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Tag: putin

Preoccupazioni cinesi per il viaggio di Putin in Corea del Nord e Vietnam?

La settimana scorsa c’è stato il viaggio di Putin in Corea del Nord e in Vietnam, un viaggio piuttosto interessante visto da Pechino, dal quale potranno derivare conseguenze favorevoli ma anche sfavorevoli per la Cina. Ne parliamo in questo video!

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare!

Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!

Attacco ai civili: bombe a grappolo USA su una spiaggia di Sebastopoli – ft. Stefano Orsi

Kiev ha attaccato con 5 missili statunitensi ATACMS: quattro sono stati colpiti dalla contraerea, uno è finito su una spiaggia di Sebastopoli, gremita di bagnanti nella prima domenica d’estate. Cinque persone sono rimaste uccise dall’esplosione della testata a grappolo, tra cui due bambini di due e nove anni; altre 150 circa sono rimaste ferite, tra cui quasi una trentina di minori. Mentre si consumava questa strage di civili, il cielo sul mar Nero era attraversato da FORTE10, nominativo di un UAV della flotta di Global Hawke RQ-4N della Northrop Grumman di stanza a Sigonella. Fino a che punto il drone spia ha coordinato l’attacco? Con Stefano Orsi approfondiamo i fatti e cerchiamo di capire quale potrebbe essere la risposta di Mosca, che ha già riconosciuto pubblicamente la responsabilità di Washington.

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Il Vietnam con Putin spezza il cuore di Biden mentre gli USA preparano la guerra dei droni alla Cina

E meno male che il Vietnam era il grande alleato regionale dell’impero contro i campioni del nuovo ordine multipolare… L’accoglienza riservata a Putin ad Hanoi distrugge il wishful thinking della narrazione imperialista e segna un passo avanti fondamentale nell’affermazione di un nuovo ordine multipolare in Asia, mentre a Washington si divertono a giocare con gli aeroplanini telecomandati.

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Putin va in Corea del Nord e Vietnam: l’Asse della resistenza alla riscossa- ft. Giulio Chinappi

Oggi i nostri Clara e Gabriele hanno intervistato Giulio Chinappi dal Vietnam per parlare dell’odierna visita di Putin in Corea del Nord e Vietnam. Il viaggio diplomatico è foriero di molti accordi: dal petrolio alle armi fino alla mutua difesa tra Russia e Corea del Nord in caso di conflitto militare. Sullo sfondo il gigante cinese e l’importanza strategica del Mar Cinese Meridionale per permettere a Pechino di aggirare un eventuale blocco navale nell’area organizzato dagli USA, con la complicità degli alleati locali (Filippine, Taiwan, Giappone e Corea del Sud). L’alternativa c’è ed esiste già: la Siberia, in cui Pechino e Mosca sono saldamente intenzionate a collaborare, e la costa siberiana che affaccia sull’Oceano Pacifico, fino alla rotta artica della Via della Seta sempre più favorita dallo scioglimento dei ghiacci. Buona visione!

#Putin #CoreadelNord #Vietnam #Asia #Cina #BRICS

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Trump non regalerà a Putin la vittoria in Ucraina – ft. Federico Petroni

La corsa alla Casa Bianca procede a colpi di tribunale, con la condanna di Hunter Biden che arriva a meno di due settimane di quella a Donald Trump. Le decisioni dei giudici quanto determineranno le decisioni degli elettori? E nel caso di una vittoria, Trump metterebbe davvero fine alla guerra in Ucraina? Cosa farà l’Ue? Ne abbiamo discusso con Federico Petroni, analista di Limes. Buona visione   

#USA #Trump #HunterBiden #Putin #Russia #Ucraina

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Ha stato Putin: la grande competizione tra i media Italiani a chi è più kazzaro

Colonna portante di Ottolina Tv e canonica compagnia mattutina della rassegna stramba del giovedì, a leggere fatti e misfatti del mainstream, c’è Clara Statello.

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“Confiscate i beni russi per finanziare Zelenskij!!!” – L’ordine di Washington che inginocchia l’Ue

