Scooppone! L’intelligenza artificiale non serve a un cazzo: petrolieri nel panico.
Che c’azzecca? Andiamo per gradi. Financial Times, martedì 9 settembre: Le grandi compagnie petrolifere tagliano posti di lavoro e investimenti a causa dei prezzi bassi del greggio”; “I licenziamenti rappresentano un allarme rosso per il settore e “i dirigenti si preparano a una recessione che potrebbe durare anni”. La cura dimagrante del settore energetico, sottolinea il Financial Times, starebbe avvenendo “al ritmo più veloce dal crollo del mercato dovuto al coronavirus”: “migliaia di posti di lavoro sono stati tagliati in tutto il settore”, a partire da colossi come “Chevron e BP”. L’obiettivo è continuare a garantire i dividendi degli azionisti attraverso “risparmi aggiuntivi per decine di miliardi di dollari”; “i piani di spesa sono stati ridimensionati”, molti progetti “sospesi”, e molti asset “messi in vendita”.
Una scelta obbligata: rispetto al picco del novembre 2024, Chevron ha perso oltre il 16%, Exxon Mobil oltre il 20 e ConocoPhillips oltre il 26. Per evitare di vedere i capitali fuggire in massa e le azioni crollare del tutto, una bella cura dimagrante è l’unica opzione, soprattutto perché siamo solo all’inizio: l’OPEC+ infatti “negli ultimi 5 mesi è passata da una strategia di contenimento della produzione e di sostegno dei prezzi, a una di riconquista di quote di mercato”; l’obiettivo è distruggere i “rivali con costi più elevati negli Stati Uniti e in altre nazioni non OPEC”. Il risultato, ad oggi, è che il Brent, dal picco degli 82 dollari a gennaio, ora è a 66, ma secondo Wood Mackenzie, società di consulenza globale leader nell’analisi dei mercati energetici e delle materie prime, “scenderà sotto i 60 dollari al barile all’inizio del 2026 e vi rimarrà alcuni anni” e “a meno di 60 dollari, nessuna delle grandi compagnie petrolifere occidentali può coprire i propri piani di investimento, i dividendi e i riacquisti di azioni proprie che gli investitori si aspettano”. Sempre secondo Wood Mackenzie, nel 2025, per la prima volta dal 2020, gli investimenti in beni durevoli diminuiranno di oltre il 4% e il mese scorso, l’Energy Information Administration degli Stati Uniti ha affermato che questo calo degli investimenti porterà a un calo della produzione negli USA “per la prima volta dal 2021”. L’amministratore delegato di ConocoPhillips, Ryan Lance, ha dichiarato che entro Natale resteranno a casa oltre 3 mila dipendenti, uno su 4, e I tagli iniziati già da febbraio in casa Chevron potrebbero arrivare a costare in tutto 8 mila posti di lavoro: altro che Drill Baby Drill…
La love story tra Forrest Trump e lobby fossile è cosa nota: Harold Hamm di Continental Resources si è guadagnato, a suon di donazioni milionarie, un posto al fianco di The Donald già dalla festa a Mar-a-Lago di novembre, dove festeggiavano i dati elettorali mano a mano che arrivavano e, dal suo insediamento, Trump ha fatto di tutto per farlo felice. Quando è stato il momento di nominare il Segretario all’Energia, la scelta è andata direttamente a un altro petroliere come Chris Wright e, da allora, è stato tutto un regalo: come ricordava ieri il Wall Street Journal “L’amministrazione Trump sta aprendo ampie zone di terre selvagge e acque federali alle trivellazioni”, sta “approvando nuovi terminali per l’esportazione di gas naturale e proponendo di eliminare le normative ambientali”. Evidentemente non basta, ed ecco, allora, che la buttano sull’allarmismo: “Il problema”, sottolinea sul Financial Times una fonte non proprio imparziale come l’amministratore delegato di Marauder Capital, un gruppo di private equity specializzato nel settore, “è che la nostra produzione nazionale di petrolio potrebbe non essere più sufficiente quando il Paese ne avrà bisogno in futuro”.
Ed ecco, così, che si arriva all’Intelligenza Artificiale: se il dominio dell’AI è il fattore che determinerà chi saranno i nuovi Padroni del Mondo, bisogna assolutamente fare in modo che ci sia tutta l’energia che serve per alimentarlo. Cosa comporti, in termini di consumi, la guerra per il predominio nell’AI è presto detto: se i server del vecchio internet andavano a CPU, quelli per costruire i grandi modelli usano le GPU, che solo 5 anni fa consumavano 300W l’una; oggi 1000 e le prossime, si stima, 2000, come un grande forno elettrico ventilato casalingo acceso h24 per 365 giorni l’anno. Dentro un solo server ce ne vanno 8; dentro un rack, ci vanno 10 server. Risultato: il più grande datacenter tradizionale al mondo è considerato lo Yotta NM1, vicino a Mumbai; ci sono oltre 7 mila rack e, per alimentarlo, servono 50 MW, quanto una cittadina da 100 mila abitanti in un paese sviluppato. Il progetto più grande di datacenter AI in discussione al momento, invece, è quello di Vantage in Texas e, per alimentarlo, serviranno 1,4 GW, quanto una metropoli da 2 milioni e mezzo di abitanti.
