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Tag: Asia

Petroliere in fiamme e basi senza difesa: è arrivata la fine del dominio USA in Medio Oriente?

Dopo 3 settimane di attacchi USA alle installazioni militari di Ansar Allah, “quei quattro beduini” – come li ha definiti in un commento qualche suprematista sulla nostra bacheca – sono talmente devastati che venerdì notte, nell’arco di poche ore, hanno prima colpito in pieno una petroliera del colosso del commercio di materie prima Trafigura e poi hanno preso di mira una nave da guerra della coalizione costringendola, per l’ennesima volta, a spendere qualche milione per intercettare un’arma che ne costa poche decine di migliaia; e il vero weekend di paura doveva ancora iniziare: domenica infatti, per la prima volta dall’inizio della fase terminale del genocidio di Gaza, a lasciarci le penne sono stati direttamente 3 soldati USA, con altri 34 che non se la passano esattamente benissimo, diciamo.

John Helmer

E la conta delle vittime è il problema minore: come scrive il leggendario giornalista ed analista statunitense trapiantato a Mosca John Helmer sul suo blog, l’attacco della fazione irachena dell’asse della resistenza alla Tower-22 giordana sta alla credibilità delle forze armate USA come l’operazione diluvio di Al-Aqsa sta a quella dell’intelligence israeliana : “L’attacco” scrive “dimostra che sia la postazione di Tower-22 che l’intero complesso militare di Al-Tanf, sia sul lato giordano che su quello siriano, sono vulnerabili alle armi che le forze statunitensi non sono riuscite a rilevare e neutralizzare. Come è altrettanto vulnerabile anche l’imponente base aerea statunitense di Muwaffaq Salti, 230 chilometri ad ovest in territorio giordano”. Helmer, inoltre, racconta che le sue fonti all’interno delle forze armate USA ci vedono anche lo zampino russo: le basi statunitensi dell’area, infatti, “generalmente” scrive Helmer “affidano la loro difesa a sistemi C-RAM” che sta per Counter rocket, artillery, and mortar e, sostanzialmente, descrive l’insieme di sistemi utilizzati per rilevare e/o distruggere razzi, artiglieria e colpi di mortaio in arrivo prima che colpiscano i loro bersagli a terra o, perlomeno, in grado di fornire un’allerta precoce, sistemi che – sottolinea Helmer – “sono stati inviati in Ucraina a partire dall’anno scorso, dove i russi hanno imparato ad aggirarli”. Fino ad adesso, in Medio Oriente gli USA hanno fatto un buon lavoro nell’abbattere i droni e oggi, sottolinea Helmer, sembra una coincidenza un po’ strana che facciano cilecca “nemmeno una settimana dopo gli incontri a Mosca con arabi, iraniani e yemeniti”; “i sistemi su cui USA e alleati facevano affidamento” conclude Helmer “sono stati sconfitti prima dai russi sulla terraferma in Ucraina, e ora che vengono impiegati per difendere le nostre navi nel Mar Rosso, rischiano di essere sconfitti anche lì. E le implicazioni sono enormi: anche il più piccolo paese marittimo, a costi molto contenuti, oggi è in grado di infliggere danni considerevoli agli attori tradizionalmente dominanti”. “Ad essere onesti” scrive Simplicius the thinker sul suo blog “è difficile immaginare come questa situazione potrebbe risolversi senza un ritiro totale degli Stati Uniti dal Medio Oriente o in alternativa nell’esplosione di una nuova grande guerra”.
Il tempo del dominio incontrastato dell’Occidente collettivo a guida USA in Medio Oriente sta andando incontro al suo epilogo?