Confiscate tutti i beni russi e utilizzateli per finanziare l’esercito ucraino: sarebbe questo il folle ordine arrivato da Washington ai paesi europei nelle scorse settimane e che, invece di essere immediatamente rispedito al mittente senza lasciare scampo ad equivoci, i leader vassalli e traditori delle nazioni del vecchio continente stanno davvero prendendo in considerazione; e durante il prossimo G7 di giugno in Italia dovranno decidere come muoversi. Dalla prospettiva americana, la confisca dei beni da parte delle autorità europee sancirebbe l’unica vera grande vittoria strategica dall’inizio del conflitto in Ucraina, spendibile dall’attuale amministrazione anche in funzione elettorale: la definitiva e, forse, irrecuperabile rottura dei rapporti tra Europa e Russia su tutti i fronti, con annesso impoverimento del nostro continente. Ma andiamo con ordine: qualche settimana fa, il Congresso degli Stati Uniti ha adottato una legge che autorizza la confisca e il reindirizzamento degli asset dello Stato russo a vantaggio del governo ucraino; i fondi depositati negli USA dovranno essere prelevati non oltre 180 giorni dalla firma del provvedimento da parte di Biden, dunque prima del 5 novembre prossimo, il giorno delle elezioni americane. “La legge” come scrive giustamente il professore di economia Vladislav Inozemstev su Il Sole 24 Ore “scuote le basi delle relazioni economiche internazionali: nessun governo si è mai impadronito delle risorse di un altro Paese con cui non si trovi in guerra.”
Ma il vero problema, in realtà, è ancora un altro e, cioè, che dei circa 300 miliardi delle riserve della Banca centrale russa bloccate in Occidente, solo l’1 per si trova negli Stati Uniti; tutti gli altri, invece, sono depositati presso la belga Euroclear dato che, per ironia della sorte, i russi si sentivano più tutelati a tenerli da noi piuttosto che in America proprio rispetto all’eventualità di possibili confische e sequestri. Inutile dire che se passasse la linea americana e quei beni venissero veramente confiscati e reindirizzati in missili e carri armati per l’esercito ucraino, oltre a violare qualunque regola base del diritto internazionale che tutela l’immunità sovrana dei beni di uno Stato, questa decisione creerebbe un gravissimo precedente che, di fatto, sputtanerebbe per sempre le istituzioni politiche e finanziarie europee facendoci perdere definitivamente qualsiasi credibilità e affidabilità di fronte al mondo intero; qualunque altro paese al mondo, infatti, saprebbe che eventuali riserve straniere depositate in Europa sono costantemente a rischio: basta non adeguarsi sistematicamente all’agenda geopolitica USA ed ecco fatto. E questo, in primis, creerebbe un problema con la Cina. Per queste ragioni, la BCE i governi europei si sono dimostrati, ad oggi, restii a compiere questo passo e sinora è passata una linea molto più morbida: il sequestro dei soli interessi che maturano su questi asset – circa 3 miliardi di euro l’anno – che verranno destinati all’Ucraina, ma che non sono certo in grado di cambiare le sorti del conflitto. Anche Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ha affermato che, ad oggi, non ci son le condizioni per la confisca in quanto questo “scardinerebbe lo stato di diritto con conseguenze imprevedibili” e, rivolgendosi agli USA, ha aggiunto che loro “dall’alto del ruolo del dollaro come moneta dominante negli scambi mondiali potrebbero anche permettersi di violare le regole, cosa ben più difficile per l’Europa”. Tutto risolto allora? Neanche per sogno, perché le pressioni nordamericane stanno continuando e gli stati europei, in passato, si sono sempre mostrati disponibili al suicidio dei propri interessi quando si trattava di soddisfare le mire politiche del centro dell’impero.
Negli scorsi giorni, in preparazione del vertice del G7 di giugno (durante il quale la cosa verrà probabilmente definita in un senso o nell’altro) si sono incontrati il ministro Giorgetti e la segretaria al Tesoro USA Janet Yellen e, alla fine dell’incontro, Giorgetti ha rilasciato dichiarazioni che fanno – al tempo stesso – ben sperare Washington e disperare i noi europei: “Io devo essere ottimista” ha detto il ministro leghista; “è una questione complicata, dobbiamo trovare una solida base legale. Ma sono sicuro che saremo in grado di fare dei progressi”. Staremo a vedere. Nel frattempo, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un decreto nel quale si sancisce che le aziende russe, la Banca Centrale e le singole persone colpite dalla confisca possono rivolgersi ai tribunali russi per dichiarare ingiustificato il sequestro dei loro beni negli USA e, se il tribunale è d’accordo, una commissione governativa offrirà asset in compensazione che potrebbero includere proprietà di cittadini o società USA in Russia, nonché titoli e azioni in società russe; ma la cosa più importante, come vedremo in questa puntata, è che tutto questo si inserisce in un contesto di sempre maggiore ostilità occidentale nei confronti della Russia, proprio in un momento in cui Putin ha più volte pubblicamente dichiarato di essere disposto a sedersi al tavolo con l’Ucraina per riprendere le trattative sulla base degli accordi di Istanbul.
La rottura dei rapporti politici ed economici tra Russia ed Europa è l’unico grande obiettivo strategico raggiunto dagli Stati Uniti dall’inizio del conflitto in Ucraina e il prolungarsi il più possibile della guerra è la condizione necessaria per consolidare questa rottura a lungo termine. È anche soprattutto per questo che nonostante Putin sia tornato a parlare pubblicamente di trattative e tavoli negoziali, partendo dalla bozza di accordo di Istanbul del marzo 2022 (accordo a cui abbiamo dedicato un video), i nordamericani non sembrano volerne sapere della pace, anzi! Europei e russi, dalla prospettiva di Biden, non dovranno mai più tornare a parlarsi e dovranno, anzi, vivere in un perenne stato di conflitto e di guerra che giustifichi una nuova corsa agli armamenti e la presenza sine die delle truppe di occupazione americana sul nostro continente; e quindi, noncuranti delle continue sconfitte ucraine sul campo di battaglia, da una parte gli USA hanno lanciato un nuovo pacchetto di aiuti militari a Kiev di 60 miliardi di dollari promettendole di sostenerla fino alla vittoria e, dall’altra, vogliono costringerci a fare altrettanto confiscando i beni russi congelati in Europa per trasformarli in aiuti militari per Zelenskij. Rilancio, rilancio, rilancio. Escalation, escalation, escalation: queste le parole d’ordine che continuano ad arrivare anche dalla stampa di regime, pronta a qualsiasi manipolazione della realtà e al sacrificio di nuove centinaia di migliaia di giovani ragazzi ucraini pur di mettersi sull’attenti e non scontentare il padrone.

