Ma è vero che oggi stiamo vivendo una nuova Guerra Fredda? Il paragone viene spesso discusso da grandi media e opinionisti, anche se tracciare una corrispondenza con la Cold War non è semplice; certo, alcune similitudini ci sono, come la contrapposizione anche ideologica tra Occidente e Russia, tra Stati Uniti e Cina, così come si osserva la tendenza di queste potenze a evitare scontri diretti in un continuo alternarsi di escalation e de-escalation nei toni e nelle comunicazioni diplomatiche. Ci sono ovviamente anche delle grandi differenze: l’URSS e il Patto di Varsavia si sono sciolti da un pezzo e ormai la divisione tra due blocchi contrapposti, comunismo e capitalismo, sembra superata: ma, allora, qual è la risposta? Siamo in una nuova Guerra Fredda o no? Per tentare di rispondere a questa domanda, occorre mettere insieme il puzzle degli equilibri geopolitici in un periodo-chiave della Guerra Fredda, con l’imposizione della strategia di Henry Kissinger ai vertici di Washington: a partire dalla fine degli anni sessanta, gli Stati Uniti con Kissinger si convincono che l’Unione Sovietica sia un nemico imbattibile, con il quale si deve trovare un equilibrio di potere; con la parità nucleare raggiunta tra le due superpotenze, non si tratta più di pensare ad una guerra con i sovietici, ma di trovare una sorta di accordo strategico. Come Kissinger disse, decenni dopo, “La meta della nostra epoca deve raggiungere tale equilibrio [tra opposti], tenendo al contempo a freno i mastini della guerra. E dobbiamo farlo nel bel mezzo della corrente impetuosa della storia”. [Henry Kissinger, World Order]
Congelata la Guerra Fredda, le guerre (quelle vere) si fanno in altre parti del mondo e Kiss Kiss Kissinger non se ne fa mancare una: proxy war, colpi di Stato, destabilizzazioni regionali, interventi della CIA, squadroni della morte, sostegno alle dittature, conditi da numerosi crimini contro l’umanità, sono le nuove armi della guerra USA per destabilizzare i Paesi che non vogliono allinearsi e difendere i propri interessi egemonici. In questo video, scritto da Valentina Morotti, Michele e Simone Rossi, insieme al collettivo Ottosofia, esploreremo gli scenari caldi della Guerra Fredda tra gli anni sessanta e settanta, scoprendo forse alcuni punti di contatto significativi con la situazione odierna. Prima di procedere con questo film dell’orrore, non dimenticare di mettere un like e condividere questo video: aiutaci a diffondere il canale di approfondimento storico e filosofico di Ottosofia!
Dagli anni Sessanta, la Guerra Fredda entra in una nuova fase: nello scontro fra i due blocchi, l’Unione Sovietica si conferma il nemico assoluto, ma pur sempre riconosciuto come grande nazione con cui confrontarsi ad armi pari, incluso l’arsenale atomico, soprattutto dopo l’esplosione, il 30 ottobre del 1961, della potentissima bomba Zar di fabbricazione sovietica. La forza distruttrice delle due superpotenze era ormai in equilibrio, così come era bilanciato il confronto in territorio europeo e globale; ad ogni azione, doveva corrispondere una reazione uguale e contraria: è su questo palcoscenico di potere, fondato su funamboli ed equilibristi politici, che un uomo, giunto nella stanza dei bottoni di Washington, spariglierà le carte trasformando profondamente la politica estera americana. Figlio di una famiglia ebraica che viveva in una piccola città bavarese, il giovane Kissinger sfugge alle persecuzioni naziste scappando nel 1938 prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti; studente brillante e instancabile, Heinz Kissinger cambia dopo pochi anni il proprio nome in Henry, facendosi assimilare rapidamente dalla società statunitense. Dopo aver prestato servizio nella seconda guerra mondiale, complici gli ottimi risultati ad Harvard e una potente connessione con il think tank Council of Foreign Relations e i Rockefeller, Henry Kissinger si butta in politica: supporta la campagna elettorale di Nixon del ‘68, diventando poi suo fidato collaboratore e occupando, nel 1973, la poltrona di Segretario di Stato degli Stati Uniti; Kissinger uscirà indenne persino dallo scandalo Watergate, rimanendo in sella fino alla presidenza Ford nel 1977.
