Una forte esplosione ha scosso il Principato di Monaco; a rimanere ferito, insieme alla famiglia, è l’imprenditore ucraino Vadym Yermolaiev, un tipo davvero particolare già sanzionato dal suo Stato d’origine e con le mani in pasta da tutte le parti, e un attentato che si inserisce dentro il lato più opaco della guerra: affari e regolamenti di conti alla vecchia maniera. Restiamo poi sul fronte ucraino con le parole pesantissime di Yury Syrotyuk, sergente della 5ª brigata d’assalto, che arriva a minacciare droni contro città polacche dentro lo scontro sulla memoria della Volinia; dopo la Bielorussia, anche la Polonia viene tirata dentro la retorica di guerra ucraina. Poi il Medio Oriente allargato: Turchia e Arabia Saudita provano a ricostruire un asse economico, mentre Israele e Stati Uniti guardano sempre più all’Azerbaigian come alternativa regionale ad Ankara; nello stesso quadro, Israele avvia il riconoscimento del genocidio armeno, trasformando anche la memoria storica in arma diplomatica contro Erdoğan. In Yemen, Ansarallah annuncia una mobilitazione di massa: la tregua resta fragile e gli Houthi vogliono usare la propria forza militare come leva negoziale sul Paese e sul Mar Rosso. Chiudiamo con gli Stati Uniti e la Cina: dietro la campagna contro le ingerenze cinesi, emergono reti opache della destra americana, lobby, fondi conservatori e sospetto etnico, e mentre Washington caccia il capitale cinese, The Economist racconta il paradosso: gli investitori americani comprano a sconto fabbriche, macchinari e tecnologia cinese nel settore delle rinnovabili.










