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La disfatta di Macron e Zelenskij: l’incredibile storia della 155° brigata franco-ucraina

OttolinaTV by OttolinaTV
02/04/2025
in Europa, In evidenza, Mondo, Spin8ff
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Il giornalista ucraino Yuri Butusov ha appena pubblicato i retroscena dietro al clamoroso fallimento della 155° brigata ucraina, la celebre formazione militare addestrata in Francia e dotata dei migliori mezzi corazzati europei, la cui creazione era stata annunciata in pompa magna da Zelenskij e Macron e che (come gli Himars, i Leopard, i caccia, i missili a lunga gittata etc etc) avrebbe dovuto “cambiare le sorti del conflitto”, ma che, come nei casi precedenti, si è invece rivelata essere l’ennesima figuraccia militare della NATO in Ucraina. Come vedremo in questa puntata, infatti, giunta sul fronte orientale vicino alla città di Pokrovsk, nella provincia di Donetsk ormai assediata da decine di migliaia di soldati russi, la formazione si è letteralmente sciolta come neve al sole praticamente ancor prima di entrare in azione a causa di impreparazione, fughe e diserzioni; un storia – come vedremo tra pochissimo – per certi aspetti incredibile, ma anche emblematica, in quanto l’ormai risaputa carenza di uomini delle forze armate ucraine non è provocata solo dalle ingenti perdite che (come i russi) subiscono da 3 anni, ma anche appunto proprio dal fenomeno delle fughe e dalle diserzioni di massa. La rivista polacca Gazeta Wyborcza, ad esempio, riferisce (citando ufficiali ucraini sotto anonimato) che in alcune unità le diserzioni supererebbero il numero di perdite per morti e feriti e – come scrive anche la nostra Clara Statello sull’Antidiplomatico – il fenomeno è causato principalmente dalla sfiducia nei confronti della guerra e dall’impreparazione dei soldati: i coscritti sono spesso catturati per strada con violenza dai reclutatori e, dopo pochi giorni trascorsi nei centri di reclutamento, sono mandati al fronte. I tempi di addestramento sono ormai diventati rapidissimi e senza preparazione militare: un soldato può essere impiegato praticamente solo come barriera umana contro l’artiglieria russa. Comprensibilmente, tanti ucraini non hanno più alcuna voglia di morire come carne da cannone in una guerra ormai persa e scappano: stando agli ultimi dati ufficiali forniti dalla procura di Kiev, oltre 100 mila soldati hanno abbandonato le proprie unità dall’inizio della guerra, di cui la metà solamente nell’ultimo anno. A causa delle sconfitte militari, del calo di consensi, del prossimo insediamento di Trump e dei negoziati alle porte, diventa sempre più difficile tra qualche mese immaginarsi Zelenskij e la sua classe dirigente ancora capo dell’Ucraina. E, sotto molti aspetti, lo stesso discorso vale per la Francia di Macron – di cui in questi mesi vi abbiamo raccontato l’inesorabile crisi economica e politica – alla quale proprio in questi giorni Senegal e Ciad hanno fatto sapere di non essere più la benvenuta nelle loro terre. Per tutti questi motivi, la storia della 155° brigata franco-ucraina rimarrà probabilmente alla storia come uno dei simboli di questa fase delle guerra, del declino dell’Europa e delle conseguenze delle sconfitta della NATO nella sua guerra per procura contro la Russia.

