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Tag: sciopero

Distribuzione nel caos – ft. Mattia Scolari

Oggi per la rubrica #8ore i nostri Irene e Gabriele intervistano Mattia Scolari (CUB) per parlare dell’odierna protesta indetta dal settore commercio e distribuzione in Lombardia e dei problemi del settore (precariato, rinnovo contratti e stipendi non in linea col costo della vita). Buona visione!

#Lavoro #1maggio #Sciopero

Così la Margaret Thatcher de noantri distrugge Poste Italiane

Ricordate il miracolo italiano? L’intervento pubblico e quelle sane politiche espansive che hanno fatto grande il nostro paese? Ecco, come le avete ricordate, ora dimenticatele: ci pensa lei, la Margaret Thatcher de noantri che, peggio di Attila, vuole distruggere tutto e tutti. Per essere un governo sovranista, hanno praticamente deciso di radere al suolo tutto ciò che di sovrano avevamo nel paese; neanche le cavallette avrebbero fatto peggio. Ora è il turno di Poste Italiane: un servizio pubblico universale, azienda che conta migliaia di dipendenti, custode di risparmi di famiglie e pensionati; troppo bello per durare… Arrivano i sovranisti alla carbonara (senza offesa per l’ottima carbonara) a distruggere tutto. Ne parliamo con Alberto Grella della CUB per motivare anche l’imminente sciopero.

Guerra al lavoro: sciopero ferrovie

Ottolina torna a parlare di lavoro, oggi ci concentriamo sulla situazione delle ferrovie.
A pochi giorni dello sciopero dei manutentori ferroviari, abbiamo deciso di parlare con lavoratori di tutta Italia (Bologna, Firenze, Milano, Roma) del settore per avere un quadro della protesta, cause e partecipazione. Ancora una volta le compagnie private prediligono comprimere salari e qualità del lavoro, invece di investire e aprire al dialogo; ancora una volta nel silenzio generale dei media, si combatte una battaglia di quella guerra tra capitale e lavoro che ci riguarda tutta nel nostro quotidiano.
Buona visione!

MALPENSA BLOCCATO: con lo sciopero è guerra al declino industriale del paese

Oggi parleremo con Gianni Cervone della CUB e Paola Marchi della USB dello sciopero in corso nel settore handling di Malpensa. Al quinto giorni di sciopero i lavoratori continuano a rimanere uniti nonostante l’opposizione compatta delle istituzioni, dei sindacati nazionali e dell’azienda. Un nuovo fuoco divampa nel conflitto tra imprese e lavoro, portando alla luce il ritardo della legislazione italiana sul diritto di sciopero e mostrando la miopia politica e imprenditoriale della nostra classe dirigente, completamente allo sbando e mancante di visione per un piano industriale solido.

LO SCIOPERO NEGATO: chi vuole vietare lo Sciopero Generale e come fargliela pagare

“CGIL FUORILEGGE” (Il Giornale); “Sindacati selvaggi. Sciopero illegale. La CGIL blocca l’Italia” (Libero); “I sindacati si mettono fuorilegge. La sinistra appoggia la rivolta” (La Verità).
La propaganda filo – governativa ieri, finalmente, si è potuta dedicare con tutta l’enfasi possibile immaginabile alla sua vera grande missione fondativa: la guerra senza quartiere a ogni tentativo del mondo del lavoro di tornare a organizzarsi e tentare di strappare qualche briciola dal banchetto che il governo degli svendi – patria ha imbastito per i ceti parassitari che lo sostengono. Prima ancora che una questione concreta e materiale, per la destra stracciona dei finto – sovranisti è una questione ideologica e di identità, da sempre; è il cuore della retorica squadrista che sola giustifica il sostegno a questo governo di pagliacci inconcludenti della sua base sociale: l’Italietta dei wanna be Briatore che si sono comprati il SUV con i soldi evasi al fisco e sottratti alle buste paga di lavoratori precarizzati e senza diritti o assunti in nero.

