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Tag: propaganda

I deliri della propaganda filo-ucraina: se finiti missili e munizioni si moltiplicano le fake news

“Carissimi OttoliNERD” – ci scrive un nostro appassionato follower – “non raccontiamoci balle: onestamente, non puoi metterti contro la Russia dal punto di vista militare. E’ stupido. La Russia è un paese estremamente orgoglioso, un paese che non si fa schiacciare; non lo puoi trattare come un paese di secondo grado, come stanno tentando di fare gli americani da vent’anni, tradendo ogni accordo. Negli anni 90, ad esempio, la riunificazione della Germania era stata fatta con l’assenso della Russia in cambio della promessa da parte della NATO di non avere nessuna intenzione di espandere verso est i suoi confini: è la NATO che sta giocando da aggressore, non la Russia, anche per questioni economiche; se la Russia spende tanto in armamenti è perché è quasi costretta. Io non sono un russofilo, ma è paradossale spingere Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina e Polonia contro la Russia; è tutto un gioco politico americano per dividere la Russia dall’Europa, perché se la Russia si unisce all’Europa l’egemonia americana sul continente europeo finisce e noi, come europei, non dovremmo avere nessun interesse a porci come antagonisti con la Russia. La finta rivoluzione ucraina è nata semplicemente perché gli americani tentavano di bloccare il passaggio del gasdotto. Punto. Questo ormai è comprovato. Quando si sparò sulla folla, quelli che sparavano sulla folla erano dei mercenari e lo fecero per esacerbare la rivoluzione in modo che sembrasse che lo Stato sparasse sui cittadini e quindi, ovviamente, cascava giù il mondo. Non raccontiamoci balle”. A dire il vero, questa lettera è un po’ vecchiotta: risale ormai al gennaio 2022, prima dell’inizio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina. L’autore? Forse lo conoscete.

L’avete riconosciuto? Esatto, è proprio lui: Parabellum, al secolo Mirko Campochiari, il pibe de oro degli analisti filoucraini che, evidentemente, più studia e più si confonde le idee: lo fa, soprattutto quando frequenti cattive compagnie. Fino a questa live, infatti, Parabellum, da bravo nerd, si faceva sostanzialmente i cazzi suoi e, se frequentava qualcuno, erano grossomodo nerd come lui, secchioni un po’ fuori dal mondo il cui unico scopo è saperne una più di te e avere ragione, proprio come piacciono a noi. Dopodiché è stato tutto un profluvio di Stirpe, Parsi e Boldrin e, soprattutto, di tanta tanta miniera con quel raffinato intellettuale di Ivan Grieco, le truppe d’assalto della propaganda imperialista e suprematista al gran completo che, passo dopo passo, lo hanno aiutato a costruire una narrazione sempre più radicalmente distaccata dalla realtà il cui unico fine è convincere l’opinione pubblica che più armi mandiamo in Ucraina e meglio è per la pace, la democrazia, ma – soprattutto – per la carriera che, per Mirko, ha subìto una svolta incoraggiante. A quarant’anni suonati, dopo 10 anni dal conseguimento della laurea in storia, Campochiari, nel giro di pochi mesi, passa magicamente dall’anonimato più totale ad essere accolto nelle famiglie della rivista Dominio prima e, addirittura, Limes poi; e, dopo un altro annetto, è pronto per il grande salto: a novembre 2023 fonda la Parabellum & Partners, un “think tank di analisi geopolitica, strategica e consulenza per aziende”, come si legge dal suo profilo Linkedin. Cosa vuol dire posizionarsi nel modo giusto al momento giusto… Peccato, però, che quella che per Campochiari è stata una straordinaria occasione di carriera che ha saputo cogliere con grande lucidità e pragmatismo, per altri sia diventata un’altra delle tante religioni laiche che la propaganda riesce ad affermare e che obnubilano le capacità cognitive più basilari, come il vincolo esterno o l’austerity, come per questo jesse pinkman su X, che sotto allo spezzone di video – pubblicato sul suo profilo da Andrea Lombardi – ha uno sprazzo di genio e commenta: “Ma chi sei, Andrea Lucidi? Io non amo Parabellum ma quelle cose non le ha mai dette… è diffamazione…” .
Di fronte alla disfatta Ucraina, la guerra di propaganda rimane l’unica guerra che vede l’Occidente collettivo e le sue oligarchie nettamente in vantaggio; tutti i gruppi di interesse del mondo, ovviamente, investono in propaganda, ma per ogni euro che tutto il Sud globale messo assieme investe per manipolare l’opinione pubblica – tra testate giornalistiche, think tank e intrattenimento – l’Occidente collettivo e, in particolare, gli USA ne investono migliaia. Il problema, però, è che il compito della propaganda occidentale al servizio delle oligarchie è molto più complicato perché qui non si tratta semplicemente di dare alla realtà una lettura più o meno favorevole, ma proprio di stravolgerla tout court e di inventarsene una parallela. Il buon Billmon su Moon of Alabama ieri mi ha sbloccato un ricordo: ve lo ricordate “il fantasma di Kiev”? Eravamo proprio nelle primissime ore dello scoppio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina quando i media, improvvisamente, si riempirono di notizie di un leggendario pilota che, a bordo del suo mig-29, tirava giù gli aerei militari russi che si avvicinavano a Kiev come mosche: “Lottando contro ogni previsione con armi antiquate” ricordava Forbes “abbatté 40 aerei da guerra russi prima di soccombere finalmente al fuoco nemico tre settimane dopo l’inizio della guerra”; il ministro della difesa ucraino affermò che si trattava di uno delle dozzine di piloti esperti della riserva militare che erano tornati nelle forze armate dopo l’invasione russa e Poroshenko, l’oligarca ex presidente insediatosi dopo il golpe eterodiretto dagli USA dell’Euromaidan, nonché regista dei feroci crimini di guerra commessi contro le minoranze russofone del Donbass da lì in poi, pubblicò addirittura su Twitter quella che definiva una sua foto. Strano, perché due mesi dopo fu lo stesso comando dell’Air Force ucraina a dover ammettere che si trattava, ovviamente, di una leggenda inventata di sana pianta: la foto pubblicata da Poroshenko era una foto a caso presa dall’archivio del ministero della difesa.
“Due anni dopo” scrive Billmon “riecco la solita vecchia storia”; il riferimento è all’attacco dei droni ucraini in territorio russo la notte tra il 4 e il 5 aprile scorsi: Aerei russi distrutti in un grande attacco all’aeroporto di Morozovsk titolava il Telegraph. L’Ucraina lancia un massiccio attacco di droni distruggendo sei aerei e uccidendo 20 soldati russi replicava il Sun; L’Ucraina ha colpito aeroporti in Russia, distruggendo o danneggiando 19 aerei da guerra rilanciava col botto il sempre attendibilissimo Kyev Indipendent, ma forse si sono fatti prendere un po’ troppo dall’entusiasmo: “Non abbiamo ancora trovato alcuna prova visiva che le forze ucraine abbiano danneggiato o distrutto aerei o infrastrutture in una delle quattro basi aeree russe prese di mira dai droni nella notte tra il 4 e il 5 aprile”, dichiarava una fonte: contropropaganda ruZZa al soldo del Cremlino? Non esattamente: la citazione, infatti, è dell’Institute for the study of War, uno dei più prestigiosi think tank guerrafondai neocon americani, sempre in prima linea nel richiedere l’intervento a mano armata degli USA per qualsiasi cosa accada in ogni angolo del pianeta; d’altronde, appunto, terrorismo e guerra psicologica sono, sostanzialmente, le uniche armi rimaste a disposizione degli ucraini che se – dopo aver dilapidato tutto il dilapidabile in due anni abbondanti di guerra per procura – non possono più fare affidamento su copiose forniture di difese antiaeree e munizioni da parte dei pucciosissimi amici occidentali, possono comunque continuare a fare affidamento sui loro media e sulle decine di migliaia di persone che in Occidente, comprensibilmente, ritengono che scrivere vaccate e raccattare figure di merda seriali sia comunque meglio che lavorare.

