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Tag: trump

Lo stato canaglia è Israele – Ft. Alberto Fazolo

Oggi con Alberto Fazolo nel consueto appuntamento del sabato: spazieremo dal Venezuela all’Iran, con nel mezzo Israele, Ucraina e prossime presidenziali USA. Sullo scacchiere internazionale aleggia una sempre più probabile presidenza Trump. Buona visione!

Trump #Iran #USA #Israele #Ucraina

L’impasse dell’impero dopo il capolavoro iraniano

Carissimi ottoliner, anche oggi, prima di passare alle cose serie, un brevissimo aggiornamento sulla nostra travagliata love story col bimbo prodigio dell’analismo geopolitico fai da te del Tubo, il dottor Parabellum 7 cervellum; grazie alla sua sconfinata cultura e alla sua irraggiungibile perspicacia, Parabellum 7 cervellum, infatti, è riuscito a dimostrare una cosa che ci mette profondamente in imbarazzo: facciamo giornalismo scandalistico e puntiamo alla pancia dei complottari più buzzurri con la favoletta del noncielodikono. La prova provata? E’ sotto i vostri occhi: il nostro motto, il media del 99% che voi ingenuotti pensavate fosse un tributo all’arcinoto slogan di Occupy Wall Street; non a caso voi siete sempre e solo i soliti poveri comunisti e Parabellum 7 cervellum, invece, è CEO di un celebre think tank e vi svela un segreto: “Prendi ad esempio la presentazione di Ottolina” ha raccontato sul canale di Iban Grieco, “loro dicono raccontiamo quello che il 99% della gente non vi racconta” e giù risate. “Cioè” continua “se lo dicono da loro: noi siamo portatori di quella verità alternativa. Io” conclude “non ho mai scritto una cosa del genere sul mio canale”; visto il livello culturale, direi che la cosa stupefacente è che – comunque – sa scrivere e, a quanto pare, anche in modo efficace: grazie a un suo reclamo, infatti, Youtube c’ha buttato giù per la seconda volta il video che lo riguarda. L’altra volta la scusa era il copyright, ora la privacy.
Non gli deve rodere poi tanto, dai; l’ha presa benissimo, talmente bene che, tra una crociata contro i complottisti e l’altra, ha anche elaborato una sua teoria del complotto: secondo Parabellum 7 cervellum, infatti, tutti i video emersi ultimamente che dimostrano come il nostro raffinato analista abbia citato spesso dati a sproposito (ma, soprattutto, abbia completamente ribaltato la sua idea sul ruolo della NATO nel conflitto Ucraino) sarebbero frutto di un coordinamento tra noi, Andrea Lombardi, Dazibao e non so chi altro, intervenuti per difendere il nostro leader maximo Marco Travaglio dopo che, con le sue argomentazioni ficcanti nella fantastica realtà parallela in cui vivono i liberioltristi, lo aveva asfaltato in diretta streaming. Non ha esplicitato, però, a che titolo e in che modo siano intervenuti anche i servizi cinesi, gli hacker nordcoreani e i delfini soldati di Putin, ma non ho dubbio che, prima o poi, riuscirà a svelarcelo; e, con questo, abbiamo finito l’ormai immancabile appuntamento quotidiano con le fantastiche rivelazioni di Parabellum 7 cervellum e torniamo a occuparci di cose serie.
Anzi, no, perché qui la situazione è drammatica, ma non seria: impanicati per le potenziali conseguenze di un’eventuale reazione muscolare da parte di Israele, dopo che sabato l’Iran ha dimostrato di essere in grado di colpire tutti gli obiettivi militari che vuole all’interno dello Stato genocidario di Israele, la propaganda suprematista è alla disperata ricerca di un qualche trofeo simbolico da offrire in pasto all’opinione pubblica e al regime suprematista di Tel Aviv come contentino. Ed ecco, immancabile, il titolone del Corriere della serva: Spinta per le sanzioni all’Iran, spiattella a 6 colonne in prima pagina; Dagli USA alla UE: studiamo le misure. Uno studio, tutto sommato, piuttosto semplice anche per degli alunni non particolarmente brillanti come i camerieri delle oligarchie che guidano le istituzioni dell’Occidente collettivo; la minaccia delle sanzioni, infatti, rischia non essere esattamente uno spauracchio efficace, soprattutto dal momento che l’Iran le sanzioni secondarie illegali degli USA (che l’impero di Washington, grazie alla dittatura del dollaro, impone anche a tutti gli altri) sono in campo ormai da oltre 40 anni e, cioè, da quando la rivoluzione khomeinista ha liberato il paese da quel pupazzo dello Scià messo lì dagli USA con un colpo di stato per rovesciare il governo popolare e sovranista di Mossadeq, e riguardano sostanzialmente tutto, aiuti umanitari e farmaci salvavita compresi.

Maurizio Belpietro

Lo ricorda, in un editoriale totalmente delirante, anche Maurizio Belpietro su La Verità, solo che per lui, appunto, è cosa buona e saggia perché è un’arma di distruzione di massa che permette democraticamente di affamare gli iraniani e mettere in ginocchio la repubblica islamica e di proteggere gli interessi di quella che ancora oggi, dopo 15 mila bambini sterminati, definisce serenamente l’unica democrazia del Medio Oriente; Belpietro, anzi, ricorda come – per un paio d’anni – il ricorso sistematico a questa arma di distruzione di massa sia stato leggermente indebolito. Ed è stata proprio quella la causa di tutti i mali: Se l’Iran minaccia il mondo, è infatti il titolo dell’editoriale, ringraziate i Dem USA; Belpietro ricorda infatti come Obama, come sempre, s’era fatto guidare dal cuore tenero e dall’infantilismo politico tipico dei democratici e aveva concesso all’Iran una riduzione delle sanzioni unilaterali illegali. In cambio, ovviamente, Obama aveva pensato di poter ottenere che l’Iran rinunciasse allo sviluppo del nucleare, per permettere a Israele di essere l’unico paese della regione a detenere segretamente il nucleare al di fuori di ogni accordo internazionale e garantire, così, la supremazia strategica dell’avamposto coloniale dell’imperialismo USA; ma siccome – si sa – gli iraniani sono cattivi, invece che sfruttare questa possibilità “per migliorare le condizioni di vita della propria popolazione… hanno usato quei soldi per armarsi e per riempire gli arsenali di una serie di movimenti terroristi dell’area, senza mai sospendere il programma nucleare”. Ovviamente l’AIEA, in realtà, dopo le sue ispezioni affermava il contrario, ma anche Saddam diceva di non avere le armi chimiche e poi Powell dimostrò il contrario con una fialetta piena di borotalco all’ONU.
Fortunatamente, però, dopo quel bambinone di Obama arrivò alla Casa Bianca un vero macho tutto d’un pezzo come Trump che, dietro consiglio di un vero statista integerrimo come John Bolton, “stracciò l’accordo con Teheran” e dichiarò guerra agli ayatollah, tra embargo, accordi di Abramo per saldare il progetto coloniale israeliano alle monarchie assolute del golfo e una bella dose di omicidi extra giudiziali ed extraterritoriali che, insieme alle sanzioni illegali, sono il vero simbolo della democrazia e dello stato di diritto con caratteristiche statunitensi; peccato, però, che dopo questa età dell’oro alla Casa Bianca siano tornati uomini senza banana arancione e senza spina dorsale che, da bravi traditori dei veri valori dell’Occidente, le sanzioni hanno deciso di allentarle e hanno permesso così all’Iran di tornare a sostenere “Hezbollah, Houthi, Hamas e qualsiasi altro movimento di tagliagole in attività nel mondo islamico” (a parte quelli democratici addestrati e foraggiati da Israele, dagli Stati Uniti e dalle illuminate petromonarchie del Golfo, ovviamente) e ora, continua Belpietro, “L’agenzia nucleare mondiale ci informa che gli ayatollah sono a un passo dalla produzione della bomba atomica”. “Insomma” conclude Belpietro, “grazie a Obama, Clinton e Biden siamo sull’orlo di una nuova guerra, che non riguarda il Medio Oriente, ma tutto il mondo”.
Ora, io di cazzate – come sapete – sono abituato a leggerne tante, ma un intero editoriale dove non c’è nemmeno una, e dico una, notizia non dico vera, ma nemmeno verosimile, forse non m’era mai capitato (e meno male che il giornale si chiama La Verità); l’Iran infatti, al contrario di cosa farfuglia Belpietro, il ramo di ulivo offerto da Obama l’ha utilizzato per dare un po’ di respiro alla sua popolazione e alla sua economia, eccome: tra il 2012 e il 2015, infatti, con l’inasprirsi delle sanzioni l’Iran aveva subìto un tracollo economico impressionante che aveva visto il PIL passare da 640 a 400 miliardi; peggio di una guerra – e con altrettanti morti. Allentate le sanzioni, che – ribadiamo – non è una concessione, ma solo un ripristino di un minimo di legalità internazionale, l’economia iraniana ha ripreso a correre: oltre il 20% in due anni, due anni di attività frenetiche e di grandi aspettative. Se Belpietro, tra una propaganda suprematista e l’altra, avesse parlato non dico con qualche antimperialista, ma anche solo con qualche imprenditore italiano (di quelli che dice di difendere e rappresentare) lo saprebbe benissimo, a partire proprio da quelli politicamente più vicini a lui: ad esempio, dallo stesso Adolfo Urso, che aveva colto l’occasione al balzo e aveva fondato una società di consulenza per le aziende ad hoc.
Un periodo che ricordo benino perché, a differenza di Belpietro, ogni tanto (per mia disgrazia) ho anche lavorato e dovevo andare con una delegazione di imprenditori italiani a Teheran per documentare alcune trattative molto importanti e promettenti, a partire dai mega progetti di ammodernamento della rete ferroviaria – dove l’Italia e alcune sue eccellenze l’avrebbero fatta da padroni – fino a che non arrivò parrucchino e la sua gang di guerrafondai suprematisti che, su richiesta dello stato terrorista di Tel Aviv, mentre in Siria foraggiavano insieme il terrorismo islamista della peggior specie, ingaggiarono una guerra per la distruzione e il regime change a Teheran e l’Italia perse di botto commesse da centinaia di milioni e potenzialmente, in prospettiva, plurimiliardarie. E l’Iran ripiombò nella crisi e comprese che ogni tentativo di trovare un nuovo dialogo con l’Occidente era del tutto velleitario. L’unico obiettivo degli USA era impedire in ogni modo la stabilità di uno Stato sovrano nella regione che mettesse a rischio il suo progetto imperiale e neocoloniale, e l’obiettivo dell’Europa, molto banalmente, non c’era: era solo obbedire a Washington e smentire sistematicamente accordi presi il giorno prima; da lì, tutti gli sforzi della repubblica islamica si sono concentrati nell’organizzazione dell’asse della resistenza per mano di uno dei più grandi strateghi militari degli ultimi decenni, il leggendario generale Soleimani, poi barbaramente assassinato da Washington nell’ennesimo omicidio extragiudiziale.
La bomba più eclatante, però, Belpietro la tira quando afferma che l’IAEA (che non sa manco come si chiama) avrebbe affermato che “Gli ayatollah sono a un passo dalla bomba atomica”; peccato che, durante la conferenza stampa di martedì, Rafael Grossi, che dell’IAEA è il direttore generale, abbia detto esplicitamente che “Per quanto riguarda l’Agenzia non abbiamo alcuna informazione o indicazione che l’Iran abbia un programma di armi nucleari” . L’editoriale infarcito di fake news di Belpietro, purtroppo, però è soltanto il caso più sguaiato ed eclatante di una propaganda che dalla notte di sabato lavora instancabilmente per tentare di rovesciare completamente la realtà e, ancora una volta, trasformare l’aggressore in aggredito, fino al paradosso. Il nostro amico Paolo Ferrero, ex ministro della solidarietà sociale, ieri infatti è stato intervistato da una piccola radio: Ferrero, ovviamente, ha ricordato il precedente dell’attacco illegale criminale del regime genocida al consolato iraniano di Damasco, al che il giornalista ha spiazzato tutti ed ha chiesto “Ministro, ma lei come ha saputo di questo bombardamento contro l’ambasciata iraniana? Perché io non l’ho letto da nessuna parte”; ma non solo, perché oltre a ribaltare platealmente il rapporto aggredito – aggressore, nell’agenda della propaganda suprematista, infatti, ci sono almeno altre due partite altrettanto importanti.
La prima è decantare la supremazia militare dell’uomo bianco, che non può mai essere confrontata con quella dei popoli inferiori, ma – come ricorda anche Guido Olimpo sul Corriere della serva – a febbraio la TV di Stato iraniana aveva trasmesso in pompa magna una strana esercitazione militare: in un poligono, erano stati ricostruiti degli hangar che assomigliavano in tutto e per tutto alle strutture della base di Nevatim, la famosa base aerea del deserto del Negev, che sono stati raggiunti da una selva di missili con gittate dai 1.400 ai 2.000 chilometri e, cioè, esattamente quello che è successo sabato scorso; nello sciorinare le altissime percentuali di abbattimenti effettuati con successo dalla possente alleanza messa in piedi in fretta e furia dagli USA a sostegno del genocidio, si dimenticano di sottolineare che, per la stragrande maggioranza, si trattava di droni da due bicci che sono stati lanciati apposta per essere abbattuti, ma che, per essere abbattuti, hanno impegnato una bella fetta dell’antiaerea che ha lasciato dei buchi grossi come case dove i missili veri, invece, sono passati eccome. Risultato: gli obiettivi militari che l’Iran voleva dimostrare di essere in grado di colpire e, cioè, tre installazioni (tutte e tre coinvolte, a vario titolo, nell’attacco criminale al consolato iraniano di Damasco), sono stati tutti colpiti. L’entità dei danni non è chiara, ma, con ogni probabilità, sono minimi – e graziarcazzo, non era quello lo scopo: lo scopo era semplicemente dimostrare che l’Iran è in grado, dal suo territorio, di colpire gli obiettivi che vuole.
La seconda partita, invece, è quella di dimostrare che in ballo non c’è la guerra tra l’imperialismo colonialista bianco e il resto del mondo, ma che abbiamo un sacco di amici anche nell’islam moderato – e, cioè, quello delle monarchie, meglio se assolute; il culmine del trash della propaganda woke al servizio di questa retorica coloniale l’ha toccato La Stampa con un articolo imbarazzante di Francesca Paci, scandalizzata perché “La sfida del velo non ci scalda più”, una battaglia coraggiosa per permettere alle donne gazawi di essere sterminate liberamente senza velo.
Ma – al di là delle solite trashate dell’imperialismo delle ZTL – in questa partita c’è anche un aspetto decisamente più inquietante: sin dall’inizio, infatti, si è giocata una partita delicatissima sul ruolo dei paesi arabi nell’alleanza che ha intercettato l’attacco iraniano. Quali paesi arabi siano stati coinvolti, e come, rimane ancora ad oggi un mistero; una cosa però è certa: se hanno aiutato Israele, lo hanno fatto contro le loro opinioni pubbliche che, anche laddove abbiano una pessima opinione dell’Iran, ovviamente questo sentimento non è comparabile con il disprezzo viscerale per l’entità sionista e l’imperialismo USA. Ergo, anche nel caso venga confermata la loro collaborazione, il loro interesse fondamentale è che rimanga tutto dietro le quinte (come d’altronde sono sempre rimaste le trattative e i negoziati, in particolare tra sauditi e israeliani) e tutto questo ancora prima che Israele sterminasse decine di migliaia di bambini e affamasse tutti gli altri; e visto che questi eventuali partner locali per Israele e per l’imperialismo USA sono fondamentali e sono in una posizione delicatissima, a rigor di logica il primo obiettivo della nostra propaganda dovrebbe essere quello di negare un loro ruolo anche di fronte all’evidenza.
Eppure, a questo giro, è successo esattamente il contrario: nonostante non vi siano notizie certe – e nonostante sauditi ed emiratini abbiano addirittura evitato sistematicamente anche solo di condannare l’operazione iraniana, al contrario di quanto avvenuto nel caso dell’attacco terrorista di Tel Aviv al consolato iraniano di Damasco, prontamente condannato in mondovisione da tutte le cancellerie dell’area – già domenica tutti i nostri media di regime sottolineavano con forza il ruolo attivo dei paesi arabi; forse, come dice Parabellum, sono diventato complottista e cavalco la retorica del noncielodikono, ma a me, sinceramente, questa roba mi è puzzata un po’ di operazione piscologica spinta dai servizi sin da subito. E quel sospetto è diventato, ieri, un’ossessione quando su La Stampa ho visto questa intervista qua: un giornalista anonimo intervista un riservista anonimo israeliano che parla di piani anonimi che prevedono il coinvolgimento anonimo di paesi arabi anonimi; quanto sono complottista inside, da 1 a 10, se mi viene il sospetto che questo articolo l’abbia pubblicato direttamente l’intelligence senza neanche passare dalla redazione? “Ci sono rapporti e smentite a proposito del ruolo svolto dai paesi arabi” chiede l’intervistatore anonimo; “qual è stato l’apporto degli stati arabi?”. “Quello che posso dire” risponde il riservista anonimo “è che per dispiegare questo tipo di difesa, in grado di bloccare un attacco di quella portata, abbiamo utilizzato risorse che non sono solo di dominio israeliano. E che a livello di spazio aereo, per affrontare qualcosa che viene da est, abbiamo dovuto volare da qualche parte a est di Israele, sopra territori che sono al di fuori dei nostri confini. Tutto è stato fatto in coordinamento, ma non posso entrare nel dettaglio di chi esattamente ha fatto cosa”; “Cosa comporta la cooperazione, in materia di sicurezza, tra Israele e i partner arabi?” rilancia l’intervistatore anonimo: “Non aspettatevi che condivida i termini esatti dell’accordo, sempre che esista questo tipo di documento. Come si può immaginare, se uno Stato partecipa a questo tipo di coordinamento e ti permette di sorvolare il suo spazio aereo, si tratta di una relazione unica. Non sono qui per svelare alcun segreto. Ma chiunque sappia fare due conti, se si pensa a un missile che vola da centinaia di chilometri verso Israele e si vuole intercettarlo prima che arrivi a destinazione, bisogna volare in cieli altrui. E non è stato certamente fatto senza chiedere permesso”.
Ora, io purtroppo non ho il curriculum di Giuliano Ferrara e devo dire che non ho mai avuto a che fare con nessun servizio di intelligence; quindi, in realtà, esattamente come operano non lo so, ma questa intervista dove nessuno dice niente, priva di ogni qualsivoglia minimo riferimento a qualcosa di verificabile, che può voler dire tutto e il contrario di tutto, tutto sotto forma anonima, non è proprio palesemente e platealmente una roba da servizi?
Ora, ovviamente qui c’è un aspetto piuttosto comprensibile che è, appunto, la necessità dell’imperialismo di far finta di fare anche gli interessi almeno di pezzi di popolazione locale, una battaglia di propaganda che ha assunto toni paradossali nel solito articolo di Di Feo: USA, Israele e sunniti: la nuova alleanza che ha fornito lo scudo politico militare anti-Iran, titolava; cioè, non i loro governi dispotici, ma proprio i sunniti come etnia che, ovviamente, prima di dare una mano al regime genocida che sta sterminando in diretta streaming i loro fratelli, si tagliano un braccio. Come ha riportato candidamente anche Deutsche Welle per mano del suo inviato in Giordania: “L’Iran non è popolare in Giordania, in generale, ma rifiuto l’intercettazione dei missili iraniani da parte della Giordania e il suo coinvolgimento involontario in questa guerra” avrebbe affermato una manifestante pro Palestina che, secondo la giornalista, rappresentava lo spirito diffuso nella piazza. Nelle ore successive, diverse fonti saudite, tra cui al Arabiya, hanno riportato dichiarazioni anonime che escludevano categoricamente ogni coinvolgimento saudita nell’alleanza costruita in fretta e furia dagli USA a difesa del genocidio. Ovviamente non significa che sia vero, anzi; ma ovviamente, immagino – che abbiano dato un sostegno o no – vedersi sputtanati così su tutti i media occidentali non credo gli abbia fatto piacere. E non credo che aumenti la capacità di USA e Israele di riportarli nettamente dalla loro parte, dopo le manovre di avvicinamento agli iraniani magistralmente coordinate l’anno scorso dalla diplomazia cinese.
Sarò ottimista, ma in questa maldestra operazione psicologica da parte della propaganda occidentale io vedo un chiaro segno di debolezza che non può che spostare ulteriormente i rapporti di forza a favore dell’asse della resistenza e convincere ancora di più le petromonarchie che il regime coloniale non è più in grado di garantirne la sicurezza in opposizione alle forze popolari e antimperialiste dell’area e che, se vuole tentare di far sopravvivere il suo regime feudale, deve provare attivamente a trovare un nuovo equilibrio regionale che le permetta di emanciparsi dal ruolo di cagnolino obbediente dell’imperialismo. L’operazione psicologica fatta dall’impero ai danni dei suoi partner arabi, da questo punto di vista, potrebbe essere un tentativo disperato di entrare a gamba tesa sulla dialettica interna a questi paesi per metterli di fronte a un fatto compiuto: è inutile che vi arrampichiate sugli specchi per dimostrare all’opinione pubblica della regione che non siete gli utili idioti dell’imperialismo, perché vi abbiamo già sputtanato. E potrebbe anche essere il tentativo di fornire un assist alle fazioni più filo-occidentali e più dubbiose sulla possibilità di costruire una nuova distensione con l’Iran e l’asse della resistenza che non metta automaticamente a rischio la sopravvivenza del loro regime premoderno.
Una cosa è certa: l’era dove USA e Israele colpivano a destra e manca senza dover temere le ripercussioni e disponendo a loro piacimento degli Stati pupazzo dell’area sembra essere definitivamente tramontata ed essere ancora in salute solo nella propaganda delle SS, gli specializzati in stronzate che ancora parassitano il nostro sistema mediatico. Mentre l’asse della resistenza dà il benservito all’imperialismo, noi almeno facciamo la nostra parte per dare il benservito ai suoi pennivendoli. Aiutaci a costruire un vero e proprio media alternativo, che dia voce al 99%: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Maurizio Belpietro

