”, come ha ammesso lo stesso portavoce del ministero della difesa tedesco Michael Stempfle. Paradossalmente, è andata di lusso così; il drone in questione, infatti, questa volta non era dei terroristi che si oppongono al genocidio, ma degli alleati democratici che lo sostengono: un Reaper MQ-9 americano che aveva il trasponder per l’identificazione spento perché impegnato in un’operazione antiterrorismo, lo stesso MQ-9 che “quei dementi degli Houthi” – come li ha definiti Guido Olimpo, grande firma del giornalismo italiano (che l’ultima volta che n’ha azzeccata una c’era ancora non dico la lira, ma i sesterzi) – invece hanno tirato giù con una certa disinvoltura e non una, ma ben due volte. “Entrambi i missili Standard SM-2” riporta Analisi Difesa, avrebbero “rivelato difetti tecnici durante l’impiego, elemento” sottolinea il direttore Gianandrea Gaiani “che apre inquietanti interrogativi circa l’efficienza dei sistemi di difesa navale tedeschi contro le minacce aeree”, e fino ad ora era andata di lusso perché, anche se difettosi, almeno i missili c’erano: “Abbiamo scoperto solo ora che una parte delle munizioni della fregata Hessen non può più essere acquistata perché non c’è più la capacità industriale corrispondente” ha affermato Florian Hahn, portavoce per la politica di difesa del gruppo parlamentare CDU/CSU all’opposizione; “Quindi, quando le scorte saranno esaurite, la Marina non potrà più rifornirle e dovrà ritirare la fregata. Il Parlamento ha approvato la missione nel mar Rosso senza sapere che c’era ovviamente un problema di munizioni″.
L’asse della resistenza non poteva chiedere di meglio: con decine e decine di attacchi con droni da poche migliaia di euro, la strategia di Ansar Allah è infatti sempre stata, molto semplicemente, quella di imporre al sostegno al genocidio dell’Occidente collettivo il più alto costo possibile; “Da ottobre” ricorda sempre Gaiani “la sola US Navy ha lanciato circa 100 missili terra – aria Standard SM-3 contro missili e droni Houthi”. Se a questi ci aggiungi anche i missili lanciati a cazzo contro bersagli amici in incognita, prima di Pasqua capace si fa festa; d’altronde, gli errori tedeschi erano abbastanza prevedibili e non solo per il materiale scadente: a corto di uomini, i marinai tedeschi vengono mandati sempre più spesso in missione e “oltre 230 giorni in mare in un anno” ha denunciato l’ammiraglio Axel Schulz “non sono rari”. A complicare il quadro, appunto, c’è la sovrapposizione delle missioni anglo – americane ed europea: “Come già accaduto in Afghanistan” sottolinea ancora Gaiani “gli Stati Uniti operano unilateralmente in un’area operativa in cui agiscono anche forze alleate complicando così il coordinamento e lo scambio di informazioni”; tutte queste criticità messe insieme, continua Gaiani, “rischiano di mettere in forse la sostenibilità nel tempo della missione nel mar Rosso” soprattutto dal momento che, nonostante – come annunciato con enfasi dal vice segretario aggiunto alla Difesa americano per gli affari in Medio Oriente Daniel Shapiro – le forze statunitensi ad oggi avrebbero colpito la bellezza di 230 obiettivi in Yemen, le potenzialità offensive di Ansar Allah “non sembrano essere state scalfite in modo significativo”. “Il bellicismo ostentato nelle dichiarazioni dei leader europei” conclude Gaiani “cozza con la cruda realtà delle risibili capacità belliche, e impone di chiedersi perché un’Europa disarmata punti su soluzioni muscolari alle crisi in atto invece di mettere in campo robuste iniziative diplomatiche”, sopratutto alla luce del fatto che i droni yemeniti ce li siamo proprio andati a cercare: le nostre fregate, infatti, sono in zona da tempo, ma in anni e anni di pattugliamento non erano mai state prese di mira e i guai sono iniziati tutti con l’annuncio della missione Aspides e del suo rapporto abbastanza ambiguo con quella dichiaratamente offensiva degli angloamericani; l’unica speranza sarebbe riuscire a garantire, in modo credibile, che si tratti davvero di missioni rigorosamente esclusivamente difensive, che niente hanno a che spartire con l’atto di forza della Prosperity Guardian. Ma non solo: bisognerebbe anche garantire che in nessun modo la missione servirà a sostenere il genocidio in corso e che si occuperà esclusivamente di proteggere imbarcazioni commerciali da e per i porti dell’Unione Europea. Insomma: esattamente il contrario di quello che ostentano quegli scappati di casa che ci ritroviamo al governo e la propaganda cialtrona che li sostiene.

