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Tag: escalation

LA BOLLA – dai deliri di Macron allo Spy Gate tedesco: ESCALATION TOTALE – ft Francesco dall’Aglio | Live domenica 3 marzo 2024 ore 21.00

Stasera a La Bolla abbiamo deciso che era il caso di una maratona in solitaria del Bulgaro perché ci sono veramente troppe robe tra le quali provare ad orientarci, e il Bulgaro in 2 anni di conflitto s’è sempre confermato una guida più che autorevole: quando non ci sono elementi per capire esattamente come si evolveranno le cose, non spara nel mucchio confidando nel fatto che tanto poi la gente se lo dimentica. E quando afferma qualcosa è perché ci sono abbastanza elementi per sapere, con un certo grado di sicurezza, come evolverà la situazione: e qui di robe da capire come si evolveranno ce ne sono parecchiette.
Sul campo, l’avanzata russa – dopo la debacle di Adviivka procede – e nel campo ucraino aumentano le polemiche sull’assenza di una seconda linea difensiva ad ovest di Adviivka, con molti che sospettano che qualcuno, invece che costruire trincee e linee difensive in cemento armato, i quattrini se li sia messi in tasca. In Europa incalza la retorica sul riarmo, che sfocia nella risoluzione del parlamento europeo per comprare tanti missili quanti vaccini anticovid – rigorosamente Pfizer – abbiamo comprato in passato pagandoli uno stonfo spropositato di quattrini e che sono marciti nei magazzini. La Giorgiona nazionale va a prendere ordini direttamente a Washington e, in cambio della potenziale distruzione definitiva del paese, incassa un bacino sulla nuca e il rientro di Chico Forti (che, sia chiaro, è una buona notizia, ma come scambio non ci sembra esattamente equilibrato, ecco). Nel frattempo la Transnisistria chiede un intervento a Mosca che ricorda molto da vicino le richieste avanzate per 8 lunghi anni dalle repubbliche indipendenti di Donetsk e Luhansk; anche a questo giro, per ora, Putin le ha ignorate. Si va avanti, quindi, col pilota automatico, ma l’ultima volta non è finita benissimo, diciamo.
Cosa invece Putin non ha ignorato sono le minacce di Macron di un intervento diretto di contingenti NATO, unica cosa che realmente potrebbe cambiare un po’ la situazione sul campo in Ucraina che sembra precipitare rapidamente, e manco è detto che basti, anzi, anche perché in ballo c’è sempre la questione nucleare: Putin vi ha fatto riferimento diretto nel suo lungo discorso alla Duma durante il quale ha scientificamente omesso, appunto, di parlare di Transnistria. E poi c’ha fatto riferimento pure un megascooppone del Financial Times – o almeno quella cosa che ci hanno spacciato per tale: sarebbe un leak di documenti segreti russi che descrivono la dottrina per il ricorso al nucleare, solo che la descrivono nel caso di invasione cinese per la Manciuria; ed ecco così che il carrozzone analfoliberale s’è dato alle fantasie più sfrenate, fantasticando di attriti russo – cinesi e di imperialismo espansionista cinese. Proprio non ce la fanno a capire che nel mondo esistono anche capi di Stato razionali, e non sono tutti ebeti come quelli che garantiscono il loro stipendio. Le parole di Macron, comunque, hanno scatenato più scontri dentro all’Europa che con Mosca: Berlino si è rifiutata di mandare i missili a lungo raggio Taurus perché richiederebbe l’intervento diretto di uomini tedeschi nel conflitto, cosa che la Germania afferma di voler evitare a ogni costo. “Mica siamo come i francesi e gli inglesi” ha detto Scholz, confermando così per la prima volta ufficialmente il segreto di Pulcinella che gli uomini della NATO stanno da sempre combattendo direttamente contro Mosca.
Cosa che, d’altronde, conferma con dovizia di particolari l’altro megascooppone della settimana: l’inchiesta del NYT che conferma come a fare il bello e cattivo tempo in Ucraina da 10 anni sia un contingente piuttosto nutrito di uomini dell’intelligence USA. Insomma: di fronte al catastrofico, per quanto prevedibilissimo e sostanzialmente scontato tracollo della strategia che i vassalli europei si erano convinti gli USA stessero adottando e portando avanti, il vecchio continente s’è rimesso in moto e, in preda al panico, ognuno in ordine sparso sta cercando una exit strategy dalla debacle che non fa che aumentare l’entropia e avvicinare e ampliare il tracollo. Speriamo almeno il Bulgaro riesca, come sempre, a fornirci un po’ una bussola per orientarsi in questo delirio. Scopritelo insieme a noi stasera a partire dalle 21 in diretta con la nuova imperdibile puntata de La Bolla.

La strategia europea per permettere agli USA di scatenare la Terza Guerra Mondiale nel Pacifico

