La Guerriglia di Milano: non ripetono altro da ieri pomeriggio





Va a finire che qualche sprovveduto ci crede davvero… Puntare i riflettori su qualche piccolo incidente per distogliere l’attenzione dal messaggio politico che emerge dalle piazze è l’arma di distrazione più antica del mondo; oltre a essere molto efficace con i vecchietti ossessionati dal decoro e dall’ordine pubblico – che, non andrebbe mai dimenticato, rappresentano la maggioranza del Paese – il dibattito che segue coinvolge spesso anche chi sostiene le mobilitazioni: saranno stati degli infiltrati? Saranno degli ebeti? Oppure fanno bene, che tanto l’importante è che se ne parli? Insomma: niente di inedito, a parte la quantità; e la quantità è qualità. Il punto è che le dimensioni della mobilitazione di ieri, quelle sì, sono state inedite, oltre ogni più rosea aspettativa; e vedere tutti che si affannano nel tentativo di mascherare, in ogni modo possibile immaginabile, questo gigantesco dato politico con le solite puttanate su 30 ragazzetti scalmanati che rovesciano 4 cestini dell’immondizia, infiltrati o meno, fa riflettere: certo, su quanto sia difficile rompere monopolio dei mezzi di produzione del consenso da parte del partito unico dei servetti dell’imperialismo USA e del suo braccio armato sionista, ma anche su quanto siano anche loro in difficoltà e in affanno, a corto di colpi di scena narrativi in grado di rafforzarne l’egemonia. Comunque, delle manifestazioni di ieri e della propaganda di regime parleremo in dettaglio nel Non Tg delle 13 e 30 e nel Pippone delle 19.
Nel frattempo, ovviamente, il mondo non s’è fermato a contare le centinaia di euro di danni causati da 30 manifestanti: con un giorno di anticipo rispetto all’inizio della settimana conclusiva dell’ottantesima assemblea generale dell’ONU, ieri a New York si sono ritrovati i leader dei principali alleati storici degli USA; l’occasione è stato il vertice organizzato da Francia e Arabia Saudita. L’obiettivo: sostenere la creazione di uno Stato palestinese. “Dobbiamo aprire la strada alla pace”, ha affermato il presidente francese Emmanuel Macron, tra gli applausi dei presenti e una standing ovation della delegazione palestinese: “Oggi la Francia riconosce lo Stato di Palestina“; è l’ultimo outing dopo quelli recenti di Gran Bretagna, Canada, Australia, Portogalli, Belgio e molti altri ancora. Lo Stato terrorista di Israele, tramite il suo ambasciatore alle Nazioni Unite Danny Danon, ha fatto sapere che ci saranno delle conseguenze, e che saranno annunciate direttamente da Bibi O’ Criminale quando arriverà a New York: annuncerà nuovi insediamenti illegali? Ufficializzerà l’annessione ufficiale del territorio della Cisgiordania, occupato illegalmente fino ad oggi?
Abbas, leader dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha affermato che verrà formato un governo per Gaza e Cisgiordania, che escluderà Hamas; tecnicamente, quindi, una dittatura con il sostegno dei nuovi convertiti sulla via di Damasco nel riconoscimento dello Stato di Palestina. A USA e Israele (e Italia, che, insieme alla Germania, si conferma il Paese più arretrato dell’eurozona, e quello in assoluto più subalterno ai diktat della lobby sionista), però, non è bastato: ad Abbas non gli hanno manco dato il visto per recarsi a New York e, comunque, hanno sottolineato che di riconoscere uno Stato a quei beduini non se ne parla. “Sarebbe un premio al terrorismo”; è la linea dettata dai suprematisti di Tel Aviv e fatta propria da Washington e Roma. Ad oggi, ad essersi espressi a favore del riconoscimento sono circa 150 Paesi su 193: fino ad oggi, tra i grandi assenti spiccavano i Paesi europei che, come ricorda Bloomberg, hanno “sostenuto per anni che la creazione di uno Stato palestinese dovesse essere accompagnata da negoziati con Israele”; “Ora la situazione è cambiata, con due pesi massimi, Gran Bretagna e Francia, che si sono fatte avanti con il riconoscimento unilaterale della Palestina. L’anno scorso, Irlanda, Norvegia e Spagna hanno fatto lo stesso”. E “il Giappone, che per decenni ha spesso collaborato con gli Stati Uniti su questioni di rilevanza globale, ha indicato lunedì che un annuncio di riconoscimento della Palestina era imminente”; “Non è una questione di se, ma di quando”, ha dichiarato il ministro degli esteri giapponese Iwaya Takeshi. Secondo Bloomberg, le resistenze dello Stato canaglia di USraele sarebbero molto concrete: “Gli esperti di diritto internazionale”, scrivono, “affermano che i Paesi che stabiliscono relazioni formali con la Palestina potrebbero essere costretti a limitare alcuni scambi commerciali con Israele per rimanere in regola con i propri obblighi nei confronti della Palestina”; per questo principalmente l’accelerazione verso il riconoscimento viene letto, fondamentalmente, come uno strumento per fare pressione su Israele affinché fermi il genocidio. La costituzione dello Stato di Palestina ha bisogno di essere vidimata dal Consiglio di Sicurezza, dove però Washington ha potere di veto, che ha già utilizzato l’anno scorso quando alla Casa Bianca c’era ancora rimbamBiden; su una cosa, comunque, due grandi sostenitori del diritto di Israele a sterminare chiunque come Tajani e Marco Rubio hanno ragione: difficile riconoscere uno Stato quando non ci sono le condizioni materiali per costruirlo. Loro lo dicono semplicemente nel senso che prima bisogna assicurarsi che sarà una dittatura guidata da una classe dirigente organica all’imperialismo USA e al sionismo, incapace di esercitare una qualche forma di autonomia.