Fino al degenero: nella giornata di lunedì, infatti, ad essere presa di mira è tornata la gigantesca centrale nucleare di Zaporizhzhia (foto), la più importante centrale nucleare non solo dell’Ucraina, ma dell’intera Europa; la centrale è entrata in pieno possesso delle forze armate russe già a partire dal marzo del 2022 ed era già stata oggetto di svariati attacchi, in particolare durante l’estate e l’inizio autunno dello stesso anno. La mattina del 7 aprile è stata nuovamente presa di mira: un primo drone, riporta sul suo canale Telegram il sempre impeccabile Andrea Lucidi, aveva colpito “un camion a cui si stava scaricando del cibo vicino alla mensa della centrale”; “Il secondo drone” continua Lucidi, risulta aver colpito “nell’area del porto di carico” mentre il terzo avrebbe colpito “la cupola dell’unità 6 della centrale”. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, per voce del suo direttore generale Raphael Grossi, ha fatto sapere che, ovviamente, non ci sono minacce per la sicurezza, rivelando che “il fondo di radiazioni” non è cambiato, e graziarcazzo, direi: se per bucare una centrale nucleare bastasse un drone sarebbe piuttosto grave; è giusto per fare un po’ di caciara. E chi mai potrebbe avere l’interesse ad attaccare una postazione russa per sollevare un po’ di caciara? Sentiamo un po’. Provate a darvi una risposta.
Eehhhh… la fate facile voi propagandisti putiniani, e invece no: è tutto estremamente complicato e, come dice David settecervelli Puente, rischiate di fare affermazioni fuorvianti con contesto mancante, come per il Nord stream. I giornalisti seri, invece, vedono la complessità in tutte le sue sfaccettature: Accuse nucleari titola a 6 colonne La Stampa; “Dinamica incerta. Kiev: vogliono incolparci”. A esporre la tesi, una fonte indipendente affidabilissima: Andriy Yusov, il portavoce dell’intelligence militare ucraina che, in un’intervista all’Ukrainska Pravda, accusa la Russia di aver organizzato un attacco false flag “per minare il sostegno internazionale all’Ucraina invasa”; a differenza dell’utilizzo delle pale come armi da parte dei russi, dei denti d’oro strappati ai prigionieri come bottino di guerra, del fantasma di Kiev e delle decapitazioni di bambini di Hamas – sottolinea La Stampa – in questo specifico caso purtroppo “Né la versione russa né quella ucraina sono verificabili in modo indipendente” anche se, come sottolinea il comunicato dell’AIEA stesso, “Mentre si trovavano sul tetto del reattore – unità 6, le truppe russe hanno ingaggiato quello che sembrava essere un drone in avvicinamento”. Cioè, non solo si bombardano la centrale da soli, ma si bombardano anche i droni che usano per bombardare la centrale e poi, magari, si bombardano pure le truppe che hanno bombardato il drone che hanno usato per bombardare la centrale e, alla fine, si scopre che Zelensky – in realtà – è Prigozhin; d’altronde, li avete mai visti insieme?
Questo tipo di propaganda becera, comunque, in Occidente comincia a fare sempre meno effetto: come diceva Abramo Lincoln “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre” e, allora, quei pochi meglio selezionarli bene. E’ quello che sembra stiano cercando di fare gli Ucraini: lo avrebbe rivelato al britannico Times Andrei Kovalenko, capo del Centro per la lotta alla disinformazione presso il Consiglio di sicurezza ucraino; secondo Kovalenko, per l’Ucraina provocare tensioni tra gruppi etnici all’interno della Russia sarebbe “terreno fertile”. “Dopo l’attacco terroristico al Crocus di Mosca” sottolinea John Helmer “gli agenti ucraini sono diventati più attivi sui canali Telegram e cercano di incitare alla guerra etnica sfruttando l’origine etnica dei terroristi”; “Naturalmente” ha affermato Kovalenko “è molto utile per noi sostenere eventuali divisioni nazionali in Russia e fomentarle con l’aiuto dell’informazione… Stiamo usando tutto ciò che possiamo perché sappiamo che alimentando le tensioni etniche, stiamo indebolendo la Russia ”. Il Times rileva che il CPD dell’Ucraina sta cercando, attraverso i canali tagiki di Telegram, di suscitare simpatia per i terroristi che sono stati malmenati quando sono stati arrestati dalle forze di sicurezza russe: gli agenti ucraini provocano, così, i cittadini tagiki contro le forze dell’ordine russe; contemporaneamente, prosegue Kovalenko, “Kiev ha alimentato diverse voci per mettere l’uno contro l’altro russi e ceceni”. Sfortunatamente, è una tattica che non sta funzionando proprio benissimo, diciamo: secondo un recente sondaggio del centro Levada, infatti, in realtà “L’intensità complessiva degli atteggiamenti negativi nei confronti delle minoranze etniche della federazione, negli ultimi anni, è sensibilmente diminuita” e, in particolare, proprio nei confronti dei ceceni.
Insomma: anche le montagne di quattrini spesi per le migliaia di psyops portate avanti dall’Occidente collettivo nella sua guerra ibrida contro il resto del mondo rischiano, alla lunga, di rivelarsi uno spreco. Se, mano a mano che ve ne accorgete, vorrete cambiare strategia, ricordatevi degli amici che vi hanno dato buoni consiglio. Nel frattempo, se sei stanco di questa gigantesca mole di puttanate e di ciarlatani e vuoi aiutarci a tirare su il primo vero e proprio media che non ha come unico obiettivo quello di compiacere le oligarchie coloniali per arrivare a fine mese, come fare già lo sai: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Michele Boldrin

Jorit smaschera la propaganda anti – russa una volta per tutte

Il mitico Jorit torna ad Ottolina Tv per raccontarci il suo punto di vista sul polverone degli ultimi giorni. Al netto degli attacchi della stampa e della politica, rivendica la sua scelta a favore di un mondo di pace e dialogo tra le parti, contro il rischio estremo di un’apocalisse termonucleare. Conducono l’intervista i nostri Alessandro Bartoloni Saint Omer e Gabriele Germani. Buona visione!

L’Occidente in panico per il trionfo di Putin reagisce a suon di fake news e leggende metropolitane

I media occidentali non sembrano avere dubbi: sapete chi è stato il vero vincitore delle elezioni in Russia? Alexander Navalny! Lo sapevo! Hai presente quando ti ritrovi a un megapranzo di famiglia e c’è il parente scemo – e anche un po’ antipatichello – e non si capisce bene per quale motivo sei un po’ in apprensione perché temi si metta in imbarazzo da solo con qualche discorso a cippadicazzo? Ecco, il mio mood per tutto il weekend è stato esattamente quello: speravo che i nostri giornali, per elaborare il lutto del trionfo elettorale di Putin, non si inventassero qualche megastronzata galattica delle loro che ci fa apparire sempre di più lo zimbello dell’universo mondo, ma la speranza è durata pochino. Il primo episodio, che ormai conoscerete già tutti, è quello di questo video; tra i primi a ripostarlo in Italia è l’infallibile Daniele Angrisani, uno dei più brillanti e acuti giornalisti d’inchiesta della penisola, firma di punta della sempre puntualissima e scrupolosissima Fanpage e arcinoto nel microcosmo dei NAFO più intransigenti per il suo incrollabile ottimismo che, in passato, l’ha portato ad affermare che “La Russia ha già perso la guerra”(maggio 2022), che “La Russia può e deve essere sconfitta militarmente” (settembre 2022)

