Il Marru
Diario di bordo della guerra civile USA: siamo nei sobborghi dell’area metropolitana di Flint, la città della General Motors, il luogo che la sapiente macchina da presa di Michael Moore ha trasformato nell’icona stessa del declino della Rust Belt; nella piccola frazione di Grand Blanc si trova un’importante chiesa mormone, dove si sta celebrando la consueta, partecipata, riunione sacramentale domenicale. Sono le 10 e 30 quando, ad un tratto, si sente uno schianto: un veicolo si è schiantato a tutta velocità contro la porta d’ingresso; subito dopo comincia a divampare un incendio, ma non c’è neanche il tempo per realizzare cosa stia succedendo che un uomo esce dal veicolo con in mano un fucile d’assalto e apre il fuoco alla rinfusa sulla folla. Al momento il bilancio sarebbe di 4 morti e 8 feriti; a quanto risulta, l’uomo, rimasto ucciso subito dopo in uno scontro a fuoco con la polizia, sarebbe un quarantenne di nome Thomas Jacob Sanford e sarebbe un veterano: dal 2004 al 2008 avrebbe servito gli USA da marine nell’invasione dell’Iraq. Quattordici ore prima, nella Carolina del Nord, si era verificata un’altra sparatoria che avrebbe causato 3 morti e 5 feriti e, anche in quel caso, il protagonista sarebbe un ex marine che ha prestato servizio in Iraq. Mormoni, Rust Belt e veterani impazziti: più paradigmatico di così si muore.
A proposito di crimini di guerra in Iraq, se chi è stato costretto a compierli in prima persona sbrocca di testa, chi li ha commissionati, invece, sembrerebbe essersi rifatto una verginità e passarsela decisamente di lusso: è il caso di Tony Blair, uno dei più spregiudicati criminali di guerra degli ultimi decenni, che, come saprete, adesso punta a coprire un ruolo di primo piano nel post-pulizia etnica dei palestinesi a Gaza; sarebbe lui la persona incaricata di portare a termine il piano in 21 punti proposto da Forrest Trump ai leader arabi e musulmani. Come ha scritto George Galloway su X, “Una volta che è stato chiaro che Satana era occupato altrove, Tony Blair è diventata la scelta più ovvia per governare Gaza in nome di Trump e Netanyahu”. Il giorno dopo George Galloway (7 volte parlamentare e leader del Partito Britannico dei Lavoratori) e la moglie Gayatri venivano sequestrati per 9 ore dall’antiterrorismo presso l’aeroporto di Gatwick, senza possibilità di richiedere assistenza legale; secondo quanto dichiarato dallo stesso Galloway durante il suo talk show, i due attivisti sarebbero stati fermati mentre stavano rientrando da Abu Dhabi: gli sono stati confiscati telefoni e portatili e sono stati sottoposti a un interminabile interrogatorio, in particolare relativamente alle loro posizioni su Russia e Cina.
Il tema della svolta autoritaria delle democrazie occidentali è sempre più impellente: sabato Forrest Trump ha annunciato l’invio di truppe a Portland contro quelli che ha definito i “terroristi interni” – i colleghi statunitensi di Galloway, insomma. All’inizio della settimana scorsa, aveva fatto aggiungere il gruppo Antifa alla lista delle organizzazioni terroristiche; lo so, scritto così sembra da scemi: non esiste nessun “gruppo Antifa”. Non sapevo come altro scriverlo, come – d’altronde – non sapeva cosa scrivere Forrest Trump nel suo ordine esecutivo: sia nel caso di Galloway che nel caso degli Antifa, si tratta di pure e semplici intimidazioni, completamente al di fuori di ogni quadro legale.
Nel frattempo, il tentativo disperato di Trump di isolare ad ogni costo la Cina, ricorrendo a minacce e ritorsioni di ogni genere, non sta funzionando esattamente benissimo: lo sottolinea Bloomberg, che segnala come “I gestori finanziari globali stanno tornando in Cina dopo anni di avversione” e come “I dati ufficiali mostrano un aumento degli afflussi esteri in tutte le classi di attività, un progresso coordinato che si è verificato solo in 3 degli ultimi 10 anni”. Negli ultimi 3 anni, lo scoppio della bolla immobiliare e “le prolungate misure repressive” (tradotto: lo scandaloso fatto che in Cina, quando le mega-corporation provano a stabilire un centro di potere in competizione con quello dello Stato centrale, lo Stato interviene tempestivamente) avevano scatenato una fuga degli investitori esteri, ma “Il rally azionario onshore di quest’anno, che ad oggi ha comportato una crescita di 2.700 miliardi di dollari di capitalizzazione, alla fine si sta rivelando troppo forte per essere ignorato”. “Siamo ben lontani dagli anni difficili successivi al picco del 2021, quando alcuni gestori patrimoniali affermavano che la Cina non valeva il rischio”, sottolinea Bloomberg: “Ora il tono è cambiato, e sembra essere tornato un nuovo clima di fiducia, stimolato dalle capacità cinesi in termini di intelligenza artificiale e dalla resilienza economica dimostrata di fronte alle restrizioni statunitensi”
A condividere la fiducia sulle magnifiche sorti e progressive dell’economia socialista di mercato cinese è anche il fondatore di NVIDIA, Jensen Huang, che è convinto che nella corsa alla leadership nel settore dei chip di ultimissima generazione, ormai la Cina sia solo “nanosecondi indietro” rispetto agli USA; con il vantaggio che si riduce giorno dopo giorno, Huang vuole convincere Washington a dargli il via libera a esportare senza restrizioni in Cina, perché rinunciare alla gigantesca domanda cinese significa darsi la zappa sui piedi.