Andriy P. Zagorodnyuk

Davvero emblematico, in questo senso, è il delirante articolo uscito ieri su Foreign Affairs dal titolo Una teoria della vittoria per l’Ucraina; gli autori dell’articolo Andriy P. Zagorodnyuk, membro del Center of defense strategy ed ex ministro della difesa ucraino dal 2018 al 2020, ed Eliot Cohen, membro del Center of international studies, hanno prodotto forse una delle migliori prove di spudorata – e, quindi, involontariamente comica – propaganda di guerra dall’inizio del conflitto: la tesi dei due lucidi analisti è che, fino a questo momento, l’unico vero grande problema dell’Ucraina e dell’Occidente in questo conflitto è stata la paura della vittoria. Forse nessuno ci aveva ancora pensato, ma “Per raggiungere la vittoria, basta smettere di temerla” si legge impressionati nell’articolo. La tesi dei due autori è sorprendente: “Al momento, i subordinati di Putin credono che la guerra sia vincibile. Solo rompendo questa convinzione attraverso le sconfitte russe, l’Ucraina e l’Occidente potranno aprire la porta al ritiro o all’eventuale rovesciamento di Putin.” Aspetta, aspetta, aspetta: quindi, praticamente, solo se l’Ucraina riuscirà a vincere allora la Russia potrà perdere? Pare di sì. Ma per raggiungere questo obiettivo, sostengono decisi Cohen e Zagorodnyuk, è finalmente arrivato il momento di elaborare una seria teoria della vittoria: “Gli Stati Uniti” si legge “non hanno mai pianificato il loro sostegno a Kiev al di là di qualche mese alla volta. […] Si è concentrata su manovre a breve termine, come la tanto attesa controffensiva del 2023, piuttosto che su strategie o obiettivi validi a lungo termine, tra cui un potenziale trionfo sulla Russia.” Ma adesso basta! “È ora che le cose cambino”: “L’Occidente deve infatti dichiarare esplicitamente che il suo obiettivo è una vittoria decisiva dell’Ucraina e una sconfitta della Russia, e deve impegnarsi a fornire a Kiev aiuti militari diretti e a sostenere la fiorente industria della difesa del Paese.” Basta tentennamenti! E “Le forze ucraine, nel frattempo, devono lavorare per avanzare fino a espellere le forze russe da tutto il territorio occupato, compresa la Crimea. Mentre l’Ucraina progredisce verso questo obiettivo, alla fine diventerà chiaro ai cittadini russi che stanno perdendo non solo terreno in Ucraina, ma anche vaste risorse umane ed economiche e le loro future prospettive di prosperità e stabilità”; “A quel punto” scrivono a conclusione di questo inattaccabile ragionamento “il regime del presidente russo Vladimir Putin potrebbe subire notevoli pressioni, sia dall’interno che dall’esterno, per porre fine alla guerra a condizioni favorevoli all’Ucraina.” E dimostrando di padroneggiare con grazia e maestria la nobile arte dell’argomentazione, Cohen e Zagorodnyuk anticipano anche le possibili obiezioni alle loro tesi: “Minacciare il controllo russo della Crimea – e infliggere gravi danni alla sua economia e alla sua società – sarà ovviamente difficile. Ma è sicuramente una strategia più realistica dell’alternativa proposta: un accordo di negoziato mentre Putin è in carica.”
Insomma, finitela con questa storia del negoziato! Anche perché, come tutti sanno – e come solo i nostri traditori filoputiniani occidentali cercano vergognosamente di nascondere, magari virando l’attenzione della stampa su Netanyahu – è Putin che sta commettendo un genocidio: “Nessuna pace sostenibile e a lungo termine può emergere dai negoziati con un aggressore che ha intenzioni genocide.” Non resta quindi che la vittoria: “L’Ucraina e l’Occidente devono vincere o affrontare conseguenze devastanti” anche perché, come appare sempre più chiaro a tutte le persone di buon senso che si oppongono al genocidio ucraino, “La Russia sta già minacciando altri suoi vicini, compresi gli Stati della NATO, e potrebbe fare una mossa se riuscisse a sottomettere prima l’Ucraina.” Siamo i prossimi. E, per chi avesse dei dubbi in proposito, basta ascoltare le fonti autorevoli: “Alti dirigenti militari e funzionari dell’intelligence dei Paesi europei stanno lanciando l’allarme su questa prospettiva.” Infine, come se non bastasse, “Una vittoria russa alimenterebbe anche le ambizioni territoriali della Cina nell’Indo-Pacifico, poiché rivelerebbe i limiti dell’impegno dell’Occidente a salvaguardare la sovranità dei suoi partner. Il conflitto russo-ucraino non si svolge nel vuoto. Un esito negativo si farebbe sentire in tutto il mondo.” Ma forse in tutto l’universo. Insomma: per chi fosse stato forse fin qui un po’ distratto, è il caso di ribadirlo: “Il fatto che l’Ucraina e i suoi partner non abbiano una strategia per la vittoria, a tre anni dall’inizio della guerra, è un problema serio. L’Ucraina può ottenere così solo successi locali, ma non una sconfitta completa del nemico”. Fratelli occidentali, basta vincere localmente! E sembra, qui, quasi di sentirla la voce dei due analisti: le vostre paure sono tutte nella vostra testa, e dipende solo dalla vostra convinzione e forza di volontà sconfiggere definitivamente il nemico. “Non bisogna avere paura!” – è questa la buona novella che Cohen e Zagorodnyiuk sembrano volere portare in tutto il mondo, anche perché il nemico è molto più debole di quello che sembra: “La dottrina di Mosca per la guerra terrestre è ancora poco sofisticata. Si basa sull’utilizzo di piccoli gruppi di fanteria con il supporto di alcuni veicoli blindati per attaccare vari punti di una linea del fronte che si estende per oltre 1.000 miglia. Queste tattiche hanno permesso a Mosca di ottenere limitati guadagni territoriali, ma solo dopo aver perso enormi quantità di truppe e armi.” Visto? Basterebbe pochissimo: “Se l’Ucraina riesce ad aumentare la precisione dei colpi dell’artiglieria a lungo raggio, può ribaltare l’aritmetica della guerra contro la Russia e imporre a Mosca un tasso di logoramento inaccettabile”; “e a quel punto” concludono i due, estasiati come se già potessero toccare quasi con mano le feste e i canti di vittoria delle truppe occidentali dirette verso Mosca, “la Russia non sarà in grado di sostituire la sua forza lavoro e i suoi materiali abbastanza velocemente. L’economia del Paese semplicemente non sarà in grado di sostenere questa guerra di fronte alle continue perdite.” Ovviamente – e questo è forse il nocciolo della questione ed anche il vero motivo per il quale questo articolo è stato scritto – la Russia perderà ancora più velocemente di quanto già non stia facendo “se gli Stati Uniti permetteranno all’Ucraina di colpire obiettivi legittimi all’interno della Russia utilizzando le sue armi.”
Insomma: è già l’ora di dare un occhio al calendario e fare due conti. “Il processo di ammorbidimento delle posizioni russe e di indebolimento della determinazione russa durerà probabilmente circa un anno, dopo il quale l’Ucraina dovrebbe recuperare l’iniziativa. Se questo assalto avrà successo, il regime di Putin potrebbe affrontare una crisi causata da pesanti perdite e fallimenti sul campo di battaglia. Il sistema politico russo, del resto, sta già mostrando delle crepe. Se l’Ucraina avanza fino a un punto in cui la Russia non può più mantenere le sue conquiste, Putin si troverà in guai seri”; naturalmente, ma forse è anche un po’ inutile sottolinearlo, “Il successo dell’Ucraina su terra, aria e mare deve essere accompagnato da un’ampia pressione sul fronte economico.”

Eliot Cohen

Ci hanno beccato: tra la pace e il condizionatore acceso, gli europei hanno finora fatto i furbi e scelto il condizionatore acceso. Adesso, però, è arrivato il momento di prenderci le nostre responsabilità: “Gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero introdurre una campagna di sanzioni molto più aggressiva, che includa sanzioni secondarie su qualsiasi azienda che operi in Russia. I russi devono vedere la loro ricchezza nazionale dissiparsi e la loro economia andare incontro a un arresto permanente, perché le conseguenze dell’invasione di Putin si facciano sentire.” E infine, sembrano dichiarare Cohen e Zagorodonyiuk un pò indignati, è arrivato il momento di dire basta a questa stampa ambigua che sembra dare voce un po’ a tutti; in momenti di crisi e di sofferenza, anche i giornalisti e i mezzi di informazione devono fare la loro parte: “L’Occidente deve anche organizzare una campagna di informazione aggressiva – paragonabile a quella condotta contro la Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale o contro l’Unione Sovietica durante l’apice della Guerra Fredda – per intensificare le divisioni sulla percezione della guerra all’interno e all’esterno della Russia. I russi hanno accettato la guerra passivamente: occorre ricordare loro, attraverso una serie di tecniche che includono la propaganda sia palese che occulta, i suoi intollerabili costi umani e sociali.” Se lo sono giurati l’un altro: questa sarà, quindi, l’ultima volta che i due autori scrivono articolo per puro amore della verità; da oggi in poi, infatti, dobbiamo tutti rinunciare a qualcosa e anche i seri analisti mettersi a servizio delle democrazie e dei valori occidentali. E per concludere, da Kiev, passando per Atene, Roma, Londra, Madrid e Washington, lo sappiamo che vi state controllando – affermano i due autori – e comprendiamo perché avete paura di sprigionare tutta la vostra forza: voi avete paura per “l’autodistruzione di Putin e del suo apparato di controllo”, ma non temete; “non è compito dell’Occidente salvare un regime criminale dal crollo. La Russia di oggi è uno Stato che commette abitualmente omicidi di massa, torture e stupri; conduce operazioni di sabotaggio e uccisioni sul territorio della NATO; porta avanti campagne di disinformazione e interferenza politica. Si è dichiarato ostile all’Occidente non per quello che l’Occidente ha fatto, ma per quello che è. In altre parole, il regime di Putin ha lasciato da tempo la comunità delle nazioni civilizzate. L’unica possibilità che la Russia ha di tornare alla normalità è la sconfitta, che stroncherà le ambizioni imperiali di Putin e permetterà al Paese di rivalutare sobriamente il proprio percorso e di rientrare infine nella società delle nazioni civilizzate.”
Che dire… Tutti i popoli della terra dovrebbero essere per sempre grati a Cohen e Zagorodoniuk per questo articolo che è, al tempo stesso, un necessario bagno di realtà e un invito a superare tutte le nostre più intime paure. Anche noi di Ottolina Tv, nel nostro piccolo, cerchiamo sempre di fare altrettanto. E se anche te non fa più paura il regime USA, le sue oligarchie e i suoi pennivendoli da quattro soldi perché hai capito che tanto, prima o poi, la verità viene a galla e che, in fondo, non abbiamo nulla da perdere, aiutaci a costruire un media veramente libero e indipendente che sia di esempio a tutti gli altri e che contribuisca a creare un mondo migliore in cui articoli come quelli di Cohen e Zagorodoniuk non verranno mai più pubblicati. Aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce ha paura della vittoria.