e che ci sono ben “Otto motivi per cui l’Ucraina può vincere la guerra nel 2023 (dicembre 2022). Il video condiviso da Angrisani riprenderebbe un militare russo che entra in fretta e furia in un seggio e poi si affaccia in due cabine elettorali “chiedendo cortesemente”, sottolinea Angrisani, “di vedere il voto”, ma così a occhio non sembra esattamente convincentissimo, diciamo: solo per rimanere alle cose più eclatanti, infatti, si nota immediatamente che dentro le cabine manca un piano dove appoggiarsi per scrivere sulla scheda e, all’arrivo del militare, le persone che stanno votando non hanno nessunissima reazione; manco si girano. Nonostante il controllo poliziesco, chi sta riprendendo inquadra la scena in maniera perfetta, senza muoversi di un millimetro e quindi, si presume, è perfettamente visibile dal militare che, però, non ha niente da ridire e che entra in scena esattamente al momento giusto dal lato giusto; manca solo una vocina che dica ciak, si gira: potevano fare di meglio, diciamo, ma tanto – avranno pensato – con tutti st’invasati che girano su Twitter un Angrisani che se la beve, in Occidente, lo troviamo di sicuro lo stesso.
Il problema è che, oltre a un Angrisani qualsiasi, a crederci – o a sperare che ci creda chi li segue – sono anche parecchi altri e il video, così, viene trasmesso da tutti i principali tg nazionali, da La7 a RAI 1, e quando è montata l’indignazione ecco che, immancabile, è arrivato anche il MacGiver del debunking, David 7cervelli Puente che, irreprensibile come sempre, ha denunciato come “La propaganda russa si sta impegnando per far passare il video come falso e fabbricato da parte degli ucraini, ma le prove fornite risultano deboli”. Quelle a sostegno dell’autenticità, invece, sono inossidabili: “Diversamente da altri casi verificati” ammette lo stesso Puente “il video non risulta geograficamente individuabile” e “non si conosce” né “l’esatta ubicazione del seggio”, né “in quale giorno sia accaduto il presunto episodio”; inoltre, riporta sempre Puente, l’account che ha caricato il video per primo sul social VK non è più presente, ma sono tutti dettagli che per alzare un polverone a caso sullo svolgimento del voto russo, evidentemente, possono essere trascurati e, purtroppo, questa trashata era destinata a non essere altro che un piccolo antipastino del delirio che sarebbe seguito.
Carissimi Ottoliner, ben ritrovati: oggi vi allieteremo con un altro entusiasmante racconto della cripta della post verità; prima di andare oltre, però, ricordatevi di mettere un like per aiutarci nella nostra guerra quotidiana contro la dittatura degli algoritmi e anche di iscrivervi e di attivare le notifiche su tutti i nostri canali, compreso quello in lingua inglese – e così vediamo se insieme riusciamo a rompere l’oscurità della propaganda che ci circonda.
Durante tutto il weekend, mano a mano che cominciavano ad arrivare i primi dati che facevano odorare un’affluenza record alle urne in tutta la Russia, passo dopo passo la propaganda suprematista metteva le basi per la sua sceneggiata da oscar ricalcando la tecnica propagandistica sviluppata in mesi e mesi di sconfitte eclatanti sul fronte ucraino e che affonda le sue radici nella teoria della macchina del fango dell’FBI di Hoover: di fronte a un evento dall’esito scontato e di un’entità che rende impossibile ignorarlo tout court, si tenta di creare una narrazione ad hoc che miri perlomeno a ridurre la portata e l’impatto dell’evento stesso; una realtà parallela costruita ad hoc dove una cacatina ininfluente, sufficientemente gonfiata, distoglie l’attenzione dall’evento che si vuole dissimulare e permette di creare una cortina fumogena all’interno della quale è possibile continuare a sostenere una narrazione palesemente irrealistica, almeno di fronte al pubblico più distratto o ideologicamente più favorevolmente orientato. E’ esattamente quello che si è cercato di ottenere con le varie operazioni mediatiche sul fronte ucraino – dallo sbarco di qualche disperato a bordo di qualche barchino sulla riva orientale dello Dnepr spacciata per potenziale testa di ponte, agli attacchi suicidi dei lettori di Kant in quel di Belgorod. A questo giro, a mettere le basi della brillante strategia che avrebbe permesso alla gigantesca macchina propagandistica dell’Occidente collettivo di negare il trionfo di Putin qualsiasi fosse stato il risultato, c’aveva pensato lo stesso Navalny nella sua ultimissima apparizione: si chiamava Mezzogiorno contro Putin e consisteva, molto banalmente, nel recarsi alle urne alle 12 di domenica. A fare cosa? Assolutamente niente. E come si sarebbero riconosciuti? Ma in nessunissimo modo, ovviamente: un po’ come se io ora organizzassi un boicottaggio contro Carrefour, accusata di commerciare prodotti che arrivano direttamente dai territori occupati illegalmente da Israele, e dessi appuntamento ai protestatari in qualche catena concorrente nell’ora di punta di un giorno che precede una festività importante senza indicare, appunto, nessuna azione da fare e nessun segno distintivo; poi, all’ora X, faccio un po’ di foto alle code che si formano inevitabilmente a quell’ora (protesta o non protesta) e con la connivenza dei media le spaccio per la prova del grande successo della mia protesta. Gli italiani boicottano Carrefour. Alla vigilia di Natale migliaia di persona in fila alla Conad e alla Coop in sostegno alla campagna lanciata da Ottolina Tv: come presa per il culo sembra un po’ troppo spregiudicata; eppure è esattamente quello che è successo con queste elezioni.
A dare il la, già domenica, c’aveva pensato l’Economist: La farsa della rielezione di Vladimir Putin – titolavaè degna di nota solo per le proteste; in serata, Reuters riportava le parole di Leonid Volkov, l’”aiutante di Navalny in esilio che è stato attaccato con un martello la scorsa settimana a Vilnius” e che, sottolinea Reuters, “stima che centinaia di migliaia di persone si siano recate ai seggi elettorali a Mosca, San Pietroburgo, Ekaterinburg e in altre città”. “Reuters” però, purtroppo – sottolinea l’articolo con una forma davvero apprezzabile di autoironia british involontaria – “non ha potuto verificare in modo indipendente tale stima”, però, aggiunge, “giornalisti Reuters hanno notato code di diverse centinaia di persone, in alcuni luoghi anche migliaia”; peccato si fossero dimenticati il telefonino a casa e, alla fine, la foto più esplicativa che sono riusciti a recuperare è questa. Ciononostante, ieri mattina sui giornali italiani la grande mobilitazione delle bimbe di Navalny dominava la scena in modo totalmente bipartisan: Migliaia di persone si sono radunate davanti ai seggi per il mezzogiorno contro Putin titolava Il Domani; Code per Navalny – rilanciava Libero – “I sostenitori dell’attivista in massa ai seggi alla stessa ora”. “Le immagini che Vladimir Putin e i suoi sodali non avrebbero mai voluto vedere” riporta concitato Roberto Fabbri sul Giornanale “hanno fatto il giro del mondo”: “Code di centinaia di metri” insiste, “nonostante rischino perfino anni di carcere”; ma che dico anni, millenni! E che dico centinaia di metri di coda: decine di migliaia di chilometri, che dimostrano chiaramente “il coraggio di chi resiste nel regime che uccide l’opposizione”. “Un sassolino nella macchina da guerra del trionfo annunciato di Vladimir Putin” rilancia sempre sul Giornanale Andrea Cuomo che, di solito, quando parla di sassolino si riferisce al liquore (visto che si occupa di enogastronomia), ma – d’altronde – per fare un po’ di propaganda spiccia con vaccate del genere non è che serva un master in relazioni internazionali, diciamo; basta un po’ di estro creativo che a Cuomo, onestamente, non manca: questo, continua infatti ispiratissimo, “è un sassolino che fa rumore”, un rumore che “per lo Zar che, salute permettendo, resterà al Cremlino fino al 2030 è fastidioso”, ma che “per i russi e per buona parte del mondo” è “una sottile melodia di libertà”.
Anche Marco Imarisio sul Corriere della serva era partito col caricatore della retorica bello pieno; strada facendo, però, gli deve essere montato qualche dubbio e dalle centinaia di migliaia di persone citate da Reuters, passa a un più modesto e realistico “Piccolo incremento di presenze ai seggi attorno alle 12” per poi ammettere che le immagini divulgate dall’opposizione “mostrano assembramenti di dimensione contenuta che solo con un notevole sforzo di fantasia possono essere definiti una moltitudine”. Fantasia che, evidentemente, al nostro esperto di enogastronomia del Giornanale non manca: “Una forma di obiezione non illegale, ma comunque clamorosa” – sottolinea – e per la quale, continua con la solita enfasi poetica, “ci voleva coraggio, ma questo al fiero popolo russo non manca di certo”.
Ora, non so se si possa parlare di coraggio, ma che siano fieri mi pare indubbio: come spesso capita ai popoli che si sentono accerchiati, i russi, invece che arretrare, sembrano piuttosto aver voluto rilanciare con decisione e, per farlo, hanno dato un mandato pieno al loro presidente che più pieno non si può perché, ovviamente, sull’esito del voto dubbi non ce ne erano; ma sminuire il fatto che si sia recato alle urne il maggior numero di elettori in assoluto dalla fine dell’Unione Sovietica, ho come l’impressione che potrebbe impedire, ancora una volta, di farci un’idea minimamente sensata di cosa stia accadendo in Russia. Con l’88% del 78% degli aventi diritto che si è recato alle urne, Putin conferma di essere uno dei leader contemporanei con in assoluto il maggior sostegno popolare al mondo, soprattutto se confrontato con la stragrande maggioranza dei leader occidentali, dove non solo quel livello di consenso non viene nemmeno sfiorato da nessun leader, ma nemmeno dalla somma dei consensi di tutte le varie fazioni del partito unico della guerra e degli affari. I consensi per i leader al governo nei vari paesi occidentali, infatti, sono ormai praticamente sistematicamente al di sotto della maggioranza (e, spesso, manco di poco): secondo i dati di Morning Consult, a parte Berset in Svizzera e Tusk in Polonia (che gode ancora dei fasti delle ormai sempre più brevi lune di miele tra elettorato e leader neoeletti), quella messa meno peggio sarebbe proprio la nostra Giorgia Meloni con il 44% di approvazioni; Biden sarebbe al 37, Sunak al 27, Macron al 24 e Scholz addirittura sotto al 20 che, a ben vedere, è una situazione meno paradossale di quanto possa apparire; come sottolinea sempre il nostro guru Michael Hudson, infatti, da quando è finita la democrazia moderna e siamo entrati nell’era della distopia neoliberista, abbiamo imparato a definire autocratici tutti i regimi che hanno ancora abbastanza potere da tenere a bada gli appetiti delle oligarchie, mentre definiamo democrazie tutti quei regimi dove le oligarchie dettano legge incontrastate e i rappresentanti politici sono relegati al ruolo di utili idioti che si prendono gli insulti dalla gente per aver messo la faccia nelle varie azioni di rapina condotte in nome dei loro datori di lavoro. Da questo punto di vista, quindi, i leader occidentali sono i rappresentanti dell’1% contro il 99 e, quindi, che riescano comunque ad avere tassi di approvazione a doppia cifra è già un mezzo miracolo, in buona parte dovuto al ruolo che continuano a svolgere la propaganda e i mezzi di disinformazione di massa.
Discorso diametralmente opposto, invece, per i leader dei paesi che definiamo autocratici, che non derivano il loro potere dalle oligarchie, ma – in qualche misura – si potrebbe dire, appunto, dal popolo contro le oligarchie; e quindi, da questo punto di vista, che i leader che noi definiamo autocratici – da Putin a Xi Jinping, da Maduro a Raisi – registrino un sostegno, appunto, non solo maggiore rispetto a qualche singolo leader occidentale, ma – più in generale – alla somma di tutti i leader occidentali, sembra essere un dato piuttosto normale e strutturale.
Ma se ancora servisse un’altra prova provata della strutturale debolezza delle opposizioni filo occidentali (e quindi, volenti o nolenti, filo oligarchiche) all’interno delle autocrazie, in generale – e di quella russa, in particolare – basta vedere il risultato dell’unica new entry della politica russa, il giovane Vladislav Davankov, candidato presidenziale del piccolo partito liberale Nuova Gente, un liberale con caratteristiche russe che non si presta, in realtà, a rappresentare davvero il voto dei dissidenti, ma che, ciononostante – proprio in quanto quarto parzialmente incomodo – era stato indicato proprio dai dissidenti come la meno peggio delle alternative; che su di lui siano confluiti i voti dei giovani liberali cosmopoliti lo dimostra il fatto che nelle grandi metropoli europee, sia Mosca che San Pietroburgo, ha ottenuto i risultati di gran lunga migliori con, rispettivamente, il 6,6 e il 7%. A livello nazionale, però, si è fermato al 3,9, appena una manciata di voti in più rispetto a quelli ottenuti dal suo partito alle elezioni parlamentari del 2021. Insomma: il peso della dissidenza filo occidentale antiputin si pesa, ad essere generosi, in qualche centinaio di migliaia di voti quasi tutti concentrati nelle grandi metropoli europee, ma ciononostante, insiste Vittorio Da Rold sul Domani, “Il segnale per il Cremlino è forte e chiaro: c’è un forte malcontento verso Vladimir Putin che cerca solo un catalizzatore politico interno o una crisi esterna per esplodere”; non a caso Da Rold, come sottolinea orgoglioso in ogni sua biografia che si trova online, è Media Leader del World Economic Forum, che vuol dire essersi dimostrato sufficientemente allineato con gli interessi delle oligarchie da godere della loro fiducia per moderare gli eventi più importanti del loro salotto buono.
“La folla, e quindi le immagini feticcio dall’effetto balsamico per le illusioni occidentali” conclude amaramente Imarisio sul Corriere della Serva “c’è stata, ma altrove, lontano dalla Russia”: quando davvero ci sbarazzeremo definitivamente della nostra supponenza coloniale e impareremo a conoscere e a rispettare gli altri popoli per quello che sono realmente – e non per quello che dovrebbero essere per permettere alle nostre oligarchie e ai loro leccapiedi di continuare a vivere al di sopra delle loro possibilità – una bella fetta della grande rivoluzione verso un nuovo ordine multipolare sarà già fatta; per arrivarci, prima di tutto abbiamo bisogno di un vero e proprio media nuovo di zecca che, invece che all’arroganza del miliardo d’oro, dia voce agli interessi concreti del 99% del pianeta. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Maurizio sambuca Molinari