“Era solo questione di tempo” commenta affranto l’Economist: “a partire dal 7 ottobre”, ricorda la testata britannica, “i gruppi sostenuti dall’Iran hanno lanciato droni e razzi contro gli avamposti americani in tutto il Medio Oriente in 160 occasioni. Quasi tutti hanno mancato il bersaglio o sono stati abbattuti. fino a domenica scorsa, quando uno è riuscito a passare, e ha ucciso 3 soldati americani e ne ha feriti altri 34”; secondo l’Economist si tratterebbe nientepopodimeno che del “primo attacco aereo mortale contro le forze di terra americane dalla Guerra di Corea” e rischia di costringere l’amministrazione Biden a fare una scelta avventata. “La retorica dell’amministrazione Biden, in Iran” ha scritto su X il famigerato senatore repubblicano Lindsey Graham “cade nel vuoto”; “potete eliminare tutti i rappresentanti iraniani che volete” continua, “ma questo non scoraggerà l’aggressione iraniana”. La soluzione è quella classica, la sola buona per tutte le stagioni che un redneck con una quantità di neuroni che si contano sulle dita di una mano può elaborare: “Colpite l’Iran adesso. Colpitelo forte” scrive Graham, con quel linguaggio tipico dello statista di indiscusso spessore; “Chiedo all’amministrazione Biden di colpire obiettivi significativi all’interno dell’Iran” insiste Graham “non solo come rappresaglia per l’uccisione delle nostre forze, ma come deterrente contro future aggressioni”. E Lindsey Graham non è certo l’unico assetato di sangue: anche dal cuore dell’establishment clintoniano arrivano segnali di insofferenza: “Dovremo riflettere di più su ciò che facciamo affinché gli iraniani capiscano che qui c’è un rischio, e non è un rischio che loro vogliono correre” avrebbe affermato l’ex inviato della Casa Bianca per il Medio Oriente ai tempi dell’amministrazione Clinton Dennis Ross; “se il carattere della nostra risposta rimane lo stesso adottato fino ad ora” conclude “il messaggio è che possono continuare così e non gli costerà nulla”.
La tesi dei suprematisti di entrambi gli schieramenti politici è sostanzialmente sempre la stessa: gli USA, dall’alto della loro incontrastata superiorità tecnologica e militare, potrebbero facilmente chiudere la partita, ma sono troppo buoni per farlo. Potrebbe non essere così semplice: secondo Simplicius, l’ipotesi di un nuovo intervento sul campo, infatti – ammesso e non concesso abbia senso – “richiederebbe come minimo un anno abbondante di preparazione”; in Iraq infatti, ricorda, ci sono voluti oltre 6 mesi “solo per trasportare materiali e risorse nella regione, allestirli, ecc.” “ma l’Iran” continua “non permetterebbe tutto questo, perché ha sistemi balistici moderni molto più sofisticati di qualsiasi cosa avesse l’Iraq, il che significa che le grandi concentrazioni di truppe e le aree di sosta di armature e materiali potrebbero essere colpite e spazzate via molto prima dell’ora zero”. “L’unica cosa che potrebbero tentare, al limite” continua Simplicius “è una campagna aerea di lunga durata. Ma scalfire anche solo lontanamente le capacità dell’Iran richiederebbe una vasta campagna della durata di almeno 6-12 mesi e probabilmente molto di più. Un periodo durante il quale l’Iran chiuderebbe tutti i principali punti di strozzatura marittima ed economica della regione, mandando in crash l’economia globale”; “Se pensate che il fatto che alcune navi oggi vengano colpite nel Mar Rosso sia un male” conclude Simplicius “aspettate di vedere le forze iraniane regolari, invece che gli Houthi, colpire tutto ciò che vedete: non sarà carino”. Spinta dai mal di pancia sempre più diffusi nell’intero arco costituzionale USA – ma impossibilitata a perseguire una qualsiasi soluzione finale – l’amministrazione Biden quindi, con ogni probabilità, farà di nuovo quello a cui ci ha abituato da un paio di anni a questa parte: aumenterà un pochino il livello del conflitto causando un po’ di distruzione in più senza, sostanzialmente, ottenere una seganiente.

