L’Occidente continua a comportarsi come se il 1991 non fosse mai finito; il problema è che il resto del mondo, nel frattempo, è cambiato: è questo il cuore del lungo intervento di Vladimir Putin al Forum Valdai. Il multipolarismo, nella lettura del Cremlino, non è più un progetto da realizzare; è una realtà che sta già prendendo forma. Cina, India, BRICS, nuove potenze regionali: il potere economico, politico e tecnologico non è più concentrato in un unico centro. E allora il problema diventa un altro: come si gestisce questa transizione senza far saltare il mondo? Putin accusa l’Occidente di continuare a inseguire vantaggi di breve periodo, di alzare continuamente la posta e di rifiutarsi di riconoscere il nuovo equilibrio delle forze, ma avverte anche che il nuovo ordine non è ancora nato: le vecchie regole stanno crollando, quelle nuove non esistono ancora e, nel mezzo, il rischio di escalation diventa enorme – dal Baltico a Kaliningrad, dalla guerra in Ucraina all’Iran, dal nucleare ai BRICS, fino all’intelligenza artificiale applicata alla guerra. Con Enrico Tomaselli analizziamo il discorso di Putin e il dibattito seguito al Valdai, perché forse la vera domanda non è più se nascerà un mondo multipolare; la domanda è: riusciremo ad arrivarci senza precipitare prima nel baratro?











Penosa risposta di Putin a S.M. Marandi, introdotto come “giornalista”, sulla Palestina, della quale al Cremlino non frega proprio niente.
Devono pensare al perseguimento dei proprio interessi e, se ci riescono, alla tutela dei partner strategici, come ogni nazione del mondo nel presente e in tutti i secoli della storia. Se poi noi o i palestinesi o i cubani o i venezuelani, amareggiati dalla nostra impotenza e dalla consapevolezza di non poterci togliere dal giogo dei terroristi chiagniesgozza Usa e Israele, sogniamo nazioni messianiche che rischino la buccia per fare quello che non siamo in grado di fare noi e liberarci dal male, è un problema nostro e non di Russia o Cina.