Il Soddu
Il grande centro alla prova generale. L’assalto a La Stampa e la costruzione del nuovo nemico politico. Le manifestazioni pro-Palestina di venerdì e sabato erano destinate a dominare il dibattito pubblico: migliaia di persone in piazza, cortei in mezza Italia, studenti e associazioni mobilitati come non accadeva da mesi; e, invece, nel giro di poche ore quelle immagini sono scomparse dal radar mediatico. Il motivo lo si è visto a Torino: l’assalto alla sede de La Stampa, un episodio di ordine pubblico diventato immediatamente un caso nazionale, perfetto per riscrivere la percezione degli eventi e rimettere al centro i custodi del racconto ufficiale. Il fatto in sé è semplice: un gruppo di manifestanti ha raggiunto l’ingresso del quotidiano, ha lanciato fumogeni e tentato di forzare il portone; durata complessiva, pochi minuti: nessuna strategia militante, nessuna volontà di colpire fisicamente i giornalisti, solo un’azione confusa e destinata a dissolversi prima ancora dell’arrivo della polizia. Eppure, nell’arco di un pomeriggio, la vicenda è stata trasformata nella prova che la libertà di stampa è sotto attacco: subito i grandi giornali hanno rilanciato la notizia degli oltre trenta identificati; tra questi anche un minorenne, già noto per azioni criminali indicibili, ovverosia tafferugli scolastici. Questo aggiunge al quadro un dettaglio utile a infondere l’idea di un ambiente già pericoloso. La reazione istituzionale è stata immediata: Mattarella ha parlato di ferita alla democrazia, Meloni di attacco intollerabile a un presidio fondamentale della Repubblica, una mobilitazione indignata che ha unificato il fronte politico, come spesso avviene quando si deve prestare fedeltà a certi tipi di narrative. E mentre la politica saliva sul carro della difesa dell’informazione, i media rispondevano all’unisono, trasformando un episodio minore in un test di civiltà.
Dopo l’operazione di silenziamento delle manifestazioni del fine settimana, è arrivata l’operazione di strumentalizzazione sull’attacco (quello sì brutale) agli italiani in Cisgiordania: volontari presi a calci e colpi di bastone, donne picchiate e cosparse di alcol ed altre indicibili cose; ma il Paese veniva richiamato all’ordine su un altro fronte. Il tempismo è indicativo; La Stampa ha pubblicato un reportage insolito per il mainstream: un racconto dettagliato delle aggressioni, con testimonianze dirette che descrivevano scene di violenza sistematica, un pezzo che infrangeva l’abituale connivenza con cui il genocidio in Medio Oriente è trattato dai giornali italiani. Una vera e propria operazione di pulizia, un’operazione che offre i puntelli politici per chiunque voglia screditare le manifestazioni propal: La Stampa, in fondo, è un giornale libero. Guarda ragazzo, lo vedi che ogni tanto parlano anche di Palestina; la redazione non meritava questo sporco attacco squadrista. Da qui si è sviluppata una seconda narrazione, quella che riguarda la critica ai media e ai loro ridicoli giochetti: Francesca Albanese, in un’intervista durante le manifestazioni, aveva espresso un giudizio piuttosto comune, cioè che i giornali devono iniziare a fare il loro lavoro e che la gente si è anche un poʻ rotta le palle; tutto questo, tra l’altro, pur condannando l’azione e la violenza. Ma per il rotocalco non importa se le parole che riporti siano vere o estrapolate; l’importante e che alimentino la tua nuova campagna moralistica, e questo l’hanno fatto, eccome: esponenti del PD, centristi e rappresentanti della maggioranza hanno denunciato un presunto clima di delegittimazione, accusando Albanese di favorire l’ostilità contro la stampa. Le condanne sono arrivate quasi in sincrono: dalle parlamentari Dem in imbarazzo fino agli esponenti meloniani con la mano già alzata, tutti pronti a stigmatizzare quelle parole come se fossero un attentato simbolico.
