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USraele ha più pretese che mezzi. E la Cina ne approfitta

OttoParlante - La newsletter del Marru (25/09/25)

OttolinaTV by OttolinaTV
25/09/2025
in Articoli, Cina, Economia, Europa, Medio Oriente, U.S.A.
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E meno male che la mobilitazione non serviva a niente… A parte quelli che sono sempre alla ricerca di una giustificazione qualsiasi per autoassolversi dall’accusa di inedia, qualsiasi persona dotata di buon senso non può che riconoscere che la gigantesca mobilitazione di lunedì scorso abbia accelerato l’evoluzione del quadro politico oltre ogni aspettativa; un’accelerazione che sta travolgendo governo, opposizione e tutte le forze sociali attendiste che sono state costrette a rompere gli indugi, ma che va ben oltre i confini nazionali: il Jerusalem Post sottolinea terrorizzata come i fondi pensione danesi, felicissimi di finanziare il riarmo contro il nemico immaginario russo, stiano fuggendo a gambe levate da qualsiasi investimento che puzza anche solo da lontano di sionismo. E secondo John Helmer, addirittura la grande finanza britannica starebbe cominciando a prendere le distanze, che è un fatto straordinario per un semplice motivo: non c’è nessuna morale in questa ritirata; solo il calcolo cinico delle possibilità che Israele concretamente ha di continuare ad esistere nel prossimo futuro. Nel frattempo, come inevitabile, il genocidio di Gaza si è conquistato il centro del palcoscenico dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La partita sul riconoscimento è scivolosa; leggetevi queste due analisi completamente diverse su Haaretz: una che ne sottolinea tutti i limiti e una, invece, che ne sottolinea le potenzialità.

Lasciate che mi abbandoni per un attimo a un po’ di wishful thinking – manco fossi un Cerasa qualsiasi: la nostra lente è sempre stata quella dell’imperialismo unitario che si contrappone all’ascesa del nuovo ordine multipolare, una contrapposizione che ricorda un po’ da vicino quella precedente alla seconda guerra mondiale: in quel caso non c’era un imperialismo unitario, ma più imperialismi che, però, almeno per un periodo, trovarono una certa unitarietà nella contrapposizione al nemico principale, e cioè l’Unione Sovietica e il movimento comunista internazionale in genere. Fino a quando, però, un pezzo della compagine alzò troppo l’asticella e gli schieramenti, non senza tribolazione, cambiarono repentinamente, fino ad arrivare alla grande alleanza tra Peppone e Don Camillo che ha permesso di vincere la grande guerra antifascista. E se stessimo vivendo un processo simile? Nel nostro caso, l’entità che reincarnerebbe la parabola dell’Asse sarebbe ovviamente il demone di USraele: e se i vassalli dell’imperialismo USA, a un certo punto, realizzassero davvero che il loro nemico principale non sono i BRICS e la SCO, ma l’accelerazione autoritaria e imperiale dell’asse che lega Washington a Tel Aviv? Per quanto possa sembrare contro natura, è esattamente quello che a un certo punto è successo con la seconda guerra mondiale: i Paesi dell’Asse erano essenzialmente creature dell’Impero britannico, che ha fortemente sostenuto l’ascesa del fascismo, prima, e del nazismo, poi, in chiave antisovietica e anticomunista; ma poi il demone è sfuggito al controllo del suo maestro, e il conservatorismo più bieco, incarnato alla perfezione da Churchill – che, di sicuro, non era meno suprematista e reazionario del nostro mascellone – è dovuto scendere a patti con il diavolo pur di non condannarsi definitivamente alla totale estinzione. A questo giro, la faccenda potrebbe essere più complessa perché il rapporto di dipendenza dei vassalli dal centro imperiale è ancora più forte e, come dimostrano gli ultimi eventi, tagliare il cordone ombelicale sembra essere ancora, al momento, fuori dalla loro portata; ma, sicuramente, è una riflessione da affrontare seriamente e anche un quadro dove, appunto, anche le mobilitazioni popolari possono giocare un ruolo significativo.