LA BOLLA – I tre fronti – ft. Stefano Orsi & Francesco dall’Aglio – Live domenica 10 marzo 2024 ore 21.00

Mentre la temperatura continua a crescere su tutti e tre i fronti della guerra totale degli USA contro il resto del mondo, la nostra propaganda continua a ridursi al gossip e alla caccia alle streghe. Come ripetiamo sempre, il mondo nuovo avanza e non saranno i vecchi media a darci gli strumenti per capire davvero cosa sta succedendo. Meglio provare a chiederlo alle due superstar di Ottolina Tv. Vi aspettiamo alle 21 con Stefano Orsi e Francesco Dall’Aglio per una puntata fiume per provare a mettere a fuoco le coordinate principali della grande guerra che ci sta travolgendo, oltre gli slogan dei mezzi di produzione del consenso del partito unico della guerra e degli affari.

Genocidio di Gaza e Diluvio di Al-Aqsa: il punto di vista di Hamas che tutti dovrebbero conoscere

La nostra narrativa – e cioè il nostro punto di vista: così si intitola il piccolo dossier sull’operazione diluvio di al-aqsa pubblicato sabato scorso dalla divisione media ufficiale di Hamas; lo abbiamo letto per voi perché, ovviamente, siamo perfettamente consapevoli che si tratta di pura propaganda. Funziona sempre così, inevitabilmente: a ogni guerra fatta con le armi corrisponde sempre anche una guerra tra due propagande. Il punto però, esattamente come in Ucraina, è che i detentori dei mezzi di produzione del consenso del cosiddetto mondo libero fanno finta di non saperlo e assumono come verità insindacabile la propaganda di uno, e come menzogna da oscurare con ogni mezzo possibile quella dell’altro; potrebbe non essere esattamente una strategia illuminata, diciamo, e non solo perché è ovviamente una palese violazione del diritto a un’informazione un minimo equilibrata su cui si dovrebbe fondare quell’idea di democrazia in nome della quale i nostri governi si sentono autorizzati ad andare in giro per il mondo a bombardare chiunque si azzardi a dissentire, ma anche perché impedisce – anche tra le élite – quel minimo di dialettica fondata sui fatti reali che è indispensabile per non prendere cazzi per mazzi. Ed ecco così che, a botte di propaganda unilaterale, ci siamo autoconvinti che la Russia era sull’orlo del baratro e che grazie alla gloriosa resistenza e alla superiorità tecnologica dell’uomo bianco avrebbe trovato in Ucraina il suo Vietnam, o che Ansar Allah non era che un gruppetto di ribelli sprovveduti e scalmanati e che sarebbe bastato mandargli due razzetti a caso per farli sconigliare e riportare l’ordine: ecco perché, qualsiasi sia l’opinione che avete su Hamas, è comunque fondamentale conoscere e riflettere sul loro punto di vista. Buona visione.