John Raine

“Gli Stati Uniti” ha dichiarato all’Economist l’ex diplomatico britannico John Raine, “cercheranno di trovare una risposta che sia proporzionata e non implichi un’escalation, ma che allo stesso tempo sia anche efficace come deterrente”; peccato però che” continua Raine “nelle attuali condizioni della regione e con l’attuale schiera di attori ostili attivi, si tratti di un compito estremamente arduo. E almeno su uno di questi criteri dovrà cedere”. Per uscire da questo collo di bottiglia ecco allora che i pochi consiglieri USA che non sono cascati dal seggiolone da bambini hanno ricominciato a porre in varie forme la domanda delle domande: ma perché mai gli USA non prendono atto della realtà e non se ne vanno finalmente dal Medio Oriente? “Dovremo chiederci” ha affermato, ad esempio, l’ex ufficiale dei Marines Gil Barndollar “se vale davvero ancora la pena la presenza delle truppe statunitensi in Iraq e Siria”. Giovedì scorso intanto, ricorda il sito Analisi difesa, “Il ministero degli esteri iracheno ha reso noto che è stato concordato con gli USA di formulare un calendario che specifichi la durata della presenza della coalizione internazionale contro l’ISIS in Iraq, sottolineando che l’accordo prevede l’inizio della graduale riduzione di tali forze”; a sua volta poi, continua Analisi difesa, “Il ritiro delle forze americane in Iraq renderebbe inoltre logisticamente impossibile sostenere le truppe schierate nelle basi situate nella Siria orientale”. Il ritiro totale delle truppe dalla Siria d’altronde – dove, ricordiamo, gli USA sono presenti come vera e propria forza di occupazione senza uno straccio di legittimità – era già stato ventilato dall’amministrazione Trump; all’epoca però, ricorda sempre Analisi difesa, “il Pentagono convinse la Casa Bianca a mantenere la presenza di truppe a sostegno delle milizie curde situate nei pressi di alcune basi russe con l’obiettivo di impedire a Damasco di riprendere il controllo dei pozzi petroliferi dell’est”. Ora che entriamo nel bel mezzo della contesa presidenziale, però, la questione torna a fare capolino; un bel rompicapo perché, nel frattempo, il ruolo della Russia nell’area sembra consolidarsi continuamente: l’ultima novità, ricorda ancora Analisi difesa, è “la recente decisione di Mosca di impiegare i propri aerei schierati in Siria alla fine del 2015 nella base di Hmeymin, per sorvolare l’area di confine con Israele nel Golan”, una scelta – continua Analisi difesa – “che sembra indicare la volontà di Mosca di porsi come garante di Damasco anche nei confronti di Israele, che nel frattempo continua a colpire in territorio siriano milizie e obiettivi legati all’Iran”. In questo contesto, sottolinea ancora Analisi difesa, “Il ritiro statunitense dalla Siria costituirebbe quindi una grande vittoria per la Russia, l’Iran e per il governo siriano di Bashar Assad”, un’alleanza che continua a consolidarsi e a espandersi: come riporta John Helmer, infatti, giusto la settimana scorsa “in tutta Mosca, delegazioni insolitamente numerose di funzionari del consiglio di sicurezza russo, guidate da Nikolai Petrushev e Ali-Akbar Aahmadian, rappresentante speciale presidenziale e segretario del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, si sono incontrate per discutere un ordine del giorno dettagliato che prevede un’ampia cooperazione in materia di sicurezza russo – iraniana e l’attuazione pratica degli accordi raggiunti al più alto livello”. Il negoziato avrebbe dato il via alla firma definitiva di un nuovo accordo ventennale tra Russia e Iran che, stando a quanto riportato da Simon Watkins su Oilprice, “rafforza esponenzialmente il legame tra i due paesi, a partire proprio dalla difesa e dalle politiche energetiche”; “Il nuovo accordo” sottolinea Watkins “dà alla Russia il primo diritto di estrazione nella sezione iraniana del Mar Caspio, compreso il giacimento potenzialmente enorme di Chalous” che, secondo le stime più recenti, ammonterebbe alla cifra spaventosa di 250 miliardi di metri cubi di gas: e come sempre, le politiche energetiche vanno a braccetto con la difesa, dove il nuovo accordo rafforzerebbe enormemente la collaborazione sul fronte della guerra elettronica al quale si va ad aggiungere la questione dei missili, con nuovi missili destinati ad essere inviati in Iran dalla Russia. “Il personale selezionato del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica” scrive Watkins “sarà addestrato sugli ultimi aggiornamenti russi di diversi missili a corto e lungo raggio: dai Kinzhal, all’Iskander, prima che inizi il piano per fabbricarli su licenza in Iran, con l’obiettivo di far sì che il 30% di essi rimanga in Iran, mentre il resto venga rispedito in Russia”; “questo” sottolinea Watkins “significa che il nuovo accordo ventennale tra Iran e Russia cambierà il panorama del Medio Oriente, dell’Europa meridionale e dell’Asia poiché l’Iran avrà una portata militare molto estesa che gli darà molta più influenza. E questo significa che i paesi di quest’area cominceranno inevitabilmente a realizzare che continuare a fare affidamento sugli Stati Uniti per la loro protezione è un’opzione molto più precaria di quanto non fosse prima”.

