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Trump fa la pace con BlackRock e litiga con Putin. Meloni disorientata dà i numeri

Canada e Australia in mano ai Mario Draghi di turno: l’unica cosa che Trump sembra essere in grado di make great again sono i vari partiti di bolliti liberaloidi in giro per il pianeta

OttolinaTV by OttolinaTV
05/05/2025
in Economia, I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Italia, U.S.A.
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No vabbeh, ma allora è un vizio. Re Donaldo l’ha fatto di nuovo, un altro miracolo, è riuscito a resuscitare un altro cadavere. Dopo la rimonta di 27 punti di svantaggio dei liberali canadesi, guidati dal Mario Draghi d’oltreoceano, a suon di annunci roboanti e di repentine retromarce, Trump è riuscito a far vincere contro ogni pronostico anche i laburisti australiani. Non era facile eh, tanto Mark Carney quanto Tony Albanese rappresentano il peggio del peggio dell’establishment globalista, due facce della stessa medaglia coniata dai Clinton e dai Blair, che speravamo di esserci definitivamente tolti dai coglioni e invece, come scrive entusiasta il foglio, Trump “ha ridato energia a ciò che voleva distruggere”. “Terza via”, segnali di un ritorno, rilancia Polito sul corriere della Serva, “al centro si vince”. Con ogni mezzo necessario. Se in Canada e Australia è bastato affidarsi a due sacerdoti del neoliberismo più classico, infatti, e negli USA è bastato dare una pacca sulla spalla a Zio Donald con la mano invisibile e il portafoglio visibilissimo delle oligarchie finanziarie, in Germania e Romania tocca truccare la partita. E in italia? In italia che problema c’è? Come ha detto Georgie a reti unificate, “abbiamo la dinamica salariale migliore d’europa”, no?
Ah, no?
Come dici? I dati confermano che siamo quelli messi peggio di tutti in Europa? È come se c’avessero tolto di nascosto la tredicesima? Eh, vabbeh, e che sarà mai, abbiamo altre priorità: “Stop alle teorie gender”. “Rivoluzione a scuola: vietata la lingua gender”. Ooohh, ora sì. E ti lamenti? Rosicone!

Meloni e Trump sono la coppia del decennio, su questo non ci piove, ma più nel senso di Batman e Catwoman o più Fantozzi e Filini? Han Solo e leia o Beavis e Butt-Head? I più entusiasti non hanno dubbi: “occupazione, export”, e addirittura “salari”, secondo Libero, “premiano il governo”. Per confermarlo, riportano un dato Istat: tra gennaio e marzo le retribuzioni orarie stabilite dai contratti collettivi sono cresciute del 3,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. “La dinamica salariale migliore d’Europa”, ribadisce la cazzara della Garbatella. E graziarcazzo. Dopo averci tenuto a pane e acqua per tre anni, c’hanno dato un tozzo di pane. E lo spacciano per un’abbuffata. Tipo negli interrogatori dei film, quando dopo che uno t’ha torturato per due ore arriva quello che si limita a prenderti a pizze e te lo scambi per l’Arcangelo Gabriele…ecco, uguale.

Il punto è che tra il 2021 e il 2024 l’Italia è stato in assoluto il paese OCSE dove i salari reali sono diminuiti di più. Perché? Semplice: nonostante due anni di iperinflazione, a fine 2024 c’erano ancora 13 milioni di lavoratori che avevano contratti scaduti in media da 22 mesi. Nel frattempo il settore bancario registrava per 3 anni di fila profitti record: circa 25 miliardi l’anno in media. Poco meno del doppio della media dei 5 anni precedenti – una vera e propria rapina. L’aveva dovuto ammettere pure il governo: “Tasseremo gli extraprofitti”, avevano promesso. Non è mai successo. Dopo 22 mesi di attesa, durante il 2025 sono stati rinnovati un po’ di contratti…e che fai, non festeggi? Peccato che nonostante gli aumenti del 3,9% sbandierato dal governo, il bilancio complessivo dire che è deludente è un eufemismo: rispetto al 2021, guadagniamo l’8% in meno. Insomma, è come se c’avessero fottuto la tredicesima. Risultato: secondo l’Eurostat, il 9% dei lavoratori full time italiani è povero. In Germania, dove non è che se la passino proprio benissimo ultimamente, sono il 3,7. D’altronde, se chi lavora poi lo devi pure pagare, poi non ti puoi lamentare se c’è tanta disoccupazione. È così che la nostra Georgie ha creato 1 milione di posti di lavoro. Ma che dico un milione, un milione di miliardi! “Ma entrando un po’ più nel dettaglio”, sottolinea la famosa testata massimalista bolscevica il Sole dell’avvenire 24 ore, “non mancano le ombre”. “Frena l’occupazione”, titola, “meno 16 mila addetti e male per i giovani”. Secondo il Sole, il tasso di occupazione femminile a marzo è tornato a scendere e sotto i 25 anni la disoccupazione è tornata a sforare quota 19%, 5 punti in più della media europea. Eh, vabbeh, i soliti rosiconi, rilancia Libero, che rilancia con i dati sull’export. Una specie di miracolo, alla faccia dei dazi: un bel +2,9% a marzo. e un bel +7,5% su base annua. E qui graziarcazzo non basta, serve pure Graziella. Terrorizzati dalla minaccia dei dazi negli USA c’è stata la corsa a riempire i magazzini, e solo in marzo le importazioni sono aumentate del 5%. Su base annua, del 31. E a noi, ci sono toccate solo le briciole. Risultato: nel primo trimestre dell’anno le ore di cassa integrazione autorizzate sono aumentate di oltre il 30% rispetto al 2024. Se continua così, Georgie rischia di avere tutte le carte in regola per diventare un’altra economista di riferimento del centrosinistra, una candidata perfetta per un altro governo tecnico di unità nazionale come la sua Crush Donaldo che continua a far rosicare i sinistrati e i radical chic.

“Wall Street si è già ripresa dai dazi”, titola ancora Libero. E anche qui: graziarcazzo, l’ha levati. Passo dopo passo Re Donaldo s’è rimangiato il 99% della sua guerra commerciale. Prima ha sospeso le tariffe reciproche annunciate al Liberation Day, tranne che alla Cina, poi ha esentato i prodotti elettronici cinesi, poi l’automotive messicano. Gli erano rimasti i giocattoli e l’abbigliamento, ma ora sembra che Nike stia strappando un’esenzione pure per quelli. E anche sugli altri fronti, la ritirata ormai sembra totale: dalla guerra alla Federal Reserve e a Jerome Powell, alla fine del sostegno USA alla guerra per procura in Ucraina. Trump aveva anche promesso una riduzione significativa del budget della difesa. L’ha aumentato del 13%. Il mondo immaginario dei MAGA si è scontrato con la realtà del superimperialismo. Senza il favore dei cosiddetti mercati, e cioè degli oligarchi di tutto il pianeta che rapinano i rispettivi Paesi per investire le loro rendite nelle borse USA, i miliardari ultrareazionari che finanziano Trump si ritroverebbero di punto in bianco con le pezze al culo, a partire da Elon il grande, che tanto grande ormai non sembra più. A forza di giocare al Grande Dittatore, ha contribuito a bruciare centinaia e centinaia di miliardi di capitalizzazione di Tesla al punto che, come riporta il Wall Street Journal, i principali azionisti starebbero cercando il modo di dargli il ben servito, ed è stato costretto a dire ciao agli incarichi governativi. Il dietrofront della rivoluzione trumpiana ha riportato i principali indici delle borse USA ai valori dell’1 aprile, il giorno prima del Liberation Day, ma con diverse cicatrici: il rendimento dei titoli decennali del debito USA, e cioè quanto paga il governo federale di interessi, era al 4,16%, ora è al 4,3. Per comprare un euro servivano 1,08 dollari, ora ne servono 1,13. L’oro era quotato 3.146 dollari l’oncia, ora è a 3.257. Ma sopratutto: nel primo trimestre del 2025 il PIL è diminuito di 0,3 punti percentuali. Non succedeva da 3 anni. Per chi aveva promesso una nuova età dell’oro, non esattamente una partenza esaltante, diciamo. I supporter però non si scoraggiano. È tutto programmato, la famosa arte del negoziato di Re Donald alla fine riuscirà a imporre dazi del 10% a tutti, e tutti diranno pure grazie perché comunque sempre meglio del 50, o del 60. Può essere. Ma cosa significherebbe, in soldoni?

Nel 2024 gli USA hanno importato beni per circa 4 mila miliardi. L’obiettivo dichiarato è ridurre questa cifra, per raggiungere una bilancia dei pagamenti più equilibrata, rispetto ai 1200 miliardi di passivo di oggi, quindi diciamo 3 mila miliardi. Il 10% sono 300 miliardi, più levaci tutte le esenzioni del caso: diciamo 200, 250 miliardi…che sembrano tanti, anzi, sono tanti per qualunque Paese normale, ma gli USA non sono un Paese normale. Sono il centro dell’Impero. E hanno un Pil di poco inferiore a 30 mila miliardi, e soprattutto un deficit annuale di poco inferiore ai 2 mila. Farne pagare un decimo agli altri Paesi, di sicuro male non fa, ma per fare l’America Great Again, sinceramente, mi sembra un po’ pochino. E non solo a me, mi sa. Secondo la media dei sondaggi in circolazione effettuata da RealClearPolling, l’operato di Trump riscuote il consenso del 45% degli americani, e lo sdegno del 52. Ancora a gennaio, le cifre erano esattamente invertite. A 100 giorni dall’insediamento, è il peggior risultato di sempre. Il secondo peggiore, è sempre suo. Nel 2017. Col suo primo mandato. Allora le boutade di Re Donald hanno ringalluzzito l’internazionale liberale, la stessa che aveva governato fino ad allora e che aveva creato le condizioni della sua vittoria, e che quando è tornata al potere, ha rifatto le stesse identiche politiche: si è illusa di nuovo che non serve il consenso popolare, basta fare felice BlackRock e l’alta finanza, gonfiando la bolla. E ha creato di nuovo le condizioni per il ritorno di Re Donaldo, più forte di prima. Ora il copione si ripete: l’unica cosa che Trump sembra essere in grado di make great again sono i vari partiti di bolliti liberaloidi in giro per il pianeta.

Il caso del Canada è stato eclatante: ancora a febbraio i conservatori erano in vantaggio di addirittura 27 punti percentuali; i liberali di Trudeau, una specie di Tony Blair d’oltreoceano, erano al minimo storico, poco sopra il 20%. Poi è arrivato il San Mario Draghi di turno, uno che è così organico alle oligarchie finanziarie che, caso più unico che raro, dopo aver imposto un po’ di lacrime e sangue da banchiere centrale del suo Paese, è stato chiamato a fare altrettanto anche all’estero. Per ben sette lunghi anni Mark Carney è stato governatore della Banca d’Inghilterra, il primo non britannico a essere nominato in questa posizione sin dalla fondazione dell’istituzione nel 1964: sette anni durante i quali l’economia britannica è stata letteralmente rasa al suolo, trasformando il vecchio centro imperiale nel vero nuovo grande malato d’Europa, e tutti i capitali sono fuggiti oltreoceano, a gonfiare la bolla speculativa made in USA. Dopo la discesa in campo di Carney, nel giro di due mesi, il bullismo di Trump ha fatto perdere ai conservatori oltre 5 punti, e ne ha fatti guadagnare oltre 20 ai liberali, in buona parte a spese dei partiti di orientamento più autenticamente popolare e democratico. È l’inarrestabile fascino del blocco antifascista, la logica per cui di fronte a un Trump, alla fine ci si accontenta anche del Mario Draghi di turno. Si abbandona ogni velleità di costruzione di una società un minimo più equa e sostenibile. E così al giro dopo il Trump di turno torna più forte che mai.

Dopo il Canada, non passa manco una settimana di tempo per assorbire il colpo, ed ecco che arriva il turno dell’Australia. Anche qua a metà gennaio il Trump australiano era in vantaggio di oltre 6 punti, due mesi di “Make Australia Great Again”, ed ecco fatta la frittata: i laburisti di Tony Albanese riconfermano la maggioranza assoluta dei seggi. Canada e Australia fanno parte dei 5 eyes. I 5 occhi, gli alleati più fedeli di Washington, con cui condividono l’infrastruttura di intelligence, “un’organizzazione di intelligence sovranazionale che non risponde alle leggi conosciute dei propri Paesi”, come diceva Snowden, probabilmente la più ampia e completa coalizione di spionaggio della storia – che ora vede tutti e quattro i governi degli alleati degli USA ostili a Trump. Non solo il laburista inglese Keir Starmer, ma anche il conservatore neozelandese Luxon, che non è di centrosinistra, ma appartiene comunque a pieno titolo alla tecnocrazia globalista. Che dite, c’entrerà qualcosa col fatto che Re Donaldo è tornato a fornire armi all’Ucraina, e che la luna di miele con Putin sembra già una storia passata?

La parabola di questi primi 100 giorni di Trump 2.0 è il ritratto perfetto dello stato di crisi irreversibile in cui si ritrova l’imperialismo a guida USA dopo la batosta ucraina e dopo aver perso la guerra tecnologica contro la Cina. Per make america great again servirebbe una rivoluzione, che faccia fuori tutte le rendite parassitarie delle oligarchie e ricostruisca i prerequisiti che in passato hanno permesso all’economia reale di svilupparsi, ma 50 anni di ultra finanziarizzazione hanno consegnato le leve del potere reale in mano a quelle stesse oligarchie che non hanno nessuna intenzione di rinunciare a rapinare il pianeta qui e ora in cambio della promessa di un nuovo Eldorado che esiste solo nella retorica di Re Donaldo e nella nostalgia di quando c’era LVI della nostra premier e della macchina propagandistica che la sostiene, che prova a salvare capre e cavoli buttandola in caciara. “La guerra dei sessi”, titolava a sei colonne in prima pagina Libero lo scorso giovedì. “Stop alle teorie del gender”. “Scuola, si cambia”, rilanciava il Giornanale. “In cella chi picchia i prof”. Fanno sempre così, quando non sanno che pesci prendere, col copia incolla. Sabato 22 marzo: l’italia si apprestava a registrare il peggior indice PMI per i manifatturiero dell’anno, e nettamente al di sotto delle aspettative, il governo era stato da poco costretto a dimezzare le aspettative di crescita per il 2025: da un già misero 1,2%, a un umiliante 0,6. Titolo del Giornanale: “Rivoluzione a scuola: vietata la lingua gender”. L’unico vantaggio di essere completamente scollegati dalla realtà, è che almeno puoi viaggiare di fantasia, manco quello. Come si suol dire: la banalità del male.

Se anche tu non ne puoi più di farti prendere così platealmente per il culo, la soluzione è una sola, mandarli #tuttiacasa. Per farlo, serve una mobilitazione popolare. Ti aspettiamo al teatro Il Piccolo di Napoli domenica 11 maggio alle 16 per un’altra tappa del nostro tour #tuttiacasa, e soprattutto, sabato 24 maggio in piazza San Babila a Milano per una vera e propria manifestazione nazionale per costruire, come dice il nostro amico Angelo d’Orsi, una costituente contro il sistema guerra, e mandare a casa il partito unico delle armi e degli affari. Ma per scatenare prima, e sostenere poi, una vera mobilitazione popolare, serve un media. Un vero e proprio media, come quelli finanziati dagli Elkann, o da Caltagirone. Ma per dare voce al 99% come si fa? Col vostro sostegno, quello di sempre, aderendo alla di sottoscrizione di ottolinatv su GoFundMe e su PayPal, e con un nuovo stratagemma: si chiama 5×1000 e vi permette di prendere una parte dei soldi che ogni anno vi vengono scippati dal partito unico della guerra, e di investirli per mandarli #tuttiacasa. Basta indicare nell’apposita sezione della dichiarazione dei redditi un numerino magico: 92054980450. È il codice fiscale di Multipopolare, il codice segreto per dichiarare guerra al pensiero unico. Coi loro soldi. Dona il 5XMILLE a Multipopolare e aiutaci a ridare voce al 99%.

E chi non firma, è ALESSANDRO SALLUSTI.

Tags: albaneseblackrockcarneyeconomiagenderliberalimelonitrumpusa
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