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l’Amicizia Senza Limiti tra Putin e Xi costringe Rimbambiden a rinunciare all’egemonia USA

Di fronte alla debacle ucraina, gli USA da mesi stanno cercando di minacciare la Cina con ogni mezzo possibile immaginabile per indurla a ripensare alla sua amicizia senza limiti con Mosca e l’amministrazione Putin: hanno lavorato per mesi al rafforzamento delle alleanze nel Pacifico come forma di deterrenza geopolitica ed economica, hanno rafforzato le sanzioni e ora hanno annunciato una delle più imponenti svolte protezionistiche degli ultimi decenni. Insomma: hanno sostanzialmente messo fine alla retorica che ha accompagnato la globalizzazione neoliberista, sancendo così il collasso dell’ordine economico mondiale sul quale avevano fondato la loro egemonia senza però riuscire a scalfire minimamente l’asse sino-russo che, in mondovisione, continua a ribadire che stiamo attraversando cambiamenti di dimensioni mai viste negli ultimi 100 anni e che Cina e Russia sono determinate a guidarle. Ne abbiamo parlato in questa lunga puntata di MondoCina con Francesco Maringiò di Marx21 e Davide Martinotti di Dazibao.

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L’Occidente in preda al panico di fronte all'”amicizia senza limiti” tra Xi e Putin

Fra una notizia e una dritta sul cavallo migliore del giorno, torna l’appuntamento del venerdì con il formidabile, imprevedibile ed inossidabile Nencio.

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L’asse Russia – Cina per la costruzione di Stati sovrani e indipendenti fa tremare l’imperialismo

Non ha manco finito di mettere in piedi il nuovo governo che ecco che Putin è già in visita a Pechino! D’altronde, che la prima visita ufficiale di Stato dopo una rielezione veda coinvolti i due paesi è ormai un’usanza da oltre 10 anni, da quando cioè Xi, nel 2013, inaugurò la sua presidenza con una visita a Mosca che vide i due leader intrattenersi in un faccia a faccia a porte chiuse durato la bellezza di 5 ore. Ora Putin non vuole certo essere da meno e in una lunga intervista pubblicata dall’agenzia cinese Xinhua – “una delle più importanti e affidabili al mondo” secondo le parole dello stesso Putin – il 5 volte presidente della Russia prova a delineare le direttrici fondamentali di questa amicizia senza limiti tra i due paesi, come viene definita nelle comunicazioni diplomatiche ufficiali. In questa fase di feroce revisionismo storico dove, piano piano, si fa spazio la narrazione che in realtà la seconda guerra mondiale è stata la guerra del mondo libero contro i due totalitarismi alleati tra loro, Putin decide di partire proprio dalla grande alleanza anticoloniale e antinazifascista tra Cina e Unione Sovietica cementata in quegli anni: “I nostri popoli” sottolinea Putin “sono legati da una lunga e forte tradizione di amicizia e cooperazione”; “Durante la seconda guerra mondiale” sottolinea “soldati sovietici e cinesi si opposero insieme al militarismo giapponese e noi oggi ricordiamo e celebriamo il contributo che il popolo cinese ha dato alla vittoria comune, perché fu la Cina a trattenere le principali forze militariste giapponesi, consentendo all’Unione Sovietica di concentrarsi sulla sconfitta del nazismo in Europa”. Ora gli eredi dei nazifascisti in Europa e in Giappone sono impegnati a terminare l’opera interrotta dalla gloriosa resistenza di cinesi e russi, come braccio armato dell’impero. Putin ricorda anche come l’URSS fu, in assoluto, il primo paese al mondo a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese nata dalla guerra anticoloniale; ricorda anche che, in questi tre quarti di secolo, il rapporto tra i due paesi ha attraversato momenti decisamente difficili, ma sottolinea come tutto questo sia servito da insegnamento e come oggi entrambi i Paesi siano pienamente consapevoli che “La sinergia di forze complementari fornisce un potente impulso per uno sviluppo rapido e globale”.
La complementarietà delle economie russe e cinesi, a questo stadio di sviluppo, è piuttosto palese: da una parte il paese più ricco di materie prime al mondo e, dall’altro, l’unica vera grande superpotenza manifatturiera globale che produce, da sola, circa un terzo di tutto quello che viene prodotto oggi in tutto il pianeta e che di quelle stesse materie prime ha una sete inesauribile; attenzione però, perché – ovviamente – questa complementarietà è anche il prodotto di uno squilibrio. Un’economia fondata sull’estrazione delle materie prime si colloca strutturalmente a uno stadio di sviluppo inferiore rispetto a un’economia trasformatrice e, se il rapporto fosse fondato esclusivamente sull’evoluzione spontanea delle dinamiche capitalistiche, con l’approfondirsi dell’integrazione economica questo squilibrio, nel tempo, necessariamente non farebbe che accentuarsi: la ragione è molto semplice e consiste nel fatto che nel capitalismo il più forte vince sempre e cannibalizza il più debole; quindi in regime di libero scambio puro, senza l’intervento di quelli che vengono definiti fattori esogeni (e quindi, in soldoni, della politica e dello Stato), quando due economie che hanno – in virtù delle dimensioni delle rispettive manifatture – due livelli di produttività così lontani come quella cinese e quella russa aumentano il livello di integrazione, alla fine del giro quella che è partita avvantaggiata non farà altro che aumentare il suo vantaggio sempre di più. Che è esattamente il motivo per cui nel mondo, anche dopo i processi di decolonizzazione (e, quindi, una volta terminata la sottomissione di un paese ad un altro tramite l’esercizio della forza bruta), invece di emanciparsi dai rapporti di dipendenza, i paesi sottosviluppati hanno spesso ulteriormente aggravato la loro subordinazione, in particolare laddove alla lotta di liberazione non ha fatto seguito la costruzione di uno Stato sovrano minimamente funzionante in grado, appunto, di intervenire e apportare dei correttivi sostanziosi.