Baruch Goldstein

“Fin dalla sua fondazione nel 1987” scrive l’ufficio media di Hamas nel suo rapporto sui fatti del 7 ottobre “Hamas si è impegnato a evitare conseguenze sui civili di entrambi gli schieramenti”; il rapporto sottolinea come – in seguito al terribile massacro della moschea di Al-Ibrahimi di Hebron avvenuto nel 1994 per mano del terrorista israelo – statunitense Baruch Goldstein e che causò la morte di 29 civili inermi riuniti in preghiera e il ferimento di altri 125 – “Hamas aveva annunciato un’iniziativa per evitare che i civili di tutte le parti rimanessero vittime dei combattimenti”, ma il governo Israeliano non si degnò neanche di rispondere. In quell’occasione, il governo israeliano guidato da Yitzhak Rabin condannò l’attentato e disarmò i militanti più in vista del movimento Kach, il gruppo dell’estrema destra sionista di Goldstein; non impedì però che a Goldstein – che venne definito dal rabbino dell’insediamento illegale di Kiryat Arba nei pressi di Hebron più santo di tutti i martiri dell’olocausto – venisse dedicato un santuario che, come un’Acca Larentia qualsiasi, divenne subito un importante luogo di pellegrinaggio per i fasciosionisti. Un milione di arabi non vale un’unghia ebrea, dichiarò il rabbino Yaacov Perrin durante il funerale: dalle ceneri del movimento Kach nascerà poi il partito Otzma Yehudit, e cioè il partito di Itamar Ben-Gvir, il famigerato ministro per la Sicurezza Nazionale del governo Netanyahu che viene citato direttamente anche nel dossier come “il ministro fascista israeliano che ha imposto l’inasprimento delle condizioni delle migliaia di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane dove subiscono ogni forma di abuso dei diritti umani più fondamentali”. Ciononostante, ribadisce il rapporto, negli anni successivi “Hamas ha rinnovato questa offerta numerose volte, ma i vari governi israeliani che si sono succeduti hanno sempre fatto orecchie da mercante, mentre continuavano a prendere di mira e uccidere deliberatamente civili palestinesi”; ancora oggi, insiste il rapporto, “Evitare danni ai civili, in particolare bambini, donne e anziani, è un impegno religioso e morale rispettato da tutti i combattenti delle brigate Al-Qassam”, e durante l’operazione diluvio di al-aqsa “ribadiamo che la resistenza palestinese è stata pienamente disciplinata e ha operato nel rispetto dei valori islamici” e “I combattenti palestinesi che hanno preso di mira solo il soldati dell’occupazione”.
Ma come si spiegano, allora, tutte le vittime civili del 7 ottobre scorso? Molte delle accuse, sostiene il rapporto, sono “menzogne palesi fabbricate ad arte” come la storia dei 40 bambini decapitati, o le accuse di stupri di massa; inoltre, continua, “è un dato di fatto che molti dei coloni coinvolti nell’operazione erano armati e hanno avuto scontri a fuoco con i combattenti palestinesi. Questi coloni sono registrati come civili, ma la realtà è che erano uomini armati che stavano combattendo al fianco dell’esercito israeliano” e, infine, “molti di questi civili israeliani sono stati uccisi dalle forze armate israeliane stesse”. Il riferimento, ovviamente, è in primo luogo ai civili uccisi da un elicottero israeliano nell’area del Festival Musicale di Nova, ma non solo: “Altre testimonianze israeliane” continua infatti il dossier, confermano che “l’esercito di occupazione israeliano avrebbe bombardato diverse abitazioni negli insediamenti israeliani dove si trovavano combattenti palestinesi e israeliani, in una chiara applicazione della famigerata Direttiva Annibale dell’esercito israeliano che sostiene sia meglio un ostaggio civile o un soldato morto che preso vivo, per evitare di impegnarsi in scambi di prigionieri con la resistenza palestinese”.
Fatta la tara delle fake news e della propaganda suprematista, rimane ovviamente il fatto che di civili coinvolti ce ne sono stati decisamente fin troppi: secondo Hamas però, questi episodi sarebbero semplicemente una conseguenza del “rapido collasso del sistema militare e di sicurezza israeliano e il caos che ne è conseguito in tutta la zona di confine con Gaza”; insomma, sarebbero vittime collaterali, e probabilmente – come Occidente collettivo – non siamo esattamente i più titolati per scandalizzarci. “Coloro che difendono l’aggressione israeliana” sottolinea il dossier “sostengono che le vittime civili a Gaza sarebbero danni collaterali di attacchi rivolti ai militanti di Hamas. Tuttavia questa categoria pare non possa essere utilizzata quando si parla delle vittime civili dell’operazione diluvio di al-aqsa”; eppure, insistono “Come riconosciuto da molti, Hamas si è comportato in modo positivo e gentile con tutti i civili che sono stati trattenuti a Gaza e ha cercato sin dai primi giorni dell’aggressione un modo per arrivare al loro rilascio, che è esattamente quello che è successo durante la tregua umanitaria durata una settimana durante la quale quei civili sono stati rilasciati in cambio del rilascio di donne e bambini palestinesi detenuti ingiustamente nelle carceri israeliane”.
Come abbiamo premesso, ovviamente, si tratta di pura propaganda pure questa, e però un modo per vederci più chiaro tra una propaganda e l’altra, volendo, ci sarebbe: una bella inchiesta indipendente internazionale che, a differenza di Israele, è esattamente quello che chiede Hamas. “Siamo fiduciosi” scrivono “che qualsiasi indagine equa e indipendente dimostrerebbe la fondatezza dei nostri argomenti come anche la portata delle bugie e delle informazioni fuorvianti da parte israeliana. A partire dalle accuse israeliane riguardanti gli ospedali palestinesi di Gaza che la resistenza avrebbe usato come centri di comando; un’accusa che non è stata provata e anzi è stata smentita dai resoconti di molte agenzie di stampa occidentali”; “Gli eventi del 7 ottobre” sottolineano “devono essere inseriti in un contesto più ampio, che accomuna tutti i casi di lotta contro il colonialismo e l’occupazione dei nostri tempi. Le varie esperienze dimostrano come più è alto il livello di oppressione imposto dagli occupanti, più sarà violenta la reazione dei popoli che quella occupazione la subiscono”. E qui il livello, sostengono, sembrerebbe essere stato piuttosto altino – diciamo – e fanno un sintetico recap partendo da lontano: ancora nel 1918, ricordano, “il popolo palestinese possedeva il 98,5% della terra palestinese e rappresentava il 92% dell’intera popolazione”; da lì in poi, una campagna di migrazione di massa coordinata tra autorità coloniali britanniche e movimento sionista portò, in meno di 30 anni, a moltiplicare per 4 la popolazione non palestinese prima di dare il via, nel 1948, a una vera e propria pulizia etnica che portò i sionisti a impossessarsi del 77% delle terre dopo aver espulso il 57% della popolazione palestinese, a partire dagli oltre 500 villaggi rasi al suolo. Una seconda fase si ebbe poi nel 1967, quando le forze di occupazione occuparono il resto della Palestina compresa la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, Gerusalemme e altri territori arabi confinanti con la Palestina; soltanto negli ultimi 20 anni le forze di occupazione avrebbero causato la morte di 11.300 palestinesi e il ferimento di altri oltre 150 mila, in larghissima parte civili: “Sfortunatamente però” scrivono “l’amministrazione USA e i suoi alleati non hanno prestato molta attenzione alle sofferenze del popolo palestinese, ma piuttosto hanno fornito copertura all’aggressione israeliana, e hanno cominciato a lamentarsi solo quando il 7 ottobre a cadere sono stati i soldati israeliani”. D’altronde, continuano, “l’amministrazione americana e i suoi alleati occidentali hanno sempre trattato Israele come uno Stato al di sopra della legge; gli forniscono la copertura necessaria per continuare a prolungare l’occupazione e reprimere il popolo palestinese, permettendogli nel frattempo anche di sfruttare la situazione per espropriare ulteriori terre palestinesi e violare impunemente i nostri luoghi sacri”. Il dossier ricorda inoltre come, negli ultimi 75, anni “l’ONU abbia emesso più di 900 risoluzioni a favore del popolo palestinese” con Israele che ha sempre “rifiutato di attenersi a ognuna di esse”, platealmente: “Il 29 ottobre 2021” ricorda ad esempio il dossier “l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Gilad Erdan ha insultato il sistema delle Nazioni Unite stracciando un rapporto del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite durante un discorso all’assemblea generale, per poi gettarlo teatralmente nel cestino della spazzatura prima di lasciare il podio. Eppure” ricordano con una nota di ironia “l’anno successivo è stato nominato alla carica di vicepresidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite” e le rare volte che queste questioni hanno raggiunto il tavolo del Consiglio di sicurezza “a impedire qualsiasi condanna nei confronti di Israele è sempre intervenuto il veto degli USA”.

