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Le piroette di Forrest Trump per nascondere la disfatta dell’Occidente in Ucraina

OttolinaTV by OttolinaTV
20/10/2025
in Europa, I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Russia, U.S.A.
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Venghino signori, venghino! Il circo equestre dell’infaticabile capocomico Forrest Trump riprende la sua tournée con mirabolanti nuovi giochi di prestigio, ma per il solito unico, grande obiettivo: farci dimenticare per qualche minuto la gigantesca debacle dell’Occidente collettivo e la fine del mito dell’invincibilità del Paese leader del Mondo Libero e Democratico. Gli annunci roboanti sul tocco di bacchetta magica che avrebbe messo fino a 80 sanguinosissimi anni di lotta di liberazione nazionale del popolo palestinese vengono smentiti da 97 nuovi cadaveri nell’arco di 24 ore nella sola Gaza? Nessun problema: basta cambiare un attimo tavolo da gioco e spararne un’altra abbastanza grossa da riuscire a spostare un’altra volta tutta l’attenzione; e così via, all’infinito. Se non fosse per le decine di migliaia di vittime che il fronte ucraino continua a mietere, mese dopo mese, e per le conseguenze disastrose su tutta l’economia europea, la nuova messa in scena della Casa Bianca varrebbe davvero un Nobel, ma più che per la pace, per la letteratura umoristica…

Come tutti saprete, il teatrino era stato inaugurato con il numero sui Tomahawk: siamo al 276esimo frutto del superiore ingegno occidentale in grado di rovesciare i rapporti di forza sul campo dall’inizio del conflitto; la sorte dei 275 precedenti è sotto gli occhi di tutti, e quella dei Tomahawk, forse, non lo sarà mai. Il tema era tornato alla ribalta all’inizio della scorsa settimana, quando Forrest Trump, durante un volo del suo Air Force One, aveva dichiarato alla stampa che “Se questa guerra non si risolve”, potrei dire ai russi che “manderò agli ucraini dei Tomahawk”; nonostante non sia esattamente l’ultimo ritrovato della tecnologia militare, il Tomahawk è sicuramente un bell’oggettino: come ricordava il nostro buon Dall’Aglio, “ha una testata da 500kg, arriva senza problemi a 1600km di gittata e, anche se gli manca qualsiasi caratteristica stealth, può volare talmente basso da compensare”, ma “soprattutto, una volta lanciato, riceve via satellite tutte le informazioni di cui ha bisogno e, per tutta la durata del volo, resta sempre in contatto con il Tactical Tomahawk Weapon Control System, che può trovarsi ovunque e, grazie al quello, può cambiare rotta, cambiare bersaglio, e anche abortire la missione se il bersaglio non è più raggiungibile”. Un brutta gatta da pelare, quindi, senza dubbio, ma in nessun modo in grado – come, d’altronde, ampiamente dimostrato da qualsiasi altra arma convenzionale – di modificare drasticamente le sorti del conflitto, anche perché non è che ce ne siano a milioni; in tutto, infatti, ricorda sempre Dall’Aglio, ne sono stati prodotti 9000 esemplari: “Un terzo sono già stata usati in vari conflitti” (1000 soltanto in Iraq, per dire) e dei 6000 che rimangono, molti sono sostanzialmente a fine vita. Visto che costano 1,3 milioni l’uno, potrebbe essere un ottima occasione per svuotare gli arsenali coi soldi degli europei; un po’ meno per cambiare le sorti del conflitto. E non è tutto: il problema è che, sostanzialmente, possono essere lanciati solo da navi o da sottomarini. In realtà, possono essere lanciati anche dal sistema Typhon; il problema del Typhon, però, è che una roba macchinosa e ingombrante, cioè un ottimo bersaglio, e visto che gli USA ne hanno solo 2 batterie, potrebbe essere una mossa azzardata. E le navi e i sottomarini che sono in grado di lanciare i Tomahawk, gli Ucraini, molto banalmente, non ce le hanno; il che significa che a lanciarli dovrebbe essere qualcun altro, cosa che il Cremlino – incredibile ma vero – ha fatto sapere che potrebbe essere letta come un’escalation piuttosto radicale che complicherebbe leggermente le relazioni.