Giuseppe de Vergottini

“Colpire basi a terra? La legge non lo esclude”: l’organo ufficiale dei fascioliberisti decerebrati italiani che è Libero, anche a ‘sto giro fa di tutto per andare contro agli interessi nazionali. Questa volta a fare per accelerare il declino della bagnarola italiana ci si mette il sempre pessimo Giuseppe De Vergottini, il giudice costituzionale che odia la Costituzione: erede di una famiglia istriana nobile, prima, e orgogliosamente fascista poi (compreso uno zio podestà), Giuseppe – oggi presidente di FederEsuli – da sempre si batte contro l’assunzione di responsabilità del nostro paese per i crimini contro l’umanità commessi nella ex Jugoslavia e all’idea di una nuova avventura bellica, nonostante ormai sulla soglia dei 90 anni, gli si continuano a illuminare gli occhi. “Le navi italiane potranno intercettare i missili e i droni degli Houti, ma non colpire le basi di terra da cui partono. Non è un limite che può rivelarsi pericoloso?” lo imbocca il giornalista: “La missione è qualificata come difensiva” risponde De Vergottini, e “quindi reazione ad attacchi. Ma” sottolinea “esiste una legittima possibilità di reazione anticipata nell’immediatezza di attacchi da parte dei gruppi terroristici” dove, da tradizione, per gruppi terroristici si intende ovviamente chiunque si azzardi ad opporsi a un genocidio; “Spetterà a chi ha la responsabilità di comando decidere se colpire la base di partenza dell’attacco” conclude De Vergottini “in modo da evitare di diventare sicuro bersaglio degli attaccanti”. D’altronde, ora che abbiamo dimostrato che possiamo tirare giù addirittura un drone da qualche migliaia di euro, e chi ci ferma più?
Di fronte al massacro degli affamati di giovedì scorso a Gaza, Davide Frattini sul Corriere della serva di venerdì ci invitava a non correre troppo a ricostruzioni avventate: d’altronde, ricordava, “I portavoce dell’esercito dicono che le truppe hanno sparato solo colpi d’avvertimento, per disperdere la folla”; se poi questi subumani morti di fame sono così coglioni che si mettono a correre e si calpestano, noi che ci possiamo fare? Siamo superiori, è vero, ma per i miracoli non siamo ancora attrezzati. La patetica linea difensiva del regime genocida di Israele è diventata immediatamente e automaticamente la linea ufficiale di tutti i principali media italiani: il Corriere della serva i morti li cancella tout court e parla di “una folla di palestinesi” che, come succede sempre quando hai a che fare con dei subumani privi di ogni forma di civiltà, “assalta i camion degli aiuti umanitari”. Libero, ovviamente, non può non rilanciare: Israele: – titola – stavano sparando ai nostri soldati. La Stampa: Folla fuori controllo, costretti a sparare. La maggior parte delle vittime calpestate; come abbiamo scritto in un post venerdì mattina, nel prossimo episodio… Auschwitz: la folla si accalcava per fare la doccia. Costretti ad aprire il gas“. Secondo La Repubblica, invece, sono stati “solo colpi di avvertimento, è stato un incidente”.
Ovviamente di accidentale, nella strage, c’è decisamente poco; in primo luogo, di default, per le responsabilità oggettive: la prima è che se vi siete finora scandalizzati per i 30 mila civili massacrati dalle bombe, aspettate di vedere le conseguenze della fame imposta a tutto il resto della popolazione. Come ricordava ieri Richard Brennan, direttore regionale dell’OMS, su Il Manifesto, infatti, “prima del conflitto entravano 500 camion di aiuti al giorno. Ora, un centinaio” dai quali gli israeliani, scientificamente, sottraggono il più e il meglio: la CNN, ad esempio, ha revisionato i documenti degli operatori umanitari che elencano i beni più frequentemente bloccati dagli israeliani e “questi includono anestetici e macchine per anestesia, bombole di ossigeno, ventilatori, sistemi di filtraggio dell’acqua, medicinali per curare il cancro e pastiglie per purificare l’acqua”. Risultato – sottolinea Brennan -: “Tra traumi non curati, malattie e trattamenti per condizioni croniche non ricevuti, proiezioni della Johns Hopkins University e della London School of Hygiene and Tropical Medicine parlano di 85mila morti possibili nei prossimi sei mesi”. Particolarmente critica la situazione proprio a nord, il teatro della strage: come sottolineava, sempre su Il Manifesto, Andrea de Domenico del coordinamento umanitario dell’ONU, infatti, “Dal 18 febbraio le Nazioni Unite non sono più riuscite a effettuare alcuna operazione di assistenza al nord di Gaza. La gente ha cominciato a mangiare cibo che normalmente viene dato agli animali. Un sacco di farina che prima della guerra costava circa 10 euro ora al nord ne costa circa 500”; in questa situazione, per gli aiuti umanitari esistono appena “un paio di strade dove far arrivare i convogli. La gente perciò” continua de Domenico “sa benissimo da dove giungono i camion e le persone, disperate, senza più nulla, li vedono arrivare, corrono verso di loro per prendere ciò che possono, correndo rischi incredibili”. A questo giro in particolare, ricostruisce una testimonianza raccolta da Michele Giorgio sempre su Il Manifesto, contro i suggerimenti degli operatori umanitari che chiedevano arrivi più scaglionati, gli israeliani “hanno fatto arrivare un convoglio molto lungo, di circa 30 camion. La coda del convoglio così si è ritrovata a poca distanza dal blocco militare, e quando la folla s’è avvicinata agli ultimi autocarri per prendere gli aiuti, i soldati hanno fatto fuoco” e non certo per aria o, almeno, non solo: come racconta il dottor Jadallah al Shafi che, da poco, è riuscito a rimettere in funzione tre sale operatorie nell’ospedale di Shifa (chiuso a novembre perché assalito dall’IDF) “Abbiamo ricevuto persone che erano state colpite da proiettili, talvolta in più parti del corpo, alla testa, al torace e alle gambe”.