Gilad Erdan

Certo, di fronte a queste ingiustizie ci sono anche modi più pacifici e meno violenti di portare avanti la propria causa. Certo, come no! “Dopo 5 guerre di aggressione unilaterale da parte di Israele e 17 anni di assedio totale che ha trasformato Gaza nella più grande prigione a cielo aperto del paese” ricorda il dossier, nel 2018 “il popolo di Gaza ha dato vita a una serie di grandi e pacifiche proteste denominate la Grande Marcia del ritorno. Purtroppo” ricordano “le forze di occupazione israeliane hanno risposto a queste proteste causando tra i manifestanti 360 vittime e 19 mila feriti, compresi 5 mila bambini”. “Dopo tutto questo” si chiede alla fine il dossier “cosa ci si aspettava dal popolo palestinese? Che continuasse ad aspettare inerme riponendo la sua fiducia sull’impotenza dell’ONU?”; in realtà – concludono – “sulla base di quanto detto fino ad ora, l’operazione diluvio di al-aqsa è stata una risposta necessaria e un atto difensivo nei confronti dell’occupazione israeliana, nel quadro della lotta di liberazione e di indipendenza del popolo palestinese, esattamente come tutti i popoli del mondo hanno sempre fatto”. “Il popolo palestinese” concludono “si è sempre opposto all’oppressione, alle ingiustizie e ai massacri contro i civili, indipendentemente da chi li commette. E in base alla nostra religione e valori morali, abbiamo dichiarato chiaramente il nostro rifiuto a cosa gli ebrei furono esposti dalla Germania nazista. Dobbiamo però ricordare che il problema ebraico era essenzialmente un problema europeo, mentre il mondo arabo e islamico era un rifugio sicuro per il popolo ebraico come, d’altronde, anche per altri popoli di altre credenze ed etnie. Il mondo arabo è stato un esempio di convivenza, interazione culturale e libertà religiose. Il conflitto è causato dal comportamento aggressivo sionista e la sua alleanza con le potenze coloniali occidentali; e quindi rifiutiamo categoricamente la strumentalizzazione della sofferenza che è stata inflitta al popolo ebraico in Europa al fine di giustificare l’oppressione contro il nostro popolo in Palestina”.
Bon. Questo è quanto. Questa è la posizione di Hamas; non ci abbiamo aggiunto mezzo giudizio: a questo giro, l’onere di farvi una vostra idea lo lasciamo tutto a voi. E’ quello che dovrebbero fare i giornali mainstream che si riempono la bocca di fuffa liberaloide e poi fanno solo becera propaganda come in un regime teocratico qualsiasi; in questi tempi infami, a noi vecchie zecche rosse tocca pure fare il loro mestiere. Aiutaci a farlo sempre meglio, per sempre più persone: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Paolo Mieli

ALESSANDRO ORSINI – come la Russia ha vinto la guerra contro il Blocco Occidentale in Ucraina

Questo 2023 si avvia alla conclusione, ed è tempo di bilanci, e il bilancio che arriva dal fronte della guerra per procura della nato contro la russia in ucraina, non potrebbe essere più disastroso. Ne abbiamo parlato con Alessandro Orsini, che da ormai due anni può vantare il riconoscimento al quale abbiamo sempre ambito anche noi, senza successo: essere additato dai vari gianni “il contrario del giornalismo” riotta e compagnia strisciante come il leader indiscusso del fronte degli utili idioti della propaganda putiniana in Italia.

E a noi, nonostante tutti gli sforzi, manco una menzioncina.

Buona visione

Il genocidio di Gaza: se per risolvere il rebus la propaganda non basta più

“BREAKING: L’aeronautica israeliana ha colpito una base terroristica di Hamas dentro un ospedale a Gaza”: a scriverlo su Twitter è Hananya Naftali, giovane influencer israeliano diventato ultra-popolare a suon di boutade islamofobe e suprematiste e che da poco è entrato ufficialmente a far parte del team digitale preposto alla propaganda online del governo più reazionario della storia del paese. Pochi minuti prima, una gigantesca esplosione aveva letteralmente raso al suolo l’ospedale Al-Ahli Arab di Gaza. Non era la prima volta: come ha rivelato alla BBC il prete della diocesi anglicana proprietaria dell’ospedale, infatti, “sabato scorso un missile aveva già colpito l’ospedale, causando gravi danni alla struttura e ferendo 4 persone”. Il prete ha anche affermato che, per quanto ne sapeva lui, si trattava ovviamente di un missile israeliano: “era un avvertimento”, ha dichiarato, “volevano fosse chiaro che non si trattava di un posto sicuro”. Il timore delle forze armate israeliane, non privo di fondamento, è che Hamas utilizzi in modo spregiudicato luoghi come scuole e ospedali per mettere al riparo uomini e attrezzature. Ovviamente escluderlo è impossibile; in tutte le guerre asimmetriche,. l’utilizzo spregiudicato degli scudi umani è spesso una componente essenziale, esattamente come facevano i lettori di Kant dei battaglioni Azov durante la battaglia di Mariupol. Colpire questi bersagli, per quanto cinico e spregiudicato possa apparire, non è sadismo ingiustificato, ma serve a mettere in chiaro che non ci sarà scudo umano in grado di ostacolare la forza distruttrice della vendetta sionista.
D’altronde è una storia antica: durante i bombardamenti del 2014, ad esempio, vennero rase al suolo numerose scuole dell’Agenzia per i rifugiati palestinesi delle Nazioni Unite che venivano utilizzate come rifugio dai civili. Le vittime furono in tutto 44 e oltre 200 i feriti; le indagini successive rivelarono che effettivamente 3 delle 7 strutture rase al suolo erano state utilizzate come deposito di armi da parte delle milizie della resistenza. Negli altri 4 casi, invece, si erano sbagliati e avevano bombardato civili inermi senza nessunissimo motivo. Insomma, in questo contesto qualche decina di vittime innocenti non sarà particolarmente educato, ma da parte di Israele non viene considerato comunque niente di particolare di cui vergognarsi, tanto comunque la verità – se mai si saprà – arriverà mesi se non anni dopo e l’imbarazzo per l’ennesima carneficina degli israeliani avrà già bell’e che lasciato lo spazio all’ammirazione per i bellissimi pride e il rispetto per le minoranze sessuali.
Ma a questo giro però qualcosa deve essere andato storto; dopo poco, infatti, Naftali – il genocida mattacchione – decide improvvisamente di cancellare il suo tweet e la rivendicazione di Israele di un atto di guerra certo feroce, ma indispensabile, sparisce. Il punto è che l’ospedale di Al-Ahli è un ospedale piccolino (poco più di 80 posti letto); quante vittime vorrai che faccia mai un bel razzetto… 50, 60? Rispetto agli oltre 1000 bambini che sono stati trucidati in questa settimana, dettagli. Purtroppo, però, a questo giro i calcoli non tornano: dentro il piccolo ospedale infatti si erano rifugiati in oltre 1000 e il bilancio è disastroso. Il grosso dei resoconti parla di almeno 500 vittime; secondo l’organizzazione umanitaria MedGlobal è “il peggior attacco a una struttura sanitaria del 21esimo secolo”. Giustificarlo con la possibile presenza di qualche razzo Qassam, potrebbe risultare un po’ difficile, ed ecco allora che magicamente il copione cambia completamente. Al posto del vecchio tweet, Naftali pubblica questo

“La misteriosa esplosione a Gaza” scrive. “Hamas incolpa Israele per questo” e invece, procede arrampicandosi, “credo che si tratti di un razzo fallito che ha colpito l’ospedale o di qualcosa che è stato fatto apposta per ottenere il sostegno internazionale”. Da lì in poi la linea della propaganda sarà quella: l’efficiente missile israeliano che aveva sgominato l’ennesima base nascosta di Hamas, si trasformerà magicamente in una false flag architettata dagli untermensch, dai subumani. D’altronde avete visto tutti di cosa sono capaci: “tutto il mondo ha visto Hamas tagliare teste di bambini” ha affermato in un’intervista su Skynews l’ambasciatrice israeliana nel Regno Unito. Ma che davvero? Cioè, gli avete visti tutti e a me non mi avete detto niente? Vatti a fidare. D’altronde, forse, non è una fonte proprio affidabilissima: sempre nella stessa intervista, infatti, ha dichiarato che “a Gaza non c’è nessuna crisi umanitaria”.
Chi di sicuro aveva detto di averli visti di persona personalmente i bimbi decapitati comunque era stato Joe Biden che poi aveva costretto a una smentita addirittura il suo stesso staff. E a questo giro ci risiamo; costretto a trovare una giustificazione ragionevole al fatto di aver deciso di portare la sua solidarietà a un regime terrorista poche ore dopo averlo visto commettere un atto genocida di dimensioni epiche, da Tel Aviv – più rimbambiden che mai – ecco che gioca di nuovo la carta della post-verità. “In base a quello che ho visto, è stato fatto dall’altro team, non da voi” ha dichiarato a un compagno Netanyahu evidentemente compiaciuto. Che poi io, ormai, mi son fatto questa idea: che zio Joe sia rimbambiden secondo me è una messa in scena. Fa finta, così la può sparare grossa quanto gli pare, e al limite poi con una piccola smentita si aggiusta tutto.
E’ un po’ la strategia che ha deciso di adottare anche Naftali.