Mohammed Abdelsalam – Mikhail Bogdanov

Nel frattempo, giovedì sera a Mosca a incontrarsi erano stati il ministro degli esteri russo Mikhail Bogdanov e una delegazione di Ansar Allah capitanata da Mohammed Abdelsalam: “Particolare attenzione” recita il comunicato rilasciato alla fine dell’incontro dallo stesso Bogdanov “è stata prestata allo sviluppo dei tragici eventi nella zona del conflitto israelo – palestinese, così come all’aggravamento della situazione nel Mar Rosso. In questo contesto, sono stati fortemente condannati gli attacchi missilistici e bombe contro lo Yemen intrapresi dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, che sono in grado di destabilizzare la situazione su scala regionale”. “La dimostrazione di sostegno russo all’Asse della Resistenza contro Israele e gli Stati Uniti” commenta Helmer “non ha precedenti. Gli incontri del Ministero degli Esteri e del Consiglio di Sicurezza confermano che ora esiste una nuova definizione di terrorismo nella strategia di guerra russa, in cui vi è sostegno sia pubblico che segreto ad Hamas, agli Houthi e ad altri gruppi in Libano e Iraq che lottano per la liberazione nazionale contro Israele e Stati Uniti”.
La lunga era della finta pax americana è ormai un antico ricordo: forse è arrivato il momento che gli USA prendano atto di quanto rapidamente, drasticamente e irreversibilmente è venuta meno la loro capacità di determinare a proprio piacimento gli equilibri geopolitici dell’intero pianeta e si concentrino magari un po’ di più su casa loro prima che, oltre a perdere l’Ucraina e il Medio Oriente, non si ritrovino a perdere pure il Texas. Ma sollazzarsi alla vista del vecchio che muore potrebbe non essere sufficiente: dobbiamo continuare anche a fare tutto il possibile perché finalmente nasca il nuovo e per combattere tutti i fenomeni morbosi che questa lunga e dolorosa fase di transizione genera necessariamente. Per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che stia dalla parte della pace e degli interessi concreti del 99%, dallo Yemen alla periferia di Houston e, soprattutto, a casa nostra. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Bill Clinton

2024: Come Evitare la Terza Guerra Mondiale e riprenderci i nostri soldi2024: L’ANNO DELLA SVOLTA

Il vecchio muore e il nuovo non può nascere” e “in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Anche per quest’anno la vecchia riflessione dal carcere del vero padre nobile della patria continuerà ad essere, con ogni probabilità, la descrizione più efficace della complessa e caotica fase di transizione nella quale siamo immersi: dall’Ucraina al Medio Oriente passando per il Sahel e l’Asia Pacifico, e poi ancora per la crisi climatica, l’esplosione del debito, i colli di bottiglia delle supply chain e delle rotte commerciali, l’inesorabile declino dell’Unione Europea – e chi più ne ha più ne metta -, non esiste probabilmente partita di rilevanza globale che si avvii a una risoluzione netta e chiaramente intelligibile. Per dirla con il nostro amico e maestro Pierluigi Fagan, insomma, benvenuti nell’era della complessità dove qualsiasi semplificazione, più che aiutarci a fare un po’ di ordine, rischia inesorabilmente di distorcere la realtà a seconda delle nostre speranze e delle nostre preferenze. Di fronte a un flusso così imponente di eventi e di informazioni difficilmente schematizzabili e molto spesso totalmente contraddittorie, la tentazione potrebbe essere semplicemente quella di limitarsi alla mera contemplazione; tutto sommato, a meno di non essere a libro paga di qualcuno con il portafoglio pieno e un’agenda politica e ideologica precisa, chi te lo fa fare di scervellarti per cercare un ordine dietro tutto quel caos apparente quando, per fare due numeri, ti basterebbe sfruttare sapientemente un po’ di sensazionalismo e di clickbaiting?

