C’è qualcosa che non torna: in questi quattro anni di guerra in Ucraina, abbiamo sentito centinaia di analisi militari ed economiche sul conflitto; tuttavia, se rimaniamo nell’ambito del mero calcolo strategico, il comportamento di Washington e delle élite europee al suo seguito appare del tutto irrazionale. Perché i Paesi della NATO avrebbero pianificato e preparato uno scontro con la Russia proprio mentre la Cina si stava affermando come la vera superpotenza rivale? Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’alleanza d’acciaio tra Russia e Cina, il boom dei BRICS+ e un’accelerazione impressionante del declino del vecchio ordine mondiale a guida americana; anche la guerra contro l’Iran e la sconfitta subita da Trump – che, secondo alcuni osservatori, si starebbe consumando proprio in questi giorni – possono essere lette come il frutto di quella scelta strategica originaria, apparentemente inspiegabile – inspiegabile, almeno se ci limitiamo a osservare gli eventi attraverso le lenti della geopolitica, la pseudoscienza più diffusa dei nostri tempi. Eppure, un’alternativa c’era: nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino, sembrava possibile porre fine alla guerra civile europea iniziata nel 1914; nei primi anni Duemila, la Russia arrivò persino a discutere, a determinate condizioni, di una possibile adesione alla NATO. Perché, allora, le élite nordamericane, seguite dalle province dell’Europa occidentale, hanno rifiutato quella mano tesa? Perché hanno preferito la strada dell’accerchiamento e di quel tentativo di regime change fallito che, secondo questa lettura, prende il nome di guerra in Ucraina? Nell’intervista di oggi, il filosofo e analista Hauke Ritz risponde a questa domanda decisiva a partire dal suo ultimo libro, Perché l’Occidente odia la Russia (Fazi Editore), un libro che parte da una premessa radicale: in Ucraina non si combatte soltanto per sfere d’influenza e confini, ma per qualcosa di immensamente più grande.















