Il Marru
L’illusione del coordinamento transatlantico e la deriva verso la guerra perpetua.

L’editoriale del Generale Maurizio Boni su Monaco 2026 pubblicata su Analisi Difesa non lascia molto spazio all’ottimismo: “La 62ª edizione della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco”, scrive Boni, “si è chiusa lasciando dietro di sé più interrogativi che certezze. Dietro la retorica rassicurante del Segretario di Stato americano Marco Rubio e le solenni dichiarazioni dei leader europei, emerge un quadro di sostanziali contraddizioni che rivelano l’irrilevanza strategica dell’Europa e il pericoloso slittamento verso una logica di guerra di logoramento senza fine”. Boni sottolinea l’inusuale dimensione della delegazione USA: oltre 40 membri del Senato USA; un record. Ma, probabilmente, non erano arrivati a Monaco per discutere coi colleghi europei; Marco Rubio, infatti, “all’ultimo minuto si è ritirato da un incontro chiave con i leader europei”: “Mentre Merz celebrava il coordinamento e Macron rivendicava il ruolo indispensabile degli europei, questi ultimi venivano di fatto esclusi dalle discussioni essenziali per la risoluzione di un conflitto che influisce profondamente sul futuro della loro stessa sicurezza”. Rispetto alle dichiarazioni di Vance dell’ultima conferenza, i toni di Rubio sono stati più distensivi; invece di accusare l’Europa di essersi “allontanata dai suoi valori fondamentali”, “Rubio ha parlato di civiltà condivisa: ha citato Mozart, Shakespeare e i Beatles come simboli della grandezza europea e ha affermato che Stati Uniti ed Europa condividono un destino comune”, “Tuttavia, dietro le parole rassicuranti, Rubio ha ribadito le posizioni di fondo dell’amministrazione Trump”. “Uno degli aspetti più inquietanti emersi dalla Conferenza”, continua Boni, “è stato introdotto senza mezzi termini dal Cancelliere tedesco secondo il quale la Russia “non è disposta a parlare seriamente e lo sarà solamente quando Mosca avrà esaurito tutte le sue risorse economiche e militari. Pertanto, la Germania e l’Europa dovranno fare di tutto per portare i russi a raggiungere il loro limite. Questa prospettiva, coerente con il disegno di mantenere gli ucraini in guerra mentre l’Europa si rafforza militarmente, è stata ribadita da numerosi leader presenti”; “Di fatto”, sottolinea ancora Boni, “la situazione attuale vede gli Stati Uniti scaricare il grosso della gestione del conflitto ucraino sulle spalle degli europei, mentre questi ultimi cercano disperatamente di tenere gli americani coinvolti e di mantenere le relazioni transatlantiche vive e vegete”: “L’Europa paga e l’America fornisce, mantenendo il controllo strategico e industriale, almeno fino a quando l’industria della difesa europea non sia in grado di riorganizzarsi e di colmare i divari capacitivi dei quali soffre attualmente”. “La Conferenza di Monaco 2026”, conclude Boni, “non ha prodotto svolte eclatanti né segnali concreti di un’inversione di rotta. Ha piuttosto certificato una realtà dove l’Europa parla di coordinamento ma non coordina, rivendica centralità ma non incide, invoca la pace ma pianifica la prosecuzione della guerra”.
Sul fronte iraniano, giusto 3 consigli di lettura: 1) questa esclusiva di Reuters di venerdì scorso che parla esplicitamente di un “esercito americano che si prepara per operazioni con l’Iran che potrebbero durare settimane”; 2) questa analisi di Andrew Korybko che sottolinea come “Un blocco petrolifero contro l’Iran simile a quello venezuelano potrebbe consentire agli USA di dividere e comandare Russia, India e Cina; 3) questo articolo di Leon Hadar su Asia Times che ricorda come “La fantasia secondo cui la massima pressione sommata alle minacce militari avrebbe portato alla capitolazione dell’Iran è stata ripetutamente messa alla prova e ogni volta è fallita”; 4) e questo articolo sul canale Substack di Simplicius The Thinker.
Passiamo alla tecnologia: Erik Brynjolfsson, direttore del Digital Economy Lab della Stanford University, torna a parlare di intelligenza artificiale e di aumento della produttività:

“Per oltre un decennio”, scrive Brynjolfsson, “gli economisti si sono confrontati con una moderna iterazione del paradosso di Solow: abbiamo visto l’intelligenza artificiale ovunque tranne che nelle statistiche sulla produttività. Gli scettici sostengono che la ragione di ciò sia che l’innovazione moderna nei sistemi di apprendimento automatico e ora nell’intelligenza artificiale generativa impallidiscono rispetto alle grandi invenzioni del passato. Tuttavia, le ultime revisioni dei benchmark del Bureau of Labor Statistics suggeriscono che la nebbia statistica potrebbe finalmente diradarsi”; “La mia analisi aggiornata”, sottolinea Brynjolfsson, “suggerisce un aumento della produttività negli Stati Uniti di circa il 2,7% entro il 2025. Si tratta di un dato quasi raddoppiato rispetto alla debole media annua dell’1,4% che ha caratterizzato l’ultimo decennio”, e sarebbe proprio questo aumento della produttività dovuto al passaggio “da un’era di sperimentazione dell’IA a un’era di utilità strutturale” a giustificare il paradosso degli ultimi dati su crescita economica e occupazione negli USA: “I nuovi dati”, sottolinea Brynjolfsson, “rivelano che la crescita totale delle retribuzioni è stata rivista al ribasso di circa 403.000 posti di lavoro”, ma “questa revisione al ribasso si è verificata mentre il PIL reale si è mantenuto robusto, con un tasso di crescita del 3,7% nel quarto trimestre” e “Questo disaccoppiamento – il mantenimento di un output elevato con un input di lavoro significativamente inferiore – è il segno distintivo della crescita della produttività”.
Bloomberg torna a puntare i riflettori sui colli di bottiglia delle supply chain legati al boom dell’intelligenza artificiale:

“Un crescente gruppo di leader del settore tecnologico, tra cui Elon Musk e Tim Cook”, sottolinea l’articolo, “lancia l’allarme su una crisi globale imminente: la carenza di chip di memoria sta iniziando a incidere negativamente sui profitti, a far deragliare i piani aziendali e a far lievitare i prezzi di tutto, dai laptop agli smartphone, dalle automobili ai data center, e la situazione non potrà che peggiorare”; “Dall’inizio del 2026, Tesla Inc., Apple Inc. e una dozzina di altre grandi aziende hanno segnalato che la carenza di DRAM (memoria dinamica ad accesso casuale), il componente fondamentale di quasi tutta la tecnologia, limiterà la produzione. Cook ha avvertito che ciò comprimerà i margini di profitto dell’iPhone”: ”Si tratta della più significativa discrepanza tra domanda e offerta, sia in termini di entità che di orizzonte temporale, che abbiamo riscontrato nei miei 25 anni di esperienza nel settore”, ha dichiarato a Bloomberg News a dicembre Manish Bhatia, vicepresidente esecutivo delle operazioni di Micron.
Sempre a proposito di intelligenza artificiale, Yanni Wu su Asia Times racconta del fenomeno cinese di Seedance 2.0, il modello di Bytedance per la generazione di video con l’AI che sta facendo impazzire il web:

Il Soddu
Diplomazia USA-Cina: il contenimento pragmatico a Monaco. A Monaco, Rubio e Wang hanno concordato di “gestire la rivalità” senza escalation, ma le divergenze su Taiwan e tech restano intatte; questo dialogo bilaterale segnala che l’amministrazione Trump sta testando un decoupling selettivo, senza però abbandonare l’idea di un fronte unito anti-cinese (qui gli approfondimenti di South China Morning Post e Reuters).
Wang sfrutta il vuoto lasciato dagli USA per proporre alla Germania un upgrade strategico. Implicazione economica: Pechino punta a dividere l’Ue sul de-risking, preservando l’accesso al mercato tedesco per EV e batterie, mentre Berlino bilancia dipendenza cinese e pressione americane (qui l’approfondimento di Bloomberg).
Tokyo respinge l’accusa di Wang sui “fantasmi del militarismo”. Questo scambio pubblico rafforza l’asse USA-Giappone-Taiwan e aumenta il rischio di frammentazione delle supply chain high-tech in Asia Orientale.
Boom AI cinese: MiniMax +25% e lo “splinternet” tecnologico. MiniMax (Hong Kong) chiude +25% in seduta prefestiva grazie al lancio di modelli open-source; per gli studiosi di innovazione, questo conferma la capacità cinese di aggirare i controlli export USA attraverso ecosistemi domestici e open-source, accelerando lo splinternet e riducendo la dipendenza da NVIDIA (qui gli approfondimenti di Bloomberg e del Financial Times). Gli articoli che vi ho selezionato evidenziano come le startup cinesi stiano colmando il gap con gli USA in agentic AI e alcune preoccupazioni americane sulla concorrenza, che chiaramente ai capitalisti non piace; implicazione geopolitica: nel 2026-2027 Pechino potrebbe raggiungere la parità in applicazioni dual-use, alterando la bilancia del potere tecnologico globale (qui l’approfondimento del South China Morning Post).
Le restrizioni USA stanno paradossalmente accelerando l’innovazione interna cinese. Il Chips Act americano sta creando un effetto boomerang, con capitali che tornano in Cina e valuation AI domestiche che salgono.
Transizione energetica: la divergenza strategica USA-Cina. Pechino domina solare, eolico e batterie mentre gli USA sotto Trump puntano sui fossili; questa divergenza crea un decoupling verde asimmetrico: la Cina esporta tecnologia net-zero e consolida l’influenza nel Sud globale, mentre Washington rischia di perdere leadership nella supply chain della transizione (qui l’approfondimento di Asia Times).
Il modello “economia invernale” (turismo sci, servizi) diventa paradigma per il nuovo stimulus cinese. Implicazione: Pechino sta spostando il motore di crescita dai vecchi settori (property, export) verso consumi e servizi, riducendo la dipendenza dal modello mercantilista (qui l’approfondimento di Reuters).
Capodanno Lunare 2026: barometro economico e soft power regionale. Previsti 9,5 miliardi di viaggi domestici nei 40 giorni del Chunyun: questo flusso record è il test più importante per la domanda interna cinese post-stimoli; un boom di consumi confermerebbe la riuscita della transizione verso un’economia orientata ai servizi (qui l’approfondimento di Reuters).
La Thailandia si prepara a un afflusso record di turisti cinesi. Implicazione economica per l’ASEAN: il turismo outbound cinese genera surplus commerciale per Thailandia e Vietnam (+15-20% prenotazioni), rafforzando l’integrazione economica regionale sotto egida cinese (qui l’approfondimento del Bangkok Post).
I turisti cinesi privilegiano Thailandia e Australia, boicottando parzialmente il Giappone. Questo spostamento penalizza Tokyo (voli -49% vs 2025) e rafforza il soft power economico cinese nel Sud-Est Asiatico (qui l’approfondimento di VnExpress).
Singapore si posiziona come seconda destinazione più cercata. Analisi: il turismo cinese sta ridisegnando le gerarchie economiche regionali, con benefici per i Paesi che mantengono relazioni stabili con Pechino (qui l’approfondimento di Straits Times).
**SCMP – China goes visa-free for UK, Canada**
Estensione visa-free fino al 31 dicembre 2026. Mossa strategica per attrarre capitali e talenti occidentali in un momento di tensione con USA, rafforzando l’immagine di Pechino come hub globale aperto (qui l’approfondimento di South China Morning Post).
Taiwan definisce la Cina “minaccia globale”. Questa narrazione rafforza il “democracy protection umbrella” e giustifica l’aumento della spesa difesa taiwanese, con implicazioni dirette per il rischio sistemico nello Stretto (qui l’approfondimento di Taipei Times).
Il capo dell’esercito pakistano incontra Rubio a Monaco. Segnale che Islamabad sta bilanciando la partnership con Pechino (CPEC) con aperture a Washington, nel contesto di rivalità sino-indiana (qui l’approfondimento di Dawn).











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