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Tag: asse della resistenza

La Russia reagisce alla minaccia dei missili NATO diventando l’arsenale dell’anti-imperialismo

Se gli occidentali stanno prendendo in considerazione l’idea di “consegnare armi agli ucraini da usare per attaccare direttamente il nostro territorio, perché mai non dovremmo avere anche noi il diritto di fornire sistemi d’arma dello stesso tipo in qualche area del pianeta che potrebbero essere usati per lanciare attacchi su qualche obiettivo sensibile dei paesi che fanno la stessa cosa con la Russia?” (Vladimir Putin): fino ad oggi l’impero ha sempre propagandato l’idea degli USA come arsenale della democrazia, anche quando sterminavano i bambini col napalm in Vietnam o firmavano coi cuoricini le bombe che il regime fasciosionista di Tel Aviv lanciava sui campi profughi; e se ora la Russia invece diventasse l’arsenale dell’anti-imperialismo?

Guido Crosetto

Nell’inevitabile escalation ucraina, gli ultimi 10 giorni sono stati i giorni dello sdoganamento definitivo dell’utilizzo delle armi fornite dagli alleati occidentali per colpire direttamente il territorio russo; come tutti i passi compiuti a intervalli più o meno regolari dall’inizio della seconda fase della guerra per procura in Ucraina e che portano gradualmente, ma inesorabilmente, verso il conflitto diretto tra potenze nucleari, anche questa escalation ovviamente viene introdotta a piccole dosi, con tanto di finta dialettica interna tra le forze coinvolte giusto per far sembrare che i singoli paesi, in realtà, mantengono una qualche forma di autonomia. Ed ecco, così, che gli USA hanno dato il via libera all’utilizzo delle loro armi in territorio russo, ma solo per colpire obiettivi militari nella zona di Belgorod, da dove partono i raid contro Kharkiv e dintorni: Francia, Olanda, Gran Bretagna e Norvegia hanno detto agli ucraini che, sostanzialmente, possono fare un po’ cosa cazzo gli pare; il Belgio, invece, sembra non volerne sapere. E in Italia Crosetto, ancora venerdì scorso sul Corriere, continuava a sostenere che “chi parla di armi usate per colpire la Russia, sbaglia” e che “su questioni così serie c’è troppa superficialità”: in Italia, infatti, le informazioni sul tipo di armi che mandiamo e come vengono utilizzate, sin dai tempi di San MarioPio da Goldman Sachs sono secretate e Crosetto ci tiene a sottolineare che non sarà certo lui “a infrangere una legge dello Stato”; ciononostante, ribadisce che, come ha già detto “mille volte: le armi italiane non colpiranno il territorio russo”.
Ovviamente, come sottolineava anche il sempre lucidissimo Gianandrea Gaiani in un articolo pubblicato su AnalisiDifesa mercoledì scorso, sono tutti distinguo un po’ farlocchi: “Le diverse posizioni assunte dagli alleati” scrive infatti Gaiani “renderebbero ambigua la gestione delle armi contro obiettivi sul territorio russo. Per esempio, gli ucraini potrebbero impiegare missili Aster 30 forniti dalla Francia per abbattere un aereo nemico nello spazio aereo russo, ma non potrebbero farlo impiegando un esemplare dello stesso missile fornito dall’Italia”; idem con patate per l’impiego di missili da crociera Storm Shadow/SCALP, utilizzabili se arrivano da Francia o Gran Bretagna, vietati se arrivano dall’Italia. Un’ottima idea, effettivamente, potrebbe essere mandare direttamente sul campo a controllare un po’ di membri del nostro governo, così vedrai le ruzze gli passano. Teatrini come questi sono la prassi dall’inizio del conflitto, ma in queste ultime settimane di campagna elettorale per le europee la messinscena è stata particolarmente spregiudicata; d’altronde, di fronte alla crescente insofferenza della stragrande maggioranza dei cittadini europei di fronte a una guerra che piano piano – a parte i giornalai de La Repubblichina e del Giornanale – un po’ tutti hanno capito che è l’ennesima guerra di aggressione USA non solo contro la Russia, ma anche contro i popoli europei, qualche cazzata se la dovevano pur inventare; e che la situazione è così delicata da dover lasciare mano libera ai vari governi zerbini di giocare al meglio le poche carte che gli rimangono per dare un contentino ai rispettivi elettorati a Washington l’hanno capito benissimo e hanno dato mandato a Stoltenberg di chiarire che, per ora, ognuno po’ fa finta di fa un po’ come cazzo je pare: “Alcuni alleati hanno imposto restrizioni sulle armi che hanno consegnato” ha affermato “altri non lo hanno fatto. Non si tratta di decisioni della NATO”.