Di fronte a questo massacro, l’Occidente collettivo ha giocato un pochino allo sbirro buono perché, per esercitare il tuo diritto alla difesa, puoi sterminare tutti i bambini che vuoi, ma almeno un piccolo sforzo per distribuirli e camuffarli un po’ lo devi fare, che sennò ci fai sfigurare; massacrare la gente affamata in fila per un pugno di farina, infatti, da un paio di settimane in realtà è diventato uno sport nazionale: come scrive il mitico blog Moon of Alabama “In passato avevo scritto che le forze di occupazione sioniste inviano cibo nel nord della Striscia di Gaza per poi uccidere i palestinesi affamati che cercano di raccoglierlo. Alcuni lettori mi hanno detto che si trattava di un’affermazione un po’ troppo forte. Non lo era. E’ esattamente quello che sta succedendo giorno dopo giorno”. Qualche esempio? “18 febbraio: Un abitante di Gaza affamato colpito alla testa dall’IDF in via Rasheed mentre veniva in cerca di cibo”; “22 febbraio: L’ospedale Al-Shifa accoglie diversi abitanti di Gaza feriti o uccisi dall’IDF in via Rasheed mentre cercavano disperatamente del cibo”; “23 febbraio: Un cittadino di Gaza affamato va con il fratello minore in cerca di cibo in Rasheed Street e ritorna con suo fratello in una borsa sulla schiena, colpito dall’IDF”; “24 febbraio: la Mezzaluna Rossa recupera i corpi di due abitanti di Gaza uccisi dai soldati dell’IDF in via Rasheed mentre cercavano disperatamente cibo”e così via. “Questo” conclude Moon of Alabama “è quello che accade praticamente ogni giorno da settimane nel nord di Gaza”; ecco, così si che va bene: un giorno uno, il giorno dopo altri due, poi magari – quando è festa – una decina, ma 120 in una botta sola è troppo. Si vedono anche dal satellite. Gli sbirri buoni, allora, provano a riconquistare un po’ di credibilità; addirittura Frattini s’è un po’ indignato e ha accusato gli alleati più fanatici del governo dell’unica democrazia del Medio Oriente di progettare “di ricostruire gli insediamenti ebraici nella striscia”: addirittura, sottolinea, “Hanno già disegnato la mappa: il villaggio Vita Coraggiosa sorge davanti al mare e sul manifesto è un punto verde, mentre Sha’arei è blu e sta dalle parti di Khan Younis, dove l’esercito combatte le battaglie più intense degli ultimi mesi, e da dove gli abitanti sono stati sfollati ancora una volta, pigiati verso il Mediterraneo, pigiati verso la mancanza di fuga e di speranza”. Pure poeta. Ora, questa carta – sottolinea Frattini – “potrebbe essere ri – arrotolata come il vaneggiare di esaltazioni messianiche. Se non fosse” però, conclude, “che ieri quell’ebbrezza è diventata disordine reale, con almeno cinquecento coloni a premere sul posto di blocco piazzato dall’esercito fino a sfondarlo e a entrare nella Striscia”. Capito? Mentre l’IDF sparava sulla folla affamata, 500 simpatici coloni sfondavano i posti di blocco delle forze dell’ordine ed entravano a Gaza per rivendicarne la proprietà, ma a loro non sparava nessuno. Manco una manganellatina: quelle, nelle vere democrazie, si conservano per i ragazzini di 16 anni che il genocidio, invece di invocarlo, lo denunciano.
