Il Marru
“Sono molto orgoglioso di annunciare che Israele e Hamas hanno entrambi sottoscritto la prima fase del nostro Piano di Pace. Ciò significa che TUTTI gli ostaggi saranno rilasciati molto presto e Israele ritirerà le sue truppe secondo una linea concordata, come primo passo verso una Pace Forte, Duratura e Perenne. Tutte le parti saranno trattate equamente! Questo è un GRANDE giorno per il mondo arabo e musulmano, Israele, tutte le nazioni circostanti e gli Stati Uniti d’America. Ringraziamo i mediatori di Qatar, Egitto e Turchia, che hanno collaborato con noi per rendere possibile questo Evento Storico e Senza Precedenti. BENEDETTI I COSTRUTTORI DI PACE!”

Notate niente nell’annuncio di The Donald? Non ci avevo mai fatto caso e, quindi, non so dire ora se sia da sempre la normalità, ma nel lungo elenco di persone, Paesi e organizzazioni coinvolte, manca un soggetto: i palestinesi! Non sembra un caso; sembra una scelta comunicativa precisa che Trump ribadisce poco dopo in una breve intervista via telefono rilasciata a Fox News e poi condivisa di nuovo sul suo canale Truth.

Anche qui, Trump cita tutto il suo staff, da “Marco” (Rubio, ndr), a “JD” (Vance, ndr), da Steve Witkoff a Jared Kushner: “Tutto il gruppo è stato semplicemente fantastico”, afferma, compresi i militari e la loro “grandiosa leadership”; “Tutto il mondo si è unito attorno a questo accordo”, sottolinea, “E’ qualcosa di veramente grandioso per Israele, per i musulmani, per i Paesi arabi e per gli Stati Uniti d’America”. Palestinesi? Non pervenuti.
Comunque, al di là degli artifici retorici della Casa Bianca, un po’ tutti cercano di rivenderla come vittoria, compreso Hamas: “Apprezziamo profondamente gli sforzi dei nostri fratelli mediatori in Qatar, Egitto e Turchia. Apprezziamo anche gli sforzi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che si impegna a porre fine alla guerra una volta per tutte e a far sì che l’occupazione si ritiri completamente dalla Striscia di Gaza” . Hamas ha anche reso omaggio al “nostro grande popolo nella Striscia di Gaza, a Gerusalemme e in Cisgiordania, sia all’interno che all’esterno della patria, che ha dimostrato un orgoglio, un eroismo e un onore senza pari e che ha affrontato i piani dell’occupazione fascista che prendevano di mira loro e i loro diritti nazionali. Questi grandi sacrifici e queste prese di posizione hanno sventato i piani di sottomissione e sfollamento dell’occupazione israeliana”, e ha concluso la sua dichiarazione sottolineando che “i sacrifici del nostro popolo non saranno vani e che rimarremo fedeli alla nostra promessa e non rinunceremo ai diritti nazionali del nostro popolo, tra cui la libertà, l’indipendenza e l’autodeterminazione“.
Ma in cosa consiste questa fantomatica prima fase dell’accordo di pace? In primo luogo, lo scambio dei prigionieri: 48 ostaggi israeliani (“20 dei quali si ritiene siano ancora vivi”, sottolinea il Financial Times), in cambio di 2.000 prigionieri palestinesi. Sulla lista di questi 2.000 il negoziato non si è ancora concluso: Hamas e gli altri gruppi della resistenza insistono sul nome di Marawn Barghouti, il Mandela palestinese; a remare contro, sottolinea Al Akhbar, sarebbe proprio l’Autorità Nazionale Palestinese, “in coordinamento con Washington e Tel Aviv”. Il secondo punto, invece, sarebbe – appunto – il cessate il fuoco e il ritiro israeliano “dietro una linea concordata”; tutto il resto è abbastanza lontano da trovare una risoluzione. “La questione più complessa in questo contesto rimane quella delle armi della resistenza”, sottolinea Al Akhbar: “Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu è ansioso di presentare la distruzione di tunnel, infrastrutture, magazzini e siti della resistenza, nonché la rimozione dei razzi rimanenti e l’esilio da Gaza dei leader, come simbolo per eccellenza della sua vittoria assoluta”; “Fonti egiziane di alto rango hanno rivelato ad Al-Akhbar che Il Cairo ha concordato con la leadership di Hamas sulla necessità di sostenere il legittimo diritto alla resistenza e di collegare qualsiasi discorso sul disarmo a una soluzione politica globale che porti alla creazione di uno Stato palestinese”. “Le fonti hanno aggiunto che i mediatori regionali, come la Turchia, hanno anch’essi espresso la loro piena comprensione della necessità per i palestinesi di mantenere il loro diritto a difendersi con tutti i mezzi legittimi, inclusa la lotta armata, fino alla creazione di uno Stato palestinese con istituzioni unificate, un’unica autorità decisionale e un arsenale unificato”.
Intanto, per la serie “sionisti che ammazzano gente a giro”, vi segnalo questa bella inchiesta di Electronic Intifada sul presunto ruolo di Israele nella cospirazione che ha portato alla morte di JFK.
Gab
Si infittisce il mistero del rapporto tra Stati del blocco imperialista, con Teheran Times che rivela il diretto coinvolgimento tedesco nella guerra dei 12 giorni:

“Un membro dell’esercito israeliano a conoscenza della questione ha detto all’intelligence iraniana che un gruppo di forze militari tedesche era di stanza in Israele su richiesta del regime durante la guerra dei 12 giorni. Hanno partecipato a operazioni militari, in base a un accordo che imponeva a Israele di mantenere segreto il coinvolgimento della Germania. L’accordo è stato stipulato in via confidenziale tra i comandanti tedeschi e israeliani, ma è stato ottenuto dagli iraniani”; se la notizia fosse in qualche modo confermata, sarebbe un doppio problema per Berlino:
1- Il governo tedesco non potrebbe inviare truppe all’estero motu proprio.
2- Sarebbe il secondo attacco sostenuto dalla Germania contro la Repubblica Islamica (il primo risalirebbe ai tempi della guerra Iraq-Iran, in cui la Germania federale riforniva di armi chimiche l’allora amico Saddam Hussein) – qui il link.
L’Asia occidentale è però comprensibilmente concentrata sul cessate il fuoco a Gaza, con significative differenze all’interno della stampa: Al-Jazeera si sofferma sull’importanza e su come gli USA abbiano dovuto calcare la mano per imporre ad Israele l’accordo; Trump avrebbe fermato Netanyahu e detto “O così, o prosegui da solo“. L’emittente qatariota parla apertamente di bullismo degli Stati Uniti nei confronti di Tel Aviv: qui il link agli aggiornamenti in tempo reale, dove si susseguono riflessioni di questo tenore da parte di vari analisti. Completamente diversa la posizione di The Jerusalem Post che, invece, parla di intesa, parole dense e cariche di emozione tra i due leader: il Presidente degli Stati Uniti e il Primo Ministro israeliano si sarebbero reciprocamente congratulati per il raggiungimento dell’accordo (qui link). Netanyahu invita Trump alla Knesset, forse per ottenerne il supporto davanti alla scalpitante estrema destra oltranzista: il giornale della destra sionista si concentra sull’accoglienza degli ostaggi una volta liberati; l’idea è di puntellare in qualche modo la tenuta della società israeliana garantendo continuità al governo anche in assenza di conflitto: altri articoli in merito qui e qui.
Significativa la scelta di Daily Sabah, il media turco che, nella prima mattina del 9 ottobre, parla in homepage di Siria e accordi anti-ISIS Ankara-Damasco, conservando solo un articolo di ieri in cui si parla di cauto ottimismo per le trattative egiziane.

Conclude Haaretz parlando dei meriti di Donald Trump e delle reazioni nella società israeliana, in particolare tra le famiglie degli ostaggi: qui il link.