Xi Jinping e Vladimir Putin

Che è, appunto, il nocciolo della faccenda: cresciuti ed educati in un sistema dove gli Stati, scientemente, sono Stati privati della loro capacità di intervenire per apportare dei correttivi – e, anzi, dopo la parentesi democratica del dopoguerra sono tornati ad essere sempre di più essi stessi veri e propri agenti del capitale (e cioè strutture il cui unico scopo è velocizzare e rendere ancora più efficaci e inarrestabili i meccanismi interni del capitalismo), i pennivendoli della propaganda neoliberista, spesso anche in perfetta buona fede, non possono che vedere nel rafforzamento dei rapporti tra due economie così diverse, come quella russa e quella cinese, un inevitabile processo di subordinazione dell’una nei confronti dell’altra. Ed ecco così che da anni, un giorno sì e l’altro pure, le pagine dei giornalacci cercano di convincerci che la Russia ha ben poco da festeggiare perché se, dopo essere stata isolata dall’Occidente democratico e liberale, è costretta ad andare in ginocchio a Pechino alla ricerca di un’alternativa, questo non potrà che renderla un paese vassallo, col petto gonfio di retorica, ma totalmente incapace di esercitare una qualsivoglia sovranità reale; d’altronde, se cane mangia cane e sono scomparse tutte le museruole in circolazione, che alla fine quello più grosso e allenato prevalga è del tutto normale e inevitabile. Fortunatamente, però, in realtà esistono parecchie più variabili di quelle che solitamente è in grado di prendere in considerazione il pensiero binario dell’uomo neoliberale ed è su questo che insiste Putin che, nell’intervista, torna più volte in particolare su due semplici ma essenziali concetti: il perseguimento dei rispettivi interessi nazionali e il rispetto della sovranità. “Vorrei sottolineare” dichiara ad esempio Putin subito all’inizio dell’intervista, che il rapporto tra i nostri due Paesi “si è sempre basato sui principi di uguaglianza e fiducia, di rispetto reciproco della sovranità e di considerazione degli interessi reciproci”.
Al di là della retorica e del politichese, cosa significa in soldoni? Per capirlo bene facciamo un controesempio: i trattati di libero scambio e di libera circolazione dei capitali promossi dall’Occidente, in piena osservanza dei dogmi neoliberali; in questo caso si tratta, appunto, di limitazioni della sovranità degli Stati, che rinunciano a controllare la fuga dei capitali verso l’estero e l’ingresso di merci verso l’interno. Risultato: invece che gli interessi nazionali, a trionfare sono gli interessi specifici dei capitalisti. Il giochino lo conosciamo tutti (è il funzionamento di base della globalizzazione neoliberista): il primo punto è che i capitalisti possono andare liberamente a caccia dei posti più redditizi per i loro investimenti scatenando, così, una concorrenza al ribasso tra i vari paesi per offrire le condizioni migliori per attrarli, sforzandosi di contenere i salari dei propri lavoratori oppure adottando regole sempre più permissive in termini di standard ambientali o di sicurezza – che, in soldoni, significa sempre meno soldi che vanno in salari e sempre di più in profitti; il secondo è che i Paesi (o i pezzi di oligarchia) che partono avvantaggiati dividono il processo produttivo in tanti pezzetti diversi e mentre relegano il lavoro povero ai paesi che offrono vantaggi salariali e regolativi, si tengono la testa per loro. Si va così a consolidare una divisione internazionale del lavoro con una gerarchia ben precisa dove i paesi periferici perdono completamente il controllo della filiera produttiva a favore di quelli più avanzati, che continuano ad ampliare la loro superiorità tecnologica; insomma: prima magari producevi dei trattori che non si possono vedere, ma li producevi come volevi te e potevi decidere quanti produrne, come e quanto pagare i lavoratori, quante tasse far pagare ai proprietari della fabbrica o magari, addirittura, la fabbrica nazionalizzarla. Ora, magari, i trattori che contribuisci a costruire possono anche essere il top di gamma, ma della tua vecchia indipendenza non c’è più traccia e a determinare tutti i fattori è la concorrenza imposta da chi sta in cima alla piramide, tra tutti i suoi sottoposti: sei una specie di gladiatore in un’arena che si deve prendere a sciabolate con gli altri, mentre chi detiene la testa di tutta la catena sta sugli spalti a godersi lo spettacolo e a incassare il cash; e da questa spirale, finché ti affidi alle magnifiche sorti e progressive del mercato, non c’è verso di uscire.
E non abbiamo manco ancora introdotto il terzo punto, che è forse quello più rilevante in assoluto e, cioè, l’aspetto finanziario: chi ha il potere di decidere dove vanno i soldi per fare cosa. Ecco: quella è, in assoluto, la cima della piramide e che – grazie alla globalizzazione neoliberista – si stacca sempre di più da tutto il resto diventando irraggiungibile; grazie alla piena libertà di circolazione dei capitali garantita dalla globalizzazione neoliberista, i capitali hanno subìto un processo di concentrazione senza precedenti e chi detiene questi monopoli finanziari privati (e, quindi, decide dove vanno i soldi per farci cosa) ha il vero potere, ben al di sopra dei singoli Stati. Ecco: una cooperazione e un’integrazione economica fondata sul riconoscimento dei rispettivi interessi nazionali e della sovranità è, sostanzialmente, l’opposto di questo meccanismo; uno Stato sovrano, quindi, è uno Stato che decide politicamente le condizioni alle quali le merci possono entrare e i capitali uscire. Ed è per questo che nella neolingua dell’Occidente neoliberale, al termine sovrano abbiamo sostituito autoritario: per l’Occidente democratico, è autoritario ogni Stato abbastanza forte da limitare la libertà delle oligarchie di concentrare nelle loro mani il potere finanziario e trasformarlo, poi, in un potere politico superiore a quello dello Stato stesso; democratico, invece, è ogni Stato che lascia alle oligarchie il potere di fare un po’ cosa cazzo gli pare e le istituzioni possono accompagnare solo.