“Oggi”, ha scritto in un tweet, “ho condiviso un rapporto pubblicato su @reuters sull’attentato all’ospedale di Gaza in cui si affermava falsamente che Israele aveva colpito l’ospedale. Ho erroneamente condiviso queste informazioni in un post cancellato in cui facevo riferimento all’uso di routine degli ospedali da parte di Hamas per immagazzinare depositi di armi e condurre attività terroristiche. Mi scuso per questo errore. Dato che l’IDF non bombarda gli ospedali, ho pensato che Israele stesse prendendo di mira una delle basi di Hamas a Gaza”. Geniale! L’IDF non bombarda gli ospedali – dice – a parte quando li bombarda, tipo 94 volte dall’inizio di questo conflitto, e in tal caso però fa bene perché potrebbero nascondere armi di Hamas, anche quando non le nascondono. Ma sopratutto: cioè, te fai parte del team digitale per la propaganda online di un governo che in quanto a propaganda non teme confronti al mondo, e su una cosa così delicata ti basi su un articolo a cazzo della Reuters, che tra l’altro si basa sulle dichiarazioni di funzionari di Hamas? Quello di Naftali non è stato l’unico epic fail della blasonatissima propaganda israeliana; per sostenere la pista del razzo della contraerea palestinese fuori rotta, l’account Twitter ufficiale dello Stato israeliano martedì sera infatti pubblica questo post: “Secondo informazioni di intelligence provenienti da diverse fonti in nostro possesso”, scrivono, “l’organizzazione terroristica della Jihad islamica è responsabile della fallita sparatoria che ha colpito l’ospedale”. A prova di questa tesi allegano un video dove si vede la contraerea di Gaza in azione proprio in quell’area, ma gli è sfuggito un piccolo dettaglio: il video è stato registrato 40 minuti dopo il massacro. Soluzione? Semplice: si cancella il video, ma rimane il testo. Tanto ai sostenitori del genocidio gli basta. Ed ecco infatti che, subito dopo, arriva la nostra Ursulona a metterci il suo carico da 90: a “causare immense sofferenze al popolo palestinese” – afferma con sicurezza Ursolona 7cervelli – è stato “il terrorismo di Hamas”.
Se, per risolvere il rebus, la propaganda non basta più e la prova provata di chi fosse in definitiva il missile che ha sterminato oltre 500 civili inermi martedì sera probabilmente non ce l’avremo mai, di chi è la responsabilità morale – invece – lo sappiamo benissimo. Lunedì scorso, infatti, la Russia aveva presentato al consiglio di sicurezza dell’ONU una risoluzione per imporre immediatamente il cessate il fuoco; i rappresentanti dell’occidente globale l’hanno respinta in blocco e a Tel Aviv hanno brindato. Era il semaforo verde: qualunque azione decidiamo di intraprendere per portare a termine il genocidio, il sostegno degli alleati non si discute. Il giorno dopo, ecco che la pioggia di bombe cade più fitta che mai, tanto se la situazione poi sfugge di mano, la propaganda una toppa sicuro la trova.
Sterminare e terrorizzare il maggior numero possibile di civili non è un atto di puro sadismo: fa parte di una precisa strategia militare che, tanto per iniziare, prevede che in tutta la parte nord della striscia non rimanga sostanzialmente nessun civile. Sgomberare completamente il terreno attraverso questa democratica pulizia etnica è indispensabile perché, prima di entrare via terra, è necessario radere Gaza completamente al suolo. “Il concetto”, ricorda Seymour Hersh in un lungo articolo sul suo profilo Substack, “risale ai primi anni della guerra del Vietnam in America, quando l’amministrazione del presidente John F. Kennedy autorizzò il Piano Strategico Amleto che prevedeva il trasferimento forzato dei civili vietnamiti in aree ritenute essere controllate dai vietnamiti del sud. Le loro terre deserte furono poi dichiarate zone di fuoco libero dove chiunque fosse rimasto avrebbe potuto essere preso di mira dalle truppe americane”. La differenza, a questo giro, è che radere tutto al suolo potrebbe non bastare; bisognerà andare più giù, molto più giù.
Uno dei punti di forza principali della resistenza palestinese a Gaza, infatti, è lo sterminato reticolo di tunnel e magazzini sotterranei costruiti negli ultimi anni, “la metropolitana di Gaza”, come è stata ribattezzata. Un “campo di battaglia chiave per Israele” scrive l’Economist,che sottolinea: “La guerra sotterranea è terrificante, claustrofobica e lenta. Individuare, ripulire e far crollare diverse centinaia di chilometri di cunicoli sotterranei”, continua l’Economist, “sarà un lavoro di anni, non di settimane o mesi”. A meno, appunto, che non si faccia prima dall’alto: come scrive Seymour Hersh, una volta rasa al suolo Gaza Nord, “Israele” infatti “inizierà a sganciare bombe da 5.000 libbre di fabbricazione americana note come “bunker busters” o JDAM, nelle aree rase al suolo dove è noto che i combattenti di Hamas vivono e fabbricano i loro missili e altre armi sottoterra. Gli attuali pianificatori di guerra israeliani sono convinti, mi ha dichiarato un insider, che la versione aggiornata dei JDAM con testate più grandi penetrerebbe abbastanza in profondità nel sottosuolo prima di esplodere – da trenta a cinquanta metri – con l’esplosione e la conseguente onda sonora in grado di uccidere tutti entro mezzo miglio”. A quel punto, continua Hersh, “nello scenario dei pianificatori, la fanteria israeliana sarà assegnata alle operazioni di rastrellamento: ricercare e uccidere quei combattenti e lavoratori di Hamas che sono riusciti a sopravvivere agli attacchi della JDAM”.
In realtà, però, potrebbe essere più semplice da dire che da fare. Primo ostacolo: nonostante vengano impiegate pratiche genocide per imporla, la pulizia etnica del nord di Gaza potrebbe non essere così semplice da portare a termine; a pesare, il fatto che persone che sono state rinchiuse per 20 anni in gabbia tendenzialmente pensano di non avere poi tantissimo da perdere, e consapevoli del fatto che, una volta sfollate, con ogni probabilità a casa non ci potranno tornare più, sembrano quasi più propense ad andare incontro alla morte che non a soddisfare i desiderata di Tel Aviv. Ma, sostiene Hersh, c’è anche dell’altro: una fonte interna al governo israeliano, infatti, avrebbe confidato ad Hersh che Israele sta cercando di convincere il Qatar a finanziare una tendopoli per i rifugiati subito oltre il valico di Rafah. Nello specifico, il vecchio sito di Yamit, colonizzato da Israele dopo la guerra dei 6 giorni del 1967 e poi evacuato e raso al suolo dagli israeliani stessi nel 1982, subito prima che il Sinai venisse restituito all’Egitto. Ma come potrebbero mai riuscire a convincere l’Egitto ad accollarsi un milione e più di profughi palestinesi? “Teniamo gli egiziani per le palle”, avrebbe dichiarato ad Hersh la sua fonte. “Si riferiva” – specifica Hersh – “alle recenti incriminazioni del senatore democratico Bob Menendez del New Jersey e di sua moglie, accusati di corruzione in seguito a vari rapporti d’affari con alti funzionari egiziani, e alla presunta trasmissione di informazioni su persone in servizio presso l’ambasciata americana al Cairo”.
