video a cura di Alessandro Bartoloni Saint-Omer
Non possiamo stupirci se in giro circolano meme come quello di Meloni con la pompa di benzina in mano, perché per i cittadini e le aziende italiane la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran avrà un costo altissimo: di questo passo, si stima dai 550 ai 580 euro in più in bollette a famiglia, mentre per le piccole medie imprese si parla, addirittura, di un raddoppio secco delle spese energetiche, per non parlare dell’inflazione, dell’aumento dei tassi e del costo delle materie prime; e, infatti, c’è chi si è già fermato. Ovviamente, ci sono millemila ragioni diverse per condannare un’aggressione contraria al diritto internazionale come quella statunitense, ma, visto che va tanto di moda fare i realisti e visto che c’è chi chiama sempre in causa il concetto di difesa degli interessi occidentali per legittimare queste operazioni – come se, in fondo, fossimo tutta sulla stessa barca e Stati Uniti e Israele stessero facendo il lavoro sporco anche per noi, per citare il cancelliere Merz – andiamo a vedere cosa significa concretamente questa guerra per gli interessi italiani ed europei.
Ma, prima, facciamo un piccolo passo indietro e partiamo da questa foto:
Era il gennaio 2018: l’Italia e l’Iran avevano appena firmato una serie di storici accordi da 5 miliardi di euro per finanziare progetti nel Paese mediorientale realizzati da imprese italiane, accordi che mettevano il timbro su una stagione di rapporti commerciali ottimi tra i 2 Paesi, tra cui spiccava un nostro export da 1,7 miliardi di dollari l’anno, un contratto con Ferrovie dello Stato per la costruzione di linee ad alta velocità, grandi piani di ENI e Saipem per ammodernare i campi petroliferi iraniani e che facevano dell’Italia il primo partner economico dell’Iran tra i Paesi dell’Unione europea. Qualche mese dopo viene eletto Trump, che straccia l’accordo sul nucleare firmato da Obama nel 2015 e reintroduce le famose sanzioni extraterritoriali che costringono le nostre banche a smettere di finanziare i contratti firmati con il governo iraniano; un perdita enorme, e non solo dell’Italia: la Germania, nel 2015, era stato il principale garante politico europeo dell’accordo sul nucleare iraniano, il JCPOA, fortemente voluto da Obama. L’accordo prevedeva che l’Iran si impegnasse a limitare l’arricchimento dell’uranio fino al 3,67% e a permettere ispezioni internazionali da parte dell‘International Atomic Energy Agency (IAIEA)
in cambio della revoca delle sanzioni e dell’accesso al sistema finanziario internazionale; anche i colossi tedeschi Siemens, Volkswagen e BASF avevano riattivato contratti miliardari, vedendo nell’Iran un mercato di sbocco fondamentale per macchinari e tecnologia chimica. Ma niente da fare: per le sanzioni di Washington, l’Europa, in questi anni, ha dovuto improvvisamente abbandonare anche questo mercato, fino ad arrivare al disastro attuale.
Ma non è che un pattern che si ripete: gli Stati Uniti si scelgono i propri nemici, agiscono per i propri interessi e i cittadini europei pagano il prezzo. Nel 2001-2003, Bush jr. ci trascinò in guerra con l’Afghanistan e l’Iraq, con ondate di profughi e di terrorismo e rincari petroliferi che danneggiarono l’Europa; nel 2010-2011, Obama fomentò le primavere arabe incendiando il Nord Africa e il Medio Oriente, dalla Libia, all’Iraq, alla Siria, compromettendo la nostra sicurezza energetica e provocando un’altra ondata migratoria; tra il 2014 e il 2024, comunque la si pensi sulle cause e le colpe della guerra, è indubbio che gli Stati Uniti in Ucraina abbiano portato avanti una loro agenda che ha avuto conseguenze disastrose sulla politica e sull’industria europea. Bene: in questi giorni, le borse europee sono quasi tutte in rosso, l’export italiano verso i Paesi del Golfo rischia di collassare mentre, con la chiusura dello Stretto di Hormuz, le compagnie energetiche americane fanno utili straordinari con la prospettiva di poterci vendere il gas a prezzi ancora più alti di prima: becchi e bastonati, potremmo dire… Con questo meccanismo, gli europei rischiano di essere i primi finanziatori dell’esercito americano proprio mentre questo destabilizza aree del mondo a noi vicine contro i nostri stessi interessi; sarà forse una caso che, agli inizi degli anni 2000, il PIL europeo e quello americano erano circa pari e, oggi, quello americano è il 50% più grande?
