Basta guerra civile. Volemose bene, altrimenti famo ‘na finaccia: dopo la prova di forza e di compattezza dei leader del Sud globale, le oligarchie USA che, dopo il trionfo elettorale di Trump, avevano scatenato una vera e propria guerra civile, hanno deposto l’ascia di guerra e tutte insieme appassionatamente sono andate a fare la questua nei Paesi del Golfo. Nel tentativo di affossare lo sviluppo economico e tecnologico cinese, Biden aveva imposto delle restrizioni drastiche all’esportazione dei chip di ultima generazione anche a una lunga serie di Paesi terzi, a partire proprio dalle petromonarchie che avevano dato numerosi segnali di essere troppo vicine a Pechino e sempre pronte ad assecondarla.
Trump le ha rimosse: in cambio, insieme al nuovo amico di scampagnate Larry Fink, ha chiesto 2500 miliardi di investimenti in 10 anni; dovranno arrivare dal surplus di dollari che ogni anno si ritrovano in mano i feudatari sauditi. E a gestirli sarà BlackRock: da essere il nemico giurato dei monopoli finanziari, nell’arco di un paio di settimane, dopo essere stato preso a sberle da mercati azionari e obbligazionari all’unisono, Re Donaldo si è nuovamente trasformato nel loro più umile servitore. I capitali hanno dimostrato di apprezzare, ma forse ormai il danno è fatto; la ricerca di nuove opportunità, più affidabili dell’insostenibile bolla statunitense, è già iniziata. Ci vorrà del tempo, ma il processo sembra irreversibile: ecco allora che Trump getta nel cassonetto la vecchia strategia negoziale, fatta di provocazioni e atti di forza, e di fronte ai petromonarchi si trasforma in un docile cagnolino disposto a tutto pur di assicurare capitali freschi sui mercati USA, pure a far incazzare come una biscia l’amico Netanyahu e le groupies del fascio-sionismo. Ne parliamo con Michelangelo Severgnini e Marco Carnelos.











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