Nel giardino ordinato, infatti, si sta verificando questo fenomeno strano: i giovanissimi, nonostante siano stati addestrati all’insegna del rincoglionimento scientifico di massa, non si capisce per quale strana ragione sembra non apprezzino particolarmente l’idea di vedere massacrati i loro simili manco fossero dei topi di laboratorio; secondo un sondaggio di Gallup pubblicato lunedì scorso, infatti, negli USA tra la popolazione di età compresa tra i 18 e i 34 anni ha un’opinione favorevole su Israele il 38% della popolazione. L’anno scorso era il 64: tutti voti ai quali Biden non può rinunciare, ed ecco – allora – che si comincia a smuovere qualcosina: ieri Benny Gantz si è recato a Washington e, a quanto pare, senza l’autorizzazione di Netanyahu, che si sarebbe leggermente indispettito. Per le cancellerie suprematiste dell’Occidente collettivo, è il volto presentabile del genocidio; Benny Gantz, infatti, è stato a lungo l’anti Netanyahu, ma dopo aver guidato l’opposizione, quando – dopo l’operazione diluvio di Al Aqsa – in Israele, per favorire la soluzione finale, si è optato per un governo di unità nazionale, ha aderito senza tentennamenti: come annunciava entusiasticamente Il Foglio, “Aveva l’obiettivo di rovesciare il premier, ma si è reso contro che Israele ha bisogno della sua competenza”. D’altronde, per portare avanti il più grande massacro di civili del XXI secolo di competenza ce ne vuole parecchia.

Benny Gantz

Nel frattempo, però, è arrivata anche la crisi degli ostaggi e anche una catastrofica crisi economica: per l’ultimo quadrimestre del 2023, gli analisti consultati da Bloomberg avevano previsto un calo del PIL annualizzato di circa il 10%; è stato del doppio, 19,4. I consumi privati sono crollati del 27%, gli investimenti, addirittura, del 70 e non è che si veda chiaramente una via d’uscita: come riporta il Wall Street Journal “All’interno delle forze armate, dai comandanti ai soldati semplici, sono sempre di più quelli che temono che le vittorie tattiche ottenute sul campo di battaglia non porteranno a una vittoria strategica duratura. Dopo quasi 5 mesi di combattimenti intensi” continua l’articolo “Israele è ancora ben lontano dall’obiettivo dichiarato dell’eliminazione di Hamas come entità politica e militare di un qualche rilievo”; “Combattere il nemico è come giocare ad acchiappa la talpa”, avrebbe affermato un riservista israeliano della 98esima divisione di stanza a Khan Younis al WSJ. “Molti soldati lamentano l’assenza di un vero piano e si domandano a cosa servano i loro sacrifici. Distruggere Hamas sarà incredibilmente complicato”. Il Journal sottolinea inoltre come, molto probabilmente, i militanti di Hamas caduti durante il conflitto sono molti meno di quelli dichiarati da Israele e che, nel frattempo, altrettanto probabilmente Hamas ha reclutato nuovi combattenti, col rischio che il bilancio sia addirittura in positivo; vista la malaparata, come riporta il canale ebraico Channel 14, “Un gran numero di ufficiali hanno recentemente annunciato il loro ritiro dall’unità responsabile del sistema informativo militare”. La situazione sarebbe così critica da spingere il ministro della difesa israeliano Yoav Gallant a chiedere la fine del regime di esenzione dalla leva militare per le comunità ultra ortodosse: “L’esercito ha bisogno di manodopera adesso” ha affermato domenica scorsa; “Non è una questione di politica, è una questione di matematica”, e anche questa non è esattamente una posizione che rafforza il consenso verso il governo. Netanyahu, allora, ogni giorno di più vede la sua sopravvivenza politica legata alla continuazione della guerra, anche a costo di allargarla.
A partire dal Libano: citando alcuni funzionari USA, la CNN avrebbe rivelato come l’amministrazione Biden, ormai, ritenga “probabile che Israele lanci un’operazione di terra nel sud del Libano questa primavera”; La guerra tra Israele ed Hezbollah sta diventando inevitabile titolava la settimana scorsa Foreign Policy. Intanto, per non farsi mancare niente, lunedì l’esercito è entrato nel campo Al-Amari di Ramallah, in quella che fonti citate da Reuters hanno definito la “più grande incursione nella città degli ultimi anni” e il leader di Hamas in Libano, Osama Hamdan, ha invitato i palestinesi a “trasformare in uno scontro ogni momento” del mese di Ramadan che inizia domenica prossima. Per scongiurare un’ulteriore escalation, al Cairo gli USA mettono sul tavolo delle trattative un cessate il fuoco di 6 settimane che copra tutto il mese del Ramadan e ponga magari le basi per la fine di questa fase del conflitto, ma Israele manco si presenta ed è difficile pensare che Benny Gantz possa rappresentare una vera alternativa a queste posizioni: come ricorda Sputnik, infatti, è stato proprio Benny Gantz lo scorso fine settimana, alla conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane, a ribadire che “Il mondo deve sapere, e i leader di Hamas devono sapere, che se entro il Ramadan gli ostaggi non saranno a casa, allora i combattimenti continueranno, anche a Rafah” e ciononostante, come sottolinea il giornale antimperialista libanese Al Akhbar, “Le munizioni, i mezzi di combattimento e il supporto militare USA rimangono illimitati. E l’America vuole quello che vuole Netanyahu, anche se vorrebbe ottenerlo con modalità leggermente diverse. Ma non vuole, e non è nel suo interesse, esercitare nessuna pressione reale che limiti la capacità di Israele di condurre il suo massacro”. Come suggerivamo in un video di qualche mese fa, c’è poco da girarci attorno: nell’era del declino inesorabile dell’egemonia dell’impero, il genocidio è il new normal e la consapevolezza, ormai, è piuttosto diffusa: anche questo weekend, oltre 100 piazze sparse su tutto il pianeta hanno risposto in massa all’appello “Giù le mani da Rafah”, una mobilitazione globale continua che non si vedeva da decenni; peccato che sui principali media del mondo democratico non se ne sia vista traccia.