Gli USA dichiarano guerra alla Cina e alla concorrenza (e Parabellum, nel suo piccolo, a Ottolina TV)

“Non esiste nessuna alternativa alla vittoria. La competizione dell’America con la Cina deve essere vinta, non gestita”; in mezzo a un profluvio di fake news sull’overcapacity e le pratiche commerciali cinesi, che fanno impallidire le pale usate dai russi come ultima arma dopo aver finito i missili (ormai quasi due anni fa) e i bambini decapitati da Hamas, Foreign Affairs, la testata ufficiale del think tank più guerrafondaio del pianeta, ha il merito, finalmente, di dire chiaramente le cose come stanno: l’impero in declino, per mantenere la sua egemonia, ha dichiarato la sua guerra ibrida contro il resto del mondo. Ora deve avere il coraggio di dichiarare apertamente non solo che quella contro la Cina è una guerra commerciale a tutti gli effetti che non richiede teorie strampalate per essere giustificata, ma che, in generale, gli USA hanno deciso di dichiarare guerra alla concorrenza e al mercato tout court; e, a proporlo, non sono due personaggi a caso. Ma prima di farveli conoscere e di descrivervi il loro delirante articolo col quale dichiarano guerra a tutto campo contro la Cina fino alla caduta definitiva del feroce regime comunista di Xi Jinping, una piccola, edificante storiella dal Tubo italiano.
Ieri c’eravamo un po’ sbizzarriti a perculare Parabellum per un video di pochi giorni prima dell’inizio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, dove il bimbone pacioccone livornese incredibilmente esprimeva concetti di buon senso ampiamente condivisibili: che a comportarsi da aggressore era stata la NATO che aveva provocato per decenni la Russia; che da un eventuale conflitto con la Russia l’Europa aveva solo da perdere; che l’Euromaidan era stato un colpo di stato architettato dagli USA. Insomma: l’abc di tutte le persone minimamente ragionevoli che non hanno né quello strano morbo che si chiama analfoliberalismo, né vengono in nessun modo retribuite per dire il contrario della realtà facendo un po’ la figura degli ebeti (che è, comunque, sempre meglio che lavorare) e che, però, è l’esatto contrario di quello che abbiamo sempre sentito sostenere proprio dallo stesso Parabellum, che non manca mai di condire qualche osservazione arguta e qualche dato interessante con una quantità di retorica propagandistica filo occidentale abbastanza imbarazzante e anche un po’ stucchevole. Un’ora dopo di me, ha pubblicato un video simile anche il nostro amico Dazibao, tra l’altro senza che nessuno dei due si accorgesse del video dell’altro (anche se spesso, proprio per non accavallarci, ci sentiamo e ci confrontiamo sui temi da affrontare), ma si vede che era destino: dopo la pubblicazione del suo video, qualche ottoliner ci gira uno screenshot che arriva dal gruppo Telegram di Parabellum e che dimostra come gli amici di Parabellum abbiano un po’ questa mentalità da protezione paramafiosa nei confronti del loro guru. Invece di chiedergli com’è che la Russia era passata, magicamente, da essere da aggredita ad aggressore (proprio mentre lui, a 40 anni suonati, da piccolo genio incompreso era diventato magicamente uno dei sedicenti analisti geopolitici più citati dal baraccone della propaganda ultra atlantista), si chiedevano come fare a mettere insieme un numero sufficiente di segnalazioni per spingere Youtube a buttare giù il video di Dazibao; d’altronde, le bimbe di Bandera e i lettori di Kant ragionano così: è assolutamente coerente.
Decenni fa erano temprati dal lavoro manuale ed erano reattivi e muscolosi e si dedicavano al manganello e all’olio di ricino; ora, gli agi dell’era postmoderna li hanno ridotti a bimbiminkia brufolosi e si limitano alle infamate, ma lo spirito è esattamente quello. Lì per lì, io me la sono anche un po’ presa – devo dire la verità – che per quanto mi impegni a essere sempre il più sguaiato di tutti poi non mi caca mai nessuno (ancora attendo di essere messo nelle liste di proscrizione dei banderisti del Corriere della serva); purtroppo però, a questo giro, dopo poco l’attenzione è arrivata e non è stata proprio piacevolissima: Youtube, infatti, ha cancellato il mio video e non su segnalazione dei follower brufolosi di Parabellum, ma di Mirko Campochiari di persona personalmente. Dev’essere stato quell’amore spassionato per l’open society e il dibattito franco, aperto e libero che l’ha portato, magicamente, da riconoscere che l’aggressore era la NATO a dedicare tutta la vita a dirci quanto è cattivo Putin e quanto è essenziale continuare a fargli la guerra fino all’ultimo ucraino. Oggi, ovviamente, ripubblicheremo il video tagliando quel microframmento che ha permesso a Campochiari di dimostrare, ancora una volta, la genuinità dei suoi valori e la trasparenza dei suoi fini facendoci cancellare il video dalla piattaforma. Ma ora basta parlare della propaganda di basso cabotaggio e torniamo a parlare della propaganda che conta davvero.

Mike Gallagher

Chi sono i due autori dell’articolo di Foreign Affairs che chiede alla Casa Bianca di mettere da parte le buone maniere e di dichiarare, finalmente, davvero guerra alla Cina? Il primo si chiama Mike Gallagher, è un parlamentare repubblicano del Wisconsin e, nella scorsa legislatura, ha ricoperto il ruolo di uno dei miei comitati preferiti di tutto quel gigantesco circo che è il congresso USA – il comitato sulla competizione strategica tra gli Stati Uniti e il Partito Comunista Cinese. Notare: non tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese, ma proprio tra USA e Partito Comunista; d’altronde “La più grande minaccia contro gli Stati Uniti” aveva affermato proprio Gallagher nel suo discorso di insediamento “è il Partito Comunista Cinese. Il Partito Comunista Cinese” sosteneva “continua a commettere genocidi, nasconde l’origine della pandemia da corona virus, minaccia Taiwan e ruba proprietà intellettuale americana per un valore di svariate centinaia di miliardi di dollari”. Il comitato, aveva sottolineato l’ex speaker della camera Kevin McCarthy, era stato fondato perché “per vincere la Nuova Guerra Fredda, dobbiamo rispondere con forza all’aggressione cinese”.
Negli anni, Gallagher è stato costantemente al centro di tutte le principali battaglie della fazione più spregiudicata dell’imperialismo USA: è stato uno dei promotori della proposta di Trump di comprarsi la Groenlandia e, poi, ha litigato con Trump quando Trump aveva proposto di ritirare le truppe USA dalla Siria; è stato tra i promotori della famosa lettera bipartisan tra guerrafondai di entrambe le sponde per richiedere a Biden l’invio immediato degli F-16 in Ucraina ed ha guidato una delegazione di provocatori a Taiwan per rendere omaggio all’ex presidente Tsai Ing-Wen, giusto per far incazzare un po’ Pechino. Sul fronte economico, ha votato per smantellare la legge Dodd-Frank che aveva introdotto alcune piccole misure restrittive alla speculazione finanziaria e ha votato contro l’innalzamento del salario minimo; ed è stato uno dei promotori della battaglia per vietare TikTok negli USA, che ha definito fentanyl digitale utilizzato per fare brainwashing a favore di Hamas in seguito all’operazione diluvio di al aqsa del 7 ottobre scorso. Nel febbraio 2024, infine, ha annunciato le sue dimissioni da parlamentare; poco dopo si è scoperto che era stato assunto da Palantir, il colosso delle piattaforme digitali per l’intelligence e lo spionaggio fondato da Peter Thiel, il guru dell’alt right psichedelica e anarcocapitalista che spadroneggia tra gli yuppies della Silicon Valley.
L’altra firma dell’articolo è ancora più di peso: si chiama Matthew Pottinger – che suona un po’ tipo Cazzenger; purtroppo, però, qui alla fine c’è poco da ridere. Pottinger, infatti, è nientepopodimeno che l’ex vice consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ruolo che ha ricoperto dal settembre del 2019 fino al gennaio del 2021, dopo aver passato due anni a dirigere la sezione asiatica del consiglio per la sicurezza nazionale; uno dei pochissimi ad essere durato per tutta l’amministrazione Trump, Pottinger è stato tra i principali artefici della fallimentare guerra commerciale inaugurata da Trump contro la Cina. Gallagher e Pottinger hanno fortificato il loro rapporto di collaborazione e il loro odio viscerale per tutto ciò che odora di Cina durante la guerra illegale di aggressione degli USA contro l’Iraq, durante la quale Pottinger dichiara di aver sviluppato “una sorta di senso di disagio per il fatto che la Cina non sarebbe realmente riuscita a convergere con il nostro ordine liberale”; da allora, continua Pottinger, ho realizzato che la democrazia “non è inevitabile e non dovrebbe essere data per scontata, ma è una forma di governo per cui dovremmo essere pronti a combattere”.
Ed ecco così che, nonostante un’ideologia ultra conservatrice profondamente radicata, i nostri due eroi si ritrovano costretti ad ammettere che “in una presidenza afflitta da una lunga serie di fallimenti in termini di deterrenza – dall’Afghanistan all’Ucraina, passando per il Medio Oriente – la politica cinese dell’amministrazione Biden si è distinta come un punto relativamente positivo”: “L’amministrazione” ricordano “ha rafforzato le alleanze statunitensi in Asia, limitato l’accesso cinese alle tecnologie americane critiche e creato una convergenza bipartisan” per le politiche anti cinesi; “Eppure” allertano i nostri due simpatici guerrafondai “l’amministrazione sta sprecando questi primi guadagni cadendo in una trappola familiare: dare priorità a un disgelo a breve termine con i leader cinesi a scapito di una vittoria a lungo termine sulla loro strategia malevola”. “Gli Stati Uniti” sostengono “non dovrebbero gestire la competizione con la Cina; dovrebbero vincerla. Pechino” infatti, allertano “sta perseguendo una serie di iniziative globali progettate” addirittura – pensate un po’ – “per disintegrare l’Occidente e inaugurare” – udite udite – “un nuovo ordine globale antidemocratico”. La Cina infatti, ricordano, “sta sostenendo dittature espansionistiche in Russia, Iran, Corea del Nord e Venezuela”, ma non solo: la Cina, infatti, ha anche “più che raddoppiato il suo arsenale nucleare dal 2020” e, soprattutto, “sta rafforzando le sue forze convenzionali più velocemente di quanto abbia fatto qualsiasi altro paese dalla Seconda Guerra Mondiale”; e, a quanto pare, sono anche bravissimi a farlo a costi contenutissimi, dal momento che riescono a finanziare il rafforzamento delle forze convenzionali più veloce di tutto il secondo dopoguerra continuando, comunque, a mantenere la spesa militare complessiva sotto l’1,6% del PIL, contro il 3,5 degli USA che, tradotto, significa meno di 300 miliardi contro quasi 900. Un terzo; e se, spendendo un terzo, invece che aumentare il gap lo riduco, significa solo una cosa: che il socialismo è oltre 3 volte più efficiente del tuo sistema di rapina legalizzata generalizzata, cosa che, però, non so se i nostri due ultras dell’anarcocapitalismo sarebbero disposti ad ammettere. Ma qui non siamo nel regno della coerenza logica e della realtà; siamo nel regno dei redneck creazionisti millenaristi: c’è una missione divina da compiere e non saranno i conti di voi secchioni nerd miscredenti fissati coi numerini a cambiare il corso della volontà del nostro signore creatore.
Ma cosa intendono, concretamente, quando dicono vincere la competizione con la Cina e non semplicemente gestirla? Essenzialmente due cose; uno: imporre ai governanti comunisti cinesi di “rinunciare a cercare di prevalere in un conflitto caldo o freddo con gli USA e i suoi amici”, che questa, in teoria, è una cosa anche abbastanza fattibile perché basterebbe quel conflitto non continuare a scatenarlo (cosa che ai nostri due simpatici amici suprematisti non sembra, però, convincere tantissimo), ma, soprattutto, due: convincere “il popolo cinese, dalle élite al potere ai cittadini comuni” che si dovrebbero ispirare “a nuovi modelli di sviluppo e di governance che non si basino sulla repressione interna e sull’ostilità compulsiva all’estero” che mi pare già più complicatino, se non altro per il fatto che convincere qualcuno del fatto che un paese che, negli ultimi 80 anni, si è reso protagonista di oltre 200 episodi di guerra ibrida di vario genere in tutto il pianeta, ha un modello di sviluppo che è meno fondato “sull’ostilità compulsiva verso l’estero” di uno che ha fatto solo una guerra 45 anni fa che è durata meno di un mese, potrebbe non essere proprio facilissimo.