Finalmente! scriveva Mario Sechi esultando sul Giornale il giorno dopo l’attacco americano e domandandosi quando la resistenza iraniana sarebbe stata definitivamente piegata; la domanda che ci facciamo invece, è questa: quanto sarà alto il prezzo che pagherà l’Europa per questa guerra di aggressione americana? E l’economia statunitense, invece, anche questa volta ne uscirà rafforzata?
Ben trovati a tutti; in verità, Rethhink Power non doveva partire così: avevamo già pronta un puntata 0 che doveva essere pubblicata la scorsa settimana, ma poi è scoppiata una delle più grandi guerre degli ultimi decenni e abbiamo pensato che un canale che si occuperà di giornalismo, geopolitica e, in generale, di inchieste sul potere, non potesse starsene in silenzio. Se volete rimanere sempre aggiornati sul nostro lavoro, vi basterà iscrivervi al canale e mettere mi piace a questo video!
Capitolo 1: “Gli utili idioti dell’Ayatollah”
Che Stati Uniti e Israele decidano di usare arbitrariamente la forza contro chiunque considerano loro nemico anche mentendo sulle ragioni dell’attacco – in questo caso, circa il programma nucleare iraniano che la stessa AIEA ha negato stesse sviluppando arsenali nucleari – beh, non dovrebbe stupirci più di tanto; in fondo, l’hanno sempre fatto: incursioni mirate, attacchi preventivi e persino rapimenti di capi di Stato, come nel caso venezuelano. Lo fanno destabilizzando intere aree del mondo (di solito, quelle ad alto valore energetico) e spesso, come ha imparato Crosetto sulla sua pelle, senza avvisare preventivamente gli alleati né consultarsi con loro; sono fatti così e non saremo certo noi a cambiarli. Quello che, da cittadini italiani ed europei, dovrebbe invece interessarci, è la reazione dei nostri politici e dei nostri media; partito l’attacco, la stampa vicina al Governo è andata in visibilio: Liberi del male titola Il Giornale il giorno dopo l’attacco. “Vendicato il 7 ottobre, la riabilitazione di Bibi” il commento di Gaia Cesare; “Trump ha trovato quella forza che è mancata ai predecessori” rincara Libero, mentre Claudio Cerasa sul Foglio si augura solo che le cose non vengano lasciate a metà e chiede “un colpo definitivo agli utili idioti dell’Ayatollah”. La stampa di sinistra, invece, abbandona improvvisamente il vecchio mantra dell’aggressore e dell’aggredito degli ultimi 4 anni e, seppure condanni i cattivi Netanhyau e Trump per la violazione del diritto internazionale, fa capire che la sovranità dell’Iran non può certo valere come la sovranità dell’Ucraina; ci sono pur sempre i cattivissimi pasdaran a governarlo, tanto che Repubblica si lascia andare anche a un’incredibile elogio degli 007 d’Israele e dell’attentato terroristico con cui hanno ammazzato il capo di Stato un altro Paese: “Sembrava impossibile che il Mossad inventasse qualcosa di più straordinario dei cercapersone hackerati con cui nel 2024 decimò Hezbollah in Libano” scrive un entusiasta Enrico Franceschini dopo l’omicidio di Khamenei, “E invece lo spionaggio israeliano ha messo a segno un’altra impresa incredibile”.
Nel frattempo, Merz volava a Washington dichiarando di sostenere Trump, Macron, a parole, prendeva le distanze, ma poi concedeva le proprie basi aeree per attaccare l’Iran e partecipava alle operazioni abbattendo i droni iraniani sui Paesi del Golfo; anche Starmer concedeva le basi inglesi per colpire i siti missilistici iraniani, con il risultato che tutti, a eccezione di Sanchez, hanno deciso di collaborare attivamente al tentativo di distruggere l’Iran.
Ma perché tutto questo ci dovrebbe preoccupare? Non stiamo qui a tirare fuori la solite denunce di ipocrisie e doppi standard; inutile abbassarsi al livello della propaganda – soprattutto quando, con argomenti da jihad all’incontrario, ci si augura la distruzione di un Paese solo perché non ha i nostri stessi usi e costumi o istituzioni politiche, o quando ci si ostina a chiamare regime quello iraniano senza fare la stessa cosa con le monarchie ereditarie in stile feudale dei Paesi del Golfo… Lasciamo perdere, e guardiamo se ha ragione Mario Sechi ad esultare e l’Italia e l’Europa stanno effettivamente guadagnando qualcosa da questa guerra.