Addestramento della 155° brigata Anna di Kiev

Lo scorso 6 giugno, in occasione dell’80° anniversario dello sbarco in Normandia, il presidente Emmanuel Macron aveva annunciato che la Francia avrebbe addestrato ed equipaggiato una brigata ucraina: la 155° brigata meccanizzata autonoma (chiamata anche Anna di Kiev in onore di una principessa ucraina divenuta regina di Francia dopo aver sposato il re Enrico I nel 1051) era stata annunciata dal capo dell’Eliseo come un fattore importante nella guerra in Ucraina in quanto comprendeva, tra le altre cose, 30 carri armati tedeschi Leopard 2 e 18 obici Caesar di fabbricazione francese. Insomma: una dotazione davvero di tutto rispetto; si trattava di una delle quattordici nuove brigate che avrebbero dovuto essere addestrate ed equipaggiate dai Paesi occidentali e il progetto, dal valore di 900 miliardi di dollari, prevedeva la formazione di una forza composta da oltre 5.800 uomini. Nello specifico, circa 1.500 istruttori e traduttori francesi avrebbero addestrato 2.300 ucraini, mentre diverse centinaia di carristi sarebbero stati addestrati in Polonia per l’utilizzo dei Leopard 2; il resto dei 4.500 membri della brigata, il cui quartier generale si trova nella regione di Rivne, sarebbe stato formato, invece, in Ucraina. Ma la realtà si è rivelata molto diversa dalle aspettative: durante i nove mesi di addestramento tra Ucraina occidentale, Polonia e Francia, sono emerse gravi difficoltà date dall’impreparazione delle truppe e, stando a diversi analisti ucraini (e non solo), dalla malagestione dei vertici militari; dei 1.924 volontari inviati in Francia, ad esempio, solo 51 avevano un’esperienza militare superiore a un anno, mentre la maggior parte si era arruolata nei due mesi precedenti. A fine novembre, mentre il personale di comando della brigata era ancora in Francia, una buona parte della fanteria della brigata, dopo un addestramento rapidissimo anche per gli attuali standard ucraini, è stata inviata a Pokrovsk dove, scrive il corrispondente di guerra Butusov nel suo articolo, ha immediatamente vacillato: le nuove truppe reclutate, senza alcuna esperienza, venivano aggiunte a caso alla brigata e, quando necessario, estratte da essa (non addestrate) per riempire i buchi altrove; il risultato è stato che prima che la brigata fosse dispiegata a Pokrovsk, almeno 1.700 soldati si sono assentati senza permesso in diversi momenti e circa 500 risultano ancora dispersi. Insomma: hanno disertato; così l’unità, che doveva rinforzare le difese contro l’avanzata russa nella regione orientale, è entrata in azione con numeri ridotti e senza il necessario supporto logistico.

Gli scontri iniziali sono stati devastanti: gravi perdite umane e materiali, inclusi i carri armati Leopard 2A4 e i veicoli corazzati VAB, hanno segnato i primi giorni di combattimento; la mancanza di droni e disturbatori elettronici, fondamentali per operazioni moderne, ha ulteriormente aggravato la situazione. Commenta così Butusov, evidentemente adirato per le decisioni dei propri vertici militari: “Nominalmente la brigata era stata completamente equipaggiata dalla Francia. Aveva artiglieria e veicoli blindati. Ma mancava il materiale che l’esercito ucraino avrebbe dovuto fornire. La brigata non aveva droni né attrezzature per la guerra elettronica. Non aveva i mezzi per avere una visione d’insieme del campo di battaglia e per difendersi dai droni russi che attaccavano immediatamente qualsiasi cosa si muovesse. Il nuovo equipaggiamento pesante che la brigata ha cercato di portare al fronte è stato distrutto prima di raggiungere le posizioni assegnate. Inoltre, tutte le munizioni da mortaio da 120 mm di fabbricazione ucraina fornite dall’esercito ucraino alla brigata si sono rivelate difettose e inefficaci. Senza droni e artiglieria e in pieno caos, la brigata non riuscì a tenere la linea assegnatale, il che portò a uno sfondamento delle forze russe”. Stando al quotidiano francese La Voix du Nord, la 155° brigata meccanizzata autonoma sarebbe ormai “quasi sciolta” e in risposta a una domanda del quotidiano, il Ministero della Difesa francese ha affermato che sono state “le forze armate ucraine a organizzare la selezione dei soldati della brigata e il controllo dei flussi”, suggerendo che la responsabilità della disfatta sia esclusivamente dovuta alla cattiva gestione della leadership di Kiev. Della stessa opinione sembrerebbero anche gli analisti militari ucraini: il noto blogger militare Serhi Sternenko, ad esempio, ha definito la gestione della brigata una “follia che deve essere fermata prima che mini definitivamente la capacità dell’esercito di organizzare la resistenza”; Sternenko ha criticato il fatto che alla direzione della brigata non sia stata data la possibilità di organizzare adeguatamente le unità dopo il ritorno dalla Francia. La deputata ucraina Mariana Bezuhla, membro della Commissione parlamentare per la difesa, la sicurezza e l’intelligence, all’inizio di dicembre aveva già criticato il fatto che la brigata Anna di Kiev fosse stata inviata al fronte in modo scoordinato, descrivendo l’unità come una “brigata zombie” creata per “motivi di pubbliche relazioni”. In seguito alle denunce sulla cattiva gestione e la fuga di soldati, l’Ufficio Investigativo Statale ucraino ha avviato un procedimento legale per far luce sulla vicenda: “Questo è davvero un crimine” ha rincarato Butusov, “ma non dei soldati, bensì dei leader che continuano a sprecare vite e risorse pubbliche in nuovi progetti anziché rafforzare le brigate esperte già esistenti”.