Anche Libero ha dedicato intere pagine al “problema Albanese”, Albanese che, in questo ultimo anno, ha ottenuto diverse cittadinanze onorarie, tra le quali Bologna, Firenze e Reggio Emilia; nel giro di poche ore dalle sue parole, alcuni esponenti delle amministrazioni locali hanno iniziato a prendere le distanze, parlando di possibili ritiri del riconoscimento alla relatrice straordinaria delle Nazioni Unite: Bologna, soprattutto, la città più progressista del globo terraqueo, è sembrata più preoccupata della reazione dell’opinione pubblica che della sostanza delle accuse. La dinamica è sempre la stessa: la pressione dei media determina il comportamento della politica. Questa tendenza a ingigantire episodi minori non è casuale: serve a costruire un’immagine di nemico interno contro cui compattare il Paese. Ed è qui che la vicenda di Torino assume un significato politico più ampio; da mesi, nei palazzi del potere, si discute della possibilità di un riassetto in direzione di un grande centro capace di superare gli attuali equilibri: i rapporti sempre più complicati tra Meloni e Salvini, l’imprevedibilità dei 5 Stelle e la pressione esterna delle istituzioni europee stanno spingendo verso un modello più stabile, meno soggetto a conflitti interni. Il terreno emotivo che si sta costruendo serve proprio a questo: creare un fronte responsabile che unisca governo e buona parte dell’opposizione in nome della difesa dei valori democratici. L’assalto a La Stampa è stato un banco di prova perfetto; le reazioni trasversali, l’uniformità del linguaggio politico, la capacità di ignorare ciò che accadeva nelle piazze e di spostare il baricentro del dibattito su un tema controllabile: tutto lascia intuire che la narrazione è stata funzionale a qualcosa di più grande. Non è la prima volta che accade, e non sarà l’ultima: ogni volta che si avvicina un processo di ricomposizione politica, serve un catalizzatore, una minaccia simbolica, un episodio da trasformare in pericolo collettivo per giustificare un nuovo assetto; in questo caso, il pericolo sono i manifestanti pro-Palestina, gli studenti, i critici dei media e chiunque sfugga al recinto del consenso. L’unione improvvisa tra PD e governo Meloni nella condanna dell’assalto, la sovrapposizione del linguaggio moralistico, l’accanimento contro chi esprime opinioni scomode: tutto compone un quadro che va oltre la cronaca. È la messa in scena di un nuovo equilibrio politico, che ha bisogno di una minaccia esterna per giustificarsi; nel momento in cui il conflitto internazionale polarizza il Paese, il mainstream italiano ha trovato nel dissenso filopalestinese il bersaglio ideale per ricompattarsi e riposizionarsi come garante della stabilità. In un panorama dove ogni tensione viene immediatamente elevata a minaccia alla democrazia e ogni critica ai media è trattata come un atto sovversivo, la direzione è chiara: consolidare un fronte centrista che governi attraverso l’emergenza permanente (qui gli approfondimenti del Corriere, del Fatto Quotidiano e di skytg24.
Si impantana il riarmo europeo. La colpa stavolta non è di Putin. L’Europa, negli ultimi mesi, si racconta come continente in marcia verso la guerra: vertici straordinari, piani di riarmo, appelli alla mobilitazione della società; ma appena si guarda ai dettagli, questa postura da potenza militare mostra tutte le crepe. Le notizie che ti sto per raccontare, se messe in fila mostrano più un sistema che arranca che un blocco pronto allo scontro; il caso più clamoroso è quello dei blindati AJAX britannici: dovevano essere il simbolo della modernizzazione del British Army, un programma da oltre 6 miliardi di sterline per dotarsi di veicoli da ricognizione avanzati. Sono diventati un incubo sanitario: vibrazioni talmente forti da causare danni permanenti all’udito e alla colonna vertebrale dei militari che li testavano, con decine di soldati refertati e l’intera flotta congelata. Non è solo l’ennesimo scandalo industriale: è un esercito che, mentre parla di nuova minaccia russa, non è in grado di mettere in strada in sicurezza il suo mezzo di punta. L’AJAX è la metafora di un problema più ampio: l’enorme distanza tra la retorica NATO e le capacità reali. Da un lato, discorsi su “nuove dottrine”, “forze pronte all’impiego”, “rimodulazione dell’industria bellica”; dall’altro, piattaforme che non superano i test, bilanci divorati da programmi sbagliati, catene produttive che non reggono un ciclo ad alta intensità: il carro che spacca le vertebre ai propri equipaggi rende plasticamente l’idea di un sistema che non riesce a trasformare spesa in potenza.
