Intelligenza artificiale: la bolla inizia a sgonfiarsi, titola oggi sul Fatto Quotidiano il buon Nicola Borzi: persi in borsa mille miliardi. Mentre i mercati sono in attesa, per stanotte, dei dati aggiornati sui bilanci di NVIDIA, proviamo a mettere in fila quello che è successo negli ultimi giorni: dopo una corsa che sembrava infinita, da fine ottobre, i titoli legati alla colossale bolla dell’intelligenza artificiale made in USA hanno cominciato ad avvertire qualche scricchiolio; come ricorda Borzi, in novembre “Super Micro Computer, che fornisce server per il cloud computing basato sull’AI, ha subito un tracollo del 25%. Idem Core Weave, che di mestiere fa sostanzialmente la stessa identica cosa, e ha perso il 26”. Nel frattempo, i campanelli di allarme si sono moltiplicati: il più chiacchierato è stato quello lanciato da Michael Burry. Il motivo è semplice: è quell’eccentrico investitore reso celebre dal film The Big Shorty che, a partire dal 2005, ha scommesso sul crollo dei mutui subprime, e quando è arrivata la Grande Crisi, mentre tutti si leccavano le ferite, lui s’è portato a casa 100 milioni di guadagni per lui e altri 700 per chi gli aveva dato retta. E, anche a questo giro, non si limita a vederla bigia, come facciamo noi; ci scommette proprio una valanga di soldi: oltre 1 miliardo.
E’ il valore delle azioni di NVIDIA e Palantir che Burry ha scommesso crolleranno: l’80% del suo portafoglio. In particolare, Burry è ossessionato da un aspetto specifico: le big tech che guidano la bolla AI spalmano i quattrini che spendono per acquistare hardware su un periodo di 5-6 anni; in realtà, però, quei chip sono utilizzabili per 2 (al massimo 3) anni, e visto che i mega investimenti delle big tech consistono fondamentalmente nell’acquisto di chip, non è una differenza da poco, soprattutto perché tutti questi soldi non sono presi dalle casse delle aziende. ma facendo debiti – non che le big tech non abbiano liquidità, ma, invece di investirla, preferiscono distribuirla agli azionisti per continuare a gonfiare il prezzo delle azioni. I debiti vengono contratti sotto forma di obbligazioni: Amazon ha appena emesso il suo primo bond in dollari da tre anni a questa parte per circa 15 miliardi; Alphabet 25 miliardi, Meta 30 e Oracle 18, a settembre, e a breve altri 40. A fine 2024 le big tech sulle obbligazioni pagavano in media uno spread di 66 punti base: significa che se i titoli di Stato USA pagano un interesse del 4%, le grandi aziende tecnologiche pagano il 4,66%.
Da allora, però, lo spread è aumentato di 15 punti base (lo 0,15%), che possono sembrare briciole, ma non lo sono; ma, soprattutto, indicano una cosa: le aziende tecnologiche, mettendo una valanga di quattrini nello sviluppo dell’AI, per i creditori non sono diventate più solide perché si sono ritagliate il loro posto al sole nel mercato del futuro, ma più fragili. Ed ecco, così, che quando martedì prima Tokyo, poi le borse europee e, alla fine, Wall Street hanno registrato la peggior giornata degli ultimi 3-4 mesi, si è temuto il peggio: “C’è un momento” scrive Osvaldo De Paolini sul Giornale “in cui il rumore di fondo dei proclami roboanti e dell’euforia degli investitori non riesce più a coprire il cigolio delle travi portanti” e “oggi”, continua, “quel momento è arrivato”; “Per giustificare gli attuali multipli di prezzo” – e cioè, in soldoni, il prezzo esorbitante delle azioni, spiega De Paolini – “servirebbero ricavi dieci volte superiori a quelli generati oggi dall’IA. E”, sottolinea, servirebbero anche “in tempi rapidissimi, perché” (proprio come ha fatto notare Burry) “il ciclo di ammortamento di data center e chip è brevissimo: tre, al massimo cinque anni”. Cioè, le miliardate di obbligazioni che hanno emesso le big tech gli resteranno sul groppone anche fra 3, al massimo 5 anni, quando dovranno chiedere altrettanti soldi per rinnovare tutta la tecnologia; e, allora, anche decuplicare le entrate non basterà.