“Esiste un solo piano A, ed è la vittoria dell’Ucraina”: intervistato da La Stampa, Charles chihuahua Michel, come si confà alla sua specie, prova a dissimulare la sua vulnerabilità e la sua debolezza digrignando i denti e riassume in modo sintetico il nuovo equilibrio politico che, alla vigilia delle elezioni europee, sta maturando in un’Unione Europea che, con virtuosa tenacia, sta riuscendo a spostare il suo baricentro ancora più a destra. “Più autonomia dagli USA: urgente la difesa comune” che – di per sé – suona anche bene, ma in realtà può essere interpretata in due modi radicalmente diversi. Quello più ottimista: dopo 2 anni di schiaffi, l’egemonia USA è indebolita e l’Europa approfitta delle circostanze per procedere in direzione della sua tanto agognata indipendenza strategica – senza pestare troppo i piedi a Washington – con la scusa della difesa dalla minaccia immaginaria di Putin, pazzo dittatore che, dall’isolamento, farnetica di avanzare fino a Lisbona; e poi c’è quello più pessimista: la strategia USA ha funzionato benissimo, la rottura tra Europa e Russia non è più conciliabile e il muro contro muro non è più reversibile. Ne consegue che gli interessi geopolitici di USA ed Unione Europea si sono totalmente riallineati e, quindi, è finalmente possibile delegare in toto il lento logoramento dell’Orso Russo all’alleato europeo per poter tornare a concentrarsi sul vero avversario sistemico e, cioè, la Cina. Questa delega totale del fronte occidentale russo all’Europa sarebbe anche facilitata dal fatto che, dopo due anni di declino economico e di deindustrializzazione forzata – con la complicità del ritorno dell’austerità e dell’ordoliberismo nel vecchio continente che impediscono di sostenere la guerra economica ingaggiata dagli USA a forza di incentivi multimiliardari finanziati col debito pubblico per attrarre capitali europei – l’unica carta che rimane da giocare all’Unione Europea per non fallire definitivamente è quella di convertirsi a una specie di nuova economia di guerra, puntando tutto sul riarmo e sullo sviluppo della sua industria bellica. Ovviamente, come sempre accade nella vita reale, queste due interpretazioni radicalmente diverse non vanno pensate come mutuamente escludentesi, ma – da bravi materialisti – come compresenti e in eterno rapporto dialettico tra loro; insomma: sono entrambe vere, e l’esito finale del conflitto tra queste due tendenze non è determinato e prevedibile, ma cambierà a seconda di come si evolve concretamente la situazione reale al di là dei titoli dei giornali e della propaganda che continua a martellare. “Una sconfitta dell’Ucraina” secondo il pensiero magico di Michel “non può essere un’opzione”, e indovinate un po’ come ha intenzione di ribaltare il corso degli eventi? “Coinvolgendo il Sud globale” afferma, e cioè “spiegando che ciò che la Russia sta facendo è estremamente pericoloso per la stabilità del mondo”. E che ce vo’
Intanto martedì scorso, per la terza volta, gli Stati Uniti da soli contro il resto del mondo hanno posto il veto all’ennesima risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU che invocava il cessate il fuoco per il genocidio di Gaza; riuscirà il bravo Michel a convincere il Sud globale che lo Stato canaglia dell’ordine globale è la Russia – e non gli USA – in modo da permettergli di fornire agli USA la via d’uscita giusta per scatenare la terza guerra mondiale nel Pacifico?