Il fronte tedesco non se la passa meglio; l’agenzia Ria Novosti aggiorna periodicamente il conto dei Leopard 1 e 2 distrutti in Ucraina e, al di là della propaganda, il dato di fondo è chiaro: Berlino ha impegnato una parte consistente della propria credibilità politica e industriale su mezzi che, nel momento della prova, si consumano più in fretta di quanto il sistema produttivo riesca a rimpiazzare. Ogni carro perso non è solo una perdita tattica sul fronte: è anche un buco nella già fragile disponibilità di mezzi in Europa, che non dispone di scorte profonde né di linee produttive tarate sul tempo di guerra. Da qui parte il ragionamento: come si fa a parlare seriamente di andare all’offensiva contro la Russia quando nessun paese europeo dispone di un apparato industriale in grado di sostenere un’operazione prolungata? La prova dei fatti smonta l’idea di un’Europa pronta a un confronto diretto: produzione di munizioni insufficiente, artiglieria che lavora al rallentatore, manutenzione complessa degli equipaggiamenti di nuova generazione, carenza di personale addestrato per sistemi sempre più sofisticati. Non è solo un problema di numeri; è un problema di tempo: la Russia ha già riconvertito una parte importante della sua economia allo sforzo bellico, mentre l’Europa è ancora impantanata tra regolamenti, vincoli di bilancio e filiere delocalizzate. In questo contesto, la corsa alla militarizzazione del discorso pubblico rischia di essere soprattutto un’operazione di facciata: si invocano nuove posture di deterrenza sapendo che dietro ci sono arsenali che si svuotano, linee di produzione che non possono essere moltiplicate schioccando le dita e sistemi d’arma che richiedono anni per entrare in servizio; il paradosso è che proprio la retorica dell’urgenza, “la guerra è alle porte”, rende evidente quanto il continente non sia stato strutturato, per decenni, per uno scenario del genere.
Dentro questo quadro generale, si inserisce benissimo il caso italiano della leva volontaria, raccontato da Analisi Difesa: “La mia idea è di portare un disegno di legge in discorso parlamentare e farlo discutere al Parlamento”; lo ha detto il 27 novembre, nel corso della sua missione in Francia, il ministro della Difesa Guido Crosetto. Certo, Roma non ha i problemi dell’AJAX né la vetrina dei Leopard, ma soffre di un deficit strutturale di personale e di attrattività delle Forze Armate; il dibattito sulla mini-naia di qualche settimana all’anno, presentata come occasione educativa e strumento di cittadinanza, è in realtà il segnale che il modello professionale puro scricchiola: i numeri non tornano, i concorsi faticano a riempire gli organici e le missioni all’estero e gli impegni NATO restano numerosi. La leva volontaria è una formula politicamente spendibile perché rassicura l’elettorato: si richiama a un immaginario noto, quello del servizio di leva di un tempo, ma lo si confeziona in versione soft, senza obbligo e con retorica civica. Dal punto di vista operativo, però, l’impatto è limitato: pochi mesi non bastano per formare personale realmente impiegabile su sistemi complessi, né per costruire una riserva strutturata; è un segnale, non una soluzione, ma, anche qui, l’importante sembra essere il messaggio ci stiamo preparando. Mettendo in fila questi tasselli, emerge un’immagine coerente. I governi europei alzano i toni parlando di “decennio di conflitto”, di “economia di guerra”, di “società da preparare”; ma, allo stesso tempo, arrancano su tutto ciò che trasforma i discorsi in capacità reali: mezzi che funzionino, logistica, addestramento, strutture industriali. La sproporzione tra narrazione e realtà serve a tenere insieme alleanze fragili, a giustificare aumenti di spesa e a consolidare un certo tipo di leadership politica.










