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Amazon rompe l’internet. Come i monopoli del tecnofeudalesimo stanno distruggendo l’economia occidentale

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (21/10/25)

OttolinaTV by OttolinaTV
21/10/2025
in Articoli, Mondo
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Il Marru

Come titola il WSJ, ieri è stato Il giorno in cui Amazon ha distrutto Internet per milioni di americani.

“La prolungata interruzione ha ricordato la fragilità della connettività internet globale e il ruolo di Amazon nel sostenere gran parte dell’infrastruttura online”; “I dispositivi Alexa non riuscivano a sentire. I messaggi aziendali su Slack non venivano pubblicati. Gli studenti non potevano consegnare i compiti o accedere ai materiali dei corsi. Le transazioni finanziarie erano impossibili su alcune piattaforme. Gli utenti di Zoom, Venmo, Instacart e una serie di altri servizi hanno dovuto affrontare interruzioni prolungate che hanno colpito case e aziende”: “Un piccolo aggiornamento al cosiddetto Domain Name System, il tipo di modifica software che avviene milioni di volte al giorno su internet, ha fatto precipitare la macchina ben oliata che sostiene il web moderno. Il DNS agisce come una sorta di elenco telefonico per internet, indicando alle macchine come trovarsi a vicenda. L’aggiornamento difettoso ha fornito informazioni errate per DynamoDB, un prodotto di Amazon Web Services che è diventato uno dei database più importanti al mondo. All’improvviso, le macchine sulla costa orientale che cercavano di elaborare migliaia di miliardi di richieste ricevevano l’equivalente di Internet di un numero sbagliato”. “Alle 3 del mattino, il raggio d’azione dell’esplosione si era esteso ben oltre Amazon, propagandosi a cascata su internet, ritardando più di 4.000 voli, mettendo fuori uso siti web di notizie come il Wall Street Journal, influenzando le transazioni finanziarie e arrivando a toccare la vita di tutti i giorni”; come ricorda Bloomberg, Amazon Web Services è “il più grande fornitore di servizi cloud al mondo” e l’interruzione di 15 ore di ieri “ha evidenziato quanto Internet dipenda dalle operazioni di una singola azienda”: “I servizi AWS – archiviazione dati, potenza di calcolo e altri elementi costitutivi – sono alla base di una larga fetta di internet, rappresentando circa un terzo del mercato cloud”. Un tale livello di concentrazione è razionale? E’ funzionale? Sono queste le magnifiche sorti e progressive del dominio del mercato? Conquista il monopolio, o quasi, e poi stritola tutti: questa è l’unica logica che conosce il capitalismo USA, come, d’altronde, teorizza apertamente il suo guru più influente, Peter Thiel.

E sui monopoli deleteri di Amazon torna Bloomberg anche in un altro articolo.

“Le aziende di consegna di Amazon stanno abbandonando il servizio a causa dell’aumento dei costi e dei magri profitti”: “Nel 2022, Jake Clay ha avviato un’azienda di consegne Amazon a Odessa, in Texas, dopo aver sentito parlare del programma sponsorizzato dall’azienda da un amico. Ha investito 75.000 dollari nell’attività e ne ha guadagnati più di 200.000 nel primo anno. Veterano dell’Aeronautica Militare, Clay, 50 anni, si sentiva come se fosse entrato a far parte di un’unità d’élite”; “La sensazione non durò a lungo. In breve tempo, l’aumento dei costi assicurativi e di altri costi iniziò a erodere i suoi profitti. Uno degli autisti di Clay fu gravemente morso da un cane e dovette pagare l’indennità di infortunio sul lavoro per un anno, mentre le sue tariffe annuali per l’assicurazione del veicolo aumentarono di cinque volte, arrivando a quasi 500.000 dollari. Clay pensò di licenziare tutti i suoi manager e di gestire l’attività da solo, pensando di guadagnare circa 75.000 dollari. Alla fine, decise che non ne valeva la pena. Si è licenziato il mese scorso”.
Dai, vabbè: consoliamoci col fatto che l’impero è in crisi e il suo apparato tecnofeudale ha i giorni contati (o forse no).