La vicenda della brigata Anna di Kiev è emblematica delle attuali difficoltà di gestione dell’Ucraina delle sue truppe: gli analisti sottolineano l’errore di creare nuove brigate da zero affidandosi a reclute inesperte e donazioni di equipaggiamento invece di consolidare le unità veterane, un tema che abbiamo affrontato più volte qui a Ottolina con Francesco dall’Aglio e Stefano Orsi. Anche Bohdan Krotevych, capo di stato maggiore della brigata Azov, ha espresso dubbi su questa strategia: “È forse idiozia creare nuove brigate e dotarle di tale equipaggiamento, mentre quelle esistenti restano incomplete?”. La perdita di Pokrovsk, sebbene non ancora avvenuta, potrebbe rappresentare un colpo significativo per le difese ucraine, ma l’incapacità di fornire il supporto necessario alla brigata ha anche reso evidenti tutte le falle nell’avventurismo militare di Macron in Ucraina e nel mondo: nei giorni scorsi, altre due nazioni africane, il Senegal e il Ciad, si sono aggiunte a Mali, Niger e Burkina Faso nell’espulsione delle truppe francesi; le giunte militari di questi Paesi avevano già ordinato il ritiro delle forze francesi e di quelle europee guidate da Parigi in Mali (Operazione Barkhane), oltre a quelle tedesche e statunitensi in Niger. Ora anche Dakar e N’Djamena seguono questa strada, proprio mentre Macron lavorava a un piano per ridimensionare la presenza francese nei Paesi africani che ancora tolleravano la sempre più controversa tutela di Parigi: il 27 dicembre, il primo ministro senegalese Ousmane Sonko ha annunciato la “chiusura imminente di tutte le basi militari straniere in Senegal”, un riferimento esplicito alle due installazioni francesi che ospitano circa 350 soldati, dato che nessun altro Paese mantiene truppe in Senegal; Sonko ha spiegato che la decisione è stata presa dal presidente Bassirou Diomaye Faye, senza specificare una data precisa, ma assicurando che avverrà a breve. “È giunto il momento che il Senegal assuma il pieno controllo della propria sicurezza e del proprio territorio, senza ingerenze esterne” ha dichiarato Sonko, aggiungendo che questa scelta si inserisce “nel quadro di una maggiore autonomia nazionale in materia di difesa”; in un’intervista a Le Monde, il presidente Faye ha sottolineato “Il fatto che i francesi siano qui dai tempi della schiavitù non significa che non si possa fare diversamente”.

Come vi avevamo raccontato, anche il governo del Ciad, tradizionalmente il più stabile e fedele alleato della Francia in Africa, ha dichiarato il 28 novembre la fine della cooperazione militare con Parigi con l’obiettivo di “ridefinire la propria sovranità”: questo implica il ritiro di circa 1.000 soldati francesi e una dozzina di aerei distribuiti in tre basi, tra cui Faya Largeau, già evacuata. Il 20 dicembre il governo ciadiano ha chiesto un’accelerazione delle operazioni di ritiro, da completare entro il 31 gennaio: “È ora che il Ciad riaffermi la propria sovranità e ridisegni i suoi partenariati strategici secondo le priorità nazionali” ha dichiarato il ministro degli Esteri Abderaman Koulamallah; le attrezzature saranno trasferite al porto di Douala, in Camerun, per essere riportate in Francia, mentre il personale rientrerà principalmente in aereo. Il Ciad rappresentava l’ultimo avamposto significativo della presenza francese nel Sahel, dopo che Mali, Burkina Faso e Niger avevano optato per la cooperazione con Russia, Cina e Turchia. Questi annunci arrivano proprio mentre la Francia tentava di rilanciare la propria presenza in Africa: un rapporto presentato a novembre da Jean-Marie Bockel, inviato personale di Macron per l’Africa, suggeriva una significativa riduzione delle truppe francesi, eccetto a Gibuti, dove Macron ha trascorso il Natale con i 1.500 soldati di stanza nella guarnigione locale. Arrivati a questo punto non rimane che aggiungere che, poco prima di Natale, Macron e Zelensky hanno annunciato la formazione di una seconda brigata franco-ucraina che sarà addestrata in Francia; non sappiamo quale sarà il destino di questa seconda brigata e possiamo solo immaginarcelo. Quello che è sicuro è che purtroppo le vacanze sono finite e mentre ci auguriamo per questo 2025 la fine della guerra e degli attuali regimi in Francia e Ucraina, siamo ben consapevoli che ci sarebbe poco da festeggiare perché potrebbero essere rimpiazzati da qualcosa di persino peggiore.

Insomma: è sempre più evidente come abbiamo sempre più bisogno di un media veramente libero e indipendente che vi racconti questa delicatissima e difficile fase storica dalla prospettiva dei vostri interessi e non da quelli degli editori mainstream a libro paga dell’impero e delle oligarchie, che sembrano sempre più tentate di andare al conflitto mondiale contro chi si ribella al loro volere a trasformare le nostre società in delle vere e proprie oligarchie autoritarie. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Marine le Pen

Tags: europafallimentofranciaguerrarussiaucrainazelensky
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