Il promettente collaboratore di Nixon avrà modo di mettere in pratica idee dirompenti, già illustrate in alcuni suoi articoli e saggi: il primo caposaldo della politica internazionale kissingeriana è la ricerca di stabilità a ogni costo, che passa da un dialogo costruttivo con l’odiata Unione Sovietica. Ovviamente, non bisogna confondere la ricerca di stabilità con la ricerca di pace. Kissinger, sul punto, non ha dubbi: la stella polare dell’azione politica non è la giustizia globale o la difesa dei diritti umani, ma l’equilibrio da costruire, di volta in volta, nei rapporti di forza esistenti tra le maggiori potenze: questo elemento rimarrà centrale anche tempo dopo, quando, intervistato da La Stampa, afferma che “I sovietici devono mettersi in testa di decidere se vogliono una sincera coesistenza o se vogliono continuare a condurre una politica la cui obiettiva conseguenza è il tentativo di minacciare l’equilibrio del mondo non comunista. Se prendono una decisione positiva, dovremo andar loro incontro a metà strada” [Henry Kissinger, Intervista a La Stampa]. Il riconoscimento dell’Unione Sovietica come interlocutore paritario, ovviamente, non deve impedire a Washington di intervenire con qualche colpo sotto la cintura, o, più tecnicamente, con guerre limitate: “Un Paese che non vuole rischiare di iniziare guerre localizzate per paura che queste possano portare a una guerra totale”, scrive Kissinger, “alla resa dei conti non avrà altra scelta che arrendersi” [Henry Kissinger, The necessity for choice]. Le guerre limitate, per Kissinger, rappresentano l’evoluzione strategica naturale dell’introduzione della bomba atomica negli arsenali delle grandi potenze: sono interventi mirati a destabilizzare alcune aree circoscritte del globo; avviando queste guerre delimitate nel tempo e nello spazio, gli Stati Uniti avrebbero potuto al contempo dissimulare il loro diretto coinvolgimento e mantenere una solida reputazione internazionale presso i Paesi alleati.
La messa in pratica di questa strategia non si fa attendere: il primo atto rilevante sul piano internazionale dell’amministrazione Nixon è il bombardamento segreto della Cambogia nel marzo del 1969: 50mila morti civili seguendo l’ordine di Kissinger “Sparate a qualsiasi cosa si muova”. La guerra in Vietnam si stava trasformando in un’ecatombe per Washington, che incontrava al contempo un’opposizione interna sempre più robusta: la contrarietà all’appoggio a Saigon nel 1967 coinvolgeva la metà dei cittadini americani, e forse anche per questo il bombardamento della Cambogia, rimasta fino a quel momento neutrale, venne mantenuto segreto per volere di Kissinger; è sempre lui, del resto, a sostenere con sempre maggior fermezza una vietnamizzazione del conflitto, addestrando sul posto le truppe sud vietnamite contro i Viet Cong. Come detto, le guerre limitate, per Kissinger, si devono portare avanti con cautela, senza compromettere la reputazione del Paese che le intraprende, e un progressivo disimpegno americano in Vietnam andava precisamente in questa direzione. La buona reputazione è un altro dei fronti su cui si combatte la nuova guerra fredda, e il buon Kissinger lo sa tanto bene che, nel 1973, riesce addirittura a farsi assegnare il premio Nobel per la pace! L’estrema segretezza e centralizzazione delle operazioni belliche circoscritte è un tratto che caratterizza l’era Kissinger anche nella forma delle decisioni politiche: innumerevoli interventi, specie a partire dal 1973, con Kissinger Segretario di Stato, vengono intrapresi nella massima riservatezza da ministero degli Esteri e Studio Ovale, mettendo il Congresso USA – e spesso, addirittura, il Dipartimento di Stato – davanti al fatto compiuto; d’altronde, egli stesso, si dice, soleva scherzare sul suo modo leggero di considerare il diritto e la legge, affermando che “L’illegale lo facciamo subito. Per l’anticostituzionale ci vuole un pochino di più” [Henry Kissinger, Attribuita]. Guerre circoscritte, segretezza, centralizzazione e mantenimento della reputazione internazionale, quindi, sono i pilastri su cui si fonda la politica di Kissinger, insieme alla capacità – come detto – di leggere la geopolitica fuori da schemi etici, individuando, di volta in volta, le potenze da coinvolgere e le alleanze da indebolire a vantaggio della supremazia statunitense.
Oltre a osteggiare apertamente l’idea di un rafforzamento e di un’unificazione europea, che, sul lungo periodo, avrebbe potuto liberarsi dalla stretta di Washington, Kissinger coglie l’importanza della Cina comunista come nuovo attore nello scenario internazionale e, ovviamente, come possibile strumento da usare in funzione anti-sovietica incrinando la nascita di un blocco socialista che unificasse l’Eurasia: nasce così una strategia geopolitica che ha fatto scuola negli USA, chiamata diplomazia triangolare. L’idea di base è semplice: minare alle fondamenta i Paesi non allineati per poi usare i buoni rapporti con Mosca per far pressione sulla Cina e costruire relazioni stabili con Pechino per mettere alle strette l‘URSS. L’occasione di allacciare rapporti con la Cina maoista arriva a giugno del 1969, quando, dopo almeno 10 anni di attriti tra i due Paesi, la conferenza dei partiti comunisti guidata da Mosca cerca di isolare Pechino; Washington risponde in un baleno, infilandosi tra le crepe che si andavano allargando tra URSS e Cina, tanto sul piano ideologico quanto su quello militare, aggravate da piccoli scontri di frontiera. I rapporti con Mao si intensificano: pare che Kissinger, a riguardo, abbia affermato “Gli Stati non hanno né amici permanenti né nemici permanenti. Hanno solo interessi” [Henry Kissinger, Attribuita]. Se pure questa frase non fosse sua, gli starebbe decisamente bene; infatti, è lui ad aprire le danze recandosi a Pechino nel 1971 per ben due volte: prima in segreto (ci mancherebbe!) e, solo successivamente, con una visita ufficiale a ottobre.