Charles Michel con un bomba

Il problema della guerra totale che gli USA vogliono ingaggiare contro il resto del mondo – che vorrebbe liberarsi da 500 anni di dominio dell’uomo bianco e chiudere l’era del superimperialismo a stelle e strisce – è che questa guerra si sviluppa contemporaneamente su tre fronti distinti e gli USA, nonostante spendano in armi poco meno che tutto il resto del mondo messo assieme, la forza di vincere contemporaneamente su tre fronti non ce l’hanno, manco lontanamente; l’obiettivo che hanno perseguito negli ultimi anni, quindi, è stato delegare due di questi fronti agli alleati vassalli per concentrarsi interamente su quello fondamentale e, cioè, lo scontro nel Pacifico con l’unica vera grande altra superpotenza globale che loro stessi definiscono per primi, ufficialmente, il loro unico avversario sistemico: la Cina.
Prima ancora che iniziasse la guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, il fronte che gli USA avevano cercato di sbolognare agli storici alleati regionali, in realtà, era stato proprio il Medio Oriente che, in soldoni, significa l’Iran, l’unica potenza regionale di una qualche consistenza a non essere totalmente assoggettata agli interessi statunitensi. Dopo decenni di guerre di invasione dirette, che anche se non avevano avuto esattamente gli esiti sperati avevano, comunque, permesso di ridurre a un ammasso di macerie alcuni degli stati nazionali dell’area – dall’Iraq alla Siria, passando per la Libia -, con Trump gli Stati Uniti accelerano infatti in modo vistoso il ritiro del grosso delle loro truppe dalla regione; il piano è, appunto, quello di delegare il contenimento prima e lo scontro diretto poi contro l’Iran ai proxy regionali – ovviamente in primo luogo Israele, che è l’unica potenza nucleare della regione e che è un vero e proprio avamposto del superimperialismo USA nella regione, ma anche ad emiratini e sauditi, alleati storici degli USA e che, nel frattempo, sono stati armati fino ai denti: con oltre il 5,5% del PIL destinato alla difesa, infatti, da qualche anno gli Emirati Arabi Uniti sono tra i paesi che proporzionalmente spendono di più in armi al mondo e l’Arabia Saudita, stabilmente sopra il 7%, è il campione assoluto – e si tratta, ovviamente, per oltre l’80% di armi made in USA. Questi paesi, insieme al Bahrein e un altro paese che ama molto togliere il pane di bocca alla popolazione per metterlo nelle casse dell’apparato bellico industriale USA e, cioè, il Marocco, avrebbero dovuto cementare la loro alleanza attraverso gli accordi di Abramo, voluti da Trump nell’estate del 2020; nel frattempo, proprio come in Ucraina, Trump faceva di tutto per varcare le linee rosse dell’Iran e spingerlo a qualche azione che avrebbe giustificato una reazione militare vecchio stile da parte dell’alleanza: nel maggio del 2018 ritirava unilateralmente e senza nessuna giustificazione plausibile gli Stati Uniti dal JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano, raggiungendo così due obiettivi: grosse difficoltà per l’economia iraniana, a causa del ritorno al vecchio regime delle sanzioni, e un po’ di panico nella regione per il ritorno della minaccia nucleare di Teheran. Ma era solo l’antipasto: il 3 gennaio del 2020, infatti, con un vero e proprio atto criminale gli USA lanciano un attacco aereo contro l’aeroporto di Baghdad per assassinare il maggiore generale iraniano Qasem Soleimani, l’architetto dell’asse della resistenza, che si era recato in Iraq per un incontro distensivo con i rappresentanti sauditi; l’Iran, però, evita accuratamente di cadere nella trappola e invece di impantanarsi in una nuova escalation, continua a lavorare con pazienza al rafforzamento dell’asse della resistenza che, ancora oggi, sta dando del filo da torcere a Israele e agli USA in tutta la regione. Nel frattempo, visto che il sostegno americano nella guerra in Yemen non sta sortendo chissà quali effetti, i sauditi cominciano a pensare a un piano B anche perché, nel frattempo, è scoppiata la guerra in Ucraina e hanno avuto una prova provata di cosa succede ad affidarsi mani e piedi a Washington: sotto le pressioni anche dell’opinione pubblica – per quel poco che gliene può fregare a un regime feudale premoderno dell’opinione pubblica – continuano a tenersi a debita distanza dagli accordi di Abramo e, nel frattempo, continuano a fare piccoli passi verso una riappacificazione con l’Iran; a spingere verso questa soluzione ci si mette di buzzo buono pure la Cina che, nel frattempo, è diventata di gran lunga il primo partner commerciale e il primo acquirente di petrolio saudita. Gli USA continuano a cercare di seminare un po’ di panico e, nel novembre del 2022, lanciano un allarme su un possibile attacco iraniano in suolo saudita – così, alla cazzodecane, giusto per fa un po’ caciara –, ma anche qui ci prendono 10: pochi mesi dopo, il 10 marzo del 2023, assistiti dalla paziente mediazione cinese iraniani e sauditi si tornano a stringere la mano a Pechino e riavviano le relazioni diplomatiche formali; gli USA, però, non hanno ancora perso le speranze e continuano a sperare nella firma saudita degli accordi di Abramo fino al 7 ottobre, quando l’operazione Diluvio di al Aqsa scombussola nuovamente tutti i piani e – complice l’azione dell’asse della resistenza e, in particolare, di Ansar Allah – obbliga gli USA a rimpelagarsi anima e core nella polveriera mediorientale: un sostegno incondizionato a un massacro genocida di carattere platealmente neocoloniale che, tra l’altro, non fa che rinsaldare il Sud globale e isolare sempre più Washington, ormai sempre più percepita – anche dai paesi più conservatori – come un pericoloso Stato canaglia completamente estraneo a ogni minima idea di diritto internazionale.
Insomma: il primo tentativo di delegare a qualcun altro uno dei tre fronti, direi che non è andato proprio benissimo anche perché, inevitabilmente, non ha fatto che aumentare l’influenza nella regione di Russia e Cina – e senza che nessuna delle due ci dovesse impiegare chissà quali risorse; d’altronde, è esattamente quello che succede quando i tuoi piani egemonici sono in palese contrasto con gli interessi dei popoli: mentre te impieghi risorse ingenti – e senza manco lontanamente raggiungere i tuoi obiettivi – agli altri gli basta tenersi in disparte e non rilanciare per essere visti come dei veri e propri salvatori della patria e ampliare così la loro influenza a costo zero. Andare contro il corso naturale della storia ha un costo altissimo che solo un impero al massimo della sua forma è in grado di sostenere, e al massimo della sua forma l’impero USA – così, a occhio – non lo è più da qualche tempo.
La lotta contro il declino dell’insostenibile egemonia USA in Medio Oriente, a un certo punto, sembrava addirittura stesse indebolendo la presa degli USA su quelli che, più che alleati (in particolare negli ultimi 2 anni), si sono rivelati veri e propri vassalli e, cioè, i paesi europei che, almeno di facciata – a partire proprio dalle votazioni all’Assemblea Generale e anche al Consiglio di Sicurezza dell’ONU – sembravano cominciare a prendere le distanze; probabilmente non avevano alternative: a differenza degli USA, dove – nonostante si sia sviluppato un movimento di solidarietà alla Palestina senza precedenti – la lobby sionista tiene letteralmente in pugno entrambi i probabili candidati alle prossime presidenziali, in Europa, alla vigilia del voto per il parlamento di Strasburgo, pestare un merdone sulla questione palestinese potrebbe essere determinante. La pantomima, però, sembra essere durata poco: al Summit di Monaco la Davos della difesa, come è stata ribattezzata – a parte qualche slogan inconcludente, da parte dell’Europa sul genocidio si è deciso di stendere un velo pietoso; tutta l’attenzione, invece, si è rivolta verso il fronte ucraino e sulla volontà dei vassalli europei di non spezzare il cuore ai padroni di Washington, come hanno fatto quegli irriconoscenti dei sauditi. Come sosteniamo sin dall’ormai lontano febbraio del 2022, infatti, la guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina può essere letta proprio come il tentativo USA di appaltare ai vassalli europei una lunga guerra di logoramento che tenga occupata Mosca e le impedisca, qualora fosse necessario, di garantire all’amico cinese il suo sostegno in caso di escalation nel Pacifico; ci stanno riuscendo?
Sinceramente, se ce lo aveste chiesto anche solo poche settimane fa avremmo risposto, in soldoni, di no; le ultime dichiarazioni – sulla falsariga di quelle rilasciate al Corriere da Charles Michel – però, ci stanno facendo sorgere più di qualche dubbio: l’idea che ci eravamo fatti, infatti, era che di fronte alla sostanziale debacle della NATO in Ucraina, il piano USA di spezzare definitivamente il processo di integrazione economica tra Unione Europea e Mosca fosse probabilmente destinato – almeno nel medio – lungo periodo, dopo una prima fase di innegabile successo – a essere reinvertito. In questi due anni, infatti, l’economia europea ha pagato un prezzo gigantesco e gli USA, che sono anche alle prese con una faida interna di dimensioni mai viste, non hanno fatto assolutamente niente di niente per condividere l’onere, anzi! Non solo si sono fatti d’oro con l’export di gas naturale liquefatto e hanno garantito un vantaggio competitivo enorme alle loro aziende proprio a partire dalla diversa bolletta energetica, ma hanno anche rincarato la dose oltre ogni limite con un’ondata di politiche protezionistiche senza precedenti e con una quantità di quattrini pubblici spropositata per attirare sul suolo americano tutti gli investimenti che le aziende, invece, non hanno nessunissima intenzione di fare nel vecchio continente; un fuoco incrociato al quale non siamo in nessun modo in grado di reagire: mentre gli USA, infatti, fanno i neoliberisti col culo degli altri (ma si sono tenuti ben stretta una Banca Centrale che funziona da prestatore di ultima istanza e che è in grado di monetizzare il gigantesco debito USA ogni volta che serve), l’impianto ordoliberista dell’Unione Europea ci impedisce di provare a tornare a crescere facendo debito. I capitali – noi – li dobbiamo cercare su quelli che la propaganda chiama mercati ma che, in realtà, non sono altro che i grandi monopoli finanziari privati che sono tutti made in USA, e i risultati si vedono: da due anni a questa parte la crescita USA, alla prova dei fatti, si è sempre dimostrata migliore delle aspettative; quella europea e, in particolare, quella tedesca, peggiore, di parecchio.