Matthew Pottinger

Anche i nostri due esaltati guerrafondai riconoscono che “nessun paese dovrebbe essere felice di intraprendere un’altra guerra fredda”; il punto però, rilanciano con forza, è che “i leader cinesi stanno già conducendo una guerra fredda contro gli Stati Uniti”: come è noto, infatti, i cinesi riempiono di armi tutti gli avversari di Washington – anche se come fanno esattamente è difficile dirlo dal momento che, come ricordava, ad esempio, Business Standard l’”export delle armi cinesi affronta il declino”. Secondo l’International Peace Research Institute di Stoccolma, infatti, l’export di armi cinese tra il 2016 e il 2020 sarebbe diminuito del 7,8% e rappresenterebbe, oggi, appena il 5,2% delle esportazioni globali (dal 6,3 di qualche anno fa) contro il 40 degli Stati Uniti; un dato eclatante? Sì, vabbeh. Per noi persone normali. Per quelli in missione per conto di Dio un po’ meno: il crollo dell’export di armi cinese, infatti, per la propaganda suprematista sarebbe dovuto – quando è giorno dispari – al fatto che se le tengono tutte per se per ingrassare gli arsenali; quando è pari, invece, alla scarsa qualità, come d’altronde di tutto ciò che è cinese, come ricorda sempre Business Standard. Quindi, secondo questa logica, i cinesi rinunciano a degli ottimi affari per riempirsi gli arsenali di armi che funzionano di merda e che li condannano alla sconfitta militare. Geniali!
La realtà, ovviamente, è un po’ diversa – e molto più semplice: gli USA danno la caccia con le sanzioni a chiunque si azzardi a vendere armi ai paesi che non sono al 100% al servizio degli interessi di Washington e siccome l’economia cinese, a differenza di quella USA, è fondata sulla produzione di oggetti che servono a vivere e non a morire, i cinesi, ad andare incontro a delle sanzioni per un mercato che per loro è del tutto marginale, non ci pensano proprio; ciononostante, suggeriscono i nostri equilibratissimi amici, “Piuttosto che negare l’esistenza di questa guerra, Washington dovrebbe appropriarsene, e vincerla” e “per vincere è necessario dichiarare apertamente che un regime totalitario che commette genocidi, alimenta i conflitti e minaccia la guerra, non sarà mai un partner affidabile”. Che detto da un parlamentare che, ancora il 21 marzo scorso, spingeva “il Dipartimento della Difesa a impegnarsi pubblicamente a sostenere Israele nella distruzione di Hamas” potrebbe suonare non esattamente credibile, diciamo. I nostri due eroi riconoscono che l’amministrazione Biden non solo “ha rinnovato” le misure intraprese già dall’amministrazione Trump, ma le ha anche “significativamente estese” e riconoscono anche quanto l’amministrazione Biden si sia prodigata per rafforzare tutte le alleanze militari costruite nel Pacifico per minacciare la sicurezza cinese, dal QUAD all’AUKUS, per passare dal summit trilaterale USA-Giappone-Corea del Sud e finire con quello inedito che si svolgerà a breve tra USA, Giappone e Filippine; ma tutte le aspettative che queste iniziative lodevoli avevano sollevato sono state poi tradite: Biden, a un certo punto, ha addirittura deciso di stringere la mano a Xi in mondovisione nella villa di Dynasty a San Francisco e, ora, leader politici e grandi uomini d’affari USA si alternano in pellegrinaggi a Pechino che non fanno altro che legittimare un regime che, negli ultimi due anni, non ha fatto altro che mostrare il suo lato peggiore. “Il 1° febbraio” scrivono i nostri due amici senza nessun senso del ridicolo “Gli abitanti del Montana hanno avvistato un’enorme sfera bianca che si spostava verso est. L’amministrazione stava già seguendo il pallone spia cinese, ma aveva intenzione di lasciarlo passare sopra di loro senza avvisare il pubblico. Ed è stato solo grazie alla pressione politica che Biden ha ordinato l’abbattimento del pallone una volta raggiunto l’Oceano Atlantico e che il segretario di Stato Anthony Blinken ha rinviato un viaggio programmato a Pechino” ed era solo l’inizio: “Nel giugno 2023” ricordano infatti i due autori “fughe di notizie alla stampa hanno rivelato che Pechino stava progettando” – pensate un po’ – addirittura “di costruire una base di addestramento militare congiunta a Cuba”, che è una cosa veramente disdicevole. Contro le oltre 1000 basi USA di ogni tipo sparse per il mondo, infatti, la Cina ne conta solo 2, meno anche dell’India o di Singapore, per non parlare della Turchia o della Francia e, men che mai, della Gran Bretagna. Una volta che trovi un paese amico che ti dà un po’ di spazio che fai, costruisci una base sola? E, infatti, era una mezza bufala, come fu costretto a sottolineare anche un portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale che rivelò quanto “le informazioni trapelate sulla stampa fossero imprecise”: “La Casa Bianca minimizzò” denunciano i nostri due autori, mentre in realtà si trattava di “una notevole eco della Guerra Fredda”; cosa volevano di meglio per inscenare una nuova Baia dei Porci?
Evidentemente i nostri due amici non si sono confrontati abbastanza con l’analista militare di fama internazionale, noto col nome di Parabellum, che gli avrebbe potuto spiegare – come fa continuamente dagli autorevoli schermi della prestigiosa miniera di Ivan Grieco – che ogni paese ha il diritto di ospitare tutti i missili a lunga gittata di una potenza ostile che vuole figurarci una base per l’addestramento; d’altronde gli USA hanno fatto sapere di averne una addirittura nelle isole Kinmen, che non solo sono ad appena 10 chilometri dalla Cina, ma che appartengono a una nazione, come Taiwan, che gli USA sono i primi a non riconoscere ufficialmente e che, ufficialmente, fa parte della Cina, che è una sola e indivisibile, anche per la Casa Bianca.
Ma tutta questa accondiscendenza verso crimini plateali come far volare un pallone gonfiabile e addestrare qualche decina di cubani, alla fine – si chiedono i nostri due autori – cosa ha portato di buono? Assolutamente niente, come si è visto nel caso di quello che loro definiscono “Il massacro di Hamas del 7 ottobre in Israele”; quello che sconvolge i nostri due simpatici autori è che la Cina non solo non ha fatto niente per sostenere la pulizia etnica di Gaza, ma addirittura ha messo il veto alle risoluzioni USA, in Consiglio di sicurezza, che permettevano a Israele di perpetrare il genocidio con l’assenso della comunità internazionale e, al loro posto, ne hanno proposte altre che avevano intenzione – per lo meno – di stoppare lo sterminio, alle quali gli USA sono stati costretti a mettere il veto da soli contro tutto il resto del mondo. Ma non solo: quando, poi, gli yemeniti hanno deciso di ricorrere ai mezzi in loro possesso per creare un po’ di deterrenza contro il sostegno allo sterminio, invece di attaccarli illegalmente a casa loro a suon di bombe, come hanno fatto gli USA senza grossi risultati, i cinesi ci si sono messi a parlare e hanno pure trovato un accordo per far passare le loro navi dimostrando che non servivano a portare armi e altre merci al regime genocidario sionista. Tutta questa spavalderia che porta un paese come la Cina a pensare di potersi sottrarre dal sostenere l’ennesimo sterminio colonialista senza pagare dazio è dovuta a questa idea dei buonisti che circondano Rimbambiden che, con la Cina, si debba trattare, un po’ come Nixon e Carter con l’URSS: volevano trovare un nuovo equilibrio, ma non c’era equilibrio possibile; per l’impero USA non esiste altro equilibrio che il dominio totale del globo, cosa che capì perfettamente Reagan che, infatti, “la guerra fredda decise che voleva vincerla, non semplicemente gestirla”.
Reagan si impegnò per tirare giù il muro di Berlino; oggi Washington deve concentrare tutti i suoi sforzi per buttare giù il great firewall, il muro che la Cina ha tirato su per non farsi invadere dalla propaganda delle oligarchie suprematiste occidentali perché, nel frattempo, “Xi ha investito miliardi di dollari” per influenzare le opinioni pubbliche occidentali e creare divisione dentro il giardino ordinato; come si spiegherebbe, altrimenti, che così tanta gente, di fronte a delle belle soldatesse israeliane che fanno degli ingenui balletti su Tiktok di fronte alle macerie dopo aver sterminato 15 mila bambini, continua ad indignarsi? Cosa cazzo gliene frega alla gente normale dello sterminio di bambini che, come dicono i democratici sionisti, sono solo i terroristi di domani? La prima cosa da fare, suggeriscono i due autori, è invertire immediatamente il corso di quello che “con l’amministrazione Biden, al netto dell’inflazione, è diventato un taglio netto alla spesa militare”; “invece di spendere poco più del 3% del PIL per la difesa” sostengono “Washington dovrebbe spendere il quattro, se non addirittura il 5%”: solo “per una deterrenza decente per Taiwan” specificano “gli USA dovrebbero spendere come minimo 20 miliardi aggiuntivi l’anno per i prossimi 5 anni, da mettere in una sorta di fondo deterrenza gestito direttamente dal segretario di Stato”. “Il fondo di deterrenza” continuano “dovrebbe essere il simbolo di uno sforzo generazionale diretto dal presidente per ripristinare il primato degli Stati Uniti in Asia”.
I nostri due amici hanno anche idee piuttosto precise su come impiegare questi soldi: “La priorità” sostengono “dovrebbe essere quella di massimizzare le linee di produzione esistenti e costruire nuova capacità di produzione di munizioni critiche per l’Asia, come missili antinave e antiaerei che possono distruggere obiettivi nemici a grandi distanze”; poi dovrebbero servire, ovviamente, a “produrre migliaia e migliaia di droni per trasformare lo stretto di Taiwan in un fossato ribollente” e poi ci si dovrebbe dare sotto di creatività, ad esempio pensando di “disperdere lanciamissili nascosti in container commerciali o schierare la Powered Joint Direct Attack Munition, un kit a basso costo che trasforma bombe standard da 500 libbre in missili da crociera a guida di precisione”. Poi, siccome i cinesi son pieni di missili a lunga gittata di ogni tipo che possono raggiungere il grosso delle istallazioni militari nell’area, è necessario distribuirle nel modo più diffuso possibile e, quindi, servono tanti accordi con gli attori regionali per ampliare il numero di basi, che le oltre mille che hanno ad oggi (che sono tipo 10 volte le basi straniere di tutti gli altri paesi messi assieme) per gli USA vanno bene in tempo di pace; ora che siamo in guerra dobbiamo averne minimo 50 volte il resto del mondo messo assieme. E ovviamente, poi, tutte queste basi andranno attrezzate a dovere e ci andranno “preposizionate forniture critiche come carburante, munizioni e attrezzature” e questo “in tutto il Pacifico”, ma tutto questo, sottolineano, potrebbe essere inutile se comunque continuassimo a permettere alla Cina “di tenere economicamente in ostaggio l’Occidente”.
Da questo punto di vista, le sanzioni di Trump rafforzate da Biden sono un primo passo importante, ma devono essere solo l’antipasto: gli USA devono stoppare l’esportazione di tutto quello di cui la Cina ha ancora bisogno di importare per continuare a sostenere la sua crescita, ma tutto questo ancora potrebbe non essere sufficiente se non si decide di fare una campagna ideologica come si deve, proprio come quando Reagan decise di fare un salto di qualità e definì l’Unione Sovietica Il fulcro del male nel mondo moderno “e cominciò deliberatamente a danneggiare la sua intera economia” anche perché, sostengono, esattamente come con l’Unione Sovietica “Washington non dovrebbe temere lo sbocco finale che ormai viene auspicato da un numero crescente di cinesi: una Cina in grado di tracciare il proprio percorso libero dalla dittatura comunista.
Il governo draconiano di Xi ha convinto anche molti membri del PCC che il sistema che ha prodotto il recente rapido declino della prosperità, dello status e della felicità individuale della Cina merita un riesame. Il sistema che ha prodotto uno stato di sorveglianza onnicomprensivo, colonie di lavoro forzato e il genocidio di gruppi minoritari all’interno dei suoi confini è un sistema” che ovviamente va contro anche gli interessi e la cultura stessa dei cinesi che, ovviamente, ambirebbero tutti – invece che in Cina – a vivere in India, che solo 40 anni fa aveva un PIL pro capite superiore a quello cinese e ora è ferma a un sesto (che però non dà un’idea chiara della condizioni di vita dell’indiano medio rispetto al cinese, perché quasi metà della ricchezza indiana è concentrata nelle mani dell’1% più ricco e il coefficiente di Gini indiano è il doppio di quello cinese). Risultato: la Cina, nel 2020, ha messo fine alla povertà assoluta in tutto il paese o, come recitava un titolo, Ha costretto tutti i suoi abitanti a uscire dalla povertà, mentre l’India ha lasciato la libertà di continuare a morire di fame a oltre 80 milioni di suoi cittadini; sicuramente Washington avrà vita facile nel convincere i cinesi che a seguire il modello neoliberista USA c’hanno solo da guadagnare.
Abbiamo voluto dedicare così tanto tempo a questo singolo articolo perché riteniamo sia importante capire fino in fondo il livello raggiunto dal dibattito pubblico nel cuore delle sfere più alte della politica statunitense; difficile dire quanto la ferocia inaudita e la totale spregiudicatezza nell’invocare la distruzione totale di un paese da 1,5 miliardi di abitanti sia il delirio di una minoranza rumorosa dell’establishment americano o quanto, piuttosto semplicemente, questi due personaggi abbiano il ruolo di dire ad alta voce quello che gli altri pensano per cominciare a tastare un po’ il terreno, come dei Macron qualsiasi. Fatto sta che qui non parliamo di due blogger esagitati o di un Parabellum qualsiasi che, come ritorsione, al massimo può buttare giù un video da un canale Youtube indipendente con 50 mila follower e poi piangere in un angolino nella cameretta in videocall con Stirpe e Nane Cantatore; qui parliamo di un pezzo dei piani alti della classe dirigente che dice apertamente che l’obiettivo politico è rovesciare uno Stato e spiega, per filo e per segno, passo dopo passo, cosa farebbero se fossero al governo – come è molto probabile che saranno fra non moltissimo – per arrivare a quell’obbiettivo. Come diceva il compianto Giulietto Chiesa, prendendosi del complottista, gli USA l’obiettivo finale l’hanno deciso già da mo’; il dibattito interno è solo per decidere, di volta in volta, quale strada prendere per arrivarci.
Questo video, inizialmente, doveva parlare del viaggio della Yellen a Pechino e delle sue deliranti dichiarazioni sull’overcapacity industriale cinese, una vera e propria barzelletta: l’overcapacity, cioè la sovracapacità, non è un termine generico. Ha un significato specifico e, per dimostrare che c’è overcapacity, si deve verificare almeno una, se non tutte, le tre le seguenti condizioni: gli impianti devono avere un basso livello di impiego; una percentuale elevata di merci deve rimanere accatastata invenduta nei magazzini; il margine di profitto degli operatori del settore deve essere particolarmente basso. Nel caso degli autoveicoli elettrici cinesi, come ricordava anche Bloomberg qualche giorno fa, queste tre condizioni molto banalmente non si presentano, nessuna delle 3; molto banalmente, i cinesi hanno investito di più di noi per sviluppare un settore che richiedeva troppi investimenti che le nostre oligarchie – che sono abituate a fare soldi speculando sulle azioni – non avevano intenzione di fare (che investire è sempre un po’ rischioso). Grazie a questi investimenti, ora le aziende cinesi sono incomparabilmente più efficienti e produttive delle nostre e, quindi, a noi non rimane che impedirgli con ogni mezzo necessario di venirci a fare concorrenza in casa nostra; e siccome la concorrenza è stata, per 40 anni, la nostra religione laica in nome della quale ci hanno rifilato le peggio fregature, andava inventata una cazzata per alzare un po’ un polverone. E quella cazzata si chiama overcapacity, che tanto, nell’Occidente in preda alla sinofobia, la spacci bene (che nessuno sa cosa significa) e genericamente, comunque, non gliene frega abbastanza un cazzo.
Poi, però, ci siamo fatti prendere da questo articolone delirante su Foreign Affairs e ci siamo persi; fortunatamente, su questo tema ieri ha pubblicato un bellissimo video il nostro amico Davide di Dazibao, che ha spiegato tutto come sempre in modo più che chiaro e preciso. Andatevelo a vedere perché merita. Nel frattempo, se ti è piaciuto questo contenuto, ricordati di mettere un like, di iscriverti a tutti i nostri canali e di attivare le notifiche, ma – soprattutto – ricordati che canali come il nostro, senza santi in paradiso (in particolare nel paradiso di chi finanzia fino all’ultimo bamboccione, basta che si allinei alla propaganda guerrafondaia suprematista), per campare hanno bisogno del tuo contributo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Mirko Campochiari

L’Imperialismo USA dichiara guerra anche al Messico sovranista di AMLO?