Chiusa la partita elettorale, il via libera all’uso dei missili di tutti gli alleati NATO anche in territorio russo è solo questione di tempo e non può essere altrimenti: la situazione sul campo di battaglia è quella che è e la sproporzione tra le due basi industriali, nonostante gli annunci roboanti sulla corsa al riarmo e la nuova stagione dell’economia di guerra, invece che diminuire non fa che aumentare, con l’Occidente nel suo insieme che, come conferma una recente ricerca della società di consulenza Bain & Company, nel 2024 riuscirà a produrre al massimo 1,3 milioni proiettili di artiglieria contro i 4,5 milioni della Russia (dove, tra l’altro, ogni pezzo costa circa mille euro, contro i 4 mila dei superproduttivi paesi a capitalismo avanzato) e siccome il blocco imperialista, molto semplicemente (checché ne dicano i pacifisti) non può permettere in nessun modo alla Russia di vincere la guerra, prima di rassegnarsi sarà ovviamente costretto a un’escalation dopo l’altra qualsiasi rischio implichi. Il primo – che ovviamente, legittimamente, è in cima alle nostre preoccupazioni – è quello nucleare e che, nelle ultime settimane, ha subìto un’accelerazione decisamente inquietante che abbiamo già analizzato in lungo e in largo: il riferimento ovviamente, in particolare, è all’attacco sferrato il 23 maggio scorso contro il sito radar di Armavir, a nord della Georgia e a circa 300 chilometri dall’estremità della Crimea; come sicuramente saprete già, in questa località, da quasi una ventina di anni, la Russia ha installato e reso operativo un radar Voronezh, che fa parte dell’infrastruttura complessiva russa di allarme contro gli attacchi missilistici. Si tratta di un asset strategico di primissimo piano che permette alla Russia di monitorare eventuali attacchi missilistici contro il suo territorio provenienti da un settore che copre tutto il Mediterraneo, il Medio Oriente e parte del Mare Arabico, dove sono in grado di operare gli Ship Submersible Ballistic Nuclear statunitensi (SSBN, per gli amici) e, cioè, i sottomarini lanciamissili balistici a propulsione nucleare armati con testate nucleari. Su chi abbia realmente dato il via libera all’attacco – e con quali finalità – ci sono opinioni molto diverse: è infatti possibile, come sottolineava il 28 maggio scorso Ruggero Stanglini sempre su AnalisiDifesa, “che i russi si servissero del radar di Armovir anche per scoprire il lancio da parte dell’Ucraina di missili balistici tattici o da crociera contro obiettivi in Crimea” a partire, in particolare, dall’antiaerea che, come abbiamo sottolineato svariate volte, rappresenta uno dei principali ostacoli all’impiego efficace degli F-16 sul fronte; il punto, però, è che al netto di tutte queste valutazioni, “In base alla dottrina pubblicata dal governo russo nel 2020 circa l’impiego di armi atomiche, questo rientra proprio tra i casi suscettibili di far scattare una rappresaglia nucleare, prevista a fronte di qualsiasi attacco avversario contro infrastrutture governative o militari della Federazione Russa, la cui distruzione comprometta la capacità di risposta delle forze nucleari come appunto, chiaramente, è il caso del radar di Armavir”.
