Domani a Washington si terrà la prima riunione del Board of Peace, nato ufficialmente lo scorso 22 gennaio a Davos con l’obiettivo dichiarato di governare Gaza spartendosi, in primis, il business della ricostruzione: Donald Trump si è auto-dichiarato il presidente a vita dell’organizzazione; l’invito al club avviene solo su invito del Presidente, e per ottenere un seggio permanente è necessario il pagamento di una somma pari a un miliardo di dollari. Ad oggi, hanno ufficialmente aderito 35 Paesi, tra cui Grecia, Cipro, Polonia, Romania e Croazia (tra gli stati europei), ma poi anche Israele, Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Argentina e Indonesia, per citare quelli più importanti. Francia, Inghilterra e, da ultimo, anche la Germania hanno declinato l’invito, mentre Putin e Xi Jinping hanno detto di voler capire di cosa stiamo effettivamente parlando, anche perché che l’ambizione vada ben oltre la spartizione di Gaza e che si tratti, a tutti gli effetti, di un’organizzazione multilaterale creata a immagine e somiglianza del nuovo colonialismo americano – quello svelato senza pudore da Rubio a Monaco domenica, per intenderci – è un dubbio più che legittimo: lo scorso settembre, infatti, Trump ha dichiarato pubblicamente di voler creare un Board of Peace in quanto l’Organizzazione delle Nazioni Unite era diventata insufficiente e poco d’aiuto. Tradotto: non possiamo più permetterci di stare in organizzazioni internazionali in cui non siamo noi a comandare nella forma e nella sostanza. C’ha ragione, Trump: con le condanne dell’Assemblea e di alcuni sui vertici al genocidio israelo-americano in Palestina, l’ONU ha veramente superato ogni limite! Per non parlare, poi, delle corti di giustizia internazionale: roba da comunisti. Una prova di forza degli USA quindi? No: di debolezza. Perchè?