Andate al diavolo, fottuti yankees!”; il comunicato col quale i movimenti dell’ALBA hanno deciso di chiudere il lungo weekend della totale perdita di dignità dei regimi latinoamericani più vicini a Washington non va per il sottile: il tutto era iniziato venerdì di prima mattina quando, a Ushuaia, la città più a sud di tutta l’Argentina, un Milei con una grottesca tenuta mimetica riceveva in pompa magna Laura Richardson, l’implacabile comandante del SouthCom, il famigerato Comando Sud degli Stati Uniti responsabile, in passato, delle feroci e totalmente illegali invasioni imperialiste di Granada prima e di Panama poi. A questo giro, in ballo c’è la base navale integrata già proposta dall’ex presidente Fernandez: come ricorda Telesur, prevede la costruzione di “un porto per la riparazione e il rifornimento delle navi, che sarà la struttura più vicina all’Antartide e “la porta d’accesso al continente bianco”, come ha sottolineato lo stesso Milei”. Nei piani di Fernandez, doveva essere un’operazione tesa a tutelare gli interessi argentini nell’area, ma, evidentemente, erano altri tempi; da allora l’impero, per rinviare il suo ineluttabile declino, ha deciso di dichiarare guerra al resto del mondo e, per conservare ancora qualche remota chance di successo, ha bisogno di trasformare di nuovo il giardino di casa latinoamericano in una sua emanazione diretta, dove tutto quello che si muove si deve muovere esclusivamente in funzione dei suoi interessi: ed ecco, così, che la base argentina, una volta sostituito un presidente moderatamente sovranista con un campione degli svendipatria come Milei, diventa magicamente “congiunta”. “Durante un discorso ai militari di entrambi i paesi” riporta, infatti, sempre Telesur “il politico di estrema destra ha ribadito la sua volontà di stringere un’alleanza strategica con gli Stati Uniti e i suoi alleati, annunciando che il SouthCom parteciperà alla base navale integrata”; “Vestito da soldato coloniale per compiacere il comandante del SouthCom” ha dichiarato l’ex ambasciatrice argentina nel Regno Unito Alicia Castro, “Milei è determinato a cedere il controllo geopolitico, strategico e di sfruttamento delle risorse e dei beni naturali del nostro paese”. “Milei” ha rilanciato su X l’ex presidente Fernandez “ha tenuto un discorso non necessario che esprime la sottomissione dell’Argentina a una nazione straniera, e ci riempie di vergogna come Nazione”.

Jorge Glas

Poche ore dopo, in Ecuador, andava in scena una gravissima violazione del diritto internazionale che scatenava una ancor più grave crisi diplomatica: con un atto di forza del tutto illegittimo, illegale e ingiustificato, il neo presidente filo-occidentale Daniel Noboa ha ordinato ai suoi uomini di fare irruzione nell’ambasciata messicana e di trarre in arresto l’ex vicepresidente correista Jorge Glas. Tra i principali registi della rivoluzione cittadina guidata da Rafael Correa, Jorge Glas è stato vittima di una persecuzione giudiziaria terrificante che l’ha visto già scontare in carcere oltre 5 anni di pena: l’accusa era la stessa che poi ha travolto anche lo stesso Correa e, cioè, di aver incassato tangenti in cambio di appalti pubblici per finanziare il movimento. Insomma: una tangentopoli in salsa ecuadoregna e, cioè, un colpo di stato delle oligarchie compradore per sostituire a una classe dirigente democratica e sovranista la crème crème dei peggiori svendipatria, come era già successo a Christina Kirchner in Argentina e a Lula in Brasile. Una volta ottenuta una sorta di libertà provvisoria per aver già scontato oltre il 40% della pena, Glas, allora, ha cercato protezione contro la persecuzione giudiziaria presso l’ambasciata messicana che, da quando c’è Lopez Obrador, è diventata un po’ l’ancora di salvezza di tutti i leader perseguitati del continente: quando la presidenza Castillo, in Perù, è stata rovesciata da un golpe sostenuto dagli USA, il Messico è stato il primo a rompere le relazioni diplomatiche e quando in Bolivia i gruppi paramilitari di estrema destra, dopo il golpe del 2019, si sono messi a dare la caccia a Evo Morales, a offrirgli riparo è stata, ancora una volta, l’ambasciata messicana di La Paz.
“Ma cosa hanno in comune l’ecuadoriano Daniel Noboa e Javier Milei ?” si chiede Gustavo Veiga sul quotidiano kirchnerista argentino Pagina12; ovviamente, si risponde, “il loro allineamento incondizionato con gli Stati Uniti” che, in particolare, “è simboleggiato dallo stesso identico dono che i rispettivi governi hanno appena ricevuto a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro: una coppia di giganteschi aerei Hercules c-130. Il sigillo a un patto di ferro con la principale potenza militare del pianeta, che vede i due paesi rinunciare a una buona fetta della loro sovranità politica”. L’uno due tra Ecuador e Argentina a cui abbiamo assistito lo scorso weekend, secondo le 400 organizzazioni dei movimenti ALBA, segnala una sorta di nuova Operazione Condor 2.0, un remake all’altezza dei tempi della lunga serie di operazioni coordinate dalla CIA tra anni ‘70 e ‘80 a sostegno di tutte le più feroci dittature militari del continente: a giustificare l’aggressività USA, come sempre, c’è la Guerra Fredda – che, poi, tanto fredda ormai non è -, allora contro il blocco sovietico e i paesi non allineati e, adesso, contro quell’asse dei paesi del Sud globale che vogliono mettere fine all’unipolarismo dell’impero USA. In questa guerra ibrida totale, riuscire a imporre di nuovo un dominio pressoché totale di Washington su tutto il continente è una priorità strategica assoluta: solo attraverso questo dominio incondizionato, infatti, gli USA possono continuare a coltivare l’ambizione di riuscire a ricostruire una base industriale minimamente comparabile con quella cinese e, quindi, poter affrontare la grande guerra futura con qualche chance di uscirne vincitori. Ovviamente, in primissimo luogo, per le materie prime, come ha sottolineato chiaramente la stessa Robertson giusto un paio di anni fa: “Questa regione è così ricca di risorse” ha dichiarato di fronte al fior fiore dell’industria bellica USA nell’ambito dell’Aspen Security Forum del 2022 “e i nostri competitor e avversari anche loro sanno benissimo quanta ricchezza c’è in questa regione”, a partire dal 60% delle riserve di litio globali. E poi ancora “greggio pesante, terre rare”, “e ci sono nostri avversari che aumentano la loro presa su tutte queste risorse ogni singolo giorno, esattamente nel nostro vicinato”.
Come sempre, la lotta per il controllo delle risorse ha due giustificazioni: non solo avere accesso a delle risorse essenziali, ma – forse ancora di più – impedirne l’accesso ai tuoi competitor; gli ultimi decenni di guerre in Medio Oriente, principalmente – abbiamo sempre sostenuto – si giustificano proprio così: avere il controllo dell’accesso cinese alle fonti energetiche indispensabili per alimentare la sua impetuosa crescita economica. Evidentemente non ha funzionato proprio benissimo e, alla fine, qualche centinaia di migliaia di vittime civili sono state massacrate del tutto inutilmente; qui però, a questo giro, c’è una questione in più perché – almeno nella visione di Biden e, in generale, dello stato profondo neoconservatore – il cortile di casa è indispensabile proprio anche per permettere al capitale USA di avere sotto suo diretto controllo una capacità industriale minimamente comparabile a quella cinese.
A giocare un ruolo di primissimo piano in questa complicata partita è, in particolare, proprio il Messico: con quasi 130 milioni di abitanti e un PIL pro capite di meno di 12 mila dollari (inferiore a quello cinese e meno di un sesto di quello USA, nonostante – con oltre 2200 ore di lavoro medio a testa – sia il secondo paese OCSE dove si lavora in assoluto di più) il Messico, infatti, presenta quelle caratteristiche indispensabili per pensare di investire in una produzione manifatturiera che possa, in linea di principio, competere con quella cinese e che gli USA sicuramente non hanno. E lo si è già visto abbondantemente: grazie agli incentivi dell’inflation reduction act, non appena si è tornati a investire nell’automotive, i sindacati – forti della carenza di manodopera qualificata che perseguita gli USA dopo 40 anni di finanziarizzazione forzata dell’economia e sostegno artificiale dei consumi attraverso l’indebitamento privato – hanno intrapreso una battaglia eroica che, alla fine, gli ha portato a strappare aumenti salariali medi nell’ordine del 40%, che significa salari medi vicini ai 30 dollari l’ora, circa 6 volte i colleghi messicani; in particolare, i salari medi nell’industria messicana hanno subito una contrazione mostruosa in seguito all’ingresso nel NAFTA, l’accordo di libero scambio tra USA, Messico e Canada, risalente ormai al 1994. “Un trattato” ricorda Brandon Mancilla sulla testata USA specializzata su lavoro e battaglie sindacali LaborNotes “che ha completamente stravolto l’industria automotive del continente”, ma che alla fine non ha fatto altro, ovviamente, che “facilitare la crescita e i profitti dei padroni, mentre i lavoratori venivano colpiti a prescindere dalla nazionalità”; “Il NAFTA”, infatti, continua Mancill “è costato alla classe operaia statunitense milioni di posti di lavoro ben retribuiti nel settore manifatturiero. Prima della firma nel 1994, l’industria automobilistica statunitense era di gran lunga la più grande del continente. Successivamente, la forza lavoro automobilistica messicana da 112.000 lavoratori è cresciuta di sette volte, raggiungendo quasi 900.000 entro il 2019, un aumento concentrato soprattutto nel settore dei ricambi. Nel 2016, gli Stati Uniti impiegavano solo circa il 51% dei lavoratori automobilistici nordamericani, mentre il Messico ne impiegava il 42%”. Ma se pensate che i lavoratori messicani ne abbiano beneficiato, potreste rimanere delusi: “Dopo l’approvazione del NAFTA” svela infatti Mancilla “i salari dei lavoratori messicani del settore automobilistico sono diminuiti, da una media di 6,65 dollari l’ora per i lavori di assemblaggio finale nel 1994 a 3,14 dollari nel 2016”; e così “Ora i lavoratori automobilistici messicani guadagnano un decimo del salario dei lavoratori statunitensi”.
Ora il NAFTA non c’è più; al suo posto c’è lo USMCA che è stato voluto da Trump, che aveva introdotto qualche correttivo per incentivare il ritorno, almeno in piccola parte, della produzione negli USA, ma che – in sostanza – cambia poco o niente: oggi, quindi, i generosi incentivi che gli USA danno per tornare a Make America Great Again valgono anche, ad esempio, per le auto elettriche prodotte in Messico. Ecco, così, che il Messico è diventata la patria per eccellenza del nearshoring, il tentativo di sottrarre un pezzo di manifattura alla Cina per riportarlo vicino al centro dell’impero e il giochino ha pure funzionato: dopo quasi 30 anni di crescita inarrestabile degli scambi commerciali che avevano portato la Cina ad affermarsi come, di gran lunga, il primo partner commerciale degli USA, negli ultimi due anni il primo gradino del podio è stato conquistato, per la prima volta nella storia, proprio dal Messico. Peccato, però, che c’era il trucchetto: tra quelli che si sono catapultati in Messico per approfittare contemporaneamente di costi del lavoro contenuti e accesso agli incentivi fiscali USA ci sono, infatti, anche un sacco di cinesi. Il leader mondiale dell’auto elettrica BYD sta trattando con l’amministrazione della provincia di Jalisco per un impianto nuovo di pacca che prevede diverse centinaia di milioni di investimenti solo per iniziare e MG, che è un marchio del colosso statale dell’automotive cinese SAIC, ha già presentato i piani dettagliati per un investimento che si dovrebbe aggirare tra gli 1,5 e i 2 miliardi di dollari. In attesa di questi megainvestimenti da parte dei marchi più noti, intanto, a investire, sono arrivati una marea di fornitori e subfornitori; ed ecco, così, che se ancora nel 2023 la Cina non appariva nemmeno nella classifica dei primi 10 paesi per investimenti diretti esteri in Messico, dal primo gennaio al 15 marzo s’è subito guadagnata la quarta posizione.
Ma quello che preoccupa ancora di più è che tutte queste aziende dipendono fortemente dalle importazioni cinesi: “Le esportazioni di componenti automobilistici verso il Messico” ricorda infatti il South China Morning Post “sono aumentate del 260% nel 2023 rispetto alla vigilia della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina nel 2017”: se l’obiettivo è ricostruire una base industriale comparabile a quella cinese e disaccoppiare le economie, in modo da non dover temere un crollo della produzione quando si decide di innalzare ulteriormente il livello del conflitto, potrebbe non essere esattamente l’ideale; al momento, se gli USA vogliono considerare il Messico come un pezzo della loro base industriale, la dipendenza dai fornitori cinesi è aumentata (non certo diminuita), consegnando paradossalmente alla Cina una potenziale arma di ricatto in più, non in meno. Ora, siccome – per quello che abbiamo detto più sopra – gli USA non possono rinunciare a trasformare il Messico in una massiccia macchina produttiva di ferro e acciaio con cui oggi ci facciamo le macchine e magari domani, alla bisogna, i vari veicoli a guida autonoma che servono per fare la guerra alla Cina, chi governa il Messico – e che atteggiamento ha rispetto sia alla Cina che agli USA – diventa un fattore strategico dirimente e che, ad oggi, non depone a favore degli USA.

Andrés Manuel López Obrador

Il caro vecchio Lopez Obrador, infatti, non è esattamente il tipo da farsi infinocchiare dalla retorica sui valori immaginari da difendere come un Olaf Scholz o un Enrico Letta qualsiasi; ed ecco quindi che, come ampiamente anticipato, tra guerra dei cartelli del narcotraffico e incidenti diplomatici, parte la guerra ibrida al vicino ribelle nel tentativo disperato di influenzare l’esito delle elezioni presidenziali della prossima estate, un tentativo che però, al momento, non sembra dare chissà che frutti. Secondo i sondaggi, infatti, la candidata del partito di Lopez Obrador continuerebbe a viaggiare agevolmente sopra quota 60% e la percentuale di elettori che dichiarano che sarà lei a vincere senza troppi intoppi continua a crescere giorno dopo giorno; l’unico piano B che rimane, allora, è quello di Trump che, un paio di settimane fa, ha spiazzato gli osservatori di mezzo mondo quando, durante un suo comizio, ha dichiarato senza peli sulla lingua che “Se i produttori di auto cinesi vogliono venire a investire direttamente negli USA, sono i benvenuti”; ma non era quello anticinese? In realtà, l’idea di Trump è esattamente quella che più favorirebbe il disaccoppiamento dalla Cina e la creazione di una base industriale adeguata anche solo per pensare a un conflitto: l’idea di Trump, infatti, è sostanzialmente quella di limitare le importazioni sia dal Messico che dalla Cina e, invece, sfruttare la sete di affari dei privati cinesi per spingerli coi soldi loro a investire direttamente negli USA, sia i grandi marchi, sia tutti i fornitori e subfornitori. Trump si rivela così, ancora una volta, decisamente più lucido delle sue groupies italiche che quando, il mese scorso, Stellantis ha suggerito l’ipotesi di poter rivitalizzare l’impianto di Mirafiori portandoci la produzione di alcuni modelli della controllata cinese Leap Motor, sono andati subito nel panico e hanno dedicato pagine e pagine dei loro giornali alla svendita dell’Italia alla feroce dittatura comunista.
D’altronde, se uno corre per guidare l’impero e gli altri per un posto comodo da vassalli, alla fine un motivo ci sarà: il fronte latinoamericano è lontano dalle linee di faglia che sono già teatro della guerra vera o che rischiano di esserlo nel prossimo futuro; ciononostante, è un fronte fondamentale per permettere all’impero di coltivare ancora qualche speranza. Alcune partite, come l’incredibile elezione di un pagliaccio cosmico come Milei o l’essere riusciti a far abortire definitivamente l’esperienza democratica dell’Ecuador ai tempi di Correa, stanno indubbiamente dando il risultato sperato, ma che siano sufficienti a far deragliare completamente l’America latina dal suo percorso, storicamente necessario, di lottare per la sua indipendenza e per la sua sovranità mettendo definitivamente in soffitta il delirio suprematista della dottrina Monroe, sembra – tutto sommato – piuttosto difficile. Gli unici a non dare nessunissimo segno di dignità, alla fine, rimaniamo noi europei; magari sarebbe il caso cominciassimo a prenderne coscienza: per farlo, serve un vero e proprio media che non faccia da megafono ai deliri delle oligarchie compradore, ma che dia voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Antonio Tajani

Trump apre all’industria cinese, mentre Xi prepara la Rivoluzione Industriale: cosa sta accadendo?

