Sono le 3 e mezzo di notte e in un casolare diroccato a Castel d’Azzano, in provincia Verona, alcuni uomini delle forze speciali dei carabinieri si calano dal tetto; altri irrompono da un ingresso secondario. A un tratto si sente un fischio, quello del gas che sibila da una bombola di aperta: i militari rompono le finestre per far uscire il gas, ma gli interni della casa ne sono già saturi e i pavimenti sono cosparsi di benzina; è una trappola. Ad aver aperto il gas è una donna che li stava aspettando: sorregge una molotov, usa l’accendino per bruciare la miccia e la lancia contro alcune bombole; a quel punto, quello che hanno visto i carabinieri e i pompieri all’esterno del casolare (una cinquantina in tutto coinvolti nell’operazione) è una vera e propria palla di fuoco che ha fatto esplodere dall’interno i muri dello stabile e fatto precipitare il tetto; a morire nell’esplosione sono 3 militari dell’Arma e, in tutto, 27 persone rimangono ferite, tra cui 13 carabinieri (due in terapia intensiva), 3 poliziotti e 9 vigili del fuoco. Quanto successo a Castel d’Azzano lo scorso lunedì notte sembra uscito da un film dei fratelli Coen e, invece, si tratta del più grave attentato contro militari e forze dell’ordine italiane dal tempo di Nassiriya; ad architettarlo sono stati gli agricoltori e allevatori Maria Luisa Ramponi, 60 anni (la donna con la molotov) e i suoi 2 fratelli Dino, 63 anni e Franco, 65. Il movente? Ne parleremo nella speciale edizione del Non Tg di oggi, dove, oltre a ricostruire tutto di questa strana tragedia, approfondiremo la storia dei tre fratelli Ramponi e cercheremo di capire anche tutti i risvolti sociologici e politici di questo “sfratto” finito male. Perché, come diceva Pasolini, i fatti di cronaca nera non sono mai solo fatti di cronaca nera: ma sempre “rivelazioni” di dinamiche politiche corrotte e in crisi.