Vladimir Il’ič Ul’janov

D’altronde è comunque sempre meglio che lavorare. Il punto, però, è che se c’è una cosa che la modernità ci ha insegnato è che, come riassumeva magistralmente il buon vecchio Vladimir Il’ič Ul’janov “Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario” e visto che il vecchio mondo che muore, pur di non mollare la presa, sembra avere tutte le intenzioni di portarci tutti nella bara con lui, di non avere un autentico movimento rivoluzionario in grado di rovesciare il vecchio ordine come un calzino e di contribuire alla creazione di uno nuovo che garantisca la sopravvivenza della nostra specie, molto banalmente, non ce lo possiamo permettere. Ed ecco allora l’impegno che come Ottolina, nel nostro infinitamente piccolo, ci assumiamo solennemente per questo nuovo anno: continuare a provare a raccontarvi il mondo per quello che è invece che per quello che vorrebbero farvi credere che sia i proprietari dei mezzi di produzione del consenso, senza rinunciare nemmeno per un secondo a scervellarci per cercare di trovare un ordine e una logica dietro il caos apparente, e che sia uno splendido anno di conoscenza e di lotta per tutti, perché ogni vera grande rivoluzione, per quanto tragica, è prima di tutto una grandissima festa.
Il nostro breve giro del mondo in una decina abbondante di crisi, ovviamente, non poteva che partire dalla guerra di Israele contro i bambini arabi a Gaza, una guerra che, come sottolinea anche l’Economist, Israele ormai ha capito essere destinata a durare a lungo e senza avere idea di quale sarà l’esito; certo era prevedibile, ma tutt’altro che scontato. Anzi: la propaganda suprematista ha impiegato decenni e speso montagne di quattrini in una delle più imponenti macchine lobbystiche del pianeta per diffondere la leggenda metropolitana dell’inarrestabile macchina da guerra sionista. Si sono rivelati per il patetico bulletto di periferia che sono: un’efficiente macchina di morte contro donne e bambini, ma totalmente incapace di ottenere un qualche risultato politico e militare concreto. Il bluff dell’unica democrazia del Medio Oriente e della sua superiorità tecnologica non poteva essere svelato in modo più plateale: una patetica copertura buona giusto per i Saviano e Gramellini di turno, sempre felici di poter dissimulare la natura razzista, coloniale e genocida dell’avamposto dell’imperialismo USA dietro a una bella overdose di propaganda woke fatta su misura per i salotti televisivi di Fabio Fazio, i film di Spielberg e le serie Netflix. Lo sterminio indiscriminato della popolazione civile a Gaza e il sostegno incondizionato da parte del giardino ordinato hanno scosso la coscienza intorpidita anche di una bella fetta dei sostenitori della fuffa propagandistica dell’Occidente collettivo: bimbiminkia analfoliberali che avevano aderito entusiasti alla favola del mondo civile riunito come un sol uomo in difesa dei sacri valori della democrazia in Ucraina contro l’invasione barbarica dell’autoritarismo totalitario che arriva da Oriente, di fronte alla ferocia sfacciata del regime clericofascista di Tel Aviv hanno cominciato a nutrire qualche perplessità sulla missione civilizzatrice di Washington; certo è una contraddizione che ancora non si è risolta, e così continuiamo ad assistere allo spettacolo surreale di centinaia di anime belle che alternano un commento a sostegno della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, a uno di condanna della stessa identica alleanza che magicamente, pochi chilometri più a sud, invece che difendere la democrazia difende un genocidio senza che gli venga in mente che le due cose probabilmente non sono molto compatibili.