Angela Merkel con Vladimir Putin

L’Europa, nel frattempo, ha cercato di tenere botta differenziando l’approvvigionamento energetico, ma con il Medio Oriente in fiamme e sull’orlo di una guerra regionale non è che sia esattamente una passeggiata; ora, in questo contesto, Putin in Ucraina ci sta asfaltando e piano piano la questione Ucraina era stata vistosamente allontanata dai riflettori, relegata in qualche trafiletto nelle pagine interne: sembrava la tempesta perfetta per imporre all’Europa di sconigliare senza dare troppo nell’occhio e tornare alle posizioni espresse di nuovo, nell’autunno scorso, da Angela Merkel sulla necessità di un nuovo assetto della sicurezza continentale concordato con la Russia, che facesse da apripista alla fine delle sanzioni e al ritorno a rapporti economici sensati. D’altronde, da qualche tempo a questa parte, sembrava si stesse preparando il terreno: il bilancio disastroso delle sanzioni – che era chiaro sin dal principio, ma veniva dissimulato dalla propaganda con millemila puttanate – era stato sostanzialmente sdoganato; nelle ultime settimane e, in particolare, negli ultimissimi giorni, questa traiettoria però sembra di nuovo allontanarsi – e non mi riferisco certo solo alla strumentalizzazione senza pudore fatta della vicenda Navalny, che probabilmente era del tutto inevitabile. Il punto principale, piuttosto, è tutta questa retorica sulla corsa al riarmo europeo che ha tenuto banco, in particolare, proprio al Summit di Monaco e che – fattore ancora più preoccupante – è stata cavalcata in particolare proprio dalla Germania: la Germania, infatti, è in assoluto il paese che è ha subìto le conseguenze economiche più pesanti e quello che avrebbe più interesse a ricercare un nuova distensione con Putin, come suggerito da Angelona Merkel; il fatto che sia quello che, più di tutti, spinge sull’acceleratore dell’escalation, a nostro modesto avviso segnala che, oltre alla propaganda alla Navalny, c’è probabilmente qualcosa di molto più profondo. Del rischio che la Germania veda in una sorta di nuova economia di guerra, tutta focalizzata sull’industria bellica, l’unica via di uscita dal suo inesorabile declino industriale abbiamo parlato già ieri in questo video; qui volevamo aggiungere giusto un altro spunto di riflessione perché, come afferma proprio Charles Michel al Corriere, noi europei “stiamo lavorando duramente per convincere gli Stati Uniti a fare ciò che è necessario. Ma le esitazioni del Congresso – e il fatto che l’ex presidente Trump partecipi alla campagna elettorale – ci devono far capire che in futuro dovremo contare molto di più sulla nostra capacità”. Ora, questo sforzo per poter fare a meno degli USA, ovviamente, parte dalla situazione Ucraina dove, sottolinea Michel, “esiste solo un piano A: il sostegno all’Ucraina”, ma questa potrebbe essere solo la scusa, diciamo; sinceramente, nonostante non ritenga né Michel né nessuno dei suoi colleghi esattamente una cima, mi voglio augurare che non siano così rintronati da pensare di ribaltare le sorti della guerra con armi che riusciranno a produrre tra 5 anni e, come ha detto Michel stesso senza senso del pudore, “coinvolgendo anche il Sud globale”; piuttosto, quella che temo si stia facendo strada in Europa è proprio quello che ventilava mercoledì scorso anche Il Manifesto parlando della Germania e cioè, appunto, l’idea che per salvare la nostra industria non ci rimanga che concentrare tutti gli sforzi nell’industria bellica e che, per finanziarla, non ci rimanga che intraprendere la strada che porta a una sorta di nuova economia di guerra. D’altronde, è anche l’architettura istituzionale delirante che ci siamo dati a imporcelo: senza Banca Centrale prestatrice di ultima istanza in grado di monetizzare il debito e in balìa dei monopoli finanziari privati USA, ci possiamo indebitare soltanto per finanziare quello che piace anche a loro e quindi, in ultima istanza, quello che rientra nell’agenda del superimperialismo a stelle e strisce; e, di sicuro, non gli piace se facciamo debito per sviluppare una nostra industria tecnologica o una nostra transizione green che metta a repentaglio il primato che stanno cercando di ricostruirsi a suon di incentivi miliardari. Invece se li buttiamo tutti in industria delle armi – che usiamo esclusivamente per tenere occupata e logorare la Russia – quello gli va bene, eccome, e quindi se po’ fa: è l’unico tipo di microrilancio economico che il nostro padrone ci concede.
Anzi, no, non è l’unico: ce n’è pure un’altra, che peggio mi sento; lo ricorda lo stesso Michel, sempre nella stessa intervista: per una nuova corsa agli armamenti, afferma, ovviamente serve “supporto finanziario” e per trovarlo, sottolinea, “stiamo lavorando per cercare di usare gli asset russi congelati”. Ora, intendiamoci, io non ho niente contro gli espropri, quelli proletari però: ogni asset preso da un oligarca e nazionalizzato manu militari per me è sempre una conquista – io, ad esempio, lo farei domattina con tutti gli stabilimenti Stellantis e l’avrei fatto, a suo tempo, con l’ex ILVA. Qui, però, la faccenda è un’altra: si tratta di rapinare un bene privato per consegnarlo a un altro privato, esattamente com’è successo con la raffineria della Lukoil a Priolo ed esattamente come sta facendo la Germania con la raffineria del Brandeburgo e con tutta la rete gestionale della Rosneft distribuita tra Germania, Polonia e Austria per un valore complessivo, riporta Hadelsblatt, di circa 7 miliardi di dollari; come commenta sarcasticamente John Helmer sul suo blog, “Finché possono rubare o distruggere le risorse russe a ovest dell’Ucraina, la guerra non finirà” e “Il partito tedesco che meglio garantirà di continuare questo furto per l’arricchimento dei dirigenti e degli azionisti tedeschi vincerà le prossime elezioni”.
Insomma: un’economia di guerra e di rapina, alla faccia del giardino ordinato; impossibilitati a recuperare il terreno economico e produttivo perduto, in questi mesi si stanno mettendo le basi per un’Europa completamente diversa da quella che abbiamo già conosciuta e – sembra difficile crederlo – incredibilmente peggiore. Per evitare che tutto salti per aria, allora, ovviamente c’è bisogno di un supporto propagandistico ed ideologico di tutto rispetto e questo supporto, questa giustificazione, non può che essere uno stato di guerra permanente a medio – bassa intensità sostenuto da tutta la propaganda sul grande pericolo immaginario che arriva da Est; cioè, per tenere in piedi l’Europa dell’industria bellica e dell’economia di guerra che ci stanno prospettando, la guerra alla Russia non è un’ipotesi, non è un’eventualità: è proprio una necessità vitale. Dall’alto del nostro suprematismo del tutto ingiustificato, prendevamo per il culo i popoli arabi e le condizioni di vita indecenti che si fanno imporre dai loro regimi autoritari, al punto da dichiarare unica democrazia dell’area un stato fondato sul genocidio e l’apartheid, e poi ci siamo fatti ingroppare senza vasellina come loro non hanno permesso. Sarebbe arrivata l’ora di ritrovare un po’ di dignità e rovesciare completamente il tavolo prima che sia troppo tardi; per farlo, abbiamo bisogno di lasciarci alle spalle la guerra di propaganda a suon di armi di distrazione di massa tra sinistra ZTL e destra negazionista e reazionaria e mettere in piedi un vero e proprio media popolare, ma autorevole, che dia una prospettiva alle aspirazioni concrete del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Charles Michel

