Skip to main content

Tag: meloni

Meloni la Piazzista infuriata con Macron il Pivellino: “la Guerra si fa, ma si nega”

Meloni: non porterò l’Italia in guerra (Il Giornale). Il Giornanale e la madrecristiana negli ultimi 2 giorni si sono risvegliati più pacifisti del solito, ma potrebbe essere un po’ tardino e, infatti, è solo uno scherzo: “Lo zar, il nemico, l’aggressore brutto, sporco e cattivo è sempre lui, Vladimir” che “voleva invadere mezza Europa”, precisa subito nell’incipit l’articolo, però – chiarisce – ora non dobbiamo eccedere con gli isterismi perché nel frattempo, udite udite, “l’abbiamo fermato”; e ora che il più è fatto, ha affermato la madrecristiana dai salotti di Rete4, si tratta banalmente di “non mollare”, in modo da costringerlo definitivamente “a sedersi al tavolo delle trattative”. E che nessuno si azzardi a parlare di guerra alla Russia! “Basta con i proclami”, sottolinea infatti l’articolo, “basta con i bicipiti ostentati dal boxeur di Parigi”; la guerra si prepara, ma non si dice: “Io penso si debba essere muscolari nei fatti e non nelle pose” ha ribadito infatti la premier “e che bisogna reagire in modo serio”, ma bisogna anche “fare attenzione ai toni che si usano”. Questo ovviamente, ha sottolineato, non significa “che non si debba fare ciò che è giusto fare”, ma, molto semplicemente, che bisogna stare attenti “a come certe cose vengono vendute”; insomma: la scelta a Washington è stata presa ed è stata comunicata e, a parte qualche scaramuccia in famiglia – tipo quando quei rompicoglioni dei miei figlioli litigano per chi deve apparecchiare – in Europa nessuno ha niente da eccepire. La guerra sarà lunga e dolorosa; per farla, dovremo convertire una fetta consistente della nostra economia e, per combatterla, avremo bisogno di parecchia carne da macello, ma dire tutte queste cose apertamente è da irresponsabili e, invece che aiutare, potrebbe – in realtà – complicare ulteriormente i piani.
Piuttosto, come si fa a impacchettare per bene e a vendere questa tragedia al popolo senza scatenare il panico, lasciatevelo spiegare dalla nostra Giorgiona; d’altronde come maestro ha avuto il Re dei piazzisti: il Silvione nazionale. Altro che le ridicole foto ritoccate di Macron coi guantoni! Convincere i popoli a sostenere o, almeno, a non opporsi con troppa energia a qualcosa che è chiaramente contraria ai loro interessi, è una vera e propria arte; e il nostro Silvione nazionale, e i suoi discepoli, sono i nostri Leonardo e Michelangelo: nessuno come loro maneggia l’arte di dosare sapientemente menzogne e mezze verità e – mantenendo sempre un certo stile – far passare sempre in secondo piano ogni tipo di contraddizione. E così, passo dopo passo, convincere chiunque a sostenere qualsiasi cosa o, al limite, a non incazzarsi troppo, alla fine cosa sarà mai? Il Silvione nazionale, con queste tecniche, è riuscito a farci credere che, tutto sommato, fosse accettabile avere un premier monopolista dell’informazione televisiva privata e, come partito di maggioranza, un partito fondato da un condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

Silvione nazionale

La Giorgiona è una sua degna erede ed è riuscita a convincerci che il saluto romano è un segno di rispetto ai valori costituzionali, che mentre l’industria collassa non c’è mai stato così tanto lavoro, che ha fatto la guerra alle oligarchie bancarie mettendo una tassa sugli extraprofitti (che è sparita un quarto d’ora dopo l’annuncio) e che basta il carrello tricolore per affrontare la perdita dell’equivalente di due mesi di stipendio nell’arco di due anni; figuratevi cosa gli ci vuole ora, un passetto alla volta, a convincere la maggioranza di chi va ancora a votare in Italia che Putin, prima, era un bravo guaglione a cui ispirarsi, ma da quando gli sono venuti 26 tumori ed è stato sostituito da un sosia, vuole per forza conquistare Lisbona e che, dopo aver liberato l’Abissinia, per i gloriosi reparti speciali di Segrate (rigorosamente selezionati col televoto durante una puntata di Uomini & Donne), liberare la Crimea sarà una passeggiata. Ma prima di andare avanti con questo ennesimo racconto dal SottoSopra, se ancora non lo avete fatto, vi ricordo di pigiare il pulsantino del mi piace sotto questo video – che la nostra guerra contro la dittatura degli algoritmi non è meno impari di quella che ha in mente laGiorgiona nazionale; e, già che ci siete, ricordatevi anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e, magari, anche di attivare le notifiche: non servirà ad ostacolare l’armageddon, ma almeno, nel frattempo – magari – ci facciamo qualche risata.
Sul Giornanale torna in forma smagliante il nostro leggendario Andrea Cuomo, l’esperto di enogastronomia che, da qualche settimana, s’è improvvisato anche un po’ stratega militare; peccato che non sempre le improvvisazioni funzionino proprio benissimo. L’altro giorno c’aveva sfrucugliato le gonadi con la bufala delle file chilometriche dei sostenitori di Navalny davanti ai seggi elettorali; ora rilancia, e si lamenta del fatto che il dittatore plurimorto del Cremlino “non si arrende all’evidenza che ci sia l’ISIS dietro l’assalto al Crocus” e, invece di occuparsi dei problemi interni suoi, da autentico vigliacco qual è se la rifà sugli ucraini con “prove tecniche di escalation”. Ma “Dove si può accendere la miccia?” si chiede il Corriere della serva; la prima scelta, ovviamente, sono gli Stati Baltici anche perché, come ammette a malincuore nell’articolo lo stesso Fabrizio Dragosei, “sono particolarmente aggressivi”: “Hanno proclamato la Russia stato terrorista” sottolinea “e trattano poco amichevolmente la minoranza russa, che in particolare in Estonia e in Lettonia, rappresenta tra un terzo e un quarto della popolazione”. “Tallin e Riga” ricorda infatti l’articolo “stanno introducendo per tutti l’obbligo di conoscere la lingua nazionale, con esami specifici”: in Lettonia lo hanno già sostenuto in 10 mila e “un buon 60% è stato bocciato e ora rischia l’espulsione, compresi anziani che hanno oggettive difficoltà”; in Estonia, invece, esattamente come nelle province orientali dell’Ucraina dopo il golpe eterodiretto dell’Euromaidan, “Si sta eliminando il russo dalle scuole, e tutti i presidi devono passare l’esame C1 di lingua estone che prevede, tra l’altro, la capacità di comprendere un’ampia gamma di espressioni idiomatiche e colloquiali” il tutto, sottolinea ancora Dragosei, “in uno degli idiomi più difficili del mondo”. Mosca è così irrazionale e feroce da considerare tutto questo – pensate un po’ – persecutorio e, sottolinea allarmato Dragosei, potrebbe usarlo come “giustificazione per un intervento”, che uno normale, allora, pensa: basterebbe ricordare ai paesi baltici che discriminare le minoranze linguistiche non è proprio bellissimo e, magari, anche che se ci tiene davvero tanto a far parte del giardino ordinato è il caso che si dia una regolata. E invece no: il copione delle vere democrazie liberali prevede, invece, di far rigorosamente finta di niente e