Il Marru
“Tra il 2019 e il 2024, la spesa per consumi delle famiglie è aumentata del 7,6%, a fronte di un’inflazione del 18,5%”: a certificarlo, ieri, è stata l’Istat; il saldo è di un bel -11% secco. A suo tempo, avevamo lanciato l’allarme: è come se ci avessero fregato a tutti la tredicesima, senza che nessuno si incazzi. In realtà, certifica l’Istat, non si sono limitati alla tredicesima: il 47,5% delle famiglie italiane ha ridotto la spesa per abbigliamento e calzature, il 40 per i viaggi e il 31 addirittura per il cibo. E, ovviamente, la batosta non è distribuita in modo omogeneo: la classe media ha subito una contrazione doppia rispetto al 20% delle famiglie più ricche; a Bolzano le famiglie spendono il doppio che in Puglia e, nonostante gli iPhone 17 e i soggiorni negli hotel a 5 stelle con i soldi degli italiani, le famiglie composte di soli italiani spendono in media oltre il 50% in più di quelle composte da soli stranieri. Un buon resoconto dell’ultimo rapporto dell’Istat si trova oggi a pagina 6 del Fatto Quotidiano, a firma Marco Palombi.

Al fianco, c’è un altro articolo interessante del sempre puntualissimo Nicola Borzi.

“Per l’auto italiana, manca poco al de profundis: la produzione nazionale è precipitata sotto i valori di 70 anni fa”; “Nei primi nove mesi del 2025, dalle fabbriche Stellantis della penisola, sono usciti oltre un terzo di veicoli in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”. “E l’anno scorso era già stato terribile”: 310 mila veicoli – un terzo della Francia, un tredicesimo della Germania, addirittura dietro all’Ungheria. Anche nel segmento dei furgoni è un bagno di sangue: quasi meno 25%.
Nel frattempo, dalla Germania arrivano notizie peggiori di ogni più cupa previsione: per agosto, riporta Bloomberg, gli analisti avevano previsto un aumento degli ordini per le fabbriche dell’1,2%; c’è stata una contrazione dello 0,8. E’ il quarto mese di contrazione consecutivo: a pesare, in particolare, la domanda estera; quella interna, con le centinaia di miliardi messi sul piatto da Merz per salvare l’industria tedesca, ha fatto la sua parte. Evidentemente, non basta; cosa significhi, lo ricorda il Washington Post: “Il costo dello stile di vita europeo (assistenza sanitaria, istruzione accessibile e una pensione dignitosa per tutti) non è più sostenibile”. “In tutta Europa, e in particolare in Francia, il conto si avvicina”: “Il costo di un modello di economia umanista, il cosiddetto stile di vita europeo, che offre assistenza sanitaria, istruzione accessibile e una pensione dignitosa a tutti attraverso un’elevata spesa sociale, sta diventando insopportabilmente alto”; “Sfide analoghe incombono nella vicina Germania, dove l’ economia è stagnante: dopo due anni consecutivi di declino, le aziende stanno tagliando posti di lavoro, le infrastrutture sono crollate e il governo sta preparando la popolazione a tagli tumultuosi”. Alla fine, la partita sta tutta qui: portare a compimento la controrivoluzione neoliberista, riportando i rapporti di classe indietro di 2 secoli.
Intanto la fuga dei capitali da USA e dollaro continua: l’oro ha superato, per la prima volta nella storia, quota 4 mila dollari l’oncia; come ricorda Bloomberg, solo due anni fa era sotto i 2.000 e, come riporta il Financial Times, “I mercati emergenti tornano a crescere con il più grande rally azionario degli ultimi 15 anni”. “Gli investitori stanno accaparrandosi asset in tutto il mondo in via di sviluppo, mentre il dollaro in calo e le valutazioni convenienti alimentano il più grande rally dei titoli azionari dei mercati emergenti in oltre 15 anni”: “L’indice di riferimento MSCI dei titoli azionari dei mercati emergenti è cresciuto del 28 per cento dall’inizio dell’anno, il guadagno maggiore nello stesso periodo dal 2009, mentre l’indice JPMorgan dei titoli di Stato venduti dai Paesi in via di sviluppo nelle loro valute è salito del 16 per cento, in una crescente ripresa da un decennio perduto all’ombra dei mercati statunitensi”; “Il rally dei titoli azionari dei mercati emergenti ha superato di gran lunga i guadagni delle economie avanzate: l’indice MSCI dei titoli azionari dei mercati sviluppati è salito di meno del 17 per cento dall’inizio dell’anno”, “Una sorprendente inversione di tendenza rispetto al decennio e mezzo precedente”.
