Il Marru
La strada per la dedollarizzazione è ancora lunga, ripida e irta di ostacoli; Yves Smith di Naked Capitalism approfitta dell’uscita di una nuova pubblicazione da parte della Bank for International Settlements (BIS) per fare un po’ di chiarezza e stemperare i facili entusiasmi: “Almeno per ora”, sottolinea Yves, “l’andamento del mercato ha confermato la nostra tesi secondo cui, sebbene un marcato indebolimento del dollaro sia previsto a lungo termine, ci vorrà molto tempo prima che si manifesti”. “I sostenitori dei BRICS hanno pubblicizzato il livello del PIL nel Sud del mondo come un indicatore del destino; tuttavia”, sottolinea, “i mercati finanziari sono dominati dai flussi di investimento, non dalla popolazione o addirittura dal peso del PIL”. Yves ricorda come gli scambi commerciali bilaterali tra i Paesi che provano ad emanciparsi dalla dittatura del dollaro, non sono in grado da soli di modificare sensibilmente il quadro, perché, come abbiamo sottolineato millemila volte e come conferma proprio la pubblicazione della BIS, “le transazioni commerciali rappresentano circa il 3% del valore delle transazioni in valuta estera”: se vuoi capire cosa succede nell’ambito della guerra valutaria devi guardare i flussi finanziari, non quelli commerciali. E quello che è successo è che dal 2022, testimonia la BIS, la quota del dollaro sulle transazioni globali è aumentata, seppur di poco: dall’88,4% del 2022 all’89,2% delle ultime rilevazioni (NB: la somma delle transazioni è il 200%, e non il 100%, perché prevede sempre la parte in ingresso e la parte in uscita); anche le transazioni in Renminbi e in Franco svizzero sono cresciute, ma continuano a rappresentare rispettivamente appena l’8,5 e il 6,4%. Quelle in yen sono rimaste stabili, a quota 16,8%; quelle che, invece, sono diminuite sono quelle in euro (dal 30,6 al 28,9) e in sterline (che sono quelle diminuite di più in termini relativi, dal 12,9 al 10,2). Insomma: più che il dollaro, per ora a prendere mazzate sono le valute dei vassalli di Washington, in buona parte riassorbite da Yuan e CHF e un pochino ancora dal caro vecchio dollaro.
L’altro articolo citato da Yves tenta di smontare l’hype che si sta registrando negli ultimi giorni sul cosiddetto debasement trade, “Un tema caldo ampiamente sbandierato per far salire criptovalute, oro e argento”: in soldoni, il debasement trade è una strategia d’investimento basata sull’idea che una moneta si stia svalutando, e quindi conviene proteggersi o speculare su quella perdita di potere d’acquisto; in questo caso, la moneta in questione ovviamente è il dollaro. Gli investimenti da dismettere sono i titoli del debito e la valuta stessa e quelli su cui puntare sono oro e metalli preziosi, in parte le cripto e i mercati azionari delle economie emergenti.
Come titolava ieri Bloomberg, Il dibattito sulla grande svalutazione si sta diffondendo sui mercati mondiali.

“Dietro la superficie degli alti e bassi a breve termine dei mercati finanziari , potrebbe essere in atto una rivalutazione a lungo termine di molteplici asset, mentre gli investitori cercano di proteggersi dalle minacce”: “Chi ci crede si sta allontanando dal debito sovrano e dalle valute in cui è denominato, temendo che il suo valore possa essere eroso nel tempo”; “Ulteriore carburante proviene dalle speculazioni secondo cui le banche centrali dovranno affrontare una crescente pressione politica per mantenere bassi i tassi di interesse per compensare quanto dovuto dai governi, alimentando nel frattempo l’inflazione e continuando a emettere denaro”. Bloomberg riporta le dichiarazioni del Senior Investment Strategist di BlackRock Australia, che “afferma di non aver mai assistito a un passaggio così radicale da valute e titoli del Tesoro a investimenti alternativi nei suoi quarant’anni di esperienza nei mercati”: “I miliardari Ray Dalio e Ken Griffin hanno fatto notizia suggerendo che l’oro potrebbe essere più sicuro del dollaro. Un funzionario del Canada Pension Plan Investment Board ha dichiarato la scorsa settimana di temere che i titoli del Tesoro possano perdere il loro status di rifugio sicuro se le tensioni fiscali negli Stati Uniti continueranno ad aumentare. E l’autore e consulente di hedge fund Nassim Taleb afferma che il crescente deficit statunitense sta gettando i semi di una crisi del debito che sembra praticamente impossibile da evitare”. Secondo l’articolo riportato da Yves Smith, son tutte puttanate: il punto, sostiene, è che “l’enorme mercato obbligazionario guidato dal mercato dei titoli del Tesoro da 29 trilioni di dollari, dal mercato delle obbligazioni societarie da 11 trilioni di dollari, dal mercato dei titoli MBS residenziali da 9 trilioni di dollari, dal mercato delle obbligazioni municipali da 4 trilioni di dollari, oltre agli altri segmenti del mercato obbligazionario” in realtà ha visto i rendimenti diminuire, che significa che c’è stata più domanda. Mi sembra un’argomentazione un po’ farlocca: quello a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno è che i tagli dei tassi di interesse non riuscivano ad abbassare sostanzialmente i rendimenti dei titoli del tesoro USA e, nonostante i rendimenti alti, il dollaro continuava a perdere valore; che ora i rendimenti dei titoli a 10 anni siano diminuiti per arrivare attorno a quota 4%, più che un segnale di inversione mi sembra un aggiustamento tardivo. La pressione verso la fuga dagli asset denominati in dollari permane e sembra essere strutturale; il punto, molto banalmente, rimane che c’è talmente tanta liquidità in giro, che le alternative non sono in grado di assorbirla e, quindi, questo quasi-equilibrio instabile continua a perdurare, che è uno dei motivi per cui gli USA – Trump o non Trump – sono disposti a scatenare l’olocausto nucleare piuttosto che permettere ai Paesi emergenti di costruire architetture finanziarie alternative in grado di dirottare verso altri lidi dosi massicce di liquidità.