GUERRA TOTALE CON LA RUSSIA – La Bolla con Antonio Mazzeo, Francesco Dall’Aglio e Clara Statello

Dopo averci chiesto di rinunciare alle docce, all’acqua calda e ai condizionatori, i nostri generali e politici liberali ci chiedono di prepararci alla guerra totale con la Russia. L’allarme russo è stato lanciato dall’ammiraglio Rob Bauer alla riunione dei vertici NATO a Bruxelles. Il conflitto è inevitabile, avverrà entro 20 anni e dovremo rinunciare ai nostri grandi privilegi di cittadini del giardino europeo. Per garantire la vittoria della Democrazia sulle malvage Dittature, dovremo aumentare le spese militari e gli investimenti destinati al comparto bellico industriale. Non solo i pochi fondi per il welfare verrebbero tagliati, ma si dovrà tornare alla coscrizione. La democrazia deve saper difendersi.
Omette di dire che lo scontro diretto NATO – Russia equivale ad un conflitto nucleare, ma intanto la felice macchina da guerra della più grande civiltà di tutti i tempi sembra avviarsi. La Svezia si sta già preparando mentre i Paesi Baltici decidono di costruire una linea comune di bunker pe la difesa. In quest’euforia prebellica, alimentata da intellettuali con l’elmetto in testa in febbrile tripudio, il capo supremo delle forze USA in Europa annuncia le più grandi esercitazioni militari dalla fine della Guerra Fredda che si terranno davanti Kaliningrad, secondo l’antico detto: si vis pacem, para escalescion.

NE PARLIAMO CON ANTONIO MAZZEO, CLARA STATELLO E FRANCESCO DALL’AGLIO

Le conseguenze economiche della guerra [pt1]: chi pagherà l’inflazione che arriva dal Medio Oriente?

“I venti di guerra gelano la crescita” titolava già martedì scorso Il Sole 24 ore. Ma – non per essere puntiglioso eh – di quale cazzo di crescita parlano?