Secondo alcune fonti russe, consultate dal sempre puntualissimo John Helmer, sarebbero i concetti di base che Putin avrebbe illustrato a Forrest Trump durante l’ormai celebre telefonata della settimana scorsa; Trump, al solito, ha provato a fare un po’ il bullo e a buttarla in caciara: “Gli ho detto”, ha dichiarato durante una conferenza stampa “ti piacerebbe se dessi un paio di migliaia di Tomahawk alla tua opposizione? Gli ho detto proprio così”, ma secondo la ricostruzione ufficiale della telefonata, pubblicata dall’assistente di Putin Yury Ushakov, in realtà il presidente russo avrebbe “ribadito la sua posizione secondo cui i Tomahawk non cambierebbero la situazione sul campo di battaglia, ma infliggerebbero danni sostanziali alle relazioni tra i nostri Paesi, per non parlare delle prospettive di una soluzione pacifica”. “Funzionari russi”, riporta Helmer, avrebbero “avvertito che i Tomahawk e gli equipaggi americani che li manovrano sarebbero stati un bersaglio”.

A ribadire il concetto che non c’è arma fine di mondo nell’arsenale dell’Occidente collettivo in grado di cambiare in modo sostanziale i rapporti di forza sul campo, ci s’è messo anche un pezzo grosso delle forze armate britanniche: si chiama David Richards; è stato Capo di Stato Maggiore della difesa Britannica tra il 2009 e il 2013 e, in una lunga intervista rilasciata per il podcast dell’Indipendent, si è voluto levare qualche sassolino, a partire dal fatto che l’Ucraina non può vincere nemmeno se gli mandiamo Mazinga Z. “Non hanno la manodopera necessaria”, ha sentenziato: l’unica possibilità per gli Ucraini è che “noi”, cioè la NATO, “ci uniamo a loro. Cosa che però non faremo perché l’Ucraina per noi non è una questione esistenziale”. Dai… cerchiamo di non essere troppo esigenti: almeno l’illusione che, se solo volessero davvero, potrebbero piegare la Russia, lasciamogliela!

Quando, il giorno dopo, Trump ha ricevuto Zelensky alla Casa Bianca per la terza volta dal suo insediamento, tutta la spavalderia del giorno prima si era dissolta come neve al sole; per avere una prima ricostruzione dell’incontro, si sono dovuti aspettare 3 giorni. C’ha pensato il Financial Times, che cita esclusivamente fonti anonime e, quindi, dobbiamo andare di fiducia: “L’incontro tra i presidenti di Stati Uniti e Ucraina”, riporta la testata britannica, “si è trasformato più volte in una discussione litigiosa, con Trump che imprecava continuamente”. Sulla vicenda dei Tomahawk, Forrest ha ribadito che sì, sono armi letali, potentissime, fantasmagoriche, in grado di mettere la Russia all’angolo; peccato, però, servano agli Stati Uniti, ed è finito il tempo di quando mandavamo la roba che serve a noi in giro per il mondo come dei buoni samaritani. Secondo il Financial Times, Zelensky si era presentato con tutte le cartine belline ordinate che mostravano le linee del fronte; Trump le avrebbe scaraventate per aria, invitando con veemenza Zelensky a rassegnarsi all’idea di dover consegnare l’intera regione del Donbass ai russi. “Secondo quanto affermato dai funzionari europei informati sull’incontro”, continua l’articolo, “Trump sembra aver adottato alla lettera molti dei punti di discussione di Putin, anche quando contraddicevano le sue recenti dichiarazioni sulle debolezze della Russia”; ricordate? “La Russia è una tigre di carta, lo sanno tutti”, aveva scritto il 23 settembre, e “la loro economia è in grossi guai”. Ecco… a quanto pare, ha cambiato idea: l’economia russa “sta andando alla grande”, avrebbe detto a Zelensky, e “Se Putin vuole, ti distruggerà”.

A causare i ripensamenti di Forrest, oltre alla chiamata con Putin, sarebbero stati anche gli indiani: da qualche giorno a questa parte, Trump millanta un fantomatico impegno da parte indiana a interrompere l’acquisto di petrolio russo in caso Putin si rifiuti di mettere fine alla guerra. Stando alle parole di Forrest, glielo avrebbe concesso Modi di persona personalmente durante una telefonata che sarebbe avvenuta lo scorso 15 ottobre: “Mi ha assicurato che non acquisterà petrolio dalla Russia”, ha dichiarato; Modi, però, non ha mai confermato. Il portavoce del ministro degli esteri indiani ha negato che questa conversazione sia mai avvenuta, e il ministro ha dichiarato che “L’India è un importante importatore di petrolio e gas. La nostra priorità è salvaguardare gli interessi del consumatore indiano” e “le nostre politiche di importazione sono guidate interamente da questo obiettivo”.