Nel frattempo, riporta sempre il Financial Times, “Gli investitori internazionali stanno tornando sulla scena delle start-up cinesi, con una serie di piccole raccolte di capitali di rischio che segnano i primi segnali di disgelo per un settore colpito da tensioni geopolitiche e da una stretta sul settore tecnologico”. Mentre procedono spediti i lavori per l’approvazione definitiva del prossimo piano quinquennale cinese, il professor Zhu Ning della Shanghai Jiao Tong University Advanced School of Finance non ha dubbi: “Il mercato azionario di classe A (e cioè le aziende quotate in valuta locale) è destinato ad andare verso un lungo e lento periodo rialzista”.
Gab
Nella più classica delle tradizioni del cinema all’americana, prendi i soldi e scappa: così si potrebbe riassumere il piano di pace in venti punti articolato da Donald Trump; al solito, il presidente pasticcione ha fatto proclami di un imminente accordo nella Striscia, ignorando la volontà delle parti. Del suo progetto, tutto era fumoso: dalle tempistiche ai nomi degli ostaggi palestinesi da liberare; ora si attende che il suo inviato Witkoff parli in Egitto per fare ordine, con la solita diplomazia che gli è caratteristica (ricordiamo con piacere l’episodio in cui disse che i giornalisti libanesi avevano comportamenti animaleschi). Qui link per approfondire la notizia. Con lui anche il completamente disinteressato immobiliarista, miliardario, sionista e genero di Trump Kushner, che sicuramente sarà ottimo garante dell’imparzialità delle trattative (link qui).
Intanto, Israele se ne sbatte e tira dritto: ieri notte fermata la Freedom Flotilla in acque internazionali, ennesimo atto di pirateria. Ma ormai Tajani per Gaza e il Dipartimento di Stato USA per il Mar dei Caraibi ce l’hanno insegnato: il diritto internazionale vale fino a un certo punto. “L’occupazione israeliana commette di nuovo un crimine di guerra in acque internazionali. Non ci fermeremo… Il genocidio deve essere fermato e l’assedio rotto (…). Un comunicato stampa della campagna Thousand Madleens to Gaza ha detto che in un’ora tutte e nove le imbarcazioni sono state attaccate dall’esercito israeliano in acque internazionali: Abd Elkarim Eid, Alaa Al-Najar, Anas Al-Sharif, Gaza Sunbird, Leïla Khaled, Milad, Soul of My Soul, Um Saad e Conscience” (qui l’articolo di Daily Sabah).
Ieri era il sette ottobre ed entriamo ormai nel terzo anno di guerra calda nella Striscia di Gaza; la stampa internazionale, dopo un primo entusiasmo, inizia ad adottare toni più cauti sulla possibilità di un accordo Hamas-Israele (qui link), specie dopo che il gruppo palestinese ha aperto la possibilità di disarmo e scartato l’ipotesi che l’amministrazione fiduciaria della Striscia venga affidata a Tony Disastro Blair a seguito di un eventuale accordo. Strano, ma vero: i palestinesi non vogliono un’amministrazione fiduciaria coloniale britannica e, soprattutto, non vogliono che a gestirla sia il macellaio di Baghdad (qui link).
Soddu
La Cina come Smaug: arriva il dragone dorato. Negli ultimi mesi, la Banca del Popolo Cinese ha intensificato gli acquisti d’oro, estendendo una serie che dura ormai da quasi un anno e mezzo, con l’obiettivo di diversificare le riserve valutarie e contrastare le pressioni del dollaro; secondo dati ufficiali e analisti, questi acquisiti periodici avrebbero contribuito a spingere il prezzo spot dell’oro oltre i 4.000 dollari l’oncia, livello che pochi immaginavano fino a poco tempo fa. Il rafforzamento della domanda da parte delle banche centrali, combinato con una crescente incertezza geopolitica e monetaria, ha conferito all’oro un ruolo difensivo in portafogli internazionali; inoltre, la PBOC sembra puntare a stabilità a lungo termine piuttosto che a operazioni speculative, inserendo l’oro in un quadro di politica estera e finanziaria più ampio. Alcuni esperti sostengono che la Cina stia andando verso un “DeFi del dollaro”, posizionandosi come acquirente sistematico nei momenti di stress sui mercati globali; fonti esterne segnalano che l’oro potrebbe diventare sempre di più un asse centrale nella competizione finanziaria tra superpotenze, mentre la Cina cerca di rafforzare la credibilità della propria valuta e ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti del mercato valutario.