Gab
Alla fine, molto timidamente, la tirata di orecchie di Donald Trump è arrivata al caro Bibi Netanyahu: poco prima di incontrarlo il presidente USA ha detto “Non permetterò che venga annessa anche la Cisgiordania, per ora è abbastanza”, impressione confermata (subìta?) a Tel Aviv anche a fronte del caos internazionale e dell’ultima riunione ONU, trasformata in uno scontro di pugilato con la destra imperiale all’angolo. Così riporta il The Jerusalem Post: “Netanyahu ha detto loro che questo non è il momento giusto per applicare la sovranità. Ricordate l’era Obama; ora abbiamo un presidente comprensivo e dobbiamo navigare in una realtà molto complessa“. Non meglio le cose dal fronte Hamas: Eyal Ofer, esperto economico del gruppo politico, ha detto che Hamas è ben lungi dall’essere estirpata e che, anzi, in cinque o dieci anni potrebbe diventare rappresentante dell’intero popolo palestinese; il partito è consapevole di poter perdere il controllo di Gaza a causa dell’intervento israeliano, ma sarà solo un passaggio temporaneo.
Gatte da pelare anche in Siria per il ciuffo più biondo della Casa Bianca: da un lato, Al Shara all’ennesima transizione di personalità (ora leader internazionale); dall’altro, Tel Aviv e la sua sete di terra che pretende un corridoio umanitario per collegare il Golan (occupato) alla regione drusa. Rendere autonomi e sotto protezione israeliana i drusi darebbe semaforo verde per fare altrettanto ai curdi, e questo lascerebbe scontenta la Turchia; anche qui Donaldo prende tempo e forse rimpiange i bei giorni in cui non era presidente e poteva fare post al vetriolo che, tutto sommato, facevano ridere…
Ale
Il partito filo-europeista al governo in Moldavia, il Pas, ha vinto le elezioni parlamentari con oltre il 50 % dei voti, superando i suoi rivali e confermando così la presidenza di Maia Sandu; il “blocco patriottico” formato da partiti socialisti e comunisti contrari all’entrata del Paese nella Ue e NATO scettici si è fermato al 25 % dei voti. L’affluenza alle urne si è attestata intorno al 52%, simile a quella delle ultime elezioni.
Le elezioni sono state accompagnate, in Occidente, dalle solite mai provate accuse di ingerenze russe nel voto e dalla solita retorica per la quale, nel Paese, da una parte ci sarebbe una componente moderna, progressista e aperta al futuro che ama la Ue e la NATO e, dall’altra, una retrograda, filorussa e reazionaria, incarnata dalla figura dell’ex presidente Igor Dodon, leader del Partito Socialista e della coalizione del blocco patriottico; proprio Dodon, poche ore fa, ha invitato la gente a “protestare pacificamente” accusando invece il Pas di aver rubato voti.
Ma è a urne aperte che era arrivata una vera e propria bomba sulla narrazione occidentale: su X, il 41enne Durov, arrestato nell’agosto 2024 a Parigi e rilasciato a marzo 2025 quando si è recato a Dubai, ha scritto esplicitamente che il governo di Emmanuel Macron gli avrebbe fatto pressione per eliminare dei canali presentati come potenzialmente diffusori di disinformazione, o, in altre parole, di poter danneggiare le chances della presidente europeista Maia Sandu di mantenere il potere. Durov ha scritto che “ I servizi segreti francesi mi hanno contattato tramite un intermediario, chiedendomi di aiutare il governo moldavo a censurare alcuni canali Telegram in vista delle elezioni presidenziali”; per il fondatore di VK e Telegram, un funzionario dell’intelligence transalpina gli promise un aiuto di fronte ai giudici in caso di collaborazione. Durov ha rivelato di aver ordinato un’indagine a Telegram ritrovando una manciata di canali problematici, prontamente rimossi, salvo poi rifiutarsi di intervenire su una seconda lista comprendente canali che, spiega, “erano legittimi e pienamente conformi alle nostre regole”.
Sul fronte interno, il governo continua ad essere in grave difficoltà e imbarazzo per la missione della Flotilla: le 42 imbarcazioni umanitarie che hanno deciso di proseguire verso la Striscia navigano, al momento, ancora in acque internazionali e prevedono di arrivare giovedì prossimo; il governo italiano spera però ancora di convincerle a desistere e ha invitato la spedizione a non forzare il blocco navale israeliano quando le imbarcazioni arriveranno nelle acque vicino Gaza (che Israele considera illegalmente acque israeliane). Ieri, Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha convocato alcuni membri del Global Movement to Gaza, capitanati dalla portavoce italiana Maria Elena Delia per ribadire questo punto e ha poi dichiarato: “È fondamentale che il vostro impegno non si traduca in atti che non porterebbero ad alcun risultato concreto, ma che al contrario rischierebbero di avere effetti drammatici con rischi elevati ed irrazionali. Qualora la Sumud Flotilla decidesse di intraprendere azioni per forzare un blocco navale si esporrebbe a pericoli elevatissimi e non gestibili, visto che parliamo di barche civili che si pongono l’obiettivo di forzare un dispositivo militare”. Come ci ricorda il nostro Paolo Demontis con i suoi aggiornamenti in tempo reale dalla Flotilla, la spedizione sembra però intenzionata a continuare.









