L’avevamo messa sul piatto come ipotesi un po’ estrema, ma tutti i dati continuano ad andare in quella direzione: stanno applicando un piano malefico per trasferire tutti i nostri soldi in tasca ai Tech-bro? Andiamo per gradi. Primo punto: stamattina, i rendimenti dei titoli decennali USA hanno raggiunto la quota record di 5,36%; nel solo terzo trimestre, il rendimento del decennale è aumentato di 87 punti base, il peggior trimestre dal 1994. Ovviamente, tutti gli altri rendimenti gli vanno dietro, ed è solo l’inizio… Stamattina i giornali riportano i dati aggiornati sull’inflazione: dal 3,3% di agosto, al 4,2 di settembre; è tutta inflazione dovuta a crisi energetica e alimentari ed è destinata a durare. Da Hormuz sembra passare effettivamente qualche barile in più e la quotazione del Brent, ieri, ha perso qualche dollaro, solo parzialmente recuperato in mattinata; ma il problema ormai è il diesel: le scorte commerciali americane di distillati sono scese, nell’ultima settimana, di 2,3 milioni di barili, a appena 105,2 milioni, circa 14% sotto la media quinquennale – le raffinerie danneggiate o indisponibili non ricominciano a produrre diesel perché una petroliera passa Hormuz… Trump continua a minacciare un ban all’esportazione di diesel, che ci darebbe la mazzata finale, ma forse è un po’ troppo anche per loro; più probabile che sia una mossa per costringere in particolare Francia e Germania a rilasciare quote aggiuntive di riserve strategiche. Nell’immediato potrebbe funzionare, ma se il conflitto in Asia occidentale si riaccende – o, comunque, non si placa (e non c’è motivo per sperare che accada) – e se la produzione delle raffinerie magicamente non riprende in grande stile (e non c’è motivo per sperare che accada), si tratta di tamponare il problema per ritrovarselo più grande a stretto giro. E, a quel punto, il margine di manovra è zero; crisi energetica più ortodossia delle banche centrali significano una cosa sola: recessione, che quindi non è un prodotto del destino cinico e baro, ma una strategia perseguita coscientemente. Perché? Perché obbligherebbe a trovare un sostituto nella domanda aggregata ai consumi e quel sostituto si chiama economia di guerra: spesa pubblica per riarmo e guerra guerreggiata. E cosa c’entra l’AI? C’entra eccome: l’AI è l’infrastruttura abilitante della guerra del XXI secolo. Non è un prodotto commerciale: è una filiera strategica tutta in mano ai Tech-bro. Trump l’ha voluto decretare ufficialmente: ha riunito i Tech-bro, ha ribattezzato l’intelligenza artificiale SuperIntelligenza e gli ha dato mandato di fare un cartello per autoregolarsi. I mercati l’hanno capito, e tutti i capitali stanno andando verso le Big Tech: quelli in uscita dai titoli di Stato, che hanno causato l’ennesimo aumento dei rendimenti, e quelli in uscita dai mercati azionari europei, che oggi si risvegliano in profondo rosso. I future sugli indici USA invece, dopo la tenuta del NASDAQ di ieri, sono ancora in terreno positivo; non tutti, però: solo quelli legati all’AI, che si sta divorando anche il resto del capitalismo statunitense.