Capitolo 2: “Finalmente!”
La chiusura dello Stretto di Hormuz sta avendo effetti economici gravissimi per le risorse energetiche europee; si tratta, infatti, di uno degli snodi energetici più cruciali del mondo: circa il 20% del petrolio mondiale e una quota simile di gas liquefatto (LNG) passava da lì ogni giorno. Dall’inizio della guerra, il prezzo del petrolio è aumentato da poco più di 70 a poco meno di 95 dollari a barile e si stima che una chiusura prolungata potrebbe spingere il petrolio vicino oltre i 130 dollari; le quotazioni del gas sul principale mercato europeo – quello olandese, denominato TTF – è passato da 30 euro al megawattora a circa 55 e si stima che potrebbe superare i cento se la crisi si prolunga, con le conseguenze sui costi delle bollette che abbiamo visto in precedenza. E’ una crisi frutto, soprattutto, delle politiche energetiche europee degli scorsi anni: l’Europa ha praticamente abbandonato il gas russo a basso costo, dopo il 2022,
aumentando le importazioni dal Golfo Persico, in particolare dal Qatar, che copre 15% delle importazioni di gas liquefatto GNL europeo e il 40% di quello italiano e, soprattutto, diventando sempre più dipendente dal GNL statunitense, che oggi copre il 20% del fabbisogno europeo – GNL americano che, proprio per la crisi, ci costa oggi tra il 40 e il 50% in più di prima sul mercato, facendo esultare le compagnie energetiche a stelle e strisce come Cheniere Energy, Venture Global e LNG.
Stessa dinamica per quanto riguarda il petrolio; con la carenze di petrolio sul mercato date dalla chiusura di Hormuz, gli Stati uniti stanno guadagnando dalle loro esportazioni: i cosiddetti futures – e, cioè, i contratti finanziari con cui due parti si impegnano oggi a comprare o vendere un bene in una data futura a un prezzo stabilito al momento – sono aumentati di circa il 5,6 %. Non solo, perché mentre le borse europee non fanno che registrare perdite, la bolla finanziaria americana ha, invece, attratto nuovi capitali
in una dinamica che sottolineava giustamente anche Gianfranco Ursino sul Sole 24 Ore (qui l’articolo): in particolare, ci sono sei o sette titoli – a cominciare da NVIDIA, Microsoft e Amazon – che continuano a salire, indifferenti; anzi, molto spinti dalle operazioni belliche. Ciò accade perché tali titoli, per effetto dell’enorme liquidità dei loro azionisti – BlackRock, Vanguard e State Street – sono diventati beni rifugio, affiancandosi all’oro e, di fatto, sostituendo i titoli di Stato americani. Solo OpenAI ha recentemente chiuso un round di finanziamenti da 110 miliardi di dollari, in assoluto il più grande finanziamento privato a una corporation della storia.
Insomma: come in passato, gli Stati Uniti stanno usando la propria potenza militare per scatenare crisi che, accanto alla mire geopolitiche, spingono i capitali a tornare nei mercati statunitensi alla ricerca di un porto sicuro e, come in passato, a scapito dei mercati e dell’economia reale europea e scaricando direttamente su di noi, come abbiamo visto nel caso dell’energia, parte dei costi della loro operazione; ecco perché la reazione dei leader europei e della nostra stampa ha qualcosa di davvero incredibile e di sinistro al tempo stesso. Il 19 febbraio 2026, l’Unione europea, accodandosi agli Stati Uniti, ha ufficialmente inserito (con il via libera anche dell’Italia) le Guardie della Rivoluzione islamica tra le organizzazioni terroristiche. Ma questa, a posteriori, appare più una decisione politica per legittimare il futuro attacco al Paese: tutte le organizzazioni cosiddette terroristiche che hanno fatto attentati anche in Europa negli ultimi anni –
tipo l’ISIS o Al Qaeda – appartengono all’islam sunnita, non sciita. Anzi, come nei proclami di Osama bin Laden, Abu Musayb al-Zarqawi e Abu Bakr al-Baghdadi, gli sciiti, come gli iraniani, sono da sempre il principale bersaglio del terrorismo sunnita. Ad impedire all’ISIS di prendere Baghdad nell’agosto 2014 non furono le truppe americane, né, tanto meno, italiane, ma tre reggimenti di pasdaran iraniani, a prezzo di ingenti perdite, così come a liberare il nord Iraq e la Siria Orientale dallo Stato Islamico furono, in buona parte, le milizie popolari sciite filo iraniane. Al contrario, Al Jolani, il nuovo presidente siriano appoggiato da tutto l’Occidente dopo la cacciata di Bashar al Assad, è stato prima un militante di Al Qaeda ai tempi degli attentati contro l’ONU a Baghdad e contro gli italiani a Nassiryah e, poi, uno dei leader dell’ISIS.