E qui c’è un altro problemino, perché per decuplicare gli incassi c’è bisogno di più clienti, e che spendono di più; e questi clienti non possono essere gli utenti di ChatGPT o delle varie app da bimbiminchia che escono in continuazione: devono essere altre aziende che devono trovare il modo di usare l’AI per aumentare la produttività e migliorare i conti. Ma c’è un problemino: per migliorare i conti, l’AI dovrebbe fare un pezzo del lavoro che oggi fanno gli umani, in modo più efficiente e a costi minori, e non è detto che quegli umani siano esattamente d’accordissimo, diciamo; e – chissà – magari, se ci saranno tanti umani che non sono proprio d’accordissimo, potrebbero anche trovare il modo di farsi sentire e potrebbero anche rappresentare un ulteriore ostacolo. Insomma, stringi stringi, con i numeri che sono in ballo, nella migliore delle ipotesi dovremmo decidere l’AI a chi farà pagare il prezzo: a chi ha investito nella bolla e nelle obbligazioni o ai lavoratori; un modo perché, alla fine, ci guadagnino entrambi, mi sa tanto che non c’è. Decisamente più probabile che entrambi, piuttosto, ci rimettano, con la differenza, però, che se va come nel 2008, i lavoratori si dovranno arrangiare (come allora si sono arrangiati i mutuatari insolventi); i grandi investitori, invece, verranno salvati perché sono too big too fail, troppo grandi per fallire, e il bello è che, per salvarli, useranno i soldi che i lavoratori sono stati costretti a versare nelle casse dello Stato.
Quello dell’intelligenza artificiale, comunque, non è l’unico schema Ponzi che comincia a scricchiolare: Le criptovalute hanno ottenuto tutto ciò che volevano, titola l’Economist, ma ora stanno affondando. A inizio ottobre, bitcoin aveva sfondato, per la prima volta, il tetto dei 125 mila dollari; nei giorni scorsi è precipitato sotto quota 90, per poi assestarsi intorno ai 91 mila, ma potrebbe essere ancora più grave di quanto non sembri. Il perché lo ricorda il Wall Street Journal; il punto è che l’euforia degli ultimi mesi, anche in questo caso, è stata cavalcata indebitandosi fino al collo: “In alcuni casi”, riporta il Journal, “investendo un solo dollaro di tasca propria è sufficiente per ottenere un’esposizione a 100 dollari in bitcoin”. Con i prezzi che calano, in molti non saranno in grado di ripagare i debiti, e, sottolinea l’Economist “la crisi avrà ripercussioni gravi su tutti i mercati finanziari”, ed evitare la crisi non sarà facile: molti dei soldi presi in prestito per gonfiare lo schema Ponzi di bitcoin e criptovalute, infatti, storicamente arrivavano dal Giappone. Per 30 anni, il Giappone, infatti, ha mantenuto stabilmente una politica di tassi zero: prendere soldi in prestito non costava niente e, quindi, gli speculatori si facevano prestare yen, li convertivano in dollari, ci compravano le cripto, facevano gonfiare i prezzi e ne rivendevano una parte per ripagare il debito; ma la politica dei tassi zero, ormai, è finita e, come riportava proprio stamattina il Financial Times “I rendimenti dei titoli di Stato giapponesi a 10 anni sono ai massimi dalla crisi finanziaria globale”, cioè da 17 anni a questa parte.
Comunque, poco male: alla fine, come sono usciti dal 2008 più forti di prima, succederà la stessa cosa anche a questo giro; anzi, come dice De Paolini, a questo giro è ancora più facile perché le aziende dell’economia reale hanno i conti in ordine, e anche le banche. Purtroppo, per i De Paolini (e, fortunatamente, per noi) non è esattamente così: come sottolineava l’Economist qualche settimana fa, l’intero capitalismo USA è interamente dipendente dalla bolla azionaria; se crollano i mercati, le conseguenze saranno molto più gravi che nel 2000 e nel 2008. E l’Economist omette un altro paio di punti fondamentali: il primo è che nel frattempo, per la prima volta dal secondo dopoguerra, gli USA hanno perso una guerra convenzionale e nessuno crede più alla loro capacità di difendere l’impero con la forza; il secondo è che, nel 2008, per fare soldi grosse alternative agli USA, con il loro monopolio tecnologico e finanziario, non ce n’erano. Oggi, sì: come ha dichiarato il capo di NVIDIA la settimana scorsa, “la Cina vincerà la corsa dell’AI”.