Dopo settimane e settimane passate a parlare di debasement trade, di bolla AI e di sfiducia sulla tenuta degli USA ai tempi del MAGA, oggi c’è una specie di fuoco incrociato per salvare il soldato Ryan (e, cioè, la reputazione del capitalismo a guida USA).

Debasing the “debasement” trade, titola il suo editoriale su Reuters Jamie McGeever; un po’ difficile da tradurre: diciamo “Svalutare la speculazione della svalutazione”. Il punto è che sì, ok: oro, cripto e mercati emergenti stanno andando forte, ma, alla fine, il rendimento dei titoli del debito USA sta diminuendo e la svalutazione del dollaro si è arrestata da un po’; forse è ancora un po’ presto per cantare vittoria.

Anche l’Economist, che non ha risparmiato titoli catastrofisti negli ultimi mesi, sembra placare i bollenti spiriti.

L’economia mondiale ignora sia la guerra commerciale che i timori sull’intelligenza artificiale: “Sei mesi fa, quando il presidente Donald Trump annunciò una guerra commerciale di aggressività senza precedenti, aziende e investitori si prepararono a una crisi. I movimenti sui mercati finanziari indicavano una profonda recessione. La fiducia dei consumatori americani crollò. Così come alcune misure in tempo reale della crescita economica. Eppure oggi, nonostante gli aspri scambi di frecciatine tra America e Cina , gli effetti del Giorno della Liberazione sono inferiori al previsto”; “L’economia globale”, sentenzia l’Economist, “è diventata straordinariamente resiliente alle crisi”.

In questa sagra del wishful thinking, a fornire il dolce è Foreign Affairs.

L’ordine stagnante, e la fine delle potenze emergenti: “Per la prima volta da secoli, nessun Paese sta crescendo abbastanza velocemente da ribaltare l’equilibrio globale. I boom demografici, le innovazioni industriali e le acquisizioni territoriali che un tempo alimentavano le grandi potenze hanno in gran parte fatto il loro corso. La Cina, l’ultima grande potenza in ascesa, sta già raggiungendo il picco, la sua economia sta rallentando e la sua popolazione si sta riducendo. Giappone, Russia ed Europa sono in stallo da più di un decennio. L’India ha giovani, ma non ha il capitale umano e la capacità statale di trasformarli in forza. Gli Stati Uniti affrontano i propri problemi – debito, crescita lenta, disfunzione politica – ma continuano a superare i rivali che sprofondano in un declino più profondo”. Mi ricorda tanto i tweet dei vari Iacoboni e soci che, dopo aver cambiato versione decine di volte negli ultimi anni, ora provano a spacciare quella di Putin in Ucraina come una debacle perché non ha conquistato l’intero paese in 72 ore con 100 mila uomini scarsi.

 

Gab

Israele ha ucciso quasi cento persone nella Striscia di Gaza e ne ha ferite oltre duecentotrenta (probabilmente nel momento in cui stai leggendo, queste cifre sono già state superate): possiamo considerare il cessate il fuoco interrotto? O le trattative per la seconda fase proseguiranno?
I timori da parte palestinese sono che dopo il rientro degli ostaggi ancora in vita, l’IDF riprenderà a martellare Gaza.

“Hamas rispetta tutti i dettagli del cessate il fuoco a Gaza, specialmente nella prima fase, consegnando tutti i prigionieri vivi in una sola volta”: il gruppo palestinese chiede alla comunità internazionale di farsi garante degli accordi precedentemente presi, facendo notare come abbia rispettato la propria parte fino ad oggi; la palla ora è nelle mani di Tel Aviv e i timori dell’ennesimo patto tradito si fanno sempre più pressanti.

Trump non sembra però intenzionato a farsi umiliare nuovamente in pubblico da Netanyahu: gli USA si fanno garanti del cessate il fuoco e, seppur con la solita alternanza, hanno persino appoggiato alcune richieste di Hamas. La Casa Bianca vuole evitare attivamente un nuovo conflitto a Gaza?