“Se mi stai ascoltando, presidente Xi, tu ed io siamo amici”. Così ha detto Donald Trump parlando al cielo e rivolgendosi a Xi Jinping durante una manifestazione elettorale in Ohio di sabato scorso. Mentre in Cina si parla di rivoluzione industriale, Trump invita i cinesi a portare le loro industrie negli Stati Uniti. Ne parliamo in questo video!

Perché gli USA non riescono a bannare TikTok? E che ci fa la CIA in Cina?


Secondo Reuters, nel 2019, al secondo anno del suo mandato, il presidente Donald Trump ha autorizzato la Central Intelligence Agency (CIA) a lanciare una campagna clandestina sui social media cinesi volta a mettere l’opinione pubblica cinese contro il suo governo, una campagna probabilmente ancora in corso.  Nel frattempo prosegue la vicenda di TikTok: dopo l’approvazione alla camera della legge che, di fatto, porterebbe al ban di TikTok dagli USA, comincia il corteggiamento per l’acquisto dell’applicazione cinese. Ma come stanno reagendo i finanziatori di TikTok?

La GUERRA TOTALE degli USA di Biden contro il resto del pianeta, fino all’ULTIMO EUROPEO

Su una cosa sono tutti d’accordo: il discorso di giovedì scorso di Biden per l’annuale Stato dell’Unione è stato un discorso storico anche se, per ognuno, per un motivo diverso. La più entusiasta di tutti è la sinistra ZTL: Sleepy Joe si sveglia titola Il Manifesto; “A testa bassa contro Trump e l’Alta Corte” continua, “nel discorso sullo Stato dell’Unione il presidente Biden sorprende media e avversari e risale nei sondaggi”. Ancora più enfasi sul Domani, che minaccia un bivio storico: o retorica dem o barbarie. L’argine di Biden alla barbarie di Trump titola a 4 colonne: “Il tonante discorso sullo Stato dell’Unione detta il passo della campagna elettorale”; il suo intervento, sottolinea il giornale del compagno de Benedetti, sarebbe un vero e proprio “grido di battaglia per difendere la democrazia”. Un Biden da leccarsi i baffi rilancia anche l’altra sponda del partito unico della guerra e degli affari; secondo Il Foglio “quel che resta di una serata che meglio di così non poteva andare è la fierezza di Biden, che ha rovesciato il tavolo di una campagna elettorale che pareva destinata a stare sulla difensiva e la consapevolezza che democrazia e libertà non sono beni da dare per scontati, nemmeno nell’America che li ha sempre avuti a cuore”. Come Trump, più di Trump, peggio di Trump ribatte invece Libero che, incredibilmente, da testata ufficiale del fasciocomplottismo più spudorato accusa Biden di aver tenuto “un discorso populista” e “pieno di furbizie”, anche se gli riconosce di essere stato “stranamente lucido”. Di un Biden incredibilmente “vigoroso e all’attacco” parla anche l’immancabile Edward Luttwack sul Giornanale, che suggerisce “se non parla di trans e confini può vincere”, una tesi che per essere supportata ha bisogno di un paio di fake news che al Giornanale credo siano imposte da contratto per vedersi pubblicato un articolo; secondo Luttwack, infatti “nel suo discorso Biden ha saggiamente evitato di menzionare l’attivismo transgender della sua amministrazione” e “la scelta di Biden di non sfiorare neppure questo argomento ha funzionato”. Insomma… La Stampa invece opta per un registro diametralmente opposto e, festeggiando con un giorno di ritardo l’8 marzo, la butta sul femminismo delle ZTL; Biden, fattore donna titola, e riporta anche un altro aspetto ignorato da tutti gli altri media: “Pronto a bandire Tiktok”. Che strano… questo passaggio me lo sono perso; e pensare che, sul tema, sono anche fissato. Mentre Sleepy Joe si risveglia, sono rincoglionito io? Di sicuro, ma forse non a questo giro: nella trascrizione del discorso, infatti, la parola Tiktok non compare; il virgolettato della Stampa, in bella mostra sul titolo, è completamente inventato, tanto per cambiare. Anche questo fa parte della lotta contro le fake news e la disinformazione russa?

Joe Biden

Tra fake news, tifo da stadio, facili entusiasmi e altrettanto facili accuse strampalate, quello che colpisce di come i nostri media parlano del discorso di Biden è la chiara sensazione che non l’abbiano manco ascoltato e che, se l’hanno ascoltato, non c’abbiano capito proprio tantissimo, come se fosse un Putin o un Li Qiang qualsiasi; nell’ultima settimana, infatti, si sono seguiti i 3 interventi più importanti dell’anno da parte delle 3 leadership delle 3 grandi potenze globali e il trait d’union di come le ha riportate la nostra stampa è stato sostanzialmente uno solo: non aver capito assolutamente una seganiente di quello che c’era in ballo. Non dovrebbe sorprendere: siamo in una fase di trasformazione senza precedenti e le grandi potenze stanno strutturando il modo in cui intendono affrontarla nel tentativo di determinarne gli esiti; entrare nel merito di questa dialettica, per le nostre élite e per i loro organi di propaganda, molto banalmente non è fattibile, sia perché l’Europa non è una grande potenza autonoma – e quindi non ha niente da dire se non subire passivamente – ma ancora di più perché dovrebbe ammettere che il grande, storico discorso di Biden sostanzialmente significa una cosa sola: l’Occidente collettivo è in guerra col resto del mondo e a pagare i costi della guerra saranno i nostri alleati. In questo video cercheremo di analizzare le parole di Biden da questo punto di vista; un lavoro che tocca a noi fare perché c’è un Mondo Nuovo che avanza e pensare che a raccontarcelo saranno i vecchi media è semplicemente velleitario.
E giù di standing ovation, la prima di una lunga serie: prima di addentrarci nei contenuti dell’ora di comizio che Biden ha tenuto al congresso giovedì scorso, volevamo concentrarci su una piccola nota di costume che, però, aiuta a comprendere diverse cosine. Nei giorni scorsi abbiamo assistito prima alle due ore di discorso di Putin di fronte all’Assemblea Federale e poi al discorso annuale del premier cinese LI Qiang di fronte all’Assemblea nazionale del popolo; in entrambi i casi, sembrava di essere a una conferenza: molti dettagli tecnici, pochissime frasi ad effetto, nessuna standing ovation. Dal punto di vista comunicativo lo zero assoluto, dei veri e propri dilettanti. Nella patria di Hollywood, però, le cose funzionano diversamente: lo Stato dell’Unione, più che un momento di riflessione politica, sembra un copione di Spielberg. Il meccanismo è molto semplice: frasi a effetto che raramente superano i 20 secondi supportate da una standing ovation, una dietro l’altra, decine e decine di volte; se uno si concentrava sulla vicepresidente Kamala Harris, alle spalle di Biden, più che un comizio sembra una sessione di fitness e, tra una standing ovation e l’altra, il colpo di genio. Perfettamente coordinato con la regia, ogni tanto la telecamera si concentrava su un membro del pubblico che, pochi secondi dopo, veniva chiamato in causa da Biden come esempio concreto delle magnifiche sorti e progressive di 3 anni di Bidenomics e del sogno americano più in generale – dal capo del sindacato degli automobilisti accompagnato dall’operaio della fabbrica di auto dell’Illinois risollevata da Biden, alla cosiddetta voce di Selma, la cantante Bettie Mae Fikes, simbolo della resistenza alla repressione razzista del governo USA che nel marzo del 1965 si abbatté sui manifestanti per i diritti civili in Alabama. D’altronde, nella politica USA la coreografia non è solo importante: è il cuore di tutto; è quello che la distingue dalle altre dittature. Una dittatura smart, camuffata dietro allo sfavillio della società dello spettacolo, e con degli sceneggiatori da Oscar.
Ma, al di là della coreografia, c’è anche la ciccia; il nocciolo fondamentale del discorso di Biden, dal nostro punto di vista, sta esattamente tutto qui: la grande controrivoluzione neoliberista, fondata su globalizzazione e finanziarizzazione – entrambe fortemente sostenute, per oltre 40 anni, da Biden stesso anche in ruoli chiave nell’amministrazione – hanno reso gli USA incredibilmente vulnerabili sia esternamente perché, al contrario delle previsioni, hanno permesso l’emergere di altre potenze che ora minacciano la democrazia USA (che tradotto significa appunto, banalmente, il dominio del grande capitale USA sull’intero pianeta), sia internamente, perché hanno minato dalle fondamenta la tenuta sociale del paese e hanno così favorito l’ascesa di ogni sorta di avventurismo politico, che ora mette a repentaglio dall’interno il sistema nel suo complesso. Trump, con il suo Make America great again, ha rappresentato un primo tentativo di reazione a questa deriva, ma non ha funzionato e non può funzionare: prima di tutto perché, dal punto di vista della politica economica, per tornare a crescere gli USA hanno bisogno di un nuovo patto sociale di carattere fondamentalmente socialdemocratico; questo implica in primo luogo, come ci insegna Michael Hudson, dare un colpo alle rendite a partire, ad esempio, da quelle che ogni anno Big Pharma estrae dall’economia USA. L’altro aspetto fondamentale, sempre come spiega Michael Hudson, è investire il governo del dovere di creare le precondizioni per una produzione competitiva e, cioè, sviluppare quelle che genericamente si chiamano forze produttive – e cioè le infrastrutture materiali come, se non di più, quelle immateriali, a partire da una forza lavoro adeguatamente preparata e istruita: senza un governo in grado di sviluppare le forze produttive, tornare a essere competitivi è una chimera. Se, da un lato, hai un paese dove lo sviluppo delle forze produttive è affidato direttamente al governo e allo Stato – che ha come unico obiettivo abbassare i costi complessivi – e dall’altro, invece, è tutto in mano ai privati che hanno come unico scopo quello di estrarre la rendita più alta possibile, tra i due, in termini di competitività, non c’è scozzo.
Nell’Occidente collettivo innamorato delle privatizzazioni, questo inconveniente è stato parzialmente aggirato scaricando il costo che l’estrazione di rendite ha sulla società direttamente sulle spalle dei lavoratori, ma il risultato – alla fine – non cambia granché: rimane il fatto che un pezzo sempre più grande della ricchezza prodotta, invece di contribuire alla crescita dell’economia nel suo complesso, finisce nelle tasche di una ristretta oligarchia sotto forma di rendita e l’economia nel suo insieme diventa sempre meno produttiva. Il problema, ovviamente, è che per finanziare questa funzione che lo Stato e il governo devono svolgere per il bene di tutta l’economia servono tanti quattrini e quei quattrini arrivano dalle tasse; peccato che gli USA, comprese le amministrazioni nelle quali Biden ha ricoperto ruoli di primissimo piano (o, almeno, ha sostenuto con vigore) quelle tasse non abbiano fatto altro che ridurle continuamente e, ovviamente, non in maniera equa: i lavoratori, sempre più impoveriti, hanno continuato a pagare sempre le stesse tasse, mentre alle grandi corporation che li sfruttavano – e agli oligarchi che le possedevano – venivano fatti regali sempre più corposi.
Insomma: Rimbambiden non sembra poi così rimbambito; cosa sarebbe necessario fare per Make Amaerica great again, tutto sommato, ce lo ha chiaro e, di fronte a un avversario che continua a proporre tasse più basse per i super ricchi e il minimo ruolo possibile immaginabile per lo Stato e il governo come un Milei qualsiasi, propone un ritorno alla cara vecchia formula socialdemocratica che è l’unica che può garantire la crescita. Ed ecco così che, anche comprensibilmente, la sinistra delle ZTL ritrova il suo campione. C’è solo un piccolo problemino: il fatto è che la socialdemocrazia ai tempi del derisking state e, cioè, dello Stato che ha come sua prima missione quella di eliminare i rischi alla grande rendita finanziaria, molto banalmente, si riduce a una formula retorica. Biden vuole combattere il peso che le rendite scaricano sull’economia nazionale, ma si scorda della rendita più grande di tutte: la rendita dei monopoli finanziari; sono loro a imporre una tassa gigantesca su tutto il resto della società e a fare in modo che una quantità enorme di ricchezza esca dai circuiti produttivi e vada direttamente in tasca alle oligarchie USA – e degli alleati degli USA – ma a loro, in un’ora abbondante di discorso, non si fa cenno. Non potrebbe essere altrimenti: la campagna elettorale USA è, in grandissima parte, una competizione sfrenata a chi raccoglie più fondi e quindi, banalmente, a chi offre la prospettiva più vantaggiosa a chi detiene il grosso della ricchezza e Biden, da questo punto di vista, sta letteralmente asfaltando il suo competitor.
Tutta fuffa, quindi? Non esattamente, perché a sostenere il gigantesco costo che comporta farsi succhiare il sangue dalle oligarchie non devono essere necessariamente i lavoratori USA; a far quadrare i conti ci può pensare anche qualcun altro: l’imperialismo e il colonialismo, d’altronde, hanno sempre funzionato così. Il problema oggi, però, è che il Sud del mondo sembra aver iniziato ad alzare la testa e di pagare i conti USA non sembra avercene più tanta voglia. Chi li pagherà quindi? Esattooooo! TE. PROPRIO TE: te e tutti quelli come te che vivono nel giardino ordinato delle democrazie europee ai tempi dell’iperimperialismo USA. Oddio, in realtà non proprio tutti tutti: c’è anche un 1% che, in realtà, ci guadagna e sono gli unici a essere rappresentati dalle nostre élite politiche e dalla propaganda al loro servizio, una piccola élite compradora che, per conto dell’egemonia USA, succhia il sangue a tutti i suoi concittadini e li riempie pure di puttanate propagandistiche, un segreto di Pulcinella che, però, per i nostri media al servizio delle oligarchie rimane ancora inconfessabile.
Ed ecco così spiegato com’è che sui nostri media mainstream non troverai traccia del vero, profondo, storico contenuto del grande discorso di Joe lo sveglio: è il piano di una rapina e i proprietari dei nostri media sono il suo palo. Per non vivere nel mondo delle pete candite e continuare a farci rapinare senza manco rendercene conto, abbiamo bisogno di un media che, invece che alla propaganda dell’1%, dia voce agli interessi concreti del 99. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Maurizio sambuca Molinari

UCRAINA ALLO SBANDO: il disastroso bilancio di 2 anni di guerra – ft Alberto Fazolo

A due anni dal principio dell’operazione speciale russa ricostruiamo le vicende del conflitto ucraino con Alberto Fazolo, storico giornalista esperto di Donbass e Russia.
Andiamo alle radici della guerra, ricostruendo il pantano ucraino che si configura sempre più come un nuovo Vietnam. Trump sarà il nuovo Nixon? Un reazionario costretto a firmare la ritirata dal Vietnam dei tempi nostri? Scopriamolo assieme.