Da questo punto di vista, la Cina (di sicuro) e la Russia (in buona misura) sono senz’altro Stati autoritari e, quindi, la loro relazione è una relazione tra Stati autoritari, con nessuno dei due che è in grado di imporre niente all’altro e, men che meno, le rispettive oligarchie; per questo è un tipo di relazione che non ha niente a che vedere con quelle a cui siamo abituati nel giardino ordinato, sia perché – a differenza del rapporto tra impero e vassalli che regola le relazioni all’interno dell’Occidente collettivo – non c’è un rapporto gerarchico a livello militare e i due Paesi sono autonomi e indipendenti dal punto di vista prettamente geopolitico (e questo viene riconosciuto anche dagli analfoliberali), ma soprattutto perché, appunto, entrambi hanno mantenuto un discreto livello di sovranità rispetto allo strapotere delle rispettive oligarchie e quindi, di conseguenza, ognuno rispetto alle oligarchie dell’altro. Insomma: sotto tanti punti di vista, nonostante le enormi differenze e gli enormi squilibri che abbiamo già sottolineato, si tratta molto banalmente di un rapporto tra pari che per noi, nati e cresciuti nelle periferie dell’impero, è una cosa quasi inconcepibile ed ha molte conseguenze, anche contraddittorie. A differenza dei rapporti dove vige una gerarchia precisa, ad esempio, i rapporti tra pari sono incredibilmente complicati; lo sono all’interno di una coppia o tra amici: figurarsi tra Stati – e ancor di più tra due superpotenze del genere. E gli esempi abbondano: basti pensare a Forza della Siberia II, il gasdotto da 2600 chilometri che dovrebbe trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas russo ogni anno in Cina, un’infrastruttura strategica che più strategica non si può; eppure, nonostante l’aria che tira e l’amicizia senza limiti, i negoziati sono ancora abbastanza in alto mare (come è giusto e normale che sia quando due enti autonomi e indipendenti devono trovare una quadra per una partita così complessa). Per fare un confronto, basta pensare alla vicenda dei due Nord Stream, quando uno Stato formalmente sovrano ha accettato che un suo supposto alleato compisse un atto terroristico di portata gigantesca sul suo territorio senza battere ciglio; oppure quando, in seguito allo scoppio della seconda fase della guerra per procura contro la Russia in Ucraina, i Paesi europei hanno aderito a delle sanzioni economiche progettate più per distruggere la loro economia che non quella dell’avversario. Ecco: se come parametro per capire la solidità di un’alleanza prendiamo questo, effettivamente no, l’alleanza tra Russia e Cina non è minimamente comparabile, ma da quando in qua il rapporto tra un imperatore e i suoi sudditi si chiama alleanza? E che fine hanno fatto tutte le filippiche degli analfoliberali sulla democrazia che è sì faticosa, ma, alla fine, è l’unica strada per stabilire legami sociali stabili e duraturi?
Ora, è proprio questo modello di rapporti democratici tra Stati autonomi e indipendenti che Russia e Cina stanno proponendo al resto del mondo; e uno degli organi multilaterali che dovrebbe servire da piattaforma per questo nuovo modello di relazioni internazionali sono ovviamente i BRICS che, quest’anno, vedono la presidenza di turno affidata proprio alla Russia che – afferma Putin – vuole utilizzare, appunto, il suo ruolo per “promuovere un’architettura più democratica, stabile ed equa delle relazioni internazionali”: Putin sottolinea che “la cooperazione all’interno dei BRICS si basa sui principi di rispetto reciproco, uguaglianza, apertura e consenso” ed è proprio per questo che, insiste, “i Paesi del Sud e dell’Est del mondo vedono nei BRICS una piattaforma in cui le loro voci possono essere ascoltate e prese in considerazione e trovano la nostra associazione così attraente”. La creazione di enti multilaterali fondati sulle relazioni paritarie e democratiche tra Paesi, però, è più complicata da fare che da dire perché il presupposto – appunto – è che gli Stati coinvolti siano davvero sovrani e quindi, appunto, autoritari (e, cioè, abbastanza forti da tenere a bada il potere delle loro oligarchie); ma molti dei paesi coinvolti hanno tutt’altro che terminato questo processo di emancipazione dal potere delle oligarchie, come è il caso – ad esempio – del Brasile o dell’India che, di fronte alle loro oligarchie perfettamente integrate nella finanza globale, sono in grado di esercitare soltanto una sovranità parziale. Per non parlare, poi, dei Paesi come l’Arabia Saudita, che sono premoderni e che esercitano una loro sovranità soltanto nella misura in cui lo Stato coincide esattamente con le loro oligarchie.
Se quindi, da un lato, l’imperialismo – che è, appunto, il sistema su cui si fonda il dominio dell’Occidente collettivo sul resto del pianeta e che annienta ogni sovranità in nome dello strapotere delle oligarchie finanziarie – è un sistema, oltre che barbaro e inaccettabile, anche oggettivamente in declino (e contro il quale la rivolta è ormai inarrestabile), la costruzione dell’alternativa è ancora lunga e piena di ostacoli; l’amicizia senza limiti tra Russia e Cina, però, costituisce un nucleo centrale per questo nuovo modello di relazioni internazionali più democratico, di una potenza senza precedenti, ed è per questo che rappresentano (e continueranno a rappresentare) il nemico principale dell’imperialismo, che vede nella loro disfatta l’unica possibilità di continuare a rimanere in piedi, costi quel che costi. A noi non rimane che fare la nostra parte contro la guerra finale dell’imperialismo e, per trasformare anche l’Italia e l’Europa in un insieme di Stati sovrani e indipendenti, pronti a dare il loro contributo per la costruzione di un mondo nuovo senza il quale la distruzione reciproca, più che un’ipotesi, diventa – giorno dopo giorno – una certezza; per farlo, nel nostro piccolo, come minimo ci serve un media che non faccia da megafono alla propaganda dell’impero, ma che dia voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