Ovviamente, sperare che a risolvere la contraddizione sia il Giopizzi o l’Ivan Grieco di turno sarebbe velleitario; il punto però è un altro: l’ordine unipolare imposto dall’impero è così antistorico che giorno dopo giorno, per difenderlo, l’impero è costretto sempre di più a mostrare le sue carte e il bluff è talmente palese che magari Giopizzi e Ivan Grieco ancora non se ne accorgono, ma una fetta sempre più consistente di gente normale sì. L’Occidente collettivo spera di poter reagire semplicemente alzando l’asticella della macchina propagandistica, ma anche quello rischia di essere un trucchetto dalle gambe corte: la realtà parallela reinventata continuamente dai mezzi di produzione del consenso è ormai talmente scollegata dalla vita concreta che le persone normali vedono con i propri occhi che, ormai, l’ideologia del mainstream è diventata buona soltanto per farci i meme. Aumentando continuamente il dosaggio, la pillola blu di Matrix fa sempre meno effetto, tanto più se invece che al golden billion – il miliardo dorato del Nord globale – appartiene al resto della popolazione mondiale che è la stragrande maggioranza, a partire dagli oltre 2 miliardi di musulmani sparsi per il pianeta che, di fronte all’umiliazione inflitta a Israele dalla resistenza palestinese a partire dal 7 ottobre, hanno cominciato a realizzare la vera natura dell’imperialismo USA in Medio Oriente e il ruolo nefasto delle petromonarchie collaborazioniste del Golfo e non solo, e da allora si mobilitano senza sosta per chiedere un cambio di passo.
Ovviamente, per annunciare la fine dell’era del divide et impera fomentato dagli USA in Medio Oriente è decisamente ancora prestino, ma la rivoluzione – avviata con la riapertura dei canali diplomatici tra Iran e Arabia, poi consolidata col ritorno di Assad nella Lega Araba dopo 12 anni di esilio e, infine, amplificata a dismisura con l’operazione diluvio di al aqsa e tutto quello che ne è seguito – sembra ormai essere difficilmente reversibile; una rivoluzione che, come in altri contesti che affronteremo più avanti, mette le vecchie classi dirigenti di fronte a un bivio: continuare imperterriti con il vecchio ordine imperiale fino a che la corda non si spezza o scendere a patti con il nuovo ordine multipolare che, tra mille contraddizioni e mille battute di arresto, sembra comunque avanzare in modo inesorabile? Tradotto con nomi e cognomi per quanto riguarda il Medio Oriente: le petromonarchie continueranno a vedere nell’Iran e nell’asse della resistenza il nemico principale contro il quale chiedere la protezione di Washington e di Tel Aviv o, finalmente, si decideranno a contribuire alla creazione di un nuovo sistema di sicurezza regionale più democratico fondato sulla diplomazia, il compromesso e il dialogo? Ovviamente, la risposta dipenderà in buona parte anche da USA e Israele stessi e non solo dalle loro intenzioni, ma anche dalla possibilità concreta che hanno – o meno – ancora di influenzare la politica dell’area; in soldoni: gli USA sono disposti a rinunciare al ruolo – gelosamente e ferocemente custodito per decenni – di unica vera superpotenza dell’area? E se non sono disposti, hanno ancora gli strumenti per perseguire le loro ambizioni egemoniche?