Gab
La Generazione Z colpisce ancora. Dopo il Nepal e le rivolte in Indonesia, Ecuador e Perù, i giovani scendono in strada e rovesciano un altro governo: questa è la volta del Madagascar dove, da giorni, i giovanissimi sono scesi in strada per chiedere le dimissioni del governo e misure contro la corruzione; la scintilla di tutto sarebbero stati i frequenti blocchi dell’elettricità e dell’acqua (fino a dodici ore consecutive al giorno). Ora il Presidente è in esilio e una parte dell’esercito si è schierata con i manifestanti per gestire il periodo di transizione (qui il link).
Aiuti e ostaggi turbano le notti degli abitanti di Gaza. Le tensioni hanno ripreso a risalire dopo la partenza di Donald Trump dalla regione: Israele centellinerà l’ingresso degli aiuti fino a quando anche tutte le salme degli ostaggi morti non saranno state restituite. Esplode, inoltre, una pericolosa contraddizione tra le intenzioni iniziali di Tel Aviv e il risultato sul campo: Netanyahu ha sempre detto che la guerra non sarebbe terminata prima della sconfitta di Hamas; a seguito dell’accordo Trump, Hamas sta riprendendo il controllo di alcune aree di Gaza (mostrandone anche i video). Il Presidente degli USA ha detto che la guerra è conclusa. Chi mente? Il miglior amico di Israele, il Primo Ministro, o si tratta di un gigantesco (ennesimo) inganno ai danni della popolazione palestinese? (qui il link)
Tuttavia, si sa, l’uomo è instabile e Donald Trump non perde occasione per ricordarcelo; così, nei giorni passati, ha detto as usual tutto e il contrario di tutto (qui il link). Qui, la testa della destra sionista dice che Trump avrebbe detto che Hamas si deve disarmare e che, in caso contrario, verrà disarmata, “magari violentemente”.
Per l’impero, guai anche dagli alleati. La giustizia australiana conferma la scelta di proibire l’ingresso nel paese a Candace Owens, l’influencer di estrema destra che, in passato, ha minimizzato l’Olocausto e espresso posizioni islamofobe (giusto per scontentare un po’ tutti): qui il link.
Ti va di leggere ancora un po’? Ecco qualche linkettino su notizie in libertà che potrebbe piacerti: sul rientro degli ostaggi israeliani; le parole del ministro russo sulla situazione di Gaza; il ruolo geopolitico azero.
Soddu
Trump, ma che casino! Donald Trump riapre ufficialmente il fronte economico con Pechino: secondo Reuters, l’ex presidente valuta di interrompere alcuni legami commerciali con la Cina, arrivando persino a includere l’olio da cucina; un simbolo dell’unta quotidianità americana viene trasformato oggi in arma di politica. Intanto, il Presidente USA dichiara di dover stare attenti con la Cina, ma il tono non è di prudenza diplomatica; piuttosto di preallarme politico: il Dragone torna al centro della narrativa elettorale. Ha comunque aggiunto: “Abbiamo un rapporto leale con la Cina, e penso che andrà tutto bene“; sarà lo stesso andrà tutto bene che compariva sui balconi delle case nel 2020? Staremo a vedere.
