Al di là delle sceneggiate e delle armi di distrazione di massa della guerra culturale, le esigenze strategiche statunitensi sono piuttosto chiare: delegare ai vassalli il contenimento degli avversari regionali per concentrarsi interamente sul competitor globale, sia in termini economici che militari; ma si sta rivelando più difficile del previsto e non solo in Europa, dove la disfatta è evidente, ma anche in Medio Oriente, dove, invece, qualche risultato sembrava essere stato raggiunto, dallo sfaldamento dell’asse della resistenza al tracollo della Siria di Assad, fino – stando, almeno, alla propaganda trumpiana – all’annichilimento del programma nucleare iraniano. Purtroppo per Washington, però, potrebbe non bastare; il punto è che i proxy regionali degli USA sono fatti esattamente a immagine e somiglianza del Paese leader del mondo libero e democratico: non sono alla ricerca di un qualche nuovo equilibrio, ma dell’egemonia, con ogni mezzo necessario, e, alla fine, costringeranno gli USA a rimanere impantanata nei vari teatri regionali e incapace di concentrarsi sul grande avversario globale. Per rimettere in fila i millemila puntini che stanno affossando la strategia USA in Medio Oriente abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Elia Morelli, ricercatore all’università di Pisa, analista geopolitico e collaboratore della rivista Domino.