Anche qualora la Repubblica islamica cadesse, nessuno – e nemmeno gli americani, stando alle dichiarazioni che sentiamo – sembrano avere un’idea precisa di cosa succederà dopo al Paese; l’Iran rischia di cadere semplicemente in anni di caos e guerra civile come l’Iraq, la Siria e l’Afganistan, aumentando di gran lunga l’instabilità della regione – e, in questo caso, davvero – i rischi di attentati terroristici in Europa, magari da parte dei figli di qualche vittima delle bombe: anche da questo punto di vista, quindi, difficile capire come gli interessi di Stati Uniti e Israele a continuare a destabilizzare la regione per meglio imporre la propria egemonia, siano anche in nostri. Ma, come spesso accade, il fanatismo e l’ideologia possono portare a tifare contro i propri stessi interessi e diventare utili idioti di quegli altrui.
Capitolo 3: “Finché c’è guerra c’è speranza?”
La buona notizia è che quel meccanismo un po’ perverso per il quale tutte le volte che gli Stati Uniti fanno una guerra i suoi miliardari al potere ci guadagnano e che rende il mondo un posto piuttosto insicuro
potrebbe essersi incrinato: secondo un articolo dell’Economist, Donald Trump si deve fermare presto, e questo perché una guerra lunga rischia di danneggiare gravemente le economie dei Paesi alleati del Golfo; come ricorda anche il Financial Times, l’anno scorso Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar si sono impegnati a ”investire centinaia di miliardi di dollari negli Stati Uniti”. Ma, alla luce delle difficoltà di bilancio che questi Paesi stanno affrontando a causa della riduzione delle entrate derivanti dall’energia, dal rallentamento del turismo e dall’aumento della spesa per la difesa, molti di questi investimenti sarebbero ora a rischio, mettendo in crisi uno degli obiettivi fondamentali di Trump in questa guerra (come delle guerre statunitensi del passato): quello di attrarre nei propri beni rifugio quanti più capitali possibili approfittando dell’instabilità geopolitica; sarà anche per questo che la difesa iraniana si è concentrato sulle infrastrutture militari statunitensi ospitate nei paesi del Golfo?
Non solo: poche ore dopo lo scoppio del conflitto, tutti si aspettavano che la Cina, probabilmente il grande obiettivo strategico di Trump di questa guerra, subisse un botta storica – importando, tra le altre cose, il 15% del proprio petrolio proprio dall’Iran; eppure, i mercati cinesi hanno retto botta: per fare un esempio, ci sono due società i cui titoli, dopo l’inizio del conflitto, hanno registrato un’impennata straordinaria. Si tratta di CNOOC e Petrochina, la cui maggioranza è in mano allo stato cinese, e che hanno visto crescite del 22 e del 15% alla borsa di Hong Kong, e lo stesso hanno fatto anche sui mercati e di Shenzen e Shangai, raggiungendo il massimo consentito del 10% e venendo, addirittura, sospesi per eccesso di rialzo; tutto questo mentre i titoli del debito americano, un tempo il porto sicuro per eccellenza durante le crisi geopolitiche, “sono saliti fino a circa il 4% sul decennale e il 3,5% sul biennale” – che, tradotto, significa che gli investitori chiedono un interesse più alto per prestare soldi allo Stato.
Certo, esiste sempre la bolla dell’intelligenza artificiale, ma potrebbero essere segnali che il perverso meccanismo si stia definitivamente inceppando; lo vedremo. Quello che possiamo fare noi, intanto, è smettere di credere a chi dice che questa guerra viene fatta anche per il nostro bene e per il bene del mondo – e, ancora meno, dato tutto quello che abbiamo visto oggi, che le classi dirigenti europee stiano gestendo al meglio i nostri interessi. Rethink Power è un gruppo di giovani giornalisti, ricercatori e videomaker indipendenti: condivideremo con voi il meglio – e solo il meglio – del giornalismo di inchiesta e delle analisi politiche da tutto il mondo: se vuoi supportare il nostro lavoro e rimanere aggiornato, iscriviti al canale, attiva la campanella e metti mi piace a questo video.