Per convincere le persone ad evacuare, comunque, la strategia più convincente rimane quella di bombardarli ovunque senza pietà, come non ci fosse un domani. Cosa che Israele sicuramente sta facendo con un certo impegno; però anche qui, forse, c’è un limite. Qualche prima timida avvisaglia si è avuta proprio ieri, con le reazioni al massacro dell’ospedale: in tutto il mondo arabo la gente è scesa per strada a decine di migliaia, costringendo i paesi arabi a una rara dimostrazione di unità. Ad Amman le proteste hanno preso di mira l’ambasciata israeliana e hanno imposto al re Abdullah II di cancellare l’incontro previsto con Biden. A Beirut, visto che l’ambasciata israeliana non c’è, le proteste si sono indirizzate contro quella francese prima e, sopratutto, il consolato statunitense poi, che è stata dato alle fiamme. Anche ad Istanbul i manifestanti hanno preso di mira l’ambasciata USA e a Ramallah, invece, l’oggetto delle proteste è stata direttamente l’autorità palestinese, con le forze di polizia accusate di essere al soldo delle forze di occupazione che sono state attaccate con le care vecchie sassaiole e qualche botto non meglio identificato. Insomma: la carneficina che serve a Israele per sgomberare il campo è la stessa che sta riaccendendo la fiaccola della solidarietà filo-palestinese in tutta la regione, nonostante la cautela dei vari governi che, alla causa palestinese, hanno sempre preferito accordi commerciali generosi con Washington. Il ruolo diplomatico che stanno provando a svolgere gli USA sembrerebbe in buona parte consistere proprio in questo: garantire agli interlocutori regionali che, se collaborano, riuscirà a tenere a freno la ferocia del regime sionista e quindi evitare altri scoppi d’ira delle popolazioni che metterebbero a repentaglio la stabilità dei governi stessi. Peccato che per ora, però, la strategia di Biden non stia dando grandi risultati e la sete di sangue del governo più reazionario della storia di Israele non sembra conoscere mediazioni.
Ma i problemi non finiscono qua perché, nella remota ipotesi che in qualche modo la campagna aerea alla fine permetta di portare a termine la pulizia etnica senza che, nel frattempo, qualche vicino arabo perda definitivamente la pazienza, anche la fase due – quella della distruzione dall’alto della “metropolitana di Gaza” – potrebbe non essere esattamente una passeggiata. “Sembra quasi”, scrive sempre Hersh, “che Hamas non stia aspettando altro. D’altronde l’operazione diluvio di Al-Aqsa è stata pianificata nei minimi dettagli, e Hamas sapeva esattamente quale sarebbe stata la reazione israeliana. Il problema” sottolinea Hersh “è che le bombe anti-bunker israeliane potrebbero non essere in grado di penetrate abbastanza in profondità. Secondo la mia fonte infatti Hamas starebbe operando in tunnel costruiti a 60 metri di profondità che sarebbero in grado di resistere agli attacchi dei JDAM”. Per quanto devastante, quindi, la campagna aerea potrebbe non essere in grado di danneggiare Hamas quanto necessario, il che significa che – per quanto preparata nei dettagli – l’invasione via terra comporterebbe comunque da parte delle forze armate israeliane uno sforzo notevole di uomini e di mezzi, che se gli impieghi tutti da una parte, poi ce n’è un’altra che rimane scoperta. Sicuramente la Cisgiordania.
Ma – quel che sarebbe ancora più devastante – il confine a nord con il Libano dove, secondo alcuni, le milizie di Hezbollah non starebbero aspettando altro. Una bella rogna, come ricorda Hasan Illaik su The Cradle; infatti “Hezbollah potrebbe contare su circa 100 mila uomini” e “gli analisti regionali e occidentali stimano che abbia un arsenale di oltre 130 mila missili. Per la maggior parte sarebbero non guidati, ma il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, avrebbe dichiarato in un intervista del febbraio del 2022 che Hezbollah avrebbe la capacità di convertirne una buona parte in missili di precisione”. E potrebbero non essere da soli: nonostante il bordello che era scoppiato a Gaza, infatti, nell’ultima settimana Israele s’è preso la briga di bombardare per ben due volte l’aeroporto di Aleppo, in Siria. L’obiettivo sarebbero le milizie filosciite legate a doppio filo a Teheran, che starebbero spostando uomini e mezzi in quantità dalle regioni più orientali. Insomma: se l’obiettivo di Israele, come dichiarato più volte, è quello di annientare totalmente Hamas, ogni tentativo di evitare di allargare il conflitto potrebbe alla fine risultare velleitario. Un contributo importante da questo punto di vista è arrivato dallo zio Sam, che ha pensato bene di mandare subito ben due portaerei e anche di rinforzare la flotta di caccia presenti nelle sue numerose basi nell’area; lo scopo, appunto, è quello di funzionare da deterrenti nei confronti di attori terzi che si fossero messi in testa strane idee. Da questo punto di vista, un incentivo diretto nei confronti di Israele a perpetrare il genocidio senza doversi troppo curare delle conseguenze, perché alle conseguenze ci penserebbero – appunto – gli USA, se ci riescono: come titola il Financial Times, infatti, “La guerra tra Israele e Hamas mette alla prova il settore della difesa statunitense già messo a dura prova dal conflitto in Ucraina”. Secondo il Times, “I produttori di armi statunitensi si stanno preparando ad accelerare le forniture di armi a Israele in un momento in cui sono già sotto pressione per armare l’Ucraina e ricostituire le scorte esaurite del Pentagono. Una sfida” sottolinea il Times “che secondo gli analisti metterà a dura prova una base industriale della difesa già estesa”. Al momento, in realtà, si tratta principalmente di fornire “bombe di piccolo diametro, munizioni di precisione aria-terra e proiettili per carri armati calibro 120 millimetri” e cioè roba diversa da quella spedita in Ucraina, “ma se il conflitto dovesse estendersi” sottolinea il Times “le forze di difesa israeliane potrebbero aver bisogno dello stesso tipo di sistemi missilistici guidati che attualmente scarseggiano in Ucraina, compresi droni armati e proiettili di artiglieria da 155 mm”.
Biden ostenta sicurezza: “Siamo gli Stati Uniti d’America, per l’amor di Dio” ha dichiarato enfaticamente domenica scorsa durante una lunga intervista. “La nazione più potente della storia – non del mondo, nella storia del mondo. Possiamo occuparci di entrambi questi aspetti e mantenere comunque la nostra difesa internazionale complessiva”. Per tenere fede a questa volontà di potenza, Biden sarebbe in procinto di presentare al Congresso l’autorizzazione per un pacchetto gigantesco di aiuti che tenga insieme il sostegno all’Ucraina, quello ad Israele e anche una montagna di soldi per rafforzare la sicurezza al confine col Messico, come richiesto dai Repubblicani. Peccato che al momento, dopo la defenestrazione dello speaker McCarthy, l’attività del Congresso sia sospesa, e per ora non siano stati neanche in grado di fare il nome del potenziale successore. Probabilmente, alla fine, una quadra magari la trovano pure; quando si tratta di difendere gli interessi imperiali la trovano sempre. Solo che, grazie alla dittatura globale del dollaro, la fanno pagare sempre agli altri e a questo giro gli altri potrebbero essersi scocciati; mentre Biden, infatti, pagava il suo sostegno incondizionato al genocidio sionista con l’isolamento – almeno temporaneo – rispetto anche agli alleati arabi più storici, dall’altra parte del mondo, a Pechino, atterrava Putin per partecipare al summit che festeggia i dieci anni di vita della Belt and Road Initiative, da dove la nuova “partnership senza limiti” tra Russia e Cina lanciava al mondo un messaggio piuttosto chiaro: di fronte all’arroganza unilaterale del vecchio impero, è arrivata l’ora di non arretrare di un millimetro.
Il rebus del nuovo ordine globale per Washington e il nord globale è un vero rompicapo; l’unica cosa certa è che se sperano di risolverlo semplicemente a suon di propaganda stantia, buona solo per rafforzare l’autostima suprematista della piccola tribù dell’uomo occidentale, a questo giro il fallimento potrebbe essere inevitabile.
Contro la propaganda del nord globale che giustifica i genocidi e ci trascina nel baratro, abbiamo bisogno di un media che racconti il mondo per quel che è e non per quello che vorrebbero fosse un manipolo di suprematisti scollegati dalla realtà. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Benjamin Netanyahu