In mezzo alle sofferenze più atroci, dai giovani dell’Occidente collettivo alle piazze del Sud globale, il mondo nuovo avanza, ma non saranno i vecchi media a raccontarvelo: ce ne serve uno tutto nuovo che, invece che del gossip del teatrino della politica, si occupi del movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Rimbambiden

GAZA E IL TABU’ DEL 7 OTTOBRE – Perché la propaganda continua a mentire sull’attacco di Hamas

“Il massacro del 7 ottobre come la Shoah”: così titolava la sua ennesima, lunga sbrodolata inconcludente Fiamma Nirenstein qualche giorno fa su Il Giornale; “non ci sono eventi storici più comprovati della Shoah e della mostruosa strage del 7 ottobre scorso” scriveva nell’articolo. “Ambedue” continuava “sono stati programmati con passione distruttiva verso gli ebrei: uno a uno, bambini, genitori, nonni” anche se – concedeva – “con dimensioni diverse”. Meno male, dai… qualche differenzina ce la vede pure lei. E’ già qualcosa.
Imporre all’opinione pubblica una ricostruzione di quanto accaduto il 7 ottobre la più drammatica e inquietante possibile è una parte essenziale del meccanismo genocida messo in moto da Israele; per giustificare lo sterminio indiscriminato di migliaia di bambini indifesi e il perseguimento della soluzione finale attraverso la pulizia etnica, il mito fondativo deve essere solido, indiscutibile, sconvolgente. Ma siamo davvero proprio sicuri che c’abbiano detto tutta la verità, nient’altro che la verità?

Ehud Olmert

“Comunque vada, Hamas ha riportato una vittoria”: a dirlo non è qualche leader dell’asse della resistenza, ma nientepopodimeno che un ex premier israeliano di persona personalmente. Il riferimento, ovviamente, è all’esito della trattativa sullo scambio di prigionieri e a pronunciarsi è Ehud Olmert che così, a occhio, sa di cosa parla: sindaco di Gerusalemme durante la seconda intifada di inizi anni 2000 e a capo del governo durante l’operazione Piombo Fuso che, come oggi, si poneva l’obiettivo dichiarato di annichilire Hamas, di scambi di prigionieri se ne intende. Era stata proprio una faccenda di prigionieri, infatti, nel 2006 a dare il via all’operazione Piombo Fuso; ad essere rapito, in quel caso era stato, il giovane carrista franco – israeliano Shalit Gilad. Verrà rilasciato solo 5 anni dopo, in cambio della bellezza di 1.027 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane; per l’entità sionista, non esattamente un trionfo, diciamo. Ma cosa c’entra tutto questo con la ricostruzione dei fatti del 7 ottobre?
C’entra, c’entra. L’operazione diluvio di Al-Aqsa infatti, con ogni probabilità, aveva sostanzialmente due obiettivi: il primo, di carattere politico, consisteva nel riportare l’attenzione della comunità internazionale sulla questione nazionale palestinese che, fino ad allora, ci si illudeva fosse ormai sostanzialmente risolta con una vittoria schiacciante dell’occupazione israeliana; il secondo, di carattere strettamente militare, consisteva – appunto – nel fare incetta di prigionieri da barattare con la liberazione del maggior numero possibile di palestinesi detenuti, appunto, nelle carceri israeliane, a partire dai 700 minori e dagli oltre mille che non sono mai stati sottoposti a un processo e vivono nel limbo di quel crimine conclamato che è la detenzione amministrativa. Ed è proprio la dottrina elaborata dalle forze armate israeliane per impedire alle forze della resistenza di catturare prigionieri e ricattare Tel Aviv che sta alla base di tutto quello che ancora non torna nelle ricostruzioni ufficiali della propaganda giustificazionista del genocidio su quanto realmente avvenuto il 7 ottobre, un giallo in tre atti.