Lama, Carniti e Benvenuto con Sandro Pertini

Per incendiare questa foga retorica a favore delle telecamere basta pochissimo: in questo caso, è bastato un primo timidissimo accenno da parte di CGIL e UIL di tornare finalmente a parlare dei salari dei lavoratori italiani, di gran lunga i più vessati e tartassati di tutto l’occidente globale da 30 anni e, con una buona dose di responsabilità proprio da parte dei sindacati stessi, tra i più docili e refrattari a ogni forma di conflitto del vecchio continente. Dopo aver incassato una mazzata dietro l’altra senza muovere foglia, finalmente per venerdì prossimo hanno convocato uno sciopero generale. Lo hanno fatto, ancora una volta, in punta di piedi, come per obbligo e senza troppa convinzione, quasi timorosi di fare davvero quello che uno sciopero generale dovrebbe fare: bloccare il paese, creare disagi enormi a tutti e costringere tutti a rimettere il lavoro in testa alle priorità. Uno sciopero generale monco, senza settori fondamentali come l’acqua, i carburanti, l’elettricità, le telecomunicazioni, le pulizie, i multiservizi e molti altri ancora, eppure più che sufficiente per far scendere sul piede di guerra le istituzioni post democratiche dell’Italia ai tempi della svolta neo – autoritaria: è la famigerata Commissione Garanzia Sciopero, istituita con il consenso e la complicità dei sindacati confederali stessi ormai oltre 30 anni fa e che è il vero e proprio braccio armato del governo contro l’esercizio del diritto alla libertà di sciopero. Di nomina governativa, la commissione si può avvalere di una quantità infinita di regole e regolette create ad hoc per limitare la libertà di sciopero, fino – appunto – a rendere lo sciopero generale sostanzialmente impossibile, una barzelletta. Quando ci sono governi amici, a prescindere dalle mazzate che vengono date ai lavoratori, a non scioperare sono i sindacati e quando – finalmente – al governo c’è una maggioranza politica avversa, e quindi i sindacati provano timidamente a rialzare la testa, ecco che interviene la commissione che lo sciopero lo vieta, o, nella migliore delle ipotesi – ricorrendo alla retorica dei servizi essenziali da garantire sempre e comunque – gli impedisce di creare proprio quei disagi per cui è nato e, quando c’era ancora la democrazia, è sempre stato ritenuto sacro. Per smontare lo sciopero generale di venerdì, a questo giro, addirittura è bastata la vicinanza temporale con tre scioperi indetti in precedenza per il 24 novembre da altre 3 sigle sindacali che niente hanno a che vedere con CGIL e UIL nei settori del trasporto aereo, dell’igiene ambientale e dei vigili del fuoco. Non è una battuta: dopo anni di pace sociale, nonostante ci abbiano rubato tutto, il primo timido sussulto di dignità venerdì prossimo va impedito perché, per la settimana successiva, 3 sindacati minori avevano già dichiarato lo sciopero dell’handling del trasporto aereo, dei lavoratori dell’igiene ambientale e dei pompieri.
Una debacle totale, a meno che non saremo in grado di dimostrargli che, a questo giro, hanno pestato una bella merda: hanno voluto trasformare uno sciopero generale monco di due sindacati confederali in una prova di forza tra l’1% e il 99%. Facciamogli vedere che hanno sbagliato; per un giorno, mettiamo da parte tutte le nostre perplessità – che a noi per primi di sicuro non mancano – e facciamoli pentire di aver anche soltanto pensato di poter impedire con la forza al popolo di rivendicare i suoi diritti. Venerdì invadiamo le piazze e le strade di tutta Italia, con la bandiera del lavoro in una mano e quella palestinese nell’altra. LAVORO E PACE! PACE E LAVORO! A oltranza, fino a che non li abbiamo mandati tutti a casa.