Intanto The Jerusalem Post, il giornale della destra sionista, fa il suo sporco lavoro di propaganda e ci racconta di come Hamas avrebbe cercato di contattare Al Jazeera per distruggere la narrazione dei gruppi alternativi a Gaza; ammesso sia vero (ed è tutto da dimostrare), noto che quando lo fa l’Occidente è difesa della democrazia; quando lo fanno gli altri è manipolazione. Andiamo bene…

Altre notizie dal mondo in breve

Ci sarà anche un secondo round tra Israele e Iran?
La Russia può fare a meno della Siria?

 

Soddu

La crisi di mezza età di Xi Jinping. La Cina è in piena transizione: tra la crisi immobiliare e la costruzione di nuove “forze produttive” ad alta tecnologia, molti fondi occidentali sono oggi intrappolati in investimenti immobiliari ormai illiquidi, con vendite forzate e perdite significative; Pechino, da parte sua, evita salvataggi su larga scala, segnalando una volontà di lasciare che il settore si ridimensioni e che il capitale straniero impari a convivere con un ambiente normativo più politico e meno speculativo. Nel mentre, assistiamo al rallentamento generale della domanda interna e l’impatto prolungato della guerra commerciale con Washington; gli analisti parlano di un ritorno alla normalità dopo due decenni di crescita esponenziale, ma, in realtà, ciò che emerge è un processo di ridefinizione: Pechino punta meno su esportazioni e costruzioni e più su filiere tecnologiche integrate e consumo interno pianificato.
Global Times chiude il quadro con la narrativa ufficiale: non si tratta di una crisi, ma di una metamorfosi. La Repubblica Popolare sta riorientando il proprio modello verso l’autosufficienza, e l’attuale rallentamento è “un prezzo temporaneo per un futuro di stabilità sovrana”, una linea che riflette la visione ideologica di Xi Jinping: meno capitalismo finanziario, più economia reale e sicurezza strategica. In sintesi, la Cina si muove dentro una tempesta che essa stessa ha scelto di attraversare: la ritirata del capitale occidentale, il consolidamento dello Stato come architetto economico e la ridefinizione della crescita come sicurezza piuttosto che espansione segnalano l’avvio della terza fase del modello cinese.

Pianific-r-are. La settimana ha offerto una panoramica chiara di ciò che Pechino intende per pianificazione strategica: non soltanto gestire le proprie risorse, ma riscrivere le regole del mercato globale; mentre Donald Trump, in un ritorno di agenda economica in stile 2019, stringe un accordo con l’Australia per assicurarsi forniture di terre rare, i dati mostrano che Pechino resta il baricentro mondiale del settore. Il South China Morning Post segnala che le esportazioni cinesi di magneti in terre rare verso gli Stati Uniti sono crollate del 29%; il quotidiano nota come la riduzione non sia un effetto collaterale delle tensioni commerciali, ma un atto deliberato: Pechino sta limitando le esportazioni per incentivare la lavorazione interna e il valore aggiunto. Asia Times completa il quadro con due analisi complementari (qui e qui); in entrambe emerge un dato geopolitico di fondo: l’Occidente non può competere perché non dispone né delle riserve né della catena integrata che la Cina ha costruito in vent’anni, dall’estrazione alla trasformazione industriale. In conclusione, la forza cinese non sta nelle miniere, ma nella capacità di pensare a lungo termine; mentre USA e alleati cercano di produrre di più, Pechino produce meglio, integrando politica industriale e sicurezza nazionale. Le terre rare diventano così simbolo del nuovo paradigma: la pianificazione socialista come vantaggio competitivo globale.

