L’Italia del Partito Unico della Guerra e degli Affari non fa che prendere continuamente schiaffi da Washington e da Bruxelles, ma l’impotenza del Belpaese sembra, molto spesso, una scusa; 40 anni di controrivoluzione neoliberista non sono bastate a radere completamente al suolo quegli elementi strutturali che in passato hanno fatto dell’Italia una potenza industriale e un Paese ricco e dinamico: da una parte, una delle Costituzioni più lungimiranti mai scritte (per quanto, in buona parte, svuotata) rappresenta ancora l’opportunità di organizzarsi per conquistare politicamente istituzioni che continuano ad avere prerogative ampie e significative; dall’altra, lo Stato continua ad essere direttamente coinvolto in pezzi consistenti dell’economia. Da Poste a ENI, da ENEL a Leonardo, da Terna a Fincantieri, lo Stato italiano detiene ancora oggi il controllo di pezzi dell’economia sufficienti a sostenere una politica industriale di tutto rispetto; se non lo fa, al netto di tutte le difficoltà, non è perché non può, ma perché il fine politico del Partito Unico non è reagire (ed, eventualmente, addirittura ribaltare) al declino. Ripartire dal ruolo che lo Stato continua a mantenere nell’economia reale – nonostante 40 anni di controrivoluzione – per tornare a progettare concretamente il proprio futuro, non è solo possibile: è necessario! Ne abbiamo parlato con il nostro Alessandro Volpi in questo nuovo, imperdibile episodio di Pane e Volpi.










È lunga la strada e stretta la via se non interverranno trasformazioni profonde in campo internazionale che illumineranno il cammino.
ma i bei piani quinquennali?