La strategia europea per permettere agli USA di scatenare la Terza Guerra Mondiale nel Pacifico

“Esiste un solo piano A, ed è la vittoria dell’Ucraina”: intervistato da La Stampa, Charles chihuahua Michel, come si confà alla sua specie, prova a dissimulare la sua vulnerabilità e la sua debolezza digrignando i denti e riassume in modo sintetico il nuovo equilibrio politico che, alla vigilia delle elezioni europee, sta maturando in un’Unione Europea che, con virtuosa tenacia, sta riuscendo a spostare il suo baricentro ancora più a destra. “Più autonomia dagli USA: urgente la difesa comune” che – di per sé – suona anche bene, ma in realtà può essere interpretata in due modi radicalmente diversi. Quello più ottimista: dopo 2 anni di schiaffi, l’egemonia USA è indebolita e l’Europa approfitta delle circostanze per procedere in direzione della sua tanto agognata indipendenza strategica – senza pestare troppo i piedi a Washington – con la scusa della difesa dalla minaccia immaginaria di Putin, pazzo dittatore che, dall’isolamento, farnetica di avanzare fino a Lisbona; e poi c’è quello più pessimista: la strategia USA ha funzionato benissimo, la rottura tra Europa e Russia non è più conciliabile e il muro contro muro non è più reversibile. Ne consegue che gli interessi geopolitici di USA ed Unione Europea si sono totalmente riallineati e, quindi, è finalmente possibile delegare in toto il lento logoramento dell’Orso Russo all’alleato europeo per poter tornare a concentrarsi sul vero avversario sistemico e, cioè, la Cina. Questa delega totale del fronte occidentale russo all’Europa sarebbe anche facilitata dal fatto che, dopo due anni di declino economico e di deindustrializzazione forzata – con la complicità del ritorno dell’austerità e dell’ordoliberismo nel vecchio continente che impediscono di sostenere la guerra economica ingaggiata dagli USA a forza di incentivi multimiliardari finanziati col debito pubblico per attrarre capitali europei – l’unica carta che rimane da giocare all’Unione Europea per non fallire definitivamente è quella di convertirsi a una specie di nuova economia di guerra, puntando tutto sul riarmo e sullo sviluppo della sua industria bellica. Ovviamente, come sempre accade nella vita reale, queste due interpretazioni radicalmente diverse non vanno pensate come mutuamente escludentesi, ma – da bravi materialisti – come compresenti e in eterno rapporto dialettico tra loro; insomma: sono entrambe vere, e l’esito finale del conflitto tra queste due tendenze non è determinato e prevedibile, ma cambierà a seconda di come si evolve concretamente la situazione reale al di là dei titoli dei giornali e della propaganda che continua a martellare. “Una sconfitta dell’Ucraina” secondo il pensiero magico di Michel “non può essere un’opzione”, e indovinate un po’ come ha intenzione di ribaltare il corso degli eventi? “Coinvolgendo il Sud globale” afferma, e cioè “spiegando che ciò che la Russia sta facendo è estremamente pericoloso per la stabilità del mondo”. E che ce vo’
Intanto martedì scorso, per la terza volta, gli Stati Uniti da soli contro il resto del mondo hanno posto il veto all’ennesima risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU che invocava il cessate il fuoco per il genocidio di Gaza; riuscirà il bravo Michel a convincere il Sud globale che lo Stato canaglia dell’ordine globale è la Russia – e non gli USA – in modo da permettergli di fornire agli USA la via d’uscita giusta per scatenare la terza guerra mondiale nel Pacifico?

Charles Michel con un bomba

Il problema della guerra totale che gli USA vogliono ingaggiare contro il resto del mondo – che vorrebbe liberarsi da 500 anni di dominio dell’uomo bianco e chiudere l’era del superimperialismo a stelle e strisce – è che questa guerra si sviluppa contemporaneamente su tre fronti distinti e gli USA, nonostante spendano in armi poco meno che tutto il resto del mondo messo assieme, la forza di vincere contemporaneamente su tre fronti non ce l’hanno, manco lontanamente; l’obiettivo che hanno perseguito negli ultimi anni, quindi, è stato delegare due di questi fronti agli alleati vassalli per concentrarsi interamente su quello fondamentale e, cioè, lo scontro nel Pacifico con l’unica vera grande altra superpotenza globale che loro stessi definiscono per primi, ufficialmente, il loro unico avversario sistemico: la Cina.
Prima ancora che iniziasse la guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, il fronte che gli USA avevano cercato di sbolognare agli storici alleati regionali, in realtà, era stato proprio il Medio Oriente che, in soldoni, significa l’Iran, l’unica potenza regionale di una qualche consistenza a non essere totalmente assoggettata agli interessi statunitensi. Dopo decenni di guerre di invasione dirette, che anche se non avevano avuto esattamente gli esiti sperati avevano, comunque, permesso di ridurre a un ammasso di macerie alcuni degli stati nazionali dell’area – dall’Iraq alla Siria, passando per la Libia -, con Trump gli Stati Uniti accelerano infatti in modo vistoso il ritiro del grosso delle loro truppe dalla regione; il piano è, appunto, quello di delegare il contenimento prima e lo scontro diretto poi contro l’Iran ai proxy regionali – ovviamente in primo luogo Israele, che è l’unica potenza nucleare della regione e che è un vero e proprio avamposto del superimperialismo USA nella regione, ma anche ad emiratini e sauditi, alleati storici degli USA e che, nel frattempo, sono stati armati fino ai denti: con oltre il 5,5% del PIL destinato alla difesa, infatti, da qualche anno gli Emirati Arabi Uniti sono tra i paesi che proporzionalmente spendono di più in armi al mondo e l’Arabia Saudita, stabilmente sopra il 7%, è il campione assoluto – e si tratta, ovviamente, per oltre l’80% di armi made in USA. Questi paesi, insieme al Bahrein e un altro paese che ama molto togliere il pane di bocca alla popolazione per metterlo nelle casse dell’apparato bellico industriale USA e, cioè, il Marocco, avrebbero dovuto cementare la loro alleanza attraverso gli accordi di Abramo, voluti da Trump nell’estate del 2020; nel frattempo, proprio come in Ucraina, Trump faceva di tutto per varcare le linee rosse dell’Iran e spingerlo a qualche azione che avrebbe giustificato una reazione militare vecchio stile da parte dell’alleanza: nel maggio del 2018 ritirava unilateralmente e senza nessuna giustificazione plausibile gli Stati Uniti dal JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano, raggiungendo così due obiettivi: grosse difficoltà per l’economia iraniana, a causa del ritorno al vecchio regime delle sanzioni, e un po’ di panico nella regione per il ritorno della minaccia nucleare di Teheran. Ma era solo l’antipasto: il 3 gennaio del 2020, infatti, con un vero e proprio atto criminale gli USA lanciano un attacco aereo contro l’aeroporto di Baghdad per assassinare il maggiore generale iraniano Qasem Soleimani, l’architetto dell’asse della resistenza, che si era recato in Iraq per un incontro distensivo con i rappresentanti sauditi; l’Iran, però, evita accuratamente di cadere nella trappola e invece di impantanarsi in una nuova escalation, continua a lavorare con pazienza al rafforzamento dell’asse della resistenza che, ancora oggi, sta dando del filo da torcere a Israele e agli USA in tutta la regione. Nel frattempo, visto che il sostegno americano nella guerra in Yemen non sta sortendo chissà quali effetti, i sauditi cominciano a pensare a un piano B anche perché, nel frattempo, è scoppiata la guerra in Ucraina e hanno avuto una prova provata di cosa succede ad affidarsi mani e piedi a Washington: sotto le pressioni anche dell’opinione pubblica – per quel poco che gliene può fregare a un regime feudale premoderno dell’opinione pubblica – continuano a tenersi a debita distanza dagli accordi di Abramo e, nel frattempo, continuano a fare piccoli passi verso una riappacificazione con l’Iran; a spingere verso questa soluzione ci si mette di buzzo buono pure la Cina che, nel frattempo, è diventata di gran lunga il primo partner commerciale e il primo acquirente di petrolio saudita. Gli USA continuano a cercare di seminare un po’ di panico e, nel novembre del 2022, lanciano un allarme su un possibile attacco iraniano in suolo saudita – così, alla cazzodecane, giusto per fa un po’ caciara –, ma anche qui ci prendono 10: pochi mesi dopo, il 10 marzo del 2023, assistiti dalla paziente mediazione cinese iraniani e sauditi si tornano a stringere la mano a Pechino e riavviano le relazioni diplomatiche formali; gli USA, però, non hanno ancora perso le speranze e continuano a sperare nella firma saudita degli accordi di Abramo fino al 7 ottobre, quando l’operazione Diluvio di al Aqsa scombussola nuovamente tutti i piani e – complice l’azione dell’asse della resistenza e, in particolare, di Ansar Allah – obbliga gli USA a rimpelagarsi anima e core nella polveriera mediorientale: un sostegno incondizionato a un massacro genocida di carattere platealmente neocoloniale che, tra l’altro, non fa che rinsaldare il Sud globale e isolare sempre più Washington, ormai sempre più percepita – anche dai paesi più conservatori – come un pericoloso Stato canaglia completamente estraneo a ogni minima idea di diritto internazionale.
Insomma: il primo tentativo di delegare a qualcun altro uno dei tre fronti, direi che non è andato proprio benissimo anche perché, inevitabilmente, non ha fatto che aumentare l’influenza nella regione di Russia e Cina – e senza che nessuna delle due ci dovesse impiegare chissà quali risorse; d’altronde, è esattamente quello che succede quando i tuoi piani egemonici sono in palese contrasto con gli interessi dei popoli: mentre te impieghi risorse ingenti – e senza manco lontanamente raggiungere i tuoi obiettivi – agli altri gli basta tenersi in disparte e non rilanciare per essere visti come dei veri e propri salvatori della patria e ampliare così la loro influenza a costo zero. Andare contro il corso naturale della storia ha un costo altissimo che solo un impero al massimo della sua forma è in grado di sostenere, e al massimo della sua forma l’impero USA – così, a occhio – non lo è più da qualche tempo.
La lotta contro il declino dell’insostenibile egemonia USA in Medio Oriente, a un certo punto, sembrava addirittura stesse indebolendo la presa degli USA su quelli che, più che alleati (in particolare negli ultimi 2 anni), si sono rivelati veri e propri vassalli e, cioè, i paesi europei che, almeno di facciata – a partire proprio dalle votazioni all’Assemblea Generale e anche al Consiglio di Sicurezza dell’ONU – sembravano cominciare a prendere le distanze; probabilmente non avevano alternative: a differenza degli USA, dove – nonostante si sia sviluppato un movimento di solidarietà alla Palestina senza precedenti – la lobby sionista tiene letteralmente in pugno entrambi i probabili candidati alle prossime presidenziali, in Europa, alla vigilia del voto per il parlamento di Strasburgo, pestare un merdone sulla questione palestinese potrebbe essere determinante. La pantomima, però, sembra essere durata poco: al Summit di Monaco la Davos della difesa, come è stata ribattezzata – a parte qualche slogan inconcludente, da parte dell’Europa sul genocidio si è deciso di stendere un velo pietoso; tutta l’attenzione, invece, si è rivolta verso il fronte ucraino e sulla volontà dei vassalli europei di non spezzare il cuore ai padroni di Washington, come hanno fatto quegli irriconoscenti dei sauditi. Come sosteniamo sin dall’ormai lontano febbraio del 2022, infatti, la guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina può essere letta proprio come il tentativo USA di appaltare ai vassalli europei una lunga guerra di logoramento che tenga occupata Mosca e le impedisca, qualora fosse necessario, di garantire all’amico cinese il suo sostegno in caso di escalation nel Pacifico; ci stanno riuscendo?
Sinceramente, se ce lo aveste chiesto anche solo poche settimane fa avremmo risposto, in soldoni, di no; le ultime dichiarazioni – sulla falsariga di quelle rilasciate al Corriere da Charles Michel – però, ci stanno facendo sorgere più di qualche dubbio: l’idea che ci eravamo fatti, infatti, era che di fronte alla sostanziale debacle della NATO in Ucraina, il piano USA di spezzare definitivamente il processo di integrazione economica tra Unione Europea e Mosca fosse probabilmente destinato – almeno nel medio – lungo periodo, dopo una prima fase di innegabile successo – a essere reinvertito. In questi due anni, infatti, l’economia europea ha pagato un prezzo gigantesco e gli USA, che sono anche alle prese con una faida interna di dimensioni mai viste, non hanno fatto assolutamente niente di niente per condividere l’onere, anzi! Non solo si sono fatti d’oro con l’export di gas naturale liquefatto e hanno garantito un vantaggio competitivo enorme alle loro aziende proprio a partire dalla diversa bolletta energetica, ma hanno anche rincarato la dose oltre ogni limite con un’ondata di politiche protezionistiche senza precedenti e con una quantità di quattrini pubblici spropositata per attirare sul suolo americano tutti gli investimenti che le aziende, invece, non hanno nessunissima intenzione di fare nel vecchio continente; un fuoco incrociato al quale non siamo in nessun modo in grado di reagire: mentre gli USA, infatti, fanno i neoliberisti col culo degli altri (ma si sono tenuti ben stretta una Banca Centrale che funziona da prestatore di ultima istanza e che è in grado di monetizzare il gigantesco debito USA ogni volta che serve), l’impianto ordoliberista dell’Unione Europea ci impedisce di provare a tornare a crescere facendo debito. I capitali – noi – li dobbiamo cercare su quelli che la propaganda chiama mercati ma che, in realtà, non sono altro che i grandi monopoli finanziari privati che sono tutti made in USA, e i risultati si vedono: da due anni a questa parte la crescita USA, alla prova dei fatti, si è sempre dimostrata migliore delle aspettative; quella europea e, in particolare, quella tedesca, peggiore, di parecchio.

Angela Merkel con Vladimir Putin

L’Europa, nel frattempo, ha cercato di tenere botta differenziando l’approvvigionamento energetico, ma con il Medio Oriente in fiamme e sull’orlo di una guerra regionale non è che sia esattamente una passeggiata; ora, in questo contesto, Putin in Ucraina ci sta asfaltando e piano piano la questione Ucraina era stata vistosamente allontanata dai riflettori, relegata in qualche trafiletto nelle pagine interne: sembrava la tempesta perfetta per imporre all’Europa di sconigliare senza dare troppo nell’occhio e tornare alle posizioni espresse di nuovo, nell’autunno scorso, da Angela Merkel sulla necessità di un nuovo assetto della sicurezza continentale concordato con la Russia, che facesse da apripista alla fine delle sanzioni e al ritorno a rapporti economici sensati. D’altronde, da qualche tempo a questa parte, sembrava si stesse preparando il terreno: il bilancio disastroso delle sanzioni – che era chiaro sin dal principio, ma veniva dissimulato dalla propaganda con millemila puttanate – era stato sostanzialmente sdoganato; nelle ultime settimane e, in particolare, negli ultimissimi giorni, questa traiettoria però sembra di nuovo allontanarsi – e non mi riferisco certo solo alla strumentalizzazione senza pudore fatta della vicenda Navalny, che probabilmente era del tutto inevitabile. Il punto principale, piuttosto, è tutta questa retorica sulla corsa al riarmo europeo che ha tenuto banco, in particolare, proprio al Summit di Monaco e che – fattore ancora più preoccupante – è stata cavalcata in particolare proprio dalla Germania: la Germania, infatti, è in assoluto il paese che è ha subìto le conseguenze economiche più pesanti e quello che avrebbe più interesse a ricercare un nuova distensione con Putin, come suggerito da Angelona Merkel; il fatto che sia quello che, più di tutti, spinge sull’acceleratore dell’escalation, a nostro modesto avviso segnala che, oltre alla propaganda alla Navalny, c’è probabilmente qualcosa di molto più profondo. Del rischio che la Germania veda in una sorta di nuova economia di guerra, tutta focalizzata sull’industria bellica, l’unica via di uscita dal suo inesorabile declino industriale abbiamo parlato già ieri in questo video; qui volevamo aggiungere giusto un altro spunto di riflessione perché, come afferma proprio Charles Michel al Corriere, noi europei “stiamo lavorando duramente per convincere gli Stati Uniti a fare ciò che è necessario. Ma le esitazioni del Congresso – e il fatto che l’ex presidente Trump partecipi alla campagna elettorale – ci devono far capire che in futuro dovremo contare molto di più sulla nostra capacità”. Ora, questo sforzo per poter fare a meno degli USA, ovviamente, parte dalla situazione Ucraina dove, sottolinea Michel, “esiste solo un piano A: il sostegno all’Ucraina”, ma questa potrebbe essere solo la scusa, diciamo; sinceramente, nonostante non ritenga né Michel né nessuno dei suoi colleghi esattamente una cima, mi voglio augurare che non siano così rintronati da pensare di ribaltare le sorti della guerra con armi che riusciranno a produrre tra 5 anni e, come ha detto Michel stesso senza senso del pudore, “coinvolgendo anche il Sud globale”; piuttosto, quella che temo si stia facendo strada in Europa è proprio quello che ventilava mercoledì scorso anche Il Manifesto parlando della Germania e cioè, appunto, l’idea che per salvare la nostra industria non ci rimanga che concentrare tutti gli sforzi nell’industria bellica e che, per finanziarla, non ci rimanga che intraprendere la strada che porta a una sorta di nuova economia di guerra. D’altronde, è anche l’architettura istituzionale delirante che ci siamo dati a imporcelo: senza Banca Centrale prestatrice di ultima istanza in grado di monetizzare il debito e in balìa dei monopoli finanziari privati USA, ci possiamo indebitare soltanto per finanziare quello che piace anche a loro e quindi, in ultima istanza, quello che rientra nell’agenda del superimperialismo a stelle e strisce; e, di sicuro, non gli piace se facciamo debito per sviluppare una nostra industria tecnologica o una nostra transizione green che metta a repentaglio il primato che stanno cercando di ricostruirsi a suon di incentivi miliardari. Invece se li buttiamo tutti in industria delle armi – che usiamo esclusivamente per tenere occupata e logorare la Russia – quello gli va bene, eccome, e quindi se po’ fa: è l’unico tipo di microrilancio economico che il nostro padrone ci concede.
Anzi, no, non è l’unico: ce n’è pure un’altra, che peggio mi sento; lo ricorda lo stesso Michel, sempre nella stessa intervista: per una nuova corsa agli armamenti, afferma, ovviamente serve “supporto finanziario” e per trovarlo, sottolinea, “stiamo lavorando per cercare di usare gli asset russi congelati”. Ora, intendiamoci, io non ho niente contro gli espropri, quelli proletari però: ogni asset preso da un oligarca e nazionalizzato manu militari per me è sempre una conquista – io, ad esempio, lo farei domattina con tutti gli stabilimenti Stellantis e l’avrei fatto, a suo tempo, con l’ex ILVA. Qui, però, la faccenda è un’altra: si tratta di rapinare un bene privato per consegnarlo a un altro privato, esattamente com’è successo con la raffineria della Lukoil a Priolo ed esattamente come sta facendo la Germania con la raffineria del Brandeburgo e con tutta la rete gestionale della Rosneft distribuita tra Germania, Polonia e Austria per un valore complessivo, riporta Hadelsblatt, di circa 7 miliardi di dollari; come commenta sarcasticamente John Helmer sul suo blog, “Finché possono rubare o distruggere le risorse russe a ovest dell’Ucraina, la guerra non finirà” e “Il partito tedesco che meglio garantirà di continuare questo furto per l’arricchimento dei dirigenti e degli azionisti tedeschi vincerà le prossime elezioni”.
Insomma: un’economia di guerra e di rapina, alla faccia del giardino ordinato; impossibilitati a recuperare il terreno economico e produttivo perduto, in questi mesi si stanno mettendo le basi per un’Europa completamente diversa da quella che abbiamo già conosciuta e – sembra difficile crederlo – incredibilmente peggiore. Per evitare che tutto salti per aria, allora, ovviamente c’è bisogno di un supporto propagandistico ed ideologico di tutto rispetto e questo supporto, questa giustificazione, non può che essere uno stato di guerra permanente a medio – bassa intensità sostenuto da tutta la propaganda sul grande pericolo immaginario che arriva da Est; cioè, per tenere in piedi l’Europa dell’industria bellica e dell’economia di guerra che ci stanno prospettando, la guerra alla Russia non è un’ipotesi, non è un’eventualità: è proprio una necessità vitale. Dall’alto del nostro suprematismo del tutto ingiustificato, prendevamo per il culo i popoli arabi e le condizioni di vita indecenti che si fanno imporre dai loro regimi autoritari, al punto da dichiarare unica democrazia dell’area un stato fondato sul genocidio e l’apartheid, e poi ci siamo fatti ingroppare senza vasellina come loro non hanno permesso. Sarebbe arrivata l’ora di ritrovare un po’ di dignità e rovesciare completamente il tavolo prima che sia troppo tardi; per farlo, abbiamo bisogno di lasciarci alle spalle la guerra di propaganda a suon di armi di distrazione di massa tra sinistra ZTL e destra negazionista e reazionaria e mettere in piedi un vero e proprio media popolare, ma autorevole, che dia una prospettiva alle aspirazioni concrete del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Charles Michel

L’Europa si sta preparando alla GUERRA TOTALE contro la Russia?

“Allarme a Washington”; “Una nuova arma russa minaccia gli Stati Uniti”: dopo la provocazione di Trump sul via libera alla Russia ad attaccare liberamente qualunque paese europeo si ostini a non raggiungere la quota del 2% del PIL di spesa militare e con lo stallo che va avanti, ormai, da oltre due mesi sull’approvazione del pacchetto di aiuti USA per l’Ucraina, alla vigilia del Summit di Monaco – noto anche come la Davos della Difesa – la propaganda del partito unico degli affari e della guerra, per cercare di scatenare un po’ di panico, le ha provate letteralmente tutte. La storia della novella alabarda spaziale termonucleare con la quale il dittatore pazzo ci sta minacciando tutti quanti di estinzione è una delle tante ed è piuttosto indicativa; il caso scoppia mercoledì scorso, quando il presidente della Commissione Intelligence della Camera, il repubblicano Mike Turner, volto pacioccoso del bellicismo neocon old school e grande supporter della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, in attesa del via libera per le bombe vere ne lancia una virtuale sul suo account X: “Oggi” scrive “il comitato permanente del Congresso per l’Intelligence ha informato i membri del congresso relativamente a una grave minaccia alla sicurezza nazionale” così, di botto, senza senso. Esattamente quello che la propaganda guerrafondaia stava aspettando per scatenare il finimondo: “Mosca supera un’altra linea rossa e punta a militarizzare lo spazio” rilancia gasatissima La Stampa; le prove sono schiaccianti e le elenca il nostro generale Tricarico, informatissimo. “Non è inverosimile” afferma “che la Russia possa attrezzarsi e sviluppare un’arma nucleare da lanciare nello spazio e farla esplodere con la potenza di megatoni”; non è inverosimile: quando si dice una pistola fumante. Il livello di fuffa ha raggiunto livelli tali che anche lo stesso Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale, avrebbe dichiarato di essere “rimasto basito”, mentre un altro rappresentante della Commissione Intelligence prendeva anche per il culo e invitava alla calma -quando si dice lanciare il sasso e nascondere la mano. A 5 giorni di distanza, tutto quello che sappiamo è che, appunto, ci sarebbe una non meglio precisata minaccia russa che riguarda lo spazio e ha qualcosa a che fare con l’energia nucleare e con la disattivazione dei satelliti e che comunque, in nessun modo – parole della stessa Casa Bianca – rappresenta un pericolo immediato, ma qualcosa che “nel medio lungo termine” “può” condizionare la difesa degli States.

Aleksej Naval’nyj

A parte ai pennivendoli della propaganda guerrafondaia, è apparso evidente subito a tutti si trattasse di un’enorme vaccata buttata nella mischia a caso per creare un po’ di panico ad hoc, e i trumpiani hanno avuto gioco facile a perculare il tutto; i commenti al tweet di Turner sono emblematici: “Ci è appena stato detto” scrive il blogger cospirazionista Jeff Carlson “che la Russia… [riempi lo spazio vuoto]. E’ una minaccia molto reale di cui non possiamo dirti nulla. È molto seria. Dico sul serio. Quindi devi finanziare l’Ucraina per i prossimi dieci anni” – firmato Mike Turner. Manco più a montare le psyop sono buoni; fortunatamente per loro, poche ore dopo è arrivata la tragica notizia della morte in carcere di Navalny e la campagna russofoba per la corsa al riarmo si è potuta fondare su qualcosa di un attimino più solido: Torniamo a bomba, come ha titolato emblematicamente Il Manifesto, con tanto di foto di gruppo da Monaco. “Il mondo si riarma a passi forzati: Stoltenberg preme sull’acceleratore, l’Europa è in piena corsa in difesa dell’Ucraina, e la Germania si avvia verso l’economia di guerra e riapre il dibattito sull’atomica”. Il giorno dopo, Sirsky annunciava il ritiro definitivo delle truppe ucraine da Adveevka; cosa mai potrebbe andare storto?
“Dirò a Putin di attaccare i paesi europei che non spendono per la loro difesa”: con un colpo di scena degno del Berlusconi dei migliori tempi, dal palco di un’anonima cittadina della Carolina del Sud The Donald torna a imporre l’agenda del dibattito elettorale e a offrire un assist perfetto alle cancellerie più guerrafondaie del vecchio continente e alle industrie di armi, che si sfregano le mani all’idea di altri anni di succulenti extraprofitti; la necessità di armare fino ai denti tutto il continente in vista di una possibile ritirata USA dall’Europa nel caso, sempre più probabile, di una vittoria di Trump, è stato il tema per eccellenza del Summit di Monaco dove, riporta il New York Times, aleggiava un umore piuttosto asprino “in netto contrasto con quello di appena un anno fa, quando molti dei partecipanti pensavano che la Russia potesse essere sull’orlo della sconfitta”. Allora, ricorda sempre il Times, “si parlava di quanti mesi sarebbero potuti essere necessari per ricacciare i russi verso i confini che esistevano prima del 24 febbraio 2022. Ora” conclude amaramente l’articolo “quell’ottimismo appare prematuro nella migliore delle ipotesi, leggermente delirante nella peggiore” .
Finita la botta del delirio precedente, eccone uno tutto nuovo per l’occasione: l’assunto di base, a questo giro, è che Putin ora sarebbe in procinto di attaccare direttamente un paese NATO così, a cazzodicane; effettivamente, come per l’Ucraina, potrebbe essere un caso paradigmatico di profezia che si autoavvera. Ovviamente, a Putin di attaccare un paese NATO non gliene può fregare di meno, ma a forza di dirlo – e di comportarsi come se fosse un destino ineluttabile, armandosi fino ai denti e sfidando continuamente le linee rosse di Mosca – la fantasia potrebbe diventare davvero realtà; di sicuro ci stanno provando con ogni mezzo necessario: in Ucraina, ad esempio, mentre sul fronte terrestre la debacle è ormai totale, tutti gli sforzi della NATO sono concentrati a colpire la flotta russa, che secondo alcune stime, avrebbe registrato perdite vicino addirittura a un terzo del totale “che equivale”, sintetizza Andrew Korybko sul suo blog, “a 25 navi e un sottomarino”. La propaganda russofoba l’ha spacciata come una vittoria degli Ucraini, ma – in realtà – qui l’Ucraina non c’entra sostanzialmente niente: l’Ucraina manco ce l’ha una flotta; fa solo da prestanome. Si tratta, a tutti gli effetti, di una guerra della NATO contro la marina russa nel tentativo, come dice sempre Korybko, “di imporre costi militari asimmetrici alla Russia, andando a colpire obiettivi di alto profilo relativamente facili da colpire” e senza che la Russia possa in qualche modo reagire in modo simmetrico, dal momento – appunto – che l’Ucraina una marina, molto banalmente, non ce l’ha; e il tutto mentre, nel frattempo, nei mari del Nord la NATO sta svolgendo la più grande esercitazione dai tempi della Guerra Fredda: si chiama SteadFast Defender 2024 e coinvolge, in tutto, qualcosa come oltre 50 navi, un’ottantina tra jet, elicotteri e droni, oltre 1000 veicoli da combattimento e la bellezza di oltre 90 mila soldati. E dai mari del Nord si estende a tutto il continente: in coordinamento con SteadFast Defender, infatti, i tedeschi impiegheranno 12 mila uomini della decima divisione Panzer nell’esercitazione denominata Quadriga 2024, dove sperimenteranno la logistica necessaria per raggiungere Svezia, Lituania e Romania nella “prima esercitazione in cui la difesa del fianco orientale della NATO si coniuga con il ruolo della Germania come perno della difesa dell’Europa” (Carsten Breuer, capo delle forze armate tedesche). Nel frattempo, le forze armate polacche testeranno la capacità di movimento di 3.500 veicoli, compresi 100 carri armati statunitensi, nell’operazione denominata Dragon-24; insomma: prove di guerra totale alla Russia. Dopo aver decantato le lodi di questo sforzo ciclopico, per rispondere alla boutade di Trump Stoltenberg ha ricordato che, in realtà, “i paesi NATO non hanno mai speso così tanto”: come ricorda Tommaso di Francesco sul Manifesto, infatti, “In 9 anni, dal 2014, gli Stati europei più il Canada hanno aumentato di ben 600 miliardi i loro bilanci militari”; allora, i paesi NATO che rispettavano l’obiettivo del 2% erano appena 3. Quest’anno saranno 18, con alcune encomiabili eccellenze: i paesi baltici superano il 2,5%, la Grecia il 3, la Polonia addirittura il 4; “un caso istruttivo” come sottolinea l’Economist, perché oltre metà dei soldi polacchi andranno in acquisto di attrezzature – dai carri armati agli elicotteri, dagli obici ai razzi Himars – il tutto, continua l’Economist, “con una pianificazione poco coerente e con totale negligenza su come equipaggiare e sostenere tali attrezzature. I lanciatori Himars” ad esempio “possono sparare fino a 300 km, ma gli strumenti che hanno per l’intelligence non sono in grado di localizzare gli obiettivi a quella distanza e dovranno fare interamente affidamento sugli USA”.

Jens Stoltenberg

Altri paesi europei sono intenzionati a seguire le stesse orme: “Gli europei” ha affermato il ministro della difesa Pistorius a Monaco “devono fare molto di più per la nostra sicurezza”; l’obiettivo del 2% è solo l’inizio, e nel prossimo futuro “potremmo raggiungere il 3, o forse anche il 3,5%”. Più che sulla volontà di aumentare la spesa, quindi, i distinguo all’interno dell’imperialismo guerrafondaio dell’Occidente collettivo potrebbero giocarsi su dove vanno a finire questi quattrini: se la Polonia, infatti, è ben felice di riempire le tasche degli alleati d’oltreoceano, la Germania, infatti, potrebbe puntare piuttosto a sfruttare l’occasione per ridare un po’ di ossigeno al suo manifatturiero, che – nel frattempo – è stato raso al suolo; ed è solo l’antipasto. Come ricorda il Financial Times, infatti, “Le aziende tedesche si riversano negli Stati Uniti con impegni record di investimenti di capitale”; “Gli Stati Uniti” si legge nell’articolo “stanno attirando una quantità record di investimenti di capitale da parte di aziende tedesche attratte dalla loro forte economia e dai lucrosi incentivi fiscali, mentre Berlino è preoccupata per la deindustrializzazione”: in un solo anno, infatti, gli investimenti diretti tedeschi negli USA sono passati da 8,2 miliardi a 15,7 miliardi, distribuiti in 185 progetti, 73 dei quali nel settore manifatturiero – e potrebbe essere solo un primo assaggino. “Secondo un sondaggio condotto su 224 filiali di aziende tedesche negli Stati Uniti, pubblicato l’8 febbraio dalle Camere di commercio tedesco – americane” continua, infatti, l’articolo “il 96% prevede di espandere i propri investimenti entro il 2026”.
Il rilancio dell’industria bellica nostrana potrebbe essere la medicina giusta; le differenze tra Biden e Trump andrebbero forse analizzate anche da questo punto di vista: congelando la guerra per procura in Ucraina, infatti, Trump si troverebbe col fiato sul collo della sua industria bellica a corto di commesse e sarebbe portato a fare pressioni sull’Europa per alzare la spesa sì, ma solo per sostenere l’industria USA. Per tenere il fronte acceso, invece, Biden avrebbe bisogno dello sforzo industriale sia statunitense che europeo; da questo punto di vista, quindi, la scelta starebbe un po’ a noi: vogliamo morire di fame e di miseria o di guerra? E poi dicono che non c’è democrazia… Questo dilemma potrebbe caratterizzare anche l’agenda elettorale della Von Der Leyen, alla disperata ricerca di un secondo mandato alla guida del protettorato europeo: “La proposta di Von der Leyen per il secondo mandato” titola, ad esempio, Politico “più potenza militare e meno discorsi sul clima”; “Il mondo di oggi è completamente diverso rispetto al 2019” ha affermato, “e anche Bruxelles lo è” sottolinea Politico, “o lo sarà presto”. “L’attuale gruppo di deputati del Parlamento europeo” continua Politico “è stato eletto al culmine delle marce giovanili ispirate a Greta Thunberg che hanno catapultato il cambiamento climatico nel mainstream politico” e hanno influenzato la retorica del primo mandato di Ursulona. Nonostante la leggenda metropolitana sulle ecofollie di Bruxelles spacciata dall’alt right, però, al di là della retorica i risultati sono stati pochini e, per la gioia dei negazionisti climatici che hanno scambiato la lobby del fossile per il nuovo fronte di liberazione popolare, ora anche la retorica sembra essere arrivata al capolinea, e così “nella conferenza stampa di lunedì” riporta sempre Politico “il clima è stato appena menzionato e l’accento si è spostato tutto sulla difesa”; ma nella peggiore delle ipotesi, rilancia l’Economist, se davvero “l’America abbandonasse l’Europa” la nuova situazione “richiederebbe di fare molto di più che semplicemente aumentare la spesa”. “Quasi tutti gli eserciti europei” sottolinea l’Economist “fanno fatica per raggiungere i loro obiettivi di reclutamento”: a dicembre, Pistorius ha affermato che, col senno di poi, aver interrotto la leva obbligatoria in Germania nel 2011 è stato un tragico errore, mentre il generale britannico Patrick Sanders, capo dell’esercito britannico, ha usato l’esempio dell’Ucraina per ribadire che “Gli eserciti regolari iniziano le guerre; gli eserciti di cittadini le vincono”. Ma anche nei rari casi in cui gli obiettivi del reclutamento vengono raggiunti, mancano comunque “capacità di comando e controllo, come ufficiali di stato maggiore addestrati a gestire grandi quartier generali”.
L’altro nervo scoperto – fondamentale – è la questione nucleare: “L’America” sottolinea l’Economist “è impegnata a usare le sue armi nucleari per difendere gli alleati europei” e sarebbero quelle armi ad averci fornito una garanzia contro l’invasione russa; ora, però, chi può pensare che “un presidente americano che non è più disposto a rischiare le sue truppe per difendere un alleato europeo, sarebbe invece disposto a mettere a repentaglio le città americane in un conflitto nucleare?”. Francia e Gran Bretagna l’atomica ce l’hanno, ma si parla di 500 testate in totale contro le 5 mila degli USA e le 6 mila russe e, in buona parte, non sappiamo come gestirle: le armi nucleari britanniche, infatti, sono assegnate alla NATO; la Gran Bretagna può decidere di usarle come vuole “ma è totalmente dipendente dagli USA per la progettazione delle testate, per le quali attinge ad un pool comune di missili, conservato in Georgia”. “Se l’America dovesse interrompere ogni cooperazione” sottolinea l’Economist “le forze nucleari britanniche probabilmente avrebbero un’aspettativa di vita misurata in mesi anziché in anni”; e il problema della catena di comando va ben oltre il nucleare: la NATO, infatti, gestisce una complessa rete di quartieri generali – un quartier generale in Belgio, tre comandi in America, Paesi Bassi e Italia, e una serie di comandi più piccoli sotto. “Questi” sottolinea l’Economist “sono i cervelli che gestirebbero qualsiasi guerra con la Russia. E se Trump si ritirasse dalla NATO da un giorno all’altro, gli europei dovrebbero decidere come riempire questo vuoto” e in molti dubitano che gli Stati Membri dell’UE possano mettersi d’accordo nell’individuare l’equivalente di un comandante supremo tra di loro, in grado di sostituire il padrone di Washington.

The Donald

Insomma: l’obiettivo dell’Economist è chiaro: fare un po’ di terrorismo psicologico contro la possibilità di una nuova amministrazione Trump; l’Europa è sotto attacco russo, ovviamente deve spendere un sacco di quattrini per riarmarsi, ma che non gli venga in mente di vedere nelle minacce di Trump un opportunità per ritagliarsi uno spazio di autonomia strategica, perché senza la Pax Americana l’Europa è destinata a soccombere e, magari, anche a tornare a farsi la guerra vera al suo interno. Nel frattempo, in Italia – per tagliare la testa al toro – abbiamo approfittato del clima bellicista per fare un altro bel favore all’industria delle armi: la famosa legge 185 – che, anche se è stata spesso aggirata, permetteva al Parlamento di avere un controllo su dove autorizzavamo ad esportare le nostre armi – è sotto attacco; “L’obiettivo” titola Il Manifesto “è escludere il Parlamento dai controlli”. “Il senso dell’operazione che la maggioranza si appresta a varare” conclude l’articolo “è di ridare al governo il potere di decidere il da farsi in autonomia, togliendo alle Camere ogni potere di discussione”.
Forse di fronte all’offensiva propagandistica delle due correnti del partito unico degli affari e della guerra, il potere di discussione – invece – sarebbe il caso di riprendercelo per sul serio; per farlo, ci serve un vero e proprio media che che non si faccia infinocchiare dalla propaganda bellicista e che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Rimbambiden

L’INTERVISTA DI CARLSON: come Putin ha asfaltato la fuffa di Trump e il Suprematismo USA

La politica americana non smette mai di stupirci e anche la scorsa settimana ci ha regalato due perle preziose: la prima sono le dichiarazioni di Donald Trump che, durante un discorso pubblico in South Carolina, ha detto che se fosse rieletto presidente gli Stati Uniti non difenderebbe militarmente un paese europeo da un attacco russo a meno che il paese in questione non abbia speso almeno il 2 per cento del PIL nella difesa, “Anzi, incoraggerei i russi a fare quello che vogliono” ha intimato minaccioso agli europei; “Dovete saldare i vostri debiti!”. Queste dichiarazioni apparentemente folli rivelano in verità uno dei tasselli fondamentali della strategia politica di Trump e del partito Repubblicano: disimpegnarsi il più possibile in Europa in modo da poter concentrare tutte le risorse necessarie nel Pacifico nell’ottica di una futura guerra alla Cina. Naturalmente, all’idea che Trump possa addirittura smantellare la NATO costringendo gli Stati europei a difendersi da soli, tanti giornalisti italiani si sono lasciati andare ad urla isteriche e imprecazioni disperate; la reazione degli ottoliner, invece, pare che sia stata più o meno questa.

Vladimir Putin e Donald Trump

L’altro scandalo lo ha scatenato il giornalista americano Tucker Carlson il 6 febbraio scorso recandosi a Mosca per intervistare Vladimir Putin; era la prima volta che un giornalista occidentale faceva un’intervista al presidente russo dallo scoppio della guerra in Ucraina e, tanto per cambiare, dopo la pubblicazione dell’intervista le reazioni dell’opinione pubblica occidentale hanno dato prova di grande superficialità: tra chi ha dipinto Carlson come un traditore della democrazia e scagnozzo di Putin e chi, invece, guarda al giornalista americano come al nuovo messia della libera informazione e della lotta alla propaganda occidentale, è praticamente una gara a chi la spara più grossa. Basterebbe, infatti, aver studiato un attimo la biografia di Carlson, aver letto qualche sua dichiarazione precedente e aver seguito un minimo la geopolitica americana negli ultimi anni per sapere cosa politici e giornalisti di area repubblicana – come lui – stanno cercando di fare; è chiarissimo che a Carlson non interessi un bel nulla delle centinaia di migliaia di morti in Ucraina, né delle ragioni dei pacifisti, né della libera informazione: Carlson è, infatti, lontano mille miglia dalla sacrosanta lotta all’imperialismo e al suprematismo americano nel mondo. Semplicemente, in questo periodo il giornalista si limita a fare da megafono alle posizioni politiche di Donald Trump – e la posizione di Trump sulla guerra per procura della NATO in Ucraina è sempre stata chiarissima: bisogna fermarla al più presto, perché oggi il vero nemico del dominio globale americano non è la Russia, ma la Cina, e per poter vincere la guerra contro Pechino la Russia deve essere assolutamente riportata nell’orbita occidentale. “La più grande minaccia per questo Paese non è Vladimir Putin; è ridicolo. La minaccia più grande, ovviamente, è la Cina” dichiarava Carlson quando ancora faceva il conduttore a Fox News, e rincarava: “Gli Stati Uniti dovrebbero avere buoni rapporti con la Russia per combattere meglio la Cina; se la Russia dovesse mai unire le forze con la Cina, l’egemonia globale americana, il suo potere, finirebbe all’istante” e da quando l’anno scorso è stato licenziato da Fox News, Carlson non ha fatto altro che portare avanti esattamente questa narrazione guerrafondaia e sinofobica tanto cara a Trump e a tutti trumpiani americani ed europei. In questa puntata parleremo delle diverse visioni strategiche imperiali di democratici e repubblicani americani e, in particolare, del conflitto su quale debba essere considerato il nemico principale tra Russia e Cina e sul ruolo dell’Europa in questo scacchiere; vedremo inoltre come Putin, durante l’intervista con Carlson, abbia sfatato molte delle falsità della propaganda russofobica occidentale e come abbia platealmente deriso la retorica razzista e suprematista anticinese di Trump e Carlson ribadendo la propria solidissima alleanza con Pechino.

Henry Kissinger

Negli anni ’70, durante l’amministrazione di Richard Nixon, Kissinger utilizzò la diplomazia triangolare per mettere la Cina contro l’Unione Sovietica; nel 2018, Kissinger consigliò alla politica americana di tornare a questa diplomazia triangolare, ma nella direzione opposta: “Henry Kissinger” come riportava, infatti, il Daily Beast “ha suggerito al presidente Donald Trump che gli Stati Uniti dovrebbero collaborare con la Russia per contenere una Cina in ascesa”. I supporter dell’ala trumpiana dei Repubblicani e la destra reazionaria europea vedono infatti nella Russia un paese pur sempre bianco, europeo, cristiano e capitalista – e quindi un potenziale alleato contro la minaccia cinese, patria del comunismo, dell’ateismo e di un’etnia diversa dalla nostra; FuckBiden e i democratici, invece, la vedono diversamente. Da una parte sanno benissimo che, a lungo termine, l’unico vero grande competitor al loro dominio è la Cina e lo hanno anche scritto nero su bianco nel documento ufficiale che riassume la loro Strategia per la Sicurezza Nazionale; a differenza dei trumpiani, però, non confidano troppo sulla possibilità di spezzare l’alleanza che si sta consolidando tra Russia e Cina e hanno cercato di consolidare l’alleanza con i partner europei, nel tentativo di delegargli l’opera di contenimento del nemico russo e potersi concentrare sul Pacifico. Da una parte, quindi, l’Europa è vista come un continente ormai in inesorabile declino per la cui sicurezza e controllo non vale spendere soldi preziosi; dal lato democratico, invece, la NATO e – in generale – il controllo politico e militare sulle provincie atlantiche dell’impero rappresenta ancora una priorità. Ma al netto di queste differenze, come ha insistito più volte anche Ben Norton nell’intervista che ci ha rilasciato, quello che molti europei fanno ancora così fatica a comprendere – troppo presi da pseudo – dibattiti sul grado di bon ton di questo o quell’altro presidente americano – è che sia democratici che repubblicani sono profondamente imperialisti e il loro scontro non riguarda se gli Stati Uniti debbano o meno essere un impero, ma piuttosto su quale sia la migliore strategia per preservarlo; e quale delle due strategie, quella repubblicana o quella democratica, sia effettivamente la più lungimirante sarà solo la storia a dircelo, perché se è vero che, a prima vista, un avvicinamento russo alla Cina sembra un disastro per gli americani, è anche vero che il capo della CIA William J. Burns ha recentemente definito l’assistenza militare degli Stati Uniti all’Ucraina “un investimento relativamente modesto con significativi ritorni geopolitici per gli Stati Uniti e notevoli ritorni per l’industria americana”. In ogni caso, gran parte delle attuali politiche statunitensi, così come la famigerata intervista di Carlson a Putin, devono essere lette alla luce del conflitto tra queste due diverse visioni strategiche, cosa che – manco a dirlo – politici e giornalisti italiani si guardano bene dal fare.
Ma Chi è Tucker Carlson? Il giornalista americano è diventato famoso negli ultimi anni vendendosi come populista, a difesa dell’America profonda dagli attacchi delle oligarchie radical chic democratiche; naturalmente, con gli ultimi Carlson non ha mai avuto nulla a che fare: rampollo di una famiglia potente, ricca e politicamente ben integrata, Carlson ha iniziato la sua carriera mediatica come falco neoconservatore, sfornando articoli razzisti e guerrafondai per il Weekly Standard, la bibbia dell’ala più reazionaria dei repubblicani. Negli anni Duemila è stato promosso a conduttore di programmi alla CNN per poi, infine, passare a Fox News; tra le altre cose, ha sostenuto con entusiasmo l’invasione illegale dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, definendo gli iracheni “scimmie primitive semianalfabete”. Nel maggio del 2006, durante una discussione sulla guerra in Iraq in un popolare programma radiofonico, ha dichiarato con modi gentili di non avere troppo rispetto della cultura irachena: “Una cultura in cui la gente non usa la carta igienica o le forchette, non merita considerazione” ha detto, aggiungendo infine che “Gli iracheni dovrebbero chiudere quella cazzo di bocca e obbedire agli Stati Uniti perché non sono in grado di governarsi da soli”; dopo essere stato licenziato da Fox News, Carlson si avvicina ancora di più a Trump e oggi rappresenta uno dei suoi più efficaci strumenti di propaganda.

Tucker Carlson

E veniamo ora ai punti più interessanti dell’intervista con Putin: nell’intervista, il presidente russo ha parlato della storia del suo paese, dei rapporti con l’Ucraina, della Seconda Guerra mondiale e dei miti su cui in questi anni in Occidente è stata montata questa ondata di russofobia; il più diffuso di questi miti, naturalmente, è che la Russia rappresenterebbe una costante minaccia esistenziale per gli europei. Questo terrorismo psicologico – smentito clamorosamente dagli ultimi due secoli di storia in cui, a ben vedere, sono sempre stati gli europei occidentali a invadere i territori russi e non il contrario – è stata funzionale ai nordamericani una volta conclusa la guerra fredda, così da poter tenere in vita la NATO e legittimare la propria presenza militare sul nostro territorio; finita la guerra fredda, racconta infatti Putin, la Russia aveva tutte le intenzioni di avere ottimi rapporti con l’Occidente, come dimostra anche il tentativo di entrare nella NATO e il progetto di dar vita a una difesa missilistica congiunta, respinto da Clinton e Bush Jr. Ma i buoni rapporti con i paesi europei, con i quali era stata costruita anche una forte interdipendenza economica ed energetica, è sempre stata avversata dagli USA, i quali hanno sempre temuto di perdere il controllo sul vecchio continente e, soprattutto, che si potesse formare una grande alleanza politica euroasiatica; in questo clima di ostilità, dunque, la costante espansione della NATO ad est non poteva che essere considerata una minaccia per la sicurezza della Russia, ha sottolineato Putin: un po’ come se oggi Messico e Canada stringessero un’alleanza militare con la Cina con la possibilità di ospitare testate nucleari cinesi a pochi passi con il confine statunitense. Quale sarebbe la reazione nord-americana. Difenderebbero il diritto di Messico e Canada, in quanto Stati sovrani, ad entrare in tutte le alleanze militari che vogliono? Ho come l’impressione di no. In ogni caso, se su tutte queste riflessioni di Putin Carlson annuiva soddisfatto e tra i due sembrava ci fosse totale sintonia, quando si è parlato di Cina le cose sono improvvisamente cambiate: “La domanda è” chiede Carlson “cosa viene dopo gli USA? Si scambia una potenza coloniale con un’altra, molto meno sentimentale e indulgente. I BRICS, ad esempio, rischiano di essere completamente dominati dai cinesi, dall’economia cinese, in un modo che non è positivo per la loro sovranità. È preoccupato per questo?”; “Abbiamo già sentito queste storie sull’uomo nero” replica laconico Putin, “La filosofia della politica estera cinese non è aggressiva” continua, “La sua idea è quella di cercare sempre un compromesso. E questo lo vediamo. Ci viene raccontata sempre la stessa storia dell’uomo nero, ed eccola di nuovo, in forma eufemistica, ma è sempre la stessa storia dell’uomo nero”. Ma mentre si continua a fare propaganda sinofoba con le favolette, continua Putin, la realtà è che “La cooperazione con la Cina continua ad aumentare. Il ritmo di cooperazione della Cina con l’Europa sta crescendo. È più alto e maggiore di quello della crescita della cooperazione sino – russa”; “Chiedete agli europei” continua Putin: “Hanno paura? Forse sì. Non lo so. Ma cercano comunque di accedere al mercato cinese a tutti i costi. Soprattutto ora che stanno affrontando problemi economici. In America” conclude Putin “volete limitare la cooperazione con la Cina. Ma è a vostro danno, signor Tucker, che state limitando la cooperazione con la Cina. State danneggiando voi stessi.” Putin ha poi sottolineato soddisfatto come la politica repubblicana non sia affatto riuscita a isolare la Cina dalla Russia e a dividere i BRICS, e che sono state proprio le politiche di Biden e del Partito Democratico in Ucraina in questi anni a condurre al definitivo fallimento di questa strategia.
Come sappiamo, il nuovo obiettivo americano è ora quello di dividere i BRICS, in particolare facendo leva sui propri buoni rapporti con l’India, cercando così di creare quanti più conflitti possibili tra cinesi e indiani che, storicamente, non godono di ottimi rapporti. Secondo una recente inchiesta del Washington Post, una volta rieletto Trump si starebbe preparando ad imporre una tariffa del 60% su tutti i prodotti cinesi importati: praticamente una dichiarazione di guerra; la speranza è che, sia in campo economico che su Taiwan, Xi Jinping non caschi in queste provocazioni imperialistiche occidentali e continui a dare prova di grande saggezza razionalità politica. E se anche tu sogni un’Europa fuori dalla NATO e una grande alleanza euroasiatica tra Stati sovrani che porti pace e benessere su tutto il supercontinente, bisogna prima di tutto costruire media libero e indipendente che combatta la propaganda americana. Adesso anche tu puoi fare la tua parte e costruirlo insieme a noi: iscriviti al nostro canale in inglese (OttolinaTV – English – YouTube) e aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Tucker Carlson

Xi Jinping e Biden: apocalisse rimandata?

Questa settimana c’è stato l’incontro tra Biden e Xi Jinping. La Cina ha accettato di condurre politiche anti droga congiuntamente agli Stati Uniti e di riattivare il dialogo militare ad alti livelli con Washington, entrambe richieste statunitensi. Ma alla richiesta cinese di allentare la guerra commerciale e tecnologica che dai tempi di Trump gli Stati Uniti hanno lanciato contro la Cina e che con Biden si è intensificata, a questa richiesta gli Stati Uniti per il momento hanno risposto di no… ma è davvero difficile credere che la Cina abbia fatto concessioni gratuite agli Stati Uniti senza ottenere nulla in cambio. In attesa di saperne di più sugli accordi dietro le quinte, per il momento non possiamo fare altro che limitarci solo a ciò che sappiamo, cioè alle letture ufficiali dell’incontro e ai discorsi che sono stati fatti pubblicamente!