Fare leva sui conflitti strutturali tra l’egemone statunitense e gli alleati/vassalli e disinnescare la mentalità da guerra fredda: vista dall’Asia, la strategia adottata da Pechino nell’era del Trump 2.0 sembra decisamente più definita. Il capitalismo dell’Asia americana si è sviluppato attorno a un paradigma sviluppista e produttivista, dove la finanza mantiene un ruolo secondario e dove i grandi oligopoli nazionali permeano l’intera vita economica e mantengono ampi margini di autonomia nei confronti dei monopoli finanziari a stelle e strisce; a partire dalla grande crisi asiatica di fine anni ‘90, la Cina si è sempre più imposta come il centro nevralgico dell’intera economia regionale, che si è andata affermando come il nuovo centro del capitalismo produttivo globale. Abituati alla totale subalternità degli alleati europei, gli USA continuano ad illudersi che basti aumentare il livello delle minacce per radere al suolo questa complessa e inestricabile rete di relazioni economiche e commerciali, ma potrebbero aver decisamente sbagliato i calcoli; o, almeno, questo è quello che sembra pensare un pezzo importante della dirigenza cinese che è impegnata a presentarsi ai vicini asiatici come la garante di un ordine internazionale in grado di rafforzare la centralità dell’Asia e, allo stesso tempo, di emanciparsi gradualmente dai meccanismi predatori della finanza dollaro-centrica. Svuotare l’impero dall’interno per modificare i rapporti di forza in modo radicale prima che l’impero abbia avuto il tempo di ricorrere a tutta la forza del suo apparato militare: questa sembra essere la scommessa di Pechino e l’unica speranza concreta che abbiamo di assistere all’inevitabile transizione a un nuovo ordine multipolare senza dover affrontare una guerra mondiale termonucleare che potrebbe mettere fine alla civiltà umana. Ne abbiamo parlato con due dei nostri economisti preferiti di sempre: una vecchia conoscenza degli ottoliner come Nadia Garbellini e un esordio che ci riempie di gioia e anche di orgoglio! In collegamento dall’Australia, il mitico Joseph Halevi, da oltre 40 anni una delle principali icone dell’economia eterodossa italiana e non solo.











Molto interessante,
noto però come esista e persista, anche dove meno ce lo aspettiamo il ben noto sguardo paternalistico sul sudamerica. Alla domanda di Nadia sulla situazione in Sudamerica, il professor Alevi ha risposto che il Sudamerica, sin dai tempi di Bolivar soffre degli stessi vizi: corruzione, immobilismo, mancanza di propensione politica, ecc.
Una visione fatalista che riporta ai più logori cliché del sudamericano pigro e indolente.
Il sudamerica non può che trovarsi in questo stato perchè è iscritto nel suo Dna.
Ricordiamo che in Argentina ci sono stati i governi Macri e ora il governo Milei che hanno e stanno demolendo lo stato, la sua economia e la sua società. Ho l’impressione che Milei venga spesso visto più come un personaggio folkloristico, uno dei tanti filibustieri sudamericani, e non come un fervido agente del sionismo-trumpismo.
L’Argentina era entrata nei BRICS, l’ultima tranche del debito sotto il governo Fernandez fu pagata in Yuan.
Il Sudamerica è schiacciato da secoli di dominazione colonialista e lo è tutt’ora.
In un’analisi di questo tipo non si può liquidare tutti come un fatto di costume senza considerare le lotte, le resistenze, il dominio USA e delle oligarchie locali.
Inoltre, la Cina è presente eccome in Sudamerica: quel po’ di ferrovie che ancora resistono in Argentina le dobbiamo alla Cina.
La Cina sta aprendo un porto commerciale gigantesco in Perù.