Bessent: nessuno glielo aveva chiesto. Scott Bessent, consigliere economico di Trump, rilascia al Financial Times una delle sue consuete tirate anticinesi, definite da molti analisti vere e proprie puttanate: “Se vogliono rallentare l’economia globale, saranno loro a soffrire di più“ (scusa, ma chi è che ha imposto le sanzioni a mezzo mondo?); “È il segnale di quanto la loro economia sia fragile“ (certo: piangete perché non vi comprano la soia e la loro economia è quella fragile…). Ma Bessent vuole andare oltre; secondo l’alto funzionario, la Cina pianificava queste ritorsioni già da questo agosto e aveva avvertito gli Stati Uniti: “Affronterete il fuoco infernale“ (eh sì… proprio il tipico linguaggio biblico e profetico del portavoce del Ministero degli Esteri cinese). Fatevi quattro risate in questo articolo del Guancha.
La risposta di Pechino. La controffensiva cinese si dispiega su più fronti; Bloomberg segnala che diverse petroliere dirette verso il porto cinese di Rizhao sono state dirottate dopo le sanzioni americane, creando una micro-crisi nel mercato energetico regionale: continua la guerra commerciale via mare. Pechino colpisce le aziende americane, scelta interpretata da The Economist come parte di una strategia di “rappresaglia mirata” per rispondere ai dazi senza danneggiare sé stessa; The Wall Street Journal osserva che la Cina “non arretra di un passo”, mentre Foreign Policy legge negli editoriali del People’s Daily la volontà di istituzionalizzare la sfida al modello economico americano.
Sfida anche in alta quota: le compagnie aeree cinesi si oppongono al piano di Trump di interrompere i voli che sorvolano la Russia, segnalando che Pechino non accetta più imposizioni unilaterali nemmeno nei cieli internazionali.
Sul fronte interno, i segnali sono misti: Xinhua rileva l’inflazione core ha toccato il massimo da 19 mesi, indice di domanda interna in ripresa, ma Bloomberg nota che la deflazione non è del tutto superata e “le pressioni sui prezzi restano forti”. In sintesi, la Cina tiene duro, ma la stabilità dei prezzi e la gestione delle ritorsioni mostrano quanto la partita economica si stia ormai giocando su tensioni sistemiche.
L’ideologia e il Nuovo Xi. Alla Fiera di Francoforte debutta il nuovo volume delle “Opere sulla governance” di Xi Jinping; il Global Times lo presenta come un evento culturale globale perché vi si legge un messaggio preciso: Xi come architetto dell’ordine post-Occidentale. Xi rafforza il suo pensiero politico; la “nuova via cinese alla modernità” si racconta attraverso la parola stampata: la propaganda e il soft power tornano al centro.
Terre rare sempre più rare, anche in Italia. Secondo Roberto Vavassori, presidente della lobby ANFIA (l’associazione dei produttori italiani di componenti auto), le scorte di questi materiali essenziali sono ormai esaurite; nonostante un accordo raggiunto a luglio per accelerare le spedizioni verso l’Europa, la Cina ha mantenuto un controllo rigoroso sulle esportazioni, annunciando nuove restrizioni la scorsa settimana. Vavassori ha sottolineato che, sebbene questa industria sia di dimensioni contenute – con un valore inferiore ai 5 miliardi di dollari a livello globale – la sua influenza è tale da poter rallentare l’intera industria automobilistica mondiale. Sul fronte europeo, Maroš Šefčovič annuncia che le restrizioni cinesi saranno discusse al G7; l’Ue parla di “risposta coordinata”, ma resta prigioniera del paradosso: vuole difendersi da Pechino senza rinunciare ai suoi minerali.
Mr. Pfizer: il decoupling è impossibile. Il CEO di Pfizer, in un’intervista a Reuters, invita apertamente alla cooperazione con la Cina nel settore farmaceutico, riconoscendo che nel campo biotecnologico il decoupling non è strutturalmente fattibile: il sogno della dittatura sanitaria con a capo Xi Jinping è sempre più vicino?
I nuovi equilibri nell’Asia Centrale. Tra India e Mongolia si consolida un asse alternativo: l’incontro tra Modi e Khurelsukh Ukhnaa alla Hyderabad House sancisce un’intesa economica e infrastrutturale volta a ridurre la dipendenza da Mosca e Pechino; un tassello della nuova geopolitica del contenimento, dove i Paesi medi cercano margini d’autonomia in un mondo polarizzato.
Il Pakistan: la mia fissazione. In Pakistan, il leader del TLP Saad Rizvi finisce sotto inchiesta per riciclaggio di denaro; Dawn riporta che il caso potrebbe avere ramificazioni internazionali: il partito è da anni sotto osservazione per i suoi collegamenti con reti islamiste e finanziamenti opachi; si tratta del quarto partito del Paese ed il primo in Punjab: molte delle tensioni dell’area passano da questa organizzazione.