Relazioni India-UE: tra sfide, opportunità e negoziati in corso. Sul fronte geopolitico ed economico, l’India è ormai una pedina centrale nei piani dell’Unione europea, che mira a costruire relazioni strategiche più solide per contenere l’influenza cinese e diversificare le rotte commerciali, nonostante gli imbarazzi che Nuova Dehli crea alla cancelleria per via delle amicizie che frequenta; in ogni caso, recentemente si è svolto a Bruxelles il quattordicesimo ciclo di negoziati commerciali tra Ue e India, con delegazioni che discutono questioni cruciali come barriere non tariffarie, proprietà intellettuale, norme ambientali e cooperazione nei servizi. Martedì, inoltre, i deputati europei hanno discusso con il Consiglio e la Commissione su come intendono rafforzare i legami con l’India nell’ambito della nuova agenda strategica; tuttavia, le divergenze restano molteplici: l’India mantiene un forte ruolo del settore agricolo protetto, norme restrittive sugli investimenti esteri e standard regolatori diversi da quelli europei. Allo stesso tempo, l’Ue spinge affinché Nuova Delhi adotti criteri ambientali, standard digitali e normative sul lavoro maggiormente compatibili con quelli dell’Europa. Le due parti cercano punti di equilibrio attraverso concessioni reciproche su settori industriali chiave come automobili, farmaceutica e tecnologie verdi: in prospettiva, se si dovesse concretizzare un accordo ambizioso, l’India e l’Ue potrebbero favorire una zona di prosperità condivisa che unisca investimenti strategici, partenariati tecnologici e cooperazione climatica. Tuttavia, il cammino è pieno di ostacoli: la pressione politica interna di protezionismo, l’eterogeneità dei sistemi normativi e le influenze di terzi attori, come gli Stati Uniti, rendono l’intesa incerta; il successo dipenderà dalla capacità diplomatica di trovare compromessi realistici che vadano oltre slogan e interessi nazionali.
Starmer in India: missione commerciale con prudenza sui visti. Ci spostiamo dal vicino non euroscettico, ma pur sempre europeo: il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha intrapreso una visita ufficiale in India, accompagnato da una vasta delegazione composta da rappresentanti dell’industria, delle università e delle istituzioni culturali; l’obiettivo dichiarato è rafforzare i legami bilaterali e promuovere l’attuazione del recente accordo commerciale tra Regno Unito e India, siglato nell’estate 2025. Starmer ha affermato che la missione si concentrerà su commercio, investimenti e collaborazione tecnologica e nulla più.
Durante la tappa a Mumbai, Starmer ha avuto un incontro con il primo ministro indiano Narendra Modi per discutere temi chiave come riduzione dei dazi su beni britannici, cooperazione nella sicurezza, trasferimento tecnologico e sostenibilità; il trattato, già previsto per entrare in vigore nel corso del prossimo anno, potrebbe rivoluzionare le esportazioni britanniche verso l’India, specie in settori come bevande alcoliche, mezzi di trasporto e beni di consumo. Un nodo cruciale nella missione avrebbe dovuto riguardare la mobilità delle persone: pressioni da parte di associazioni industriali britanniche chiedevano maggiori aperture sui visti per attrarre talenti indiani, ma Starmer ha escluso che il tema faccia parte dell’agenda; ciò può essere visto come una mossa politica interna delicata, considerando l’attenzione all’immigrazione e della sua percezione nel panorama britannico, scossa da violente proteste xenofobe. Restano sul tavolo anche questioni più complesse, come la posizione dell’India nei conflitti internazionali e le foto di famiglia che spaventano l’anglosfera e potrebbero costituire terreno di confronto nei colloqui con Modi.