Ma c’è anche un altro risvolto che probabilmente le élite dell’Occidente collettivo non hanno ancora valutato attentamente ed è il rischio che, procedendo ineluttabilmente di escalation in escalation, si costringa la Russia di Putin a trasformarsi definitivamente, appunto – come anticipavamo nell’apertura di questo video – nell’arsenale dell’antimperialismo. La domanda, a questo punto, è proprio quella che l’analista americano di nascita, ma russo di adozione, Andrew Korybko si pone espressamente sul suo profilo Substack e, cioè “Chi potrebbe armare concretamente la Russia come risposta asimmetrica all’Occidente che arma l’Ucraina?” e cioè chi è che, concretamente, potrebbe avere sia la possibilità, sia l’interesse (eventualmente) a colpire direttamente un pezzo del blocco imperialista? Secondo Korybko, “l’unica forza che ha la volontà politica di colpire i siti occidentali sensibili” sarebbe l’Asse della Resistenza: Korybko ricorda come “questi gruppi alleati dell’Iran hanno già attaccato le basi americane in Siria, Iraq e Giordania, le prime delle quali sono state costruite senza l’approvazione di Damasco mentre le altre contribuiscono a questa occupazione illegale”; da qui, l’idea che la Russia “potrebbe prendere seriamente in considerazione l’idea di affidarsi al suo partner strategico iraniano per armare questi gruppi al fine di forzare un umiliante ritiro americano almeno da alcune parti dell’Asia occidentale, in particolare dalla Siria, o coinvolgerlo in un grave conflitto regionale proprio prima le elezioni di novembre”.
Che l’amministrazione Biden non abbia nessuna intenzione di essere coinvolta in un’escalation regionale è stato abbondantemente dimostrato dalla gestione del massiccio attacco iraniano contro Israele che ha costretto gli amici dello sterminio dei bambini palestinesi a spendere una quantità spropositata di quattrini per respingere un attacco costato poche decine di milioni di dollari senza poi, sostanzialmente, ricorrere a nessuna ritorsione concreta, un episodio che ha radicalmente modificato il bilancio di potenza nella regione a favore dell’Iran e che lascia presupporre che armando l’Asse della Resistenza la Russia non avrebbe poi granché da temere; ciononostante, ci sono diverse complicazioni possibili che potrebbero spingere Putin a non inoltrarsi lungo questo cammino. La prima è che “c’è sempre la possibilità che un’escalation regionale rischi di trasformarsi in una spirale fuori controllo a causa del fatto che Netanyahu è una mina vagante”; la seconda è che armare l’Asse della Resistenza significherebbe, inevitabilmente, anche indispettire le petromonarchie del Golfo a partire da emirati e sauditi che, come dimostra anche il Forum economico di San Pietroburgo conclusosi sabato scorso, Mosca continua a considerare interlocutori economici di primissima importanza che è fondamentale continuare a coccolare per evitare che decidano di riallinearsi completamente con l’imperialismo occidentale. Ciononostante, insiste Korybko, “La risposta asimmetrica più probabile all’Occidente che lascia che l’Ucraina usi le sue armi per colpire obiettivi all’interno dei confini universalmente riconosciuti della Russia è che la Russia armi l’Asse della Resistenza con armi migliori attraverso l’Iran in modo che abbiano maggiori possibilità di distruggere le basi degli Stati Uniti nell’Asia occidentale. Detto questo” conclude Korybko “il presidente Putin non ha ancora deciso questa linea d’azione poiché è sempre riluttante a fare mosse importanti per paura di conseguenze indesiderate, ma sembra certamente che ci stia pensando”.