Salsa di soia amara. La guerra della soia tra Cina e Stati Uniti si riaccende, ma in un contesto profondamente mutato rispetto a quello della fase Trump; due articoli del portale cinese Guancha (qui e qui) sottolineano come Pechino stia gradualmente azzerando gli acquisti dagli Stati Uniti, mentre aumenta quelli dal Sud America, in particolare Brasile e Argentina. Infatti Washington non esporta più un solo chicco di soia verso la Cina, il che significa che l’intera catena agroindustriale statunitense, da Monsanto ai porti del Midwest, è esclusa dal principale mercato mondiale: in questo momento, ci sono i silos di stoccaggio pieni fino all’orlo; alcuni sono crollati sotto il loro stesso peso, come riportato da numerosi video su internet. L’elemento politico è chiaro: la Cina sta costruendo un’architettura commerciale agricola alternativa, agganciando il Sud America alla propria orbita economica: l’accordo recentemente discusso tra Pechino e Buenos Aires per la creazione di un Corridoio proteico è parte dello stesso disegno; in termini pratici, la guerra commerciale si è trasformata in un processo di dedollarizzazione agricola. La sicurezza alimentare è parte integrante della sicurezza nazionale: in prospettiva, il Dragone sta sostituendo la soia americana con una rete di fornitori politicamente compatibili e finanziariamente flessibili, consolidando un mercato alternativo al sistema occidentale.

Ancora 007. Giorni intensi sul fronte della sicurezza e dello spionaggio: Guancha denuncia un attacco informatico statunitense contro la Cina, attribuendolo ai servizi di intelligence americani; l’episodio è stato presentato come una provocazione digitale mirata contro le infrastrutture civili e di ricerca tecnologica. La stampa cinese insiste sulla necessità di “proteggere la sovranità cibernetica” e di rafforzare la deterrenza informatica. Nel frattempo, il Guardian riaccende il tema dello spionaggio con un doppio reportage sul caso di due cittadini britannici coinvolti in un presunto scandalo di intelligence in Cina (qui e qui); questi articoli, pur ironici e auto-referenziali, mostrano come l’Anglosfera e la Cina restino intrappolate in una guerra narrativa: ogni episodio di sospetto spionaggio diventa occasione per rafforzare la diffidenza pubblica reciproca. Mentre l’Occidente parla di aggressione cibernetica cinese, la Cina ribalta l’accusa e costruisce il proprio racconto difensivo.

 

Il resto del mondo

Due segnali di lungo periodo arrivano da fronti apparentemente periferici, ma centrali per la strategia cinese: il primo riguarda l’Australia, che abbiamo già visto coinvolta oggi nella diplomazia delle terre rare; secondo Bloomberg, Canberra tenta di bilanciare la cooperazione con gli Stati Uniti e l’apertura economica verso Pechino. Dopo anni di gelo diplomatico, la linea australiana diventa pragmatica: non si tratta di scegliere tra le due potenze, ma di convivere con entrambe. Il secondo caso è africano: l’Etiopia, uno dei partner storici della Cina nel continente, è in trattative per convertire parte del debito in yuan. È una notizia che pesa molto più di quanto sembri: se confermata, segnerebbe un passo concreto verso l’internazionalizzazione dello yuan e l’erosione del dominio del dollaro nei rapporti Sud-Sud. Messe insieme, queste due storie descrivono il nuovo asse della globalizzazione post-occidentale: il Pacifico e l’Africa come laboratori della multipolarità economica. La Cina si muove con pazienza strategica, costruendo relazioni bilaterali fondate sull’interdipendenza.

La guerra con le armi. La notizia più rilevante sul fronte militare asiatico è la decisione dell’Indonesia di acquistare i caccia cinesi Chengdu J-10; si tratta di un cambio di passo per l’ASEAN: per la prima volta, un grande paese del Sud-Est asiatico sceglie un velivolo cinese in luogo delle alternative occidentali o russe. L’accordo, stimato in circa 9 miliardi di dollari, spinge Pechino un passo più avanti nella costruzione di una propria sfera di armamenti, mentre l’Indonesia diversifica le forniture per non dipendere né da Washington né da Mosca. Per la Cina, l’operazione rappresenta un successo politico: esportare tecnologia militare non significa solo vendere armi, ma diffondere interoperabilità, formazione e legami tecnici di lungo periodo. Gli osservatori occidentali temono un effetto domino: Malesia, Thailandia e Filippine potrebbero presto considerare alternative simili; se ciò accadesse, il mercato militare asiatico entrerebbe in una nuova fase, dove la Cina non sarebbe più un competitor assertivo ma un fornitore di riferimento.

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