Segue a ruota Nixon, con un viaggio istituzionale nel 1972, corroborando quello che ancora oggi è considerato il capolavoro politico di Kissinger: l’ingresso della Cina tra i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU al posto di Taiwan, nel 1971. L’inclusione della Repubblica Popolare Cinese tra le cinque maggiori potenze mondiali dell’epoca permette al Segretario di Stato americano di giocare su più tavoli, stringendo – come detto – legami commerciali e politici tanto con Pechino quanto con Mosca; d’altra parte, la collaborazione mai interrotta con l’Unione Sovietica porta l’amministrazione Nixon a siglare due tra i più importanti accordi di non proliferazione nucleare sul suolo europeo, cioè i SALT I e SALT II, che entrano in vigore dopo una complessa mediazione iniziata a Helsinki nel 1969 e conclusa nei primi anni Settanta. Ovviamente, come per le aperture a Pechino, l’obiettivo di Washington non coincide con l’incremento della sicurezza in Europa, né con l’afflato terzomondista di dare più voce al più grande Paese semicoloniale dell’Estremo Oriente: si tratta di cruda realpolitik; non potendo imporre la propria egemonia militare all’Unione Sovietica, ragiona Kissinger, gli Stati Uniti non hanno altra via che quella di sparigliare le carte e avvelenare i pozzi tra le possibili alleanze avversarie nel modo più discreto e felpato possibile. E’ in questa chiave che possiamo leggere non solo la vietnamizzazione della guerra contro Hanoi o le aperture filo-cinesi in funzione anti-sovietica, ma anche tutta una serie di interventi indiretti nei Paesi non-allineati.
Quando, nel 1973, Salvador Allende viene rovesciato da un colpo di Stato orchestrato dalla CIA, per esempio, è difficile non leggervi un ulteriore tassello della nuova strategia USA per spezzare possibili convergenze tra Paesi socialisti, tassello rinforzato dagli incontri tra Kissinger e il dittatore fascista Pinochet negli anni successivi. Stessa musica in Sud Africa, con il tacito appoggio di Washington al regime dell’Apartheid del 1976 in funzione anti-comunista, per evitare che l’area cadesse sotto il controllo delle neonate repubbliche socialiste di Angola e Mozambico. Nemmeno il Medio Oriente si salvò dalle politiche di destabilizzazione messe in atto dall’amministrazione Nixon-Kissinger: come ricorda Simon Tisdall sul Guardian “Quando il Pakistan orientale, oggi Bangladesh, si separò dal Pakistan nel 1971 con violenze su larga scala, Kissinger non mancò la sua approvazione a Islamabad nonostante le prove, portate dai suoi stessi diplomatici, di genocidio commesso dalle truppe pakistane. In alcune registrazioni emerse dopo gli eventi, si avverte Kissinger sogghignare verso coloro che si sentivano ‘affranti per i bengalesi morti’” [Simon Tisdall, The Guardian, 02/12/2023]. Lo stesso ghigno di approvazione, immaginiamo, che segnò il volto di Henry Kissinger con l’appoggio statunitense all’invasione di Timor Est da parte dell’Indonesia nel 1975, avendo sempre come obiettivo la destabilizzazione dell’area in funzione anti-comunista: un’occupazione, che si protrarrà fino al 1999, segnata da due anni di massacri, esecuzioni sommarie, rapimenti, stupri e pulizie etniche da parte delle forze indonesiane; militari che, col supporto anglo-statunitense, non esiteranno ad affamare la popolazione locale causando 160mila vittime civili tra il 1975 e il 1979.
In conclusione, la strategia di Kissinger è stata fondamentale per assicurare agli USA una nuova forma di controllo globale dalla fine degli anni sessanta fino agli anni ‘80: non avendo le carte in mano per imporre il dominio militare e politico su scala globale, Washington sceglie interventi mirati in aree semi-periferiche allo scopo di destabilizzare quelle regioni, per poi inserirsi in un gioco diplomatico su più tavoli con le principali potenze. Se vogliamo rispondere alla domanda da cui siamo partiti, ovvero “Oggi ci troviamo in una nuova guerra fredda?”, non possiamo ignorare la complessità e la portata delle politiche occidentali in quel periodo storico; dobbiamo, invece, intensificare la ricerca sui loro ideatori – come Kissinger – che, al di là dei nomignoli (diplomazia triangolare, della navetta, del ping-pong), quelle politiche non solo le hanno progettate, ma pure applicate con efficacia ed estrema freddezza e determinazione. Se ti è piaciuto questo video e vuoi aiutarci nel nostro lavoro di ricerca e divulgazione storica, non dimenticarti di iscriverti al canale, attivare tutte le notifiche e seguirci anche sui nostri social e dal sito www.ottolinatv.it; puoi anche aderire alla nostra campagna di sottoscrizione ai link che trovi in descrizione al video per costruire insieme un vero e proprio media che dia voce al 99%.