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Putin da Xi per rilanciare la guerra antimperialista, mentre Biden arma lo sterminio dei gazawi

Rassegna stramba del mercoledì eccezionalmente con un Giuliano solo (il nostro). Buona visione!

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Da Kharkiv a Belousov: Putin usa la grande guerra per trasformare la Russia in una nuova Cina

A corto di buone notizie, per qualche giorno le bimbe di Stoltenberg si sono esaltate con gli attacchi random ai civili di Belgorod, ma dalla scorsa settimana anche su quel fronte l’umore è leggermente cambiato: con appena 50 mila uomini, venerdì scorso le forze armate russe hanno varcato il confine che separa Belgorod dalla regione di Kharkiv; un dispiegamento di forze tutto sommato modesto, in grado, al massimo, di rosicchiare un po’ di terreno per creare la fantomatica zona cuscinetto invocata da Putin, già a fine marzo, dopo uno dei tanti attacchi alle strutture civili di Belgorod e ai villaggi lungo il confine – se solo dall’altra parte avessero trovato una qualche difesa. E, invece, campo libero: “Dove sono finite le fortificazioni?” si chiede sul giornale antirusso Urkainska Pravda Martyna Bohuslavets, presidente del centro anticorruzione Mezha. Se li sono infrattati: “L’oblast di Kharkiv” scrive la Bohuslavets “ha pagato milioni a società fittizie”, “con assegnamenti diretti e senza gare d’appalto” continua la Bohuslavets; “società di copertura si sarebbero accaparrate contratti per oltre 150 milioni di euro”. Durante l’estate del 2023, un manipolo di imprenditori locali (in buona parte con già diversi carichi pendenti) avrebbero aperto una serie di società ad hoc che, con la connivenza del Dipartimento per l’edilizia abitativa e lo sviluppo urbano dell’oblast di Kharkiv, sarebbero passate immediatamente all’incasso senza mai fare assolutamente nulla: “Secondo questo schema” scrive la Bohuslavets “membri degli uffici governativi hanno registrato nuove società utilizzando prestanome che in alcuni casi potrebbero anche non esserne nemmeno a conoscenza, e stanno continuando a guadagnare sul sangue altrui”.
Con i soldi dei bunker e delle strutture in legno e cemento volatilizzati, sono rimaste solo le care vecchie trincee (e non è andata proprio benissimo): come riportava l’ex vice sottosegretario della difesa USA Stephen Bryen ieri su Asia Times “La Russia sta introducendo più lanciafiamme e artiglieria per distruggere le trincee, e secondo quanto riferito, le truppe russe stanno entrando nelle fortificazioni e attaccando gli ucraini rimasti a difenderle”. Secondo quanto riportato già sabato scorso dal buon Billmon su Moon of Alabama, le truppe russe avrebbero “sconfitto uomini e mezzi della 23a e 43a brigata meccanizzata, della 120a e 125a brigata delle forze armate ucraine e della 15a forza di copertura del confine statale vicino a Volchansk, Vesyoloye, Glubokoye, Neskuchnoye e Krasnoye”; nell’arco di poche ore i russi, avrebbero preso il controllo dei villaggi di Borisovka, Ogurtsovo, Pletenevka, Pylanya e Strelechya e, nei due giorni successivi, l’avanzata si sarebbe estesa ad altri 6 insediamenti fino a lambire il principale centro urbano dell’area e, cioè, la cittadina di Vovchansk dove, dei circa 17 mila residenti, sono rimasti nei paraggi ormai soltanto alcune centinaia. Sempre secondo Stephen Bryen su Asia Times “La battaglia di Kharkiv mira a disintegrare l’esercito ucraino”: “L’idea” insiste Bryen “è di provocare pesanti perdite da parte ucraina e, se tutto va secondo i piani, di dividere l’esercito ucraino in due o di disintegrarlo del tutto. In questo modo non si mirerebbe semplicemente a conquistare territorio, ma di distruggere la capacità dell’Ucraina di resistere. E ci sono molti indicatori che la Russia sta avendo successo nell’operazione in corso”.
A lanciare un campanello d’allarme sul New York Times è lo stesso generale Budanov, che avrebbe affermato “di ritenere che gli attacchi russi nel nord-est abbiano lo scopo di estendere le già scarse riserve di soldati dell’Ucraina e distoglierli dai combattimenti altrove”; Budanov avrebbe inoltre confermato che “L’esercito ucraino sta cercando di reindirizzare le truppe da altre aree della linea del fronte per rafforzare le sue difese nel nord-est, ma che è stato difficile trovare il personale”: “Tutte le nostre forze sono qui o a Chasiv Yar” avrebbe detto. “Ho usato tutto quello che avevamo. Purtroppo non abbiamo nessun altro nelle riserve”. Zelensky ha provato a scaricare la responsabilità sugli uomini sul campo e, il 15 maggio, ha immediatamente dato il benservito al generale di brigata Yuriy Halushkin; i burattinai di Washington, però, ovviamente temono che di questo passo – nonostante il pacchetto di aiuti approvato due settimane fa – il fronte rischi di crollare ben prima delle elezioni presidenziali di novembre: ed ecco così che Blinken, ieri, ha improvvisato una visita a Kiev “per sostenere il morale”, commenta Billmon. La realtà però, sottolinea ancora Billmon, è che “Il sostegno militare concreto all’Ucraina nei prossimi mesi sottoforma di artiglieria e munizioni per le difese anti-aeree, sarà minuscolo”. Come ricorda il Wall Street Journal, negli ultimi 3 mesi, in media, l’efficacia dell’antiaerea ucraina è crollata dal 73 al 46%, per precipitare a un disastroso 30% nel mese di aprile; insomma: i missili russi intercettati ormai sono una esigua minoranza e in arrivo, continua Billmon, “Non c’è nulla che possa aiutare gli ucraini a difendersi dalle bombe plananti FAB che l’esercito russo sta utilizzando in numero sempre crescente per smantellare le posizioni ucraine”. Ed ecco così che “Negli ultimi tre giorni si sono registrate perdite ucraine di circa 1.500 persone al giorno – il doppio del conteggio abituale” e il bello è che la maggior parte di queste perdite, in realtà, si è verificata sul fronte orientale, non in direzione di Kharkiv perché, come ricorda sempre Bryen su Asia Times, “mentre è in corso questa vasta operazione russa focalizzata sull’area di Kharkiv, i russi continuano ad attaccare anche altrove, soprattutto nel Donbass, ma anche a Zaporizhia” e sono tutti uomini che non c’è verso di rimpiazzare: sempre secondo Billmon, infatti, al momento “Il tasso di sostituzione attraverso la mobilitazione ucraina sarebbe pari solo al 25% delle perdite che si stanno effettivamente verificando”; “Tutti sanno che la guerra sta per finire” continua Billmon e “che ci sarà un vincitore, la Russia, e molti perdenti. E gli Stati Uniti, così come l’Ue, stanno ora cercando di trovare un modo per salvare la faccia per riconoscerlo senza ammetterlo. E il modo più semplice sarà incolpare l’Ucraina e, soprattutto, il suo presidente Zelensky” – che se la sta vedendo bruttina. Nei prossimi giorni arriverà la scadenza del suo mandato regolare, protratta solo dalla decisione di non effettuare nuove elezioni, contrariamente a quanto promesso nell’inverno scorso: allora venne spacciata come la prova che l’Ucraina era così democratica da avere il coraggio di tenere regolari elezioni anche in mezzo a questo disastro, ma quando, giorno dopo giorno, è emerso che – come ampiamente prevedibile – era tutta una cazzata, è calato il solito silenzio stampa; e ora Zelensky è ridotto ad arrestare almeno due colonnelli delle forze di protezione del palazzo governativo e a licenziare il capo della squadra addetta alla sua sicurezza perché, a detta dello stesso Zelensky, stavano progettando di uccidere lui e altri alti funzionari su mandato russo.