D’altronde, per costruire qualcosa che assomiglia a Dio mica puoi badare a spese, perché – come sottolinea l’Economist – la bolla AI è così che viene alimentata: con l’idea che si possa creare qualcosa non che è intelligente come un uomo, ma che è tipo Dio, ma digitale. Ma a qualcuno sta venendo qualche dubbio: secondo l’Economist, infatti, “la fede nei grandi modelli linguistici simili a Dio sta diminuendo”. L’Economist sottolinea come, tra gli operatori del settore, sia in voga un’analogia con l’industria degli smartphone: “I primi giorni di chat GPT sono stati rivoluzionari come il lancio dell’iPhone di Apple nel 2007”, ma ultimamente “i progressi dell’AI, più che a vere innovazioni, hanno iniziato ad assomigliare a noiosi aggiornamenti dei telefoni”; ed ecco, così, che GPT-5, l’ultimo modello di Open AI, “ha generato ancora meno entusiasmo di quello che si presta ad accogliere il prossimo 9 settembre l’iPhone 17“.
Gli LLM, i large language model, i modelli che dovevano trasformare una tecnologia in Dio, appunto, “non stanno mantenendo le promesse” e, nel mondo aziendale, si fanno strada “alternative più piccole e agili”: “Questi cosiddetti modelli di linguaggio di piccole dimensioni (SLM)”, sottolinea ancora l’Economist, “sono più economici degli LLM multiuso, la cui intelligenza divina può sembrare superflua”. Secondo alcuni test, in diversi ambiti, il piccolo modello Nvidia Nemotron Nano supera le performance del modello rilasciato da Meta in aprile, che è 40 volte più grande e, in generale, “I modelli più piccoli di oggi sono molto più capaci dei modelli più grandi dell’anno scorso” e “Quest’anno, si prevede che la domanda aziendale per questi modelli crescerà a un ritmo doppio rispetto a quella degli LLM”. Nvidia Research a giugno ha pubblicato un articolo dove affermava con decisione che “i modelli linguistici piccoli, piuttosto che grandi, sono il futuro dell’intelligenza artificiale”; la differenza è che i modelli grandi vengono ospitati da fornitori di servizi cloud, e nei loro colossali datacenter. Quelli piccoli possono essere gestiti in loco, e possono usare le CPU invece delle GPU. Risultato: “possono essere da dieci a trenta volte più economici da gestire”.
Per le oligarchie USA è un bel problema: intorno all’AI c’è una bolla speculativa che, in confronto, quella delle dotcom di fine anni ‘90 era una giacchettata. Come ricordava sempre l’Economist ieri in un altro articolo, “Dall’uscita di Chat GPT nel 2022, il valore del mercato azionario americano è aumentato di 21 trilioni di dollari”, più di quanto non capitalizzino tutte le borse europee messe assieme (e neanche di poco) e “Solo 10 aziende, tra cui Amazon, Broadcom, Meta e Nvidia, rappresentano il 55% di questa crescita”. E non solo: “Nella prima metà dell’anno”, insiste l’Economist, “il boom degli investimenti IT ha rappresentato l’intera crescita del PIL americano; dall’inizio dell’anno, un terzo dei capitali di rischio occidentali è andato alle aziende di intelligenza artificiale”. Il problema è che mentre andavano alla ricerca di Dio, si sono scordati di fare di conto e, come sottolinea UBS amareggiata “la generazione di fatturato fino ad oggi è stata deludente”, esattamente come successe agli albori di Internet con la bolla delle dotcom. All’epoca, internet avrebbe dovuto rivoluzionare tutto: i capitali accorsero in quantità spropositata, ma non esistevano modelli di business sostenibili; le aspettative messianiche e i conti concreti andavano in direzione opposta. E la bolla esplose! “Un recente studio condotto da ricercatori del Massachusetts Institute of Technology”, sottolinea l’Economist, “conclude che il 95% delle organizzazioni sta ottenendo zero rendimenti dagli investimenti nell’intelligenza artificiale generativa”; “Se Dio non dovesse arrivare”, conclude l’Economist, “la caduta sarà brutale” e rischia di portarsi dietro anche l’industria dell’energia (e far definitivamente saltare tutto per aria).
La Golden Age promessa da The Donald, infatti, fa fatica a procedere: come ricorda l’economista Sheremeta Romana su X, infatti, “Con oltre 300 milioni di abitanti, gli Stati Uniti storicamente hanno creato circa 150.000 posti di lavoro al mese, più o meno in linea con la crescita demografica”; “A maggio si sono registrati solo 19.000 nuovi posti di lavoro, il dato più basso da decenni al di fuori della pandemia. Giugno: -13.000, catastrofico. Luglio: 79.000, di nuovo ai minimi storici”. “La risposta? Licenziare il capo dell’Ufficio di Statistica del Lavoro e nominare un sostituto fedele. Non è servito a nulla. Il nuovo capo ha riportato solo +22.000 ad agosto, e ha rivisto al ribasso ulteriormente giugno e luglio. Le perdite maggiori? Il settore manifatturiero. Proprio dove i dazi avrebbero dovuto “riportare posti di lavoro”. “La scusa? Stiamo costruendo un numero record di fabbriche. Eppure anche l’edilizia è in calo”.