in foto: Alessandro Volpi

Come insieme ad Alessandro Volpi abbiamo spiegato con dovizia di particolari già la settimana scorsa, ben prima che si riaprisse questo ennesimo capitolo di questa terza guerra mondiale a rate, l’economia del nord globale era già bella che affacciata sul bordo di un gigantesco baratro. Quella italiana in particolare poi si è già portata un bel pezzo avanti: non solo è già in caduta libera, ma ha anche raggiunto il fondo ed ha già iniziato a scavare, ma solo con le mani. L’escalation in Medio Oriente, diciamo, non fa altro che fornirci una bella trivella nuova di pacca per scavare più velocemente. Il meccanismo è di nuovo quello che si è già ampiamente manifestato dopo lo scoppio nel febbraio del 2022 della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina. A partire da una tensione di carattere geopolitico, a prescindere dal suo impatto concreto sull’economia reale, parte un’offensiva speculativa che innesca una spirale inflazionistica; le banche centrali colgono la palla al balzo e, con la scusa della lotta all’inflazione, avviano una corsa al rialzo dei tassi d’interesse. All’inflazione però, come si dice dalle mie parti, gli fanno come il cazzo alle vecchie, perché ormai il mercato e la concorrenza sono solo ricordi del passato: in tutti i settori che contano davvero vige un regime oligopolistico, e a determinare i prezzi sono una manciata di imprese che continuano a tenerli alti anche quando la crescita dei prezzi delle materie prime ormai è rientrata.
In compenso però la corsa al rialzo dei tassi d’interesse un effetto lo scatena eccome: la recessione, e nella recessione, la fuga dei capitali verso i beni rifugio, e cioè i titoli di stato USA e le bolle speculative denominate in dollari. D’altronde chi te lo fa fare di investire nell’economia reale in tempi così turbolenti quando puoi parcheggiare i tuoi quattrini in macchine infernali che non fanno altro che generare soldi da altri soldi? Ed ecco così che le economie più deboli, per far finta di tenere un minimo in ordine i conti, si ritrovano costrette a vendere i gioielli di famiglia, e le oligarchie finanziarie col portafoglio ovunque ma col cuore a Washington fanno shopping in giro per il mondo a prezzi di saldo e riempono le tasche all’1%, sulla pelle del 99.
Con questo video, grazie al contributo essenziale del mitico Alessandro Volpi e dell’amico Matteo Bortolon de La Fionda, abbiamo deciso di inaugurare una piccola miniserie che nel corso di questa settimana cercherà non solo di farvi una cronaca di quello che sta accadendo, ma anche di fornirvi gli strumenti analitici per capire perché sta accadendo e che ripercussioni avrà sulla nostra vita quotidiana e di provare a convincervi che l’unica soluzione realistica e razionale è distruggere una volta per tutte il meccanismo perverso imposto dall’1% e tornare a dare voce e potere al 99.
Con l’avvio dell’operazione Diluvio di al Aqsa da parte della resistenza palestinese sabato scorso, e con l’intensificarsi della pulizia etnica da parte del regime sionista che ha scatenato, il Medio Oriente, dopo una fase di apparente relativa calma, è tornato a incendiarsi e con lui, inevitabilmente, anche il mercato dell’energia, ridando così rinnovato slancio alla spirale inflazionistica che questi due anni di politiche monetarie suicide non erano in realtà riuscite mai a spezzare sul serio.

Alessandro Volpi: “il prezzo del gas, che prima che iniziasse questa nuova tensione bellica era indicativamente intorno ai 32 – 34 € a megawattora. Oggi siamo a cinquantatré, quindi nel giro di pochissimi giorni il gas ha preso venti euro senza che in realtà sia successo nulla sul piano delle forniture reali. Questo è il preludio di un’ulteriore crescita, perché è evidente che è ripartita la speculazione. Non dimentichiamoci che durante l’ondata inflazionistica 2021 – 2022 il petrolio era stato sostanzialmente intorno ai 70 – 75 $ al barile. Ora siamo ormai ampiamente sopra gli 80. Ci dirigiamo verso i 90 e quindi è abbastanza evidente che ci troveremo con una bolletta energetica molto pesante. Questo è un quadro per niente rassicurante e ancora una volta figlio delle ventate speculative prima ancora che dell’economia reale, perché dieci giorni di tensione militare, pur nella loro crudezza, non hanno inciso in nessun modo su quelli che sono gli approvvigionamenti reali e siamo anche certi che non incideranno negli approvvigionamenti reali dei prossimi mesi e probabilmente di tutto il prossimo anno.
Quindi, veramente, stiamo facendo stiamo facendo pura speculazione che determina di nuovo un’inflazione pesantissima.
Ma come fa concretamente la finanziarizzazione e la speculazione finanziaria ad alterare alla radice il meccanismo attraverso il quale i così detti mercati, che è l’eufemismo che la propaganda liberale ha adottato per descrivere un manipolo di oligarchi, determinano il prezzo reale delle materie prime senza le quali tutto il mondo si blocca. Il buon Alessandro Volpi ci ha fatto un riassuntino for dummies, perchè anche se il giochino ormai dovrebbe essere arcinoto, la potenza di fuoco della propaganda che usa ogni mezzo per dissimulare i crimini contro l’umanità sui quali si fonda la dittatura globale delle oligarchie finanziarie rischia sempre di distrarci dai nodi fondamentali. Ecco allora che con grande piacere vi introduco questa piccola rubrica di Rieducottolina, dove spieghiamo perché la finanziarizzazione dei mercati delle materie prime rappresenta uno ‘mbuto gigantesco per l’economia reale.