Ma anche se non siete sostenitori dello sterminio dei bambini palestinesi, il problema rimane: qui Reuters descrive in modo dettagliato come Israele abbia già, di fatto, annesso la Cisgiordania e abbia impedito, probabilmente per sempre, materialmente di farne un’entità autonoma. Da questo punto di vista, l’accelerazione verso il riconoscimento dello Stato di Palestina, paradossalmente, può essere considerata una vera e propria trappola, l’unico modo per salvare il progetto sionista dalla follia autodistruttrice di Netanyahu; il timore che si fa sempre più strada è che, alla fine, perseguire la Grande Israele con la forza bruta contro tutti non possa che portare alla fine stessa dello Stato di Israele come progetto di occupazione coloniale e avamposto dell’imperialismo occidentale come lo conosciamo oggi. E, quindi, si rientra sostanzialmente nella dialettica tra il trumpismo e il vecchio establishment liberaldemocratico: da un lato l’idea che si possa ancora mantenere il dominio dell’Occidente e dei suoi proxy spacciando la puttanata dell’ordine basato sulle regole; dall’altro, l’idea che ormai l’era della dittatura del doppio standard sia terminata e l’unico modo per mantenere il dominio è consegnarci interamente all’uso più efficace e distruttivo possibile della forza bruta – insomma, Bibi e Forrest Trump, alla guida di Fare per Accelerare il Declino, vs l’establishment atlantico che non accetta di dover cambiare metodi. La speranza, ovviamente, è che entrambe le opzioni siano ormai fuori tempo massimo e nessuna strategia possa invertire il processo che porterà alla fine della dittatura plurisecolare dell’Uomo Bianco sul resto del pianeta.
Intanto, prosegue lo scontro tra USA e India: l’ultimo capitolo è il provvedimento di Forrest Trump che ha introdotto una tassa da 100 mila dollari sui visti concessi a lavoratori con particolari competenze tecniche; il punto è che oltre il 70% di questi visti, fino ad oggi, venivano concessi a lavoratori indiani. La capacità di drenare talenti dal resto del mondo è una delle forme peculiari di tributo imperiale più importanti per il successo USA nei settori tecnologici più avanzati: in passato, sono arrivati negli USA, grazie a visti H-1B, imprenditori e manager di successo come Satya Nadella di Microsoft o lo stesso Elon Musk. Come spesso accade, gli effetti di questa iniziativa potrebbero non essere esattamente in linea con la volontà di Make America Great Again: secondo l’Economist, con questa mossa si rischia di “accelerare l’offshoring in India e altri Paesi”; “La perdita del visto H-1B in America è una grande guadagno per l’industria tecnologica indiana” ribadisce Asia Times.
D’altronde Trump non è che può salvare tutti: c’ha già da pensare a Milei. Negli ultimi giorni, come avevamo ampiamente previsto qualche giorno fa in questa intervista con l’economista Roberto Lampa, dopo la debacle elettorale di Motosega Milei, travolto da millemila scandali raccapriccianti, contro il Peso argentino si è scatenata una pressione crescente; ieri, finalmente, è intervenuto sul suo profilo X Scott Bessent, di persona personalmente: per salvare il culo al nostro Pinochet dei poveri, siamo “pronti a fare tutto il necessario”. Per mantenere il Peso dentro lo spettro concordato con l’FMI, la Banca Centrale si è dovuta letteralmente svenare, e le risorse sono agli sgoccioli; con la sua uscita, Bessent ha cercato di rassicurare i mercati: quando finiranno le risorse ci penseremo noi. E tanto è bastato per dare una boccata di ossigeno; difficile pensare, però, che basterà a lungo: sarà disposta Washington ad andare oltre le promesse e a mettere mano al portafoglio pur di salvare il nuovo inquietante laboratorio politico del neoliberismo più spregiudicato?
Last but not least, dopo l’annuncio dell’investimento da 5 miliardi in Intel, NVIDIA torna a fare da salvagente alla bolla AI USA annunciando un mega-investimento da addirittura 100 miliardi di dollari in OpenAI : “Le aziende hanno annunciato l’accordo lunedì, affermando di aver firmato una lettera di intenti per un accordo strategico. L’investimento è finalizzato ad aiutare OpenAI a costruire data center con una capacità di almeno 10 gigawatt di potenza, dotati dei chip avanzati di NVIDIA per addestrare e implementare modelli di intelligenza artificiale”; secondo l’Economist, si tratta di una “scommessa”, che “solleva più domande di quante risposte fornisca”.











Propio così tutti uguali quanta carta sprecata …………. saluti Graziano
daje Marrucci
daje Marrucci