Per mesi, Trump ha promesso di spezzare le catene dell’impero globalista: dazi, industria, energia, armi, America First, la Fed costretta ad abbassare i tassi, il dollaro piegato alle esigenze del Make America Great Again; e, se qualcuno non capiva, un po’ di hard power per ricordare al mondo chi comanda. Poi è arrivato l’Iran: Epic Fury doveva essere la prova di forza definitiva, il momento in cui Trump rimetteva in riga alleati, nemici, mercati e capitali. E, invece, qualcosa si è rotto; la guerra si impantana, i capitali ricominciano a guardarsi intorno e alla Fed succede l’impensabile: Powell se ne va, arriva il trumpiano Kevin Warsh, ma la musica non cambia. Tassi alti, inflazione al 2%, linea dura: esattamente quello che faceva Powell, solo che, stavolta, Trump tace. Perché? Perché Trump ha perso; non contro i democratici, non contro i giudici, non contro qualche oscuro complotto dello Stato profondo. Ha perso contro il vero centro dell’impero americano: la finanza in dollari. Con Marcello Spanò proviamo a capire perché gli Stati Uniti non sono semplicemente un grande debitore pieno di problemi, ma una potenza creditizia in declino; una potenza che domina perché il mondo continua a indebitarsi, risparmiare e investire dentro la sua infrastruttura finanziaria: dollaro, treasury, Fed, Wall Street, NASDAQ, fondi, collaterali e finanza ombra. Trump vorrebbe rifare grande l’America, ma se fa tremare il dollaro, fa tremare l’impero; e, allora, Warsh, alla fine, deve fare Powell e Trump deve incassare.