Per quanto riguarda la volontà, ci sono un paio di considerazioni importanti da fare: l’egemonia USA in Medio Oriente ha rappresentato, per decenni – in particolare a partire dagli anni ‘70 – uno degli aspetti fondamentali della politica imperiale USA per almeno due ragioni; la prima è il ruolo fondamentale che l’asse con i sauditi e i petrodollari hanno ricoperto nell’affermazione del dollaro come moneta di riserva globale dopo la fine del gold standard a inizio anni ‘70. La seconda, anche in ordine temporale, è la dipendenza della Cina dal petrolio del Medio Oriente: sostanzialmente, attraverso l’egemonia nell’area, gli USA si sono garantiti il controllo dei rubinetti del bene fondamentale che permetteva alla Cina di diventare una superpotenza industriale. Entrambi questi fattori, però, nel tempo hanno ridotto la loro centralità strategica: da un lato, infatti, il dominio globale del dollaro oggi ha molto più a che vedere con i flussi finanziari che non con l’utilizzo del dollaro come valuta di riferimento per il commercio globale del petrolio; dall’altro, la dipendenza della Cina dalle fonti fossili del Medio Oriente, per quanto ancora molto consistente, è in declino, sia perché le fonti di approvvigionamento sono più differenziate – a partire dalla Russia -, sia perché il mix energetico sta cambiando, in particolare a favore di rinnovabili e nucleare. Ovviamente con questo nessuno vuole sostenere che non si tratti più di un nodo cruciale, ma più semplicemente che l’egemonia incontrastata in Medio Oriente, in prospettiva, potrebbe non essere più una linea rossa invalicabile, anche perché le linee rosse invalicabili uno poi, realisticamente, deve anche essere in grado di difenderle – cosa che è sempre meno scontata. Lo spostamento dei rapporti di forza nell’area, infatti, realisticamente potrebbe essere invertito esclusivamente con l’annichilimento dell’Iran: fino a che l’Iran sta in piedi e continua ad essere il punto di riferimento per l’asse della resistenza, ti puoi sfogare a sterminare a caso qualche civile, ma le milizie che risorgono dalla cenere sono destinate ad essere sempre più forti e popolari e annichilire l’Iran potrebbe essere leggermente più complicato del previsto.
Ci siamo soffermati a lungo su questa prima tappa del nostro giro del mondo che ci aspetta nel 2024 perché, tutto sommato, lo schema – al netto delle millemila specificità e complessità che vanno sempre approfondite nello specifico – è tendenzialmente sempre quello; sostanzialmente, infatti, più o meno in ogni teatro è: governare il declino relativo e contribuire alla creazione di un un nuovo ordine cercando di stabilire delle linee rosse ragionevoli e compatibili con le legittime e realistiche aspirazioni delle potenze emergenti, o fissare linee rosse irrealistiche e incompatibili con il corso della storia per poi ritrovarsi a raccattare gigantesche figure di merda o, peggio ancora, ricorrendo a qualche democratico sterminio di massa, se non addirittura al confronto nucleare diretto tra grandi potenze? Ecco: questa è un po’ la lente attraverso la quale dovremmo provare a riportare un po’ di ordine dietro al caos apparente di eventi tra loro distinti, un’operazione complicata ma indispensabile e non solo per fare pulizia di tutta la fuffa suprematista della propaganda, ma anche – contemporaneamente – per evitare ogni avventurismo e ogni velleità. Nell’epoca della caccia al click, infatti, vince chi rilancia sempre più in alto fregandosene delle conseguenze. Non è il nostro obiettivo: da un lato siamo critici nei confronti del pacifismo di maniera e del culto astratto della non violenza che, in un mondo dove prevalgono i rapporti di forza e il ricorso sistematico alla violenza da parte dell’impero, equivale spesso semplicemente a una resa incondizionata; dall’altro, però, questa retorica futurista un po’ in stile guerra sola igiene del mondo che fa breccia nell’antimperialismo confuso è da scansare come la peste e non solo perché, ovviamente, pericolosissima ma anche perché spesso totalmente velleitaria, un’altra sfumatura di “estremismo” che è sempre una malattia infantile e controproducente. Un esempio virtuoso di come si possono faticosamente spostare in avanti gli equilibri senza rinunciare all’esercizio della forza, ma senza avventurismi, ci è stato offerto, ad esempio, dai golpe patriottici nel Sahel; in quel caso, il ricorso alla forza si è fondato su un sostegno popolare massiccio e ha saputo fare leva sulle debolezze dell’Occidente collettivo da un lato, e sul sostegno delle potenze emergenti dall’altro – sia di carattere militare che economico. E così i francesi sono stati costretti alla ritirata e il bluff delle minacce dell’ECOWAS è stato smascherato; ora le giunte militari di Niger, Mali e Burkina Faso si sono consolidate, hanno rafforzato la loro collaborazione e si stanno ritagliando faticosamente, giorno dopo giorno, pezzi di sovranità e di indipendenza e senza che gli USA dovessero rinunciare completamente alla loro influenza: semplicemente, hanno accettato un ridimensionamento dell’egemonia dell’Occidente collettivo nell’area in cambio della difesa dei loro interessi più immediati. Certo la transizione è stata agevolata dal fatto che a rimanere fregati, fondamentalmente, sono stati i francesi, e anche dal fatto che l’area non era esattamente in cima alle priorità USA, ma rimane comunque un esempio potenzialmente virtuoso di come si possa arretrare senza per forza subire una disfatta. I cultori della guerra come igiene del mondo probabilmente saranno rimasti un po’ delusi; in realtà, però, potrebbero essere gli unici: la transizione è stata piuttosto pacifica e senza particolari spargimenti di sangue e la presenza di più potenze potrebbe, in realtà, dare vita a una competizione positiva che permette a questi paesi in cerca di sovranità di non consegnarsi mani e piedi a nessuno, né dal punto di vista economico, né dal punto di vista della sicurezza.