Intanto, ha vinto quella per il primato di patenti e brevetti: L’Università di Xi, titola Bloomberg, alimenta il boom dell’intelligenza artificiale in Cina con più brevetti di Harvard o del MIT; il riferimento è alla Tsinghua University di Pechino, che è diventata la capitale mondiale dell’innovazione tecnologica. Grazie al primato nelle rinnovabili e alla proprietà statale dei fornitori di energia elettrica, la Cina ha poi un vantaggio incommensurabile per quanto riguarda la fornitura dell’energia che alimenta i data center; ma, soprattutto, i campioni dell’AI cinese non sono indebitati fino al collo e l’applicazione dell’AI in Cina sta creando molti più modelli di business concreti e sostenibili. Come questo: Nella Cina centrale, titola il South China Morning Post, l’intelligenza artificiale spiega agli esseri umani come costruire un tunnel ferroviario ad alta velocità. Negli USA non è che manca questa applicazione: manca proprio l’alta velocità! Ciononostante, le azioni dei campioni dell’AI cinese hanno prezzi più che ragionevoli; come faranno gli USA a convincere tutto il mondo a continuare a buttare soldi nel suo schema Ponzi invece che investire in Cina? Gli basteranno gli editoriali di Federico Rampini e gli articoli del Foglio che, da 30 anni, annunciano il prossimo crollo del gigante asiatico? Improbabile…
Nei giorni scorsi, la Cina ha emesso titoli di Stato denominati in euro in Lussemburgo; l’offerta era di appena 4 miliardi in tutto: gliene sono stati offerti oltre 100. Risultato: pagherà uno spread quasi nullo; cosa significa? Quando emetti obbligazioni in una determinata valuta, di solito devi riconoscere i rendimenti dello Stato che emette quella valuta più un premio aggiuntivo; questo, ovviamente, perché chi le acquista si assume un doppio rischio: quello legato alla valuta (e, quindi, allo Stato che la emette) e quello specifico aggiuntivo legato a chi ha emesso quella specifica obbligazione. Nel caso della Cina, questo premio aggiuntivo è vicino allo zero: significa che, secondo loro, la Cina non comporta rischi. Zero! All’inizio di novembre, il ministero delle finanze cinese aveva emesso altri 4 miliardi di obbligazioni, ma questa volta in dollari, non in euro; anche il quel caso, lo spread con i titoli di stato USA era stato dello 0,02 per cento: niente. Anche in quel caso, la domanda aveva superato di 30 volte l’offerta.
Se gli editoriali di Rampini non bastano più e anche le minacce dell’inizio mandato di Trump sembrano perdere mordente, bisogna inventarsi qualcos’altro, che è quello che sta succedendo in questi giorni, con la visita del principe saudita Bin Salman, negli USA: Un tempo paria, titola il New York Times, il principe saudita reimposta le relazioni con gli Stati Uniti alle sue condizioni; “Sette anni fa”, sottolinea l’articolo, “Bin Salman non poteva neanche visitare Washington. Quando è arrivato alla Casa Bianca martedì, ha ricevuto gli F-35, i chip più veloci al mondo, e un ruolo centrale nella ricostruzione del Medio Oriente” e “per corteggiare l’America”, come sottolinea l’Economist, “non ha neanche più bisogno di riconoscere Israele”. Basta che garantisca che il grosso dei petrodollari, mentre gli altri capitali fuggono, continuino a gonfiare lo schema Ponzi che tiene in piedi gli USA: 600 miliardi di investimenti, secondo le cronache, che potrebbero diventare 1000; e, pur di garantirseli, si mettono in vendita anche i gioielli di famiglia, compresi quelli che garantiscono il primato ideologico della propaganda USA.
A fine settembre, era stato annunciato l’acquisto per 55 miliardi di Electronic Arts, il colosso dei videogame, e ora, rivela il Financial Times, sarebbero stati scelti da Paramount come il partner ideale per la scalata a Warner Bros, in un affare che potrebbe valere 70 miliardi. Se vogliono anche Ottolina, ne possiamo parlare… Se, invece, pensi che serva come il pane un vero e proprio media del 99%, aiutaci a costruirlo e a dire di no ai sauditi: metti mi piace a questo video, condividilo, ma (soprattutto) aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce è Forrest Trump










Molto interessante, grazie.