In realtà, però, il Medio Oriente e l’Asse della Resistenza potrebbero non essere esattamente quello che aveva in mente Putin quando, da San Pietroburgo, ha pronunciato quelle parole: Una flottiglia della Marina russa, titolava venerdì nella sua home page The War Zone, si sta dirigendo a Cuba per delle esercitazioni, mentre Putin minaccia di armare i nemici “regionali” degli alleati dell’Ucraina: “Una flottiglia russa” specifica l’articolo “incluso un moderno sottomarino a propulsione nucleare armato di missili da crociera, è diretta a Cuba per un dispiegamento di dimensioni rare” e anche se “funzionari cubani” sottolinea l’articolo “affermano che nessuna delle navi della Marina russa dirette verso i Caraibi trasporterà armi nucleari”, il pensiero non può che correre immediatamente all’ottobre del 1962, quando la scoperta di missili balistici sovietici r-12 e r-14 su suolo cubano scatenò quella che, probabilmente, è stata la più grave e pericolosa crisi dell’intera guerra fredda; da allora Cuba resiste eroicamente al più grave e devastante embargo di tutti i tempi e continua a rappresentare l’avamposto più avanzato della resistenza antimperialista a due bracciate dalle coste statunitensi. Da Washington, continua l’articolo, fanno sapere di non essere “preoccupati dagli schieramenti della Russia, che non rappresentano una minaccia diretta per gli Stati Uniti”, anche perché non è certo la prima volta che la Marina russa fa le sue incursioni nell’area, compreso il luglio scorso quando all’Avana attraccò la nave scuola Perekop per una visita di 4 giorni.
A questo giro, però, lo schieramento messo in campo sembra, sia qualitativamente che quantitativamente, tutta un’altra cosa: tra le imbarcazioni che compongono la flottiglia, infatti, ci sarebbero anche la Kazan e la Admiral Groshkov, entrambe “dotate di silos del sistema di lancio verticale che possono ospitare missili da crociera a lungo raggio Kalibr, che possono essere utilizzati per attacchi antinave e attacchi terrestri, nonché missili da crociera supersonici antinave Oniks”; “Inoltre” continua l’articolo “l’ Admiral Gorshkov è stata la prima nave da guerra della Marina russa a schierare operativamente i nuovi missili da crociera ipersonici Zircon, almeno secondo le dichiarazioni ufficiali russe”. Ma ad alzare l’asticella, in particolare, ci sarebbe proprio il sottomarino nucleare russo classe Yasen-M: “A differenza della generazione precedente” spiega The War Zone, i sottomarini di questa classe “sono molto più versatili delle semplici piattaforme missilistiche da crociera, in grado di operare come imbarcazioni d’attacco per uso generale, nonché raccoglitori di informazioni e potenzialmente come piattaforme per missioni speciali”. Che i sottomarini Yasen, in termini di silenziosità, siano quasi alla pari con i pezzi più pregiati della marina statunitense, lo ha affermato esplicitamente anche il generale dell’aeronautica statunitense Glen Van Herck, che avrebbe “aggiunto che questa crescente classe di sottomarini rappresenterà presto una minaccia persistente per la patria americana come mai prima d’ora”. E Cuba, come avamposto della lotta antimperialista nella regione, potrebbe non essere più isolata: “All’inizio di questa settimana” sottolinea infatti ancora l’articolo “un alto funzionario statunitense ha suggerito che l’attuale dispiegamento della Marina russa potrebbe includere anche uno scalo in Venezuela”; ma quello che ha fatto drizzare ancora di più le antenne sono le recenti parole di Gustavo Petro, il primo presidente della storia recente della Colombia a non essere espressione diretta delle oligarchie nazionali a totale servizio dell’imperialismo USA.
Al contrario delle favolette degli analfoliberali e dell’aperisinistra delle ZTL, il nazifascismo altro non è stato che la fazione più cruenta dell’imperialismo che sperava, attraverso il ricorso indiscriminato alla violenza, di recuperare il gap che la separava dagli imperialismi più consolidati e avanzati; oggi come oggi, quella fazione si incarna perfettamente nelle élite di tutto l’imperialismo unitario, senza grosse distinzioni tra chi tutto sommato se lo rivendica e chi, invece, prova a trasformare anche il 25 aprile e anche il D Day in feste del revisionismo storico e della rinnovata ferocia neocolonialista. Contro i nuovi fascismi più o meno mascherati, siamo tutti chiamati a dare il nostro contributo, dall’Asia all’America Latina, passando per casa nostra; e a casa nostra, il modo più immediato che abbiamo oggi per farlo è lanciare una sfida all’egemonia in declino propagandata dai pennivendoli al servizio della ferocia dell’impero. Per farlo davvero, però, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

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