Non vorrei risultare eccessivamente ottimistico, ma un altro bilanciamento di forze potenzialmente positivo o, perlomeno, molto meno negativo di quanto si potesse prevedere fino a qualche tempo fa potrebbe essere anche quello di Taiwan; anche lì, alla base, c’è stata comunque una dimostrazione di forza: la Cina ha fatto capire, senza tanti giri di parole, che Taiwan è una linea rossa invalicabile, e di avere la capacità concreta di riappropriarsi dell’isola qualora la retorica indipendentista e le forniture di armi USA superassero la soglia di sicurezza. E così, dopo la pagliacciata di Nancy Pelosi nell’agosto del 2022, la situazione è gradualmente rientrata; gli è andata leggermente meglio che agli ucraini, così, a occhio: l’esempio più eclatante di cosa comporti ergersi eroicamente a punta di diamante della difesa dell’impero mentre l’impero è in declino. Nessuno potrà mai risarcire quel popolo martoriato per le sofferenze subite per aver prestato il fianco all’hubris del Nord globale. La speranza è che, perlomeno, serva da esempio; a partire dalle Filippine, dove sembra essersi spostato il baricentro della strategia del contenimento contro la Cina nell’Asia Pacifico dopo Taiwan. In quel caso, però, almeno hanno un’attenuante, come d’altronde ce l’aveva anche l’Ucraina: la vicinanza di un paese troppo ingombrante per non tentare di fare leva su un qualche bilanciamento di potenza per limitarne la proiezione egemonica, anche solo potenziale.

Alessandro Volpi

Un’attenuante che invece non ha l’Unione Europea, che si apprestano a confermarsi gli scemi del villaggio globale, anche se non proprio tutti; una minuscola élite economica, infatti, ha trovato il suo bengodi: con la protezione USA, continua a depredare l’intera economia del continente estraendo ricchezza in gran quantità da impiegare nelle bolle speculative USA e, grazie al passaggio attraverso i paradisi fiscali, senza manco pagarci le tasse. Come ricordava ieri il nostro Alessandro Volpi sul suo profilo Facebook, infatti, “secondo gli ultimi dati forniti dalla Paris School of Economics gli italiani più ricchi hanno trasferito nei paradisi fiscali 196,5 miliardi”, ma non solo: sempre Volpi ci ricorda anche come nel 2024 “dopo lunghe trattative internazionali, è finalmente entrata in vigore la Global Minimum Tax, che prevede un’aliquota del 15% sugli utili delle società con fatturato superiore a 750 milioni. Il gettito stimato” continua Volpi “è di 220 miliardi di dollari, che però, per come è costruita l’imposta, finiranno quasi esclusivamente negli Stati Uniti”. Il gettito nel 2025 per l’Italia, invece, sarà di appena 380 milioni.
Nel mondo che cambia, tutti si scervellano per capire come trarre il meglio dai nuovi equilibri tra potenze; noi ci facciamo derubare decine di miliardi ogni anno da una manica di parassiti e ci scanniamo per decidere se è meglio votare Giorgia Meloni o Elly Schlein. Che questo 2024 ci restituisca la capacità di leggere quello che ci succede attorno e la capacità di riappropriarci degli strumenti per rivoltare tutto come un calzino, a partire da un vero e proprio media che dia voce agli interessi del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Elly Schlein