Israele vuole tornare a bombardare l’Iran e se ne sta inventando di tutte per convincere Washington: prima hanno dato la colpa agli iraniani dell’attentato di Bondi Beach, poi dell’assassinio del fisico portoghese a Boston (puttanate che sono durate quanto un gatto in tangenziale); e, allora, rilanciano. Nell’ultima settimana, la propaganda filo-sionista ha lanciato ogni genere di allarme possibile immaginabile: l’Iran non solo starebbe costruendo un arsenale di missili balistici senza precedenti, ma sarebbe anche pronta a lanciare un attacco preventivo; e il 29 dicembre Bibi andrà in pellegrinaggio da Re Donald alla corte di Mar-a-Lago per convincerlo che l’unica soluzione è colpire per primi. Il problema, però, è che il principale deterrente dell’Iran sta esattamente dove stava 6 mesi fa: è la possibilità di chiudere lo stretto di Hormuz e scatenare, così, una crisi energetica in grado di fare esplodere l’intera economia mondiale – a meno che, nel frattempo, non si trovi una nuova fonte di approvvigionamento alternativa, tipo il petrolio del Venezuela; prima di tornare a occuparsi di nuovo di Teheran, Trump deve riuscire a mettere le mani sull’oro nero di Caracas, ma potrebbe essere più complicato del previsto. Nel frattempo, annunciare continuamente che attaccheranno appena Washington darà il via libera, potrebbe spingere Teheran a muoversi d’anticipo; c’è arrivato anche qualche ultrà sionista: “I missili balistici dell’Iran sono una minaccia reale”, titola lo stesso Jerusalem Post, “ma affermazioni esagerate potrebbero danneggiare la stessa causa di Israele”. Riuscirà lo spirito di autoconservazione a prevalere sulla sete di sangue della propaganda sionista?