“Probabilmente”, commenta Simplicius The Thinker sul suo blog, “Trump ha di nuovo ingannato il mondo intero per ottenere un’altra proroga per la sua farsa perpetua”, fatta di infiniti rinvii di due settimane in due settimane: la realtà, continua Simplicius, è che “Gli Stati Uniti si sono dimostrati totalmente incapaci di riconoscere, anche solo superficialmente, gli interessi di sicurezza russi, senza il soddisfacimento dei quali non ci sarà nessuna conclusione della guerra”. Aspettarsi qualcosa di diverso dai colloqui di Budapest potrebbe rivelarsi velleitario: “Non c’è più nulla di cui parlare”, sentenzia Simplicius; tutto questo circo “ha il solo scopo di guidare i media verso un altro giro di giostre pubblicitarie”. La buona notizia quindi, in soldoni, è che nonostante il fare da sborone di Forrest Trump, l’Occidente collettivo è costretto a giocare di rimessa ed è costretto a rincorrere come può gli eventi; quella cattiva è che è sempre più evidente che anche se si raggiungesse una qualche forma di congelamento del conflitto, servirebbe soltanto per riorganizzare le linee e ripartire all’attacco più garosi che mai alla prima opportunità, dall’Iran all’Ucraina.

Come scrive giustamente il buon Brian Barletic, al di là delle rappresentazioni circensi, vale quell’idea di “divisione del lavoro annunciata dal segretario alla difesa statunitense Pete Hegseth lo scorso febbraio”: secondo questa divisione del lavoro, gli USA devono creare questa “illusione di distanza tra loro e i loro alleati, sia ucraini che europei”; le classi dirigenti dei vassalli europei hanno il compito “di convincere le rispettive opinioni pubbliche che sono necessari sacrifici maggiori, e fingere che gli Stati Uniti si stiano allontanando, o addirittura abbiano posizioni diverse, fa parte di questo gioco”. Ma, sottolinea Barletic, bisogna sempre ricordare questo semplice principio fondamentale: “L’Ucraina è stata, è e continuerà ad essere una guerra per procura degli Stati Uniti, combattuta per gli interessi degli Stati Uniti interamente a spese sia dell’Ucraina che dell’Europa”, ed è solo una parte “di una strategia globale più ampia che gli Stati Uniti stanno perseguendo per mantenere il loro primato mondiale”; questa è una strategia globale che coinvolge gli interessi strutturali profondi del sistema imperiale guidato dagli USA, e non sarà un buffo presidente con un buffo parrucchino arancione a cambiare questa realtà. “Possiamo solo sperare che la Russia di Putin abbia capito tutto questo”, conclude Barletic, non ripeta gli errori dei decenni passati, quando si è fidata dell’Occidente per rimanere sistematicamente fregata, e realizzi “che questo conflitto può essere risolto pienamente solo sul campo di battaglia”.

E tu, cosa ne pensi? Pensi come i sovranelli per Trump, e anche Carlo cacarellando Calenda, che Putin e Trump, in realtà, sono alleati alla ricerca della pace contro il potere dei globalisti? O, come David Parenzo e Nathalie Tocci, che Putin è un pazzo criminale che ha rotto l’ordine basato sulle regole del giardino ordinato e basterebbe che il mondo libero e democratico fosse più sicuro della sua superiorità morale per rimandare tutta la Russia a raccogliere le patate? Oppure, come Barletic, che Trump è solo un capocomico scelto per le sue capacità di intrattenitore con lo scopo di distrarre le opinioni pubbliche, mentre l’impero continua a preparare la sua guerra totale contro il resto del mondo? Faccelo sapere nei commenti e, comunque la pensi, se anche tu credi che per capirci qualcosa di fronte alla propaganda da due soldi dei media mainstream avremmo bisogno come il pane di un vero e proprio media indipendente, che sta dalla parte del 99%, aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Piero Fassino

Tags: donald trumpguerra russia ucrainai pipponi del Marrucciil pippone del marrutomahawkVladimir PutinVolodymyr zelensky
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