Il primo: siamo sul valico di Erez, che non è solo – semplicemente – la principale porta d’ingresso per il carcere a cielo aperto di Gaza, ma anche il principale avamposto militare e la sede dell’amministrazione civile del carceriere e il primo obiettivo del diluvio di Al-Aqsa. I militanti della resistenza attaccano le infrastrutture militari del varco a partire dalle prime ore dell’alba; poco dopo entrano in scena gli Apache delle forze armate israeliane, armati di missili Hellfire, che bombardano a tappeto. Bisogna imporre la ritirata alla resistenza e impedirle di fare prigionieri, a costo di causare vittime anche tra gli israeliani. Non è una scelta estemporanea: è una procedura formale adottata dalle forze armate israeliane sin dal lontano 1986. Si chiama Direttiva Annibale – dal nome del generale cartaginese che si avvelenò piuttosto che essere catturato dai romani – e che prevede che “Il rapimento deve essere fermato con ogni mezzo, anche a costo di colpire e danneggiare le nostre stesse forze” (Eyal Weizman, Goldsmith College di Londra), ed è la chiave di volta per provare a capire cos’è successo, da lì in poi, in quella drammatica giornata.
E siamo al secondo atto del nostro giallo: la location, a questo giro, è il kibbutz di Be’eri, ad appena 5 chilometri dal confine; con un bilancio di oltre 100 vittime, è il luogo di uno dei massacri che ha destato più indignazione in assoluto, ma su chi abbia ucciso chi ci sono più dubbi di quanto non si voglia far trapelare. Pochi giorni dopo gli avvenimenti, infatti, una delle pochissime sopravvissute, Yasmin Porat, aveva rilasciato un’intervista a una radio israeliana: dichiarava di essere stata rinchiusa in una stanza con altri 12 prigionieri, controllati a vista da una quarantina di membri della resistenza. “Ci hanno trattato molto umanamente” ha dichiarato; “eravamo spaventati a morte e hanno provato a tranquillizzarci. Il loro obiettivo era rapirci e portarci a Gaza, non ucciderci”. Esattamente quello che le forze armate israeliane avevano il mandato di evitare con ogni mezzo necessario, ed ecco così che, quando arrivano nel villaggio, inizia uno scontro violentissimo: uno dei rapitori prende Yasmin ed esce allo scoperto, usandola come scudo umano; la donna grida ai soldati israeliani di fermare il fuoco, senza risultati. Attorno a sé vede corpi di persone morte ovunque: “Erano stati uccisi dai terroristi?” chiede l’intervistatore: “No” risponde Yasmin “sono stati uccisi dal fuoco incrociato”. “Quindi potrebbero essere stati uccisi dalle nostre forze di sicurezza?” chiede l’intervistatore: “Senza dubbio” risponde Yasmin.

Max Blumenthal

Ma è solo la punta dell’iceberg: come riporta un giornalista del media israeliano i24 “Case piccole e pittoresche sono state bombardate o distrutte” e “prati ben tenuti sono stati divelti dalle tracce di un veicolo blindato, forse un carro armato”. Ancora, dopo 11 giorni dall’attacco, in mezzo alle macerie di una casa sono stati ritrovati i corpi di una madre e di suo figlio e – sostiene Max Blumethal in un lungo articolo pubblicato su GrayZone – “Gran parte dei bombardamenti a Be’eri sono stati effettuati da equipaggi di carri armati israeliani”. Tuval Escapa è uno dei responsabili della squadra incaricata di garantire la sicurezza del kibbutz Be’eri; durante l’attacco, avrebbe improvvisato una specie di linea diretta per coordinare i residenti del kibbutz e l’esercito israeliano, ma non è andata come sperava: “I comandanti sul campo hanno preso decisioni difficili, incluso bombardare le case dei loro occupanti per eliminare i terroristi insieme agli ostaggi”, e a effettuare i bombardamenti non sarebbero stati solo i carri armati.
