E se quello a cui stiamo assistendo in Iran fosse la più grande operazione psicologica del XXI secolo? Due anni abbondanti di genocidio in diretta streaming da parte di una delle nazioni in assoluto più evolute e liberali del pianeta, e con il supporto incondizionato di tutto l’Occidente, aveva creato un trauma collettivo di proporzioni inedite: decine e decine di milioni di persone di buona famiglia addestrate certosinamente, sin dalla nascita, a suon di di doppi standard e di favole dirittumaniste a chiudere gli occhi di fronte ai crimini dell’Occidente collettivo, si sono ritrovate tutte d’un tratto di fronte alla ferocia inaudita e ingiustificabile del mondo libero e democratico. La reazione è stata imponente e a quel punto, però, si poneva un problema: se non posso più sterminare indiscriminatamente tutti fino a che fisicamente non esisterà più nessuno che in futuro sia in grado di riorganizzarsi e di resistere, come faccio a garantirmi un futuro sicuro? Semplice! Bisogna annientare gli unici che quella resistenza, materialmente, l’hanno sostenuta: il famigerato regime degli ayatollah e l’intero asse della resistenza.