Un altro fronte di questa spinta strutturale a una ricomposizione dei blocchi (o, come preferiscono metterla i cinesi, a una loro destrutturazione, per uscire dalla logica dei blocchi tout court) è la questione ambientale; il discorso di Trump all’ONU sul tema è stata veramente una delle pagine più basse in assoluto della storia delle istituzioni occidentali: prima, i think tank e i mezzi di produzione del consenso finanziati dalla destra reazionaria hanno trasformato il negazionismo più becero e antiscientifico in senso comune e poi Trump, presidente del Main Street, gli ha dato voce istituzionale. La Cina ovviamente sta dalla parte diametralmente opposta: “La Cina guida le nazioni con nuovi piani climatici, sfidando il negazionismo climatico degli Stati Uniti” titola Reuters, e cerca di utilizzare questo tema per forzare la dialettica interna alle classi dirigenti europee. 

Intanto si fa avanti con sempre più forza l’idea che l’inversione a U di Trump sulla questione Ucraina sia solo un altro passetto verso lo sbolognamento definitivo di quel fronte ai vassalli europei; ne parlano in questi termini sia  Bloomberg che il New York Times (e anche il Financial Times, ma l’articolo c’ha il paywall). Nel frattempo, Trump all’ONU ha ricordato ai vari svendipatria presenti all’assemblea di come, negli ultimi decenni, i soldi li hanno sempre fatti partecipando allo schema Ponzi dei mercati finanziari USA e come lui sta facendo letteralmente di tutto per impedire che il giochino finisca: per farlo, è in corso un processo inquietante di smantellamento delle poche regole che erano state introdotte dopo il 2008. Qui ne parla Naked Capitalism. 

Scott Bessent, però, ha sottolineato il collo di bottiglia del progetto neo-imperiale trumpiano: ne parla sempre Guancha che, citando Bessent, ricorda come “Il rischio più grande per l’economia mondiale è che il 99% dei chip di fascia alta viene prodotto a Taiwan”. Chips Act di Biden e le minacce di Trump per imporre un’accelerazione sugli investimenti nel settore per riportare la produzione di chip negli USA, ovviamente, partono proprio da questa consapevolezza; domanda: al di là del controllo della terre rare, non è che sia proprio questo uno dei deterrenti più potenti in mano alla Cina oggi? Gli analisti militari sono sempre più concordi nell’affermare che Pechino è tranquillamente in grado di prendersi Taiwan, e il suo monopolio nella produzione di chip, con la forza quando vuole; questo aspetto rappresenta un gigantesco stimolo per Pechino ad accelerare la resa dei conti. Chissà… magari quando parlano per ore con i colleghi d’oltreoceano, glielo fanno presente.

A proposito di guerra tecnologica, il buon Howard French su Foreign Policy torna sui danni che la nuova supertassa sui visti H-1B causerà all’economia americana, fondata sul Brain Drain. La saga del complesso rapporto tra Trump e l’aristocrazia tecnofeudataria torna sul Financial Times con questo lungo articolo che ricorda come, da quando Musk è stato messo all’angolo, Altman e Zuckemberg siano entrati a pieno titolo nella stretta cerchia della corte di Mar-a-Lago.
Ultimo appunto: abbiamo parlato diffusamente, nei giorni scorsi, dell’incursione dell’ICE nello stabilimento statunitense della Hyundai; la speranza che aprisse il vaso di Pandora dei dissapori tra USA e Corea del Sud, però, era stato fortemente ridimensionato dalla notizia di 55 miliardi di nuovi investimenti promessi a Trump dal marchio automobilistico di Seul. Ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo “e il” e, forse, i demoni sfuggiti dal vaso sono ancora in giro e devono ancora far sentire il peso: “Dopo il raid in Georgia”, scrive il Financial Times, “l’opinione pubblica di Seul si sta inasprendo” e ora “gli investimenti sudcoreani negli Stati Uniti sono in pericolo”. 

 

 

 

Tags: brain drainchipcinadonald trumpeconomiaguerra tecnologicaimperialismoisraelela newsletter del marrunewsletterottoparlanterussiataiwanucrainausa
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