E qui siamo al terzo atto del giallo: la location, questa volta, è l’ormai tristemente arcinoto festival di musica elettronica Nova, a pochi chilometri dal kibbutz; secondo Blumenthal, è qui che gli Apache delle forze armate israeliane armati di missili Hellfire avrebbero concentrato la loro potenza di fuoco nel tentativo di impedire alle auto dei membri della resistenza – che, con ogni probabilità, stavano trasportando anche prigionieri da portare a Gaza – di portare a termine la loro missione e che, sottolinea la stessa stampa israeliana, è molto probabile non fosse stata poi neanche più di tanto programmata: “Tra i funzionari della sicurezza” riporta infatti Haaretz “in molti sostengono che i terroristi che hanno compiuto il massacro del 7 ottobre non sapevano in anticipo del festival”. Blumethal riporta un’intervista a un pilota di uno di questi elicotteri Apache presenti nell’area, rilasciata al notiziario israeliano Mako: il pilota avrebbe ammesso di non avere la minima idea di quali fossero i veicoli che potevano trasportare prigionieri israeliani, ma di aver comunque ricevuto l’ordine di aprire il fuoco lo stesso. Blumenthal riporta anche un articolo del quotidiano israeliano Yeditoh Aharanoth dove si sottolineava come “i piloti si sono resi conto che c’era un’enorme difficoltà nel distinguere all’interno degli avamposti e degli insediamenti occupati chi era un terrorista e chi era un soldato o un civile”, “E così” commenta Blumenthal “senza alcuna intelligenza o capacità di distinguere tra palestinesi e israeliani, i piloti hanno scatenato una furia di colpi di cannoni e missili sulle aree israeliane sottostanti”. “Le forze di sicurezza israeliane” continua Blumethal “hanno anche aperto il fuoco su israeliani in fuga che hanno scambiato per uomini armati di Hamas. Una residente di Ashkelon di nome Danielle Rachiel ha descritto di essere stata quasi uccisa dopo essere fuggita dal festival musicale Nova: “Quando abbiamo raggiunto la rotonda, abbiamo visto le forze di sicurezza israeliane!” Rachel ha ricordato; “Abbiamo tenuto la testa bassa [perché] sapevamo automaticamente che avrebbero sospettato di noi, a bordo di una piccola macchina scassata… dalla stessa direzione da cui provenivano i terroristi. Le nostre forze allora hanno iniziato a spararci, mandando in frantumi i finestrini”.
Per quanto fondate principalmente su articoli apparsi sui media israeliani, Haaretz ha subito etichettato le ricostruzioni di Blumenthal come “tesi cospirazioniste”, che è l’etichetta che ormai si affibbia con una certa facilità a qualsiasi cosa metta in questione la narrazione dominante, fino a quando però – pochi giorni dopo – Haaretz stesso non ha dato la notizia di un rapporto della polizia che confermerebbe che i partecipanti al festival sono stati uccisi – almeno in parte – proprio dall’esercito israeliano: “Secondo una fonte della polizia” scrive Haaretz “un elicottero da combattimento dell’IDF avrebbe sparato ai terroristi e apparentemente avrebbe colpito anche alcuni dei ragazzi che stavano partecipando al festival”; “Quello che abbiamo visto qui era una Direttiva Annibale di massa” avrebbe dichiarato il pilota di uno degli elicotteri Apache ad Haaretz. Il punto, però, è che a questo giro la Direttiva Annibale avrebbe ampliato a dismisura il numero di vittime tra la popolazione civile israeliana, ma senza ottenere grossi risultati: la resistenza palestinese è rientrata a Gaza col più grande bottino di prigionieri della storia del conflitto, e così oggi si ritrova in mano una potente arma di ricatto. “Questa tregua permetterà ad Hamas di riorganizzarsi” ammette Olmert nell’intervista al Fatto Quotidiano, ma “è un rischio che dobbiamo correre per forza”.

Ehud Barak

Attenzione, però, a non cedere ai sentimentalismi: posizioni come queste non rappresentano, come si sente spesso sostenere, una fazione più moderata e dialogante all’interno dell’establishment israeliano. Per entrambi, il fine rimane esattamente lo stesso: la distruzione di una prospettiva nazionale per il popolo palestinese che presuppone l’annichilimento della resistenza, che oggi è guidata da Hamas, che quindi va annientata. Whatever it takes. Il più grande rimpianto di Olmert, infatti, è ai tempi di Piombo Fuso aver fatto solo un decimo dei morti fatti in questo ultimo mese e mezzo, e di aver lasciato il lavoro a metà: “In quel frangente” riflette nostalgico Olmert “non avevo più la forza di proseguire fino all’annichilimento di Hamas”, ma “se potessi tornare indietro, farei l’opposto: terrei duro”. Ma contro chi? Chi è che lo spinse a demordere? Olmert è chiaro: furono “l’allora ministro della Difesa Ehud Barak e il capo di stato maggiore Gabi Ashkenazi”. Ci risiamo: i vertici militari che spingono alla prudenza e alla mediazione la politica sono di animo gentile? Macché: semplicemente, a differenza di Olmert, sanno di cosa parlano. Il punto infatti è che, allora come oggi, dal punto di vista militare gli obiettivi che rimpiange Olmert e che oggi rivendica Netanyahu – molto semplicemente – non sono raggiungibili.