Andrej Belousov

Insomma: l’Ucraina come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 2 – 3 anni sembra ormai una storia archiviata, ma – come abbiamo sottolineato millemila volte – a nostro avviso, pensare che la situazione si possa risolvere semplicemente con una presa d’atto della vittoria sul campo della Russia rischia di essere una forma di wishful thinking uguale e opposta a quella dei nostri amici NAFO; e così, a occhio, sembra pensarla allo stesso modo pure il plurimorto dittatore del Cremlino che, come sottolinea, sembra piuttosto “pronto a giocare lungo” mentre “propone un economista come nuovo capo della difesa”. A corto di buone notizie, la propaganda suprematista infatti ha cercato di vedere nel benservito al ministero della difesa di Shoigu un segnale di chissà quali tensioni interne. Ma chi è davvero il suo sostituto? Andrej Belousov è un taciturno e riservato fedele servitore della macchina pubblica russa, uno dei pochissimi a non essere mai incappato in nessun modo in sospetti di corruzione di nessun tipo – e sicuramente questa componente può aver giocato un ruolo: l’apparato militare russo è sempre stato accusato di essere un enorme porto delle nebbie dove i quattrini venivano agilmente dirottati nei conti correnti degli amici degli amici; e Shoigu, accusano in molti, era parte integrante di questo Stato nello Stato tanto da venir accusato direttamente da Prigozhin di essere il massimo responsabile delle inefficienze della macchina bellica russa, e tanto da vedersi arrestare sotto gli occhi, giusto un paio di settimane fa, il suo vice e sodale di lunga data Timur Ivanov -soprannominato anche il portafoglio di Shoigu – appunto, per corruzione. Un uomo fidato e senza macchia come Belousov, privo di un suo gruppo di potere, potrebbe essere l’uomo giusto per dare un taglio netto a sperperi e ruberie in una fase dove la spesa militare pesa per poco meno del 7% del PIL e per circa un terzo della spesa pubblica complessiva. D’altronde, sembra essere in atto un discreto repulisti: come riportava ieri il nostro caro Andrea Lucidi sul suo canale telegram, poche ore dopo l’annuncio del cambio al ministero della difesa è stato annunciato anche l’arresto del capo della direzione principale del personale, il tenente generale Yury Kuznetsov, “sospettato di aver preso una tangente particolarmente ampia”, come ha dichiarato martedì la portavoce del Comitato investigativo russo Svetlana Petrenko in un comunicato; durante le perquisizioni nelle proprietà di Kuznetsov sono stati scoperti e sequestrati valuta russa e straniera, monete d’oro, orologi da collezione e altri oggetti di lusso per un valore superiore a 1 milione di dollari.
Ma la necessità di tagliare i rami secchi della corruzione endemica è solo una parte della storia perché Belousov, prima ancora di essere uomo considerato tanto onesto quanto fedele e malleabile, è un economista di un certo spessore e con una sua visione piuttosto coerente da decenni; in molti, giustamente – a partire dal Global Times, ma anche nei media mainstream occidentali – hanno sottolineato che ad aver spinto il Cremlino a puntare su di lui come capo della difesa nel bel mezzo dell’operazione militare speciale è la necessità di coniugare lo sforzo bellico con la tenuta economica: “Alcuni osservatori russi” ricorda il Global Times “hanno affermato che Belousov è anche uno degli alti funzionari russi che” in veste di vice primo ministro, ha avuto un ruolo di primissimo piano nell’“aiutare la Russia a superare con successo le difficoltà derivanti dalle sanzioni occidentali e a garantire la crescita economica del paese dallo scoppio del conflitto”. Ma c’è un altro aspetto che in pochi hanno sottolineato: Belousov non è e non è mai stato un neoliberista; si è formato come economista ai tempi dell’Unione Sovietica ed è sempre rimasto attaccato all’idea che a dirigere l’economia, in qualche modo, deve essere lo Stato. “Uno statista keynesiano” lo definisce Politico, che ricorda come già “alla fine degli anni ‘90” – quando imperversava la religione della shock therapy imposta dalle oligarchie criminali al servizio dell’imperialismo – “Belousov era uno dei rari sostenitori del controllo statale nell’economia” e, nonostante fosse scientificamente una spanna sopra la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, veniva regolarmente marginalizzato dagli analfoliberali e dai finto-progressisti; come ricorda Foreign Policy, nel 2000 Belousov “ha fondato il Centro per l’analisi macroeconomica e le previsioni a breve termine, il primo think tank macroeconomico russo”. A partire dal 2006, mentre, sotto la guida di Putin, gradualmente la Russia cerca una sua via di uscita dal declino assicurato dalla folle ricetta neoliberista imposta dai vincitori occidentali come risarcimento di guerra, Belousov comincia a ricoprire ruoli di governo sempre più importanti, fino a diventare ministro dello sviluppo economico; ma per diventare un volto noto anche al grande pubblico dovrà aspettare fino al 2018 quando, come ricorda il Washington Post, prova a proporre a Putin la creazione di “un meccanismo che consentisse al governo di raccogliere fondi extra dalle imprese che hanno ottenuto profitti elevati”: “7,6 miliardi di dollari di reddito in eccesso” da prelevare per la fiscalità generale dalle principali “aziende metallurgiche, chimiche e petrolchimiche che hanno ottenuto un buon risultato in seguito ai cambiamenti nelle condizioni del mercato esterno, a partire dal rublo debole e da un’elevata domanda globale per i loro beni”. Insomma: una tassa sugli extraprofitti tipo quella che aveva promesso Meloni la svendipatria, ma che ha ritirato subito dopo – giusto il tempo di far guadagnare qualche centinaia di milioni di euro in borsa a qualche amico speculatore che, nel frattempo, aveva scommesso al ribasso sui titoli delle banche coinvolte. Anche nel caso di Belousov la sua proposta iniziale è stata ridimensionata, ma comunque ha imposto alle aziende un contributo straordinario per finanziare alcuni progetti infrastrutturali ritenuti di massima rilevanza strategica e soprattutto, come riconosce il Washington Post, “ha consolidato la sua reputazione di vero statista che dà priorità ai bisogni del governo rispetto agli interessi dei privati e che sostiene un forte controllo statale sull’economia e una spinta alla crescita attraverso gli investimenti statali”; un profilo che, come sottolinea il Global Times, cade proprio a fagiuolo ora che la Russia deve cercare “di combinare i suoi obiettivi militari con le esigenze dello sviluppo economico, per fare in modo che la crescita economica sostenga l’operazione militare e che l’operazione militare dia slancio allo sviluppo e guidi lo sviluppo scientifico-tecnologico”: Belousov, sottolinea il Washington Post, è un promotore dell’indipendenza tecnologica e ha, a più riprese, avanzato proposte per “lo sviluppo di propri chip, macchine ad alta precisione, aerei, droni, attrezzature mediche e software per porre fine alla dipendenza da importazioni occidentali”.
Insomma: come sosteniamo da tempo, Putin sta cercando di approfittare della guerra per imporre un’accelerazione decisiva al processo di modernizzazione della Russia – fino ad oggi ostacolato dai feudatari e dagli oligarchi che lo hanno sempre circondato – e la nomina di Belousov è l’ennesima conferma che ha intenzione di farlo sempre più con caratteristiche cinesi; come abbiamo sottolineato innumerevoli volte, la Cina, con i suoi incredibili successi al netto delle millemila specificità, è ormai – sempre più chiaramente – un modello di riferimento per i Paesi che vogliono portare a termine il loro complesso processo di decolonizzazione e di indipendenza nazionale e questa, per l’imperialismo neoliberista, probabilmente è una sconfitta ben più grande anche delle umiliazioni che continua a raccogliere sul campo di battaglia in Ucraina.
In attesa di avere anche noi uno Stato e un governo in grado di umiliare l’imperialismo neoliberista, per portarci avanti, intanto, sarebbe il caso – perlomeno – di costruire un vero e proprio media che dà voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Massimo Gramellini

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
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