“Il golpe di CGIL e UIL”. Così lo ribattezza a 6 colonne Il Giornale: il golpe. La campagna per il ribaltamento della realtà della destra reazionaria e stracciona del bel paese prosegue a passo spedito; la decisione della commissione di garanzia per gli scioperi di ostacolare con ogni mezzo necessario la mobilitazione indetta per venerdì prossimo è, palesemente, una decisione tutta politica. Non potrebbe essere altrimenti: i vertici della commissione, infatti, sono di nomina politica e hanno il mandato di ostacolare ogni forma di dissenso nei confronti del governo in carica e, per farlo, hanno a disposizione una selva di regole e regolette che si sono andate moltiplicando negli anni – con la connivenza del sindacato confederale stesso – e che hanno il solo obiettivo di rendere lo sciopero un’arma spuntata, sempre più incapace di creare al paese quel disagio necessario per imporre le proprie rivendicazioni nell’agenda politica.
Che quella della destra sia una campagna a tutto tondo contro il diritto di sciopero in sé non viene neanche tanto dissimulato; sotto l’accusa di golpismo ai sindacati per voler esercitare il diritto di sciopero, infatti, c’è una brillante analisi di Felice Manti, caporedattore centrale della testata fondata da Indro Montanelli e con alle spalle un en plein di tutto rispetto nel gotha del giornalismo antipopolare italiano, dal Foglio a Libero: “in ventiquattr’ore” sottolinea “si brucia lo 0,5 per cento del PIL. E’ arrivato il momento di rivederne la regolamentazione”. Magari per abolirne il diritto tout court.
Un posto d’onore nella rubrica “cose che dice la destra che sarebbero una figata se solo fossero vere” spetta anche a Libero: “I sindacati calpestano leggi e Costituzione” titola a sei colonne. Bellissimo: sono 70 anni che infamano la Costituzione socialista e contraria alle libertà individuali per come le possono concepire questi australopitechi pre – umani ma oggi, però, la vogliono difendere contro i lavoratori. “La loro strategia” continua l’articolo “è cercare di paralizzare l’Italia per un mese” e La Verità rilancia “La sinistra appoggia la rivolta”. Mammagari! In realtà, paralizzare tutto fino a che non si ottiene qualcosa di concreto dovrebbe essere esattamente la logica degli scioperi generali, e non solo: nel mondo anglosassone, tra personale sanitario nel Regno Unito e lavoratori dell’automotive americano e autotrasportatori negli USA, ultimamente ne abbiamo avuto qualche bella dimostrazione che si è conclusa con rinnovi contrattuali da capogiro. E in Germania, segnala sempre la commissione, “a marzo e aprile 2023, alcuni dei sindacati maggiormente rappresentativi hanno proclamato numerosi scioperi nei trasporti pubblici al fine di rivendicare un aumento dei salari del 10%, causando una paralisi pressoché totale della circolazione”. Nell’Italia della concertazione, è fantascienza; lo dice candidamente la commissione stessa: “nei servizi pubblici essenziali” si legge “va rivelato come le confederazioni ricorrano allo sciopero raramente”. E sempre meno: contro i “1617 scioperi effettuati nel 2017” ricorda sempre la commissione, nel 2022 siamo scesi a quota 1.129, e si vede. In tutto l’Occidente collettivo, in termini di perdita del potere d’acquisto dei salari l’Italia non teme confronti; una quantità gigantesca di ricchezza che, dalle tasche dei lavoratori, si è spostata nei conti cifrati nei paradisi fiscali dei prenditori, perché il punto sta proprio anche qui. Tornare a far sentire la voce del lavoro è una priorità non solo – ovviamente – per i diretti interessati ma per tutto il paese, che è ormai in pieno declino economico.
E graziarcazzo: se i lavoratori – con i soldi che hanno in tasca – fanno ripartire l’economia nazionale, i prenditori – con i soldi che gli hanno fottuto – l’unica cosa che fanno ripartire sono i mercati speculativi d’oltreoceano, ma non raccontatelo a Libero che, pur di prendere a mazzate il lavoro salariato per sottolineare a quel manipolo di padroncini evasori che lo leggono da che parte sta, è ben contento di contribuire a devastare l’economia dello stivale.