Un film che abbiamo, in qualche modo, visto in Ucraina: la politica si nutre di pensiero magico, spera di ottenere risultati militari oggettivamente non raggiungibili, li persegue per un po’ di tempo sulla pelle dei soldati ucraini come dei bambini palestinesi e alla fine, quando il fallimento diventa palese anche ai lettori de la Repubblichina o del Giornale, ecco che arriva l’editoriale di turno che ribalta la realtà e dipinge la sconfitta come una vittoria. Gli innumerevoli motivi per i quali l’annichilimento di Hamas è una chimera li ricorda magistralmente, in un lungo articolo di ieri su Foreign Affairs, Audrey Kurth Cronin, direttrice del prestigioso Carnegie Mellon Institute for Strategy and Technology: “Il vantaggio asimmetrico di Hamas” si intitola. “Gli Stati e gli eserciti tradizionali” ricorda la Cronin “hanno sempre penato parecchio nel tentativo di sconfiggere i gruppi terroristici, ma la guerra tra Israele e Hamas dimostra perché oggi è diventato quasi impossibile”; “molti progressi tecnologici” ricostruisce la Cronin “hanno portato benefici sproporzionati ai gruppi terroristici” tanto che la Cronin attribuisce la nascita stessa del terrorismo proprio a una novità tecnologica: la dinamite.
Era il 1867; fino ad allora “i proiettili che usano polvere da sparo, come le granate, erano delicati e pesanti. La dinamite invece si nasconde facilmente sotto i vestiti e può essere accesa rapidamente e lanciata agilmente contro un bersaglio. Il risultato fu un’ondata di azioni terroristiche portate avanti da piccoli gruppi e da singoli individui, compreso l’assassinio con la dinamite nel 1881 dello zar russo Alessandro II”. La seconda tappa di questa avvincente cronistoria delle azioni terroristiche arriva nel 1947 con l’introduzione dell’AK-47, che “cambiò di nuovo l’equazione a favore degli attori non statali”; “Le statistiche parlano chiaro” sottolinea la Cronin: “tra il 1775 e il 1945 gli insorti hanno vinto contro gli eserciti statali circa il 25% delle volte. Dal 1945 questa cifra è balzata a circa il 40%. E gran parte di questo cambiamento può essere attribuito all’introduzione e alla diffusione globale dell’AK-47”.
Ora le rivoluzioni tecnologiche che rendono Hamas un nemico sostanzialmente impossibile da debellare sono parecchie: razzi Qassam auto – costruiti che, dai 15 chilometri di gittata che avevano nel 2005, ora ne hanno 250, i droni suicidi Zouari che evitano le difese aeree israeliane, i piccoli droni commerciali che trasportano granate o mitragliatrici da azionare a distanza, ma ancora la comunicazione social, che sta permettendo ad Hamas di contrastare efficacemente la propaganda sionista. E poi i tunnel, i benedetti tunnel di cui parliamo dall’inizio e che – anche se presi dall’entusiasmo verso la propaganda israeliana ogni tanto facciamo il tentativo di rimuovere – in realtà stanno sempre lì, e Israele non sa minimamente cosa farci. Ma a parte la tecnologia, sottolinea la Cronin, “Il più importante vantaggio asimmetrico di Hamas è di carattere strategico: lo sfruttamento della risposta di Israele al suo attacco. Poiché l’obiettivo dell’attacco di Hamas” continua la Cronin “era quello di provocare una reazione eccessiva e controproducente da parte di Israele, la risposta violenta dell’IDF ha infiammato l’opinione pubblica nella regione contro Israele esattamente come Hamas voleva”; “In parole povere” continua la Cronin “Israele ha abboccato rispondendo all’attacco di Hamas con la repressione violenta, un metodo di antiterrorismo popolare ma raramente efficace che funziona meglio quando i membri dei gruppi terroristici possono essere distinti e separati dalla popolazione civile: un compito impossibile a Gaza”.

Ebrahim Raisi

“Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi” ha ribadito ieri il presidente iraniano Ebrahim Raisi: “Ciò che ha fatto il regime sionista dimostra che è diventato disperato di fronte alla resistenza palestinese. Ma l’uccisione di donne e bambini non si traduce in vittoria” e, anzi “ha creato un’atmosfera senza precedenti di odio anti – sionista in tutto il mondo”. Pure in Vaticano: “Questa non è guerra” ha affermato papa Bergoglio, “è terrorismo”. Insomma, per dirla con la Cronin “Israele ha pochi modi per eliminare i vantaggi asimmetrici di Hamas. Il Paese non può invertire il cambiamento tecnologico o eliminare completamente la simpatia che attira la resistenza palestinese”. Per indebolire Hamas, l’unica arma a disposizione di Israele è la moderazione: “Dato che Hamas ha progettato il suo attacco per alimentare una reazione eccessiva da parte di Israele” conclude la Cronin “la cosa migliore che Israele può fare ora è rifiutarsi di fare il gioco di Hamas”.
Insomma: nel mondo suprematista c’è un gran dibattere sulle strategie più giuste per continuare il business as usual del colonialismo e dell’occupazione illegittima fondata sull’apartheid; abbiamo bisogno come il pane di un vero e proprio nuovo media che affermi ogni giorno che dopo il 7 ottobre non ci potrà mai più essere business as usual e che l’unico modo per sconfiggere la resistenza è eliminare la ferocia imperialista alla quale sta resistendo. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Fiamma Nirenstein