Alessandro Volpi: “Il prezzo del gas europeo continua a essere fatto, appunto, in questo listino privato che si chiama TTF che – mettiamolo in chiaro con evidenza – è di proprietà dei grandi fondi speculativi, perché gli azionisti di TTF sono in larga misura Vanguard, Black Rock e State Street, quindi gli stessi soggetti che direttamente e indirettamente – in quanto azionisti di banche che operano sul listino su questo TTF – contribuiscono a determinare il prezzo perché fanno scommesse sui contratti reali. In altre parole lo scambio di gas viene definito in termini reali fra un compratore e un venditore nel listino TTF a un prezzo pari a 32 – 33 € per megawattora a parte, una serie di scommesse che prevedono un’ipotetica mancanza di gas, perché c’è stato un boicottaggio? Perché? Partono queste scommesse prodotte da questi grandi fondi o dalle banche che sono possedute, dei fondi che sono a loro volta i proprietari del listino dove vengono fatte queste scommesse che dicono: scommettiamo che fra tre mesi il prezzo, al momento dell’eventuale consegna dei gas, non sarà trentatré ma sarà cinquantatré? Immediatamente il prezzo sale arriva a cinquantatré. Il contratto successivo di vendita reale non è più firmato, non è più concluso a trenta, trentatré euro a megawattora, ma cinquantatré e così via. Questo perché, appunto, il TTF è un listino privato che definisce i prezzi, che ammette al proprio interno non solo compratori e venditori reali, ma anche tutta una serie di oggetti finanziari che sono di proprietà di questi stessi fondi che alla fine, peraltro, sono gli stessi che sono in larga misura gli azionisti principali delle società di produzione e distribuzione dei gas del petrolio. Noi peraltro ci siamo invaghiti ormai del gas liquido naturale che per sua natura è il più soggetto alle ondate speculative, perché è un mercato dove la speculazione si può fare: nella Borsa dove si definisce; durante i transiti doganali; sul noleggio della nave. Una roba dove la definizione del il prezzo, lo sanno bene gli operatori, è praticamente impossibile Quindi noi non abbiamo più in questo momento una dimensione dell’economia reale. Abbiamo una dimensione dell’economia dove i prezzi sono finanziarizzati e quindi la valutazione è semplicemente quella di stabilire, in un clima di forti aspettative o comunque di probabili aspettative di tensione, significhi la possibilità di scommettere al rialzo. Si scommette al rialzo, la forza di questi soggetti è tale che è come se tutti scommettevano nella stessa direzione. Chi capisce il vento, ovviamente, va dietro a quel tipo di scommesse. I prezzi si sganciano dalla realtà e ogni tensione si traduce appunto per effetto di questa finanziarizzazione, in un’ondata inflazionistica che travolge il potere d’acquisto reale delle popolazioni. E chi scatena le tensioni è consapevole che dietro c’è l’effetto amplificatore estremo della finanziarizzazione.
Aggiungerei peraltro, un’ultima annotazione: non so se hai notato negli Stati Uniti hanno inasprito alcune sanzioni nei confronti della Russia proprio in questi giorni, guarda caso nel momento in cui i prezzi del petrolio hanno cominciato a risalire. Perché in effetti questo dato ha contribuito a un ulteriore aumento del prezzo del petrolio e del gas e qui è una sorta di braccio di ferro. Perché paradossalmente l’aumento del prezzo dei gas poi alla fine finisce per favorire anche la stessa Russia di Putin. Gli americani ne traggono beneficio perché certamente c’è un aumento del prezzo del petrolio. Alla fine chi ne subisce le conseguenze in maniera chiara sono gli importatori di questo tipo di produzione, di questo tipo di energia, quindi in larga parte buona parte del sistema del sistema produttivo europeo.”

La concorrenza sleale del finto alleato USA a partire dai costi dell’energia, è ormai un vecchio classico, come d’altronde è un vecchio classico la risposta che le banche centrali si sentono in dovere di dare ogni qualvolta si ripresenta una spinta inflazionistica. Anche se, come abbiamo visto, le cause sono meramente di carattere speculativo e quindi l’arma di distruzione di massa della corsa al rialzo dei tassi di interesse molto banalmente, non funziona. Ancora meno funziona nella fase successiva e cioè quando la speculazione rientra, i costi delle materie prime ritornano a livelli più o meno ragionevoli, ma non quelli dei prodotti delle aziende, che anzi continuano ad aumentare senza nessunissima ragione concreta, con l’unico risultato che fette sempre più grandi di ricchezza passano dalle tasche di chi lavora alle tasse di chi campa sul lavoro altrui. La corsa al rialzo dei tassi di interesse serve a qualcosa per contenere l’inflazione soltanto nella fase ancora successiva, e cioè quando i lavoratori finalmente si incazzano, e si organizzano per pretendere un adeguamento dei salari all’aumento del costo della vita. Che è un po’ la fase che stiamo attraversando adesso, anche se in Italia non si direbbe.

Ma negli USA ad esempio si.

Come sta succedendo ad esempio nell’industria automobilistica, dove i sindacati sono ormai da oltre un mese sul piede di guerra per pretendere aumenti salariali nell’ordine del 40%, e anche la riduzione dell’orario di lavoro. Ora si che i tassi di interesse alti servono: ai padroni. come arma contro le rivendicazioni di chi lavora.
Ed ecco perchè, nonostante l’intera economia del nord globale sia ormai più o meno ufficialmente in recessione, le banche centrali continuano in questa politica folle e con il medio oriente che torna a incendiarsi, ogni speranza di un cambiamento di rotta nel prossimo futuro, per quanto esile, va definitivamente a farsi benedire.

Alessandro Volpi: “È probabile che questo significhi che la Banca centrale europea non riveda le proprie strategie, quindi continui con una politica di tassi che è una politica di alti tassi alti, con le conseguenze che ne derivano in termini di collocamento del debito pubblico a partire dai Paesi più deboli. Questo che cosa farà? Favorirà chi ci ha già la liquidità. Chi ce l’ha la liquidità? I grandi fondi. È chiaro che si determina una soluzione per cui invece tutti quelli che hanno bisogno del credito bancario lo pagano l’ira di Dio e quindi sono fuori dal mercato. Quindi chi è che si compra le aziende in difficoltà che non hanno più credito bancario? I grandi fondi che la liquidità ce l’hanno. Quindi è evidente che il gioco funziona e c’è questa selezione, perché è ovvio che questi soggetti potranno comprare grandi fondi, pezzi di imprese, potranno comprare parti di società pubbliche messe in dismissione. Voglio vedere chi si comprerà questo famoso venti e i famosi venti miliardi delle privatizzazioni italiane, probabilmente venti non basteranno, ne faranno venticinque. Avranno bisogno di soldi e cosa venderanno? All’Italia e Monte dei Paschi? Ci credo poco proveranno, ma venderanno qualcosa che sia appetibile. Quindi titoli di Eni, titoli di Enel. Io penso che questo non sia soltanto una follia. È una follia che ha una sua profonda lucidità. La finanziarizzazione consente di fatto una inflazione stellare, non rende più possibile il finanziamento dei debito per far fronte all’aumento del costo della vita e quindi obbliga alla riduzione del perimetro degli interventi pubblici, obbliga prima alla privatizzazione dei settori e poi, appunto, la riduzione del perimetro e questo va a vantaggio di quelli che si possono appunto comprare Eni, Enel e via dicendo. Al tempo stesso va a vantaggio di quelli che diventeranno i destinatari dei risparmi degli italiani. Blackrock e Vanguard invece che fare ventiduemila miliardi di attivi faranno anche venticinque, trentamila miliardi, perché ci saranno anche risparmi degli italiani. Che ad oggi sono solo in parte e finiranno lì. Questo è il mondo nel quale siamo drammaticamente avviluppati, è l’affermazione della centralità assoluta dei grandi fondi che stanno occupando gli spazi non solo della finanza, ma anche dell’esistenza degli Stati in quanto tali.”

La cosa più divertente in queste ore, è proprio vedere come di fronte alle evidenti ripercussioni catastrofiche che l’escalation in Israele avrà necessariamente anche sulla nostra economia già tramortita, la nostra classe dirigente sia tra le più entusiaste sostenitrice della soluzione finale. Se è raccapricciante vedere come le oligarchie non abbiano nessuna remora a sostenere un genocidio pur di arraffare un po’ di quattrini in più, vedere qualcuno sostenere apartamente con entusiasmo un genocidio addirittura contro i suoi stessi interessi, non ha prezzo. Nell’attesa di portare avanti il loro piano complessivo per il dominio globale, infatti, almeno le oligarchie finanziarie a stelle e strisce e i loro fondi speculativi intanto sono già passati all’incasso. Grazie alla carneficina in corso a Gaza, nell’arco di poche ore Lockheed Martin ha guadagnato in borsa il 9,8%, General Dynamics il 9,9%, Northrop Grumman, poco meno del 14%. Indovinate chi sono i principali azionisti? la risposta la sapete già: sempre loro, blackrock, vanguard e state street, il simbolo per eccellenza della più grande concentrazione di potere e di ricchezza nelle mani di un manipolo di aristocratici del’intera storia dell’umanità.

Una bella boccata d’ossigeno.

In media infatti dall’inizio dell’anno le azioni dei tre colossi delle forniture militari avevano perso intorno al 20%. Era l’effetto delle magnifiche sorti e progressive della controffensiva ucraina, che mano a mano che si rivelava anche agli occhi dei liberali più ottusi per il grandissimo inevitabile fallimento che era, lasciava presagire che l’era d’oro delle supercommissioni per portare avanti la guerra per procura sarebbe presto tramontata. Nel frattempo, lontano dagli uffici delle oligarchie del fronte democratico, il mondo è alla fame, letteralmente.
Come ricorda Stephen Devereux dell’Institute of Development Studies su Project Syndicate infatti, “Dagli anni ’60 fino alla metà degli anni 2010, la fame è diminuita in tutto il mondo”. Il Contributo di gran lunga più importante è arrivato dalla Cina, che è talmente ferocemente turbocapitalista che ha emancipato dalla schiavitù della fame tutta la sua popolazione. Risolto il problema della fame in Cina, ricorda Devereux, “nonostante la produzione alimentare record, la tendenza è tornata a invertirsi, con circa 828 milioni di persone colpite dalla fame a livello globale nel 2021 – un aumento di 46 milioni rispetto al 2020 e di 150 milioni rispetto al 2019”.

E potrebbe essere soltanto l’inizio.

Alessandro Volpi: “I prezzi agricoli sono definiti fondamentalmente da due, tre borse a livello mondiale. Le più importanti sono la Borsa di Chicago, la Borsa di Parigi, la Borsa di Mumbai. La Borsa di Chicago, che è la più importante, in parte anche la Borsa di Parigi, sono totalmente finanziarizzate, cioè la proprietà della Borsa di Chicago è ancora una volta di State street, Vanguard e Black Rock. Quindi il luogo dove si definisce il prezzo dei prodotti agricoli, il contenitore dove si definisce è di proprietà di questi fondi. Questi fondi sono presenti, come nel caso del gas, nonostante c’entrano nulla con la produzione di beni agricoli, che peraltro sono beni assolutamente sensibili e le prime tre, quattro società di produzione di cereali e non solo, ma anche di altri beni in giro per il mondo, sono di proprietà di questi fondi. Le altre tre, quattro, le famose Big Three che regolano i prezzi. Quindi anche nel momento in cui si decide che per determinate aspettative futuribili ci può essere una carenza di determinati prodotti agricoli, abbiamo visto il caso dello zucchero, per esempio, che ha avuto un balzo del 45% in virtù di una carenza di produzione limitata al 4% complessivo. Quindi senza nessuna giustificazione, perché dietro quel contenitore sono partite le scommesse. Quindi noi dobbiamo avere ormai chiaro che il mondo nel quale viviamo non è più un mondo nel quale esiste un mercato che è in grado di fare un qualche tipo di valutazione sull’impatto geopolitico delle questioni. Cioè scoppia una tensione fra Hamas e Israele, c’è un conflitto fra Hamas e Israele? Bene, valutiamo il mercato. Dovrebbe servire indicativamente a valutare che tipo di effetti produca. Ecco, questo non esiste più.

È il libro nero del capitalismo globalizzato neoliberista, che ogni anno genera direttamente oltre dieci milioni di morti. Fortunatamente sono morti democratiche e per la libertà dei mercati, quindi non sono proprio morti vere, sono danni collaterali, in nome della democrazia e della libertà. Oltre alle decine di milioni di morti dirette, poi, c’è la schiavitù del debito che generano, e della quale ci occuperemo domattina nella seconda puntata di questa miniserie, con un lavoro a quattro mani scritto insieme all’amico Matteo Bortolon. Affinchè il libro nero del capitalismo finanziario globalizzato, che proviamo a scrivere giorno dopo giorno, raggiunga il maggior numero di persone, affidarsi ai media pagati da chi di tutto questo è la causa potrebbe essere piuttosto velleitario

Piuttosto, ci serve un media tutto nostro, che stia dalla parte del 99%.

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E chi non aderisce è Antonio Tajani.