Il compagno Luigi Sbarra (CISL)

O, se proprio – comprensibilmente – con quelli di Libero vi rifiutate di parlare, ditelo almeno al compagno Luigi Sbarra, il segretario di quella gigantesca azienda macina – prebende che è la CISL. “Vedo tante polemiche” ha dichiarato a Rai Radio 1 “e nessuno che dice che in Italia le regole sullo sciopero sono molto chiare, a garanzia sia dei cittadini, che del sindacato”. Sì, certo: del tuo. E questo, comunque, è un altro motivo più che valido per mettersi alle spalle – per un momento – tutte le polemiche e venerdì scendere in piazza senza se e senza ma al fianco di CGIL e UIL, nonostante tutti i distinguo. La partita tra le sigle sindacali, infatti, è piuttosto chiara: un fallimento della mobilitazione – con l’aiutino delle forze repressive dello stato neo – autoritario – sarebbe una grande vittoria per la linea collaborazionista del peggior sindacato italiano. Ma non solo: sarebbe anche una vittoria per tutti quei burocrati piddini della CGIL e della UIL che sulla necessità di tornare al conflitto tirano il freno a mano, o, ben che vada, sostengono l’agenda Draghi esattamente quanto la Meloni e gli svendi – patria al governo, ma vorrebbero gestirla direttamente loro.
Ora, dopo questo pippone, è inutile che ci sommergete di commenti su quanto anche CGIL e UIL siano impresentabili – più o meno – tanto quanto gli altri; non ce n’è bisogno: ne siamo perfettamente consapevoli. Qualche settimana fa, a presa in culo, avevamo pubblicato questo meme:

Apriti cielo: lesa maestà! “Va beh” ha commentato uno storico leader sindacale “un po’ mi dispiace, ma metterò Ottolina Tv fra i leoni del web”. “Vi vedo peggiorati” ha commentato un’altra utente di Facebook, “la satira dovrebbe colpire il potere, no? Prima di commentare, fatevi un esame di coscienza”. A parte la permalosità un po’ fuori luogo per una battuta, però, tutto sommato non erano del tutto critiche infondate: che i confederali non siano nemmeno lontanamente il sindacato di cui avremmo bisogno, credo non ci possano essere grossi dubbi. Qualche dubbio in più, però, è sull’alternativa concreta, ma non solo: se molti dei commenti a quel meme ci criticavano, infatti, una bella fetta andava oltre le nostre intenzioni e rivelava, se mai ce ne fosse stato bisogno, un problema grosso come una casa. Se c’è una fetta consistente di lavoratori incazzati come bisce che vorrebbero più sindacato e più conflitto, infatti, il senso comune – spesso anche tra quelli che possono essere interessati a un canale di controinformazione come il nostro e, ancora di più, altri canali simili al nostro ma con le idee, se possibile, ancora più confuse – purtroppo va in tutt’altra direzione. Non è tanto la politica della CGIL ad essere messa – e ci mancherebbe altro – in discussione e neanche la CGIL in quanto tale, ma proprio – addirittura – il ruolo stesso del sindacato e dei sindacalisti: è in assoluto la più grande vittoria dell’involuzione antropologica imposta da 30 anni di controrivoluzione neoliberista, una forma di primitivismo anarco – individualista che rappresenta il più gradito dei regali possibili per le oligarchie finanziarie e le élite politiche al loro servizio e che i grandi sindacati, per primi, hanno contribuito a realizzare. Il punto è che i grandi sindacati confederali sono diventati, prima di tutto, gigantesche strutture burocratiche che hanno come primo obiettivo la loro sopravvivenza; distributori di prebende, piccoli privilegi e opportunità di carriera varie, i grandi sindacati sono stati presi in ostaggio da una classe di burocrati che con i conflitti che attraversano il mondo del lavoro hanno – ben che vada – rapporti sporadici e occasionali, e organizzare il conflitto è diventata spesso una parte del tutto secondaria del loro lavoro (e per una bella fetta di loro una vera e propria scocciatura). La degenerazione burocratese delle grandi strutture è un fenomeno quasi naturale al quale nessuno ha trovato una soluzione davvero convincente, ma fino a che esisteva la democrazia moderna e lo Stato era il luogo del compromesso tra gli interessi di classi sociali diverse, questa degenerazione rimaneva tutto sommato tollerabile; il grande sindacato confederale, come pezzo dell’ecosistema istituzionale, non faceva le barricate, ma manco era al servizio della controparte. Ma dopo 30 anni di controrivoluzione neoliberista, che hanno trasformato lo Stato nello strumento per eccellenza a disposizione delle oligarchie per imporre i loro interessi egoistici su tutto il resto della società, la degenerazione burocratese è diventata insostenibile; le istanze del mondo del lavoro sono state espulse dal governo del paese e i lavoratori hanno bisogno come il pane di un sindacato che non sia un pezzo dello Stato che li opprime, ma un pezzo dell’anti – Stato che lotta al loro fianco. Da questo punto di vista, tutta l’indignazione che sale dal basso non è solo giustificata: è sacrosanta, almeno fino a quando non degenera in qualcosa di completamente diverso e ancora più reazionario di quello che vorrebbe criticare. A differenza dei giornalisti, infatti, che la controrivoluzione neoliberista ha avuto gioco facile a trasformare nelle più spregiudicate squadracce a difesa dell’ordine costituito e che oggi sono elevate a proprie e vere star del sistema mediatico, per la società post – democratica dove viviamo l’unico sindacalista buono è il sindacalista morto. Pur con tutte le loro degenerazioni, i sindacati – infatti – continuano ad essere essenzialmente un’eresia in mezzo a un mare di ortodossia neoliberista: sono il luogo dove, almeno formalmente, si riconosce il lavoratore come portatore di interessi suoi specifici e dove – a tutela di quegli interessi specifici – si cerca di dotarsi di un’organizzazione e di una struttura.

Orazio Ruscica, segretario del sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione

Il peggiore dei sindacati è sempre e comunque meglio di nessun sindacato: per questo, quando le condizioni concrete lo permettono, non scendere al fianco della sigla che fino al giorno prima hai infamato e denigrato – e a ragion veduta – non riesco a etichettarlo in altro modo che come settarismo e fuga dalla realtà. Ecco perché venerdì 17 noi come Ottolina saremo in tutte le piazze dove riusciremo ad essere al fianco di CGIL e UIL senza se e senza ma, e per farlo nel migliore dei modi abbiamo bisogno del tuo aiuto: chiunque aderirà a una delle tante manifestazioni di venerdì e volesse diventare inviato di Ottolina per un giorno, ce lo faccia sapere scrivendoci a [email protected]. Insieme cercheremo di organizzare una maratona per dare a questa fondamentale giornata di mobilitazione il risalto che merita e, magari, anche per provare a spostarne la piattaforma politica in un senso davvero compiutamente progressivo e a favore del 99%, a partire dal nesso inestricabile con la politica internazionale. La mobilitazione globale contro la guerra di Israele contro i bambini arabi, infatti, continua a crescere, e per venerdì 17 il network di shutitdown4palestine ha convocato un’altra giornata di lotta da Portland a Copenhagen. Anche in Italia, un po’ in ordine sparso, sono già state indette innumerevoli iniziative: dalla Sapienza di Roma all’università della Calabria, passando per Napoli. Noi, come Ottolina, faremo tutto quel poco che è in nostro potere per continuare a sottolineare come queste due mobilitazioni – alla fine – sono una cosa sola: dai salari, alle pensioni, alla pace, è arrivato il momento di tenere tutto insieme senza sconti, ma anche senza settarismi, per rilanciare finalmente davvero la lotta senza quartiere del 99% contro l’1%.
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E chi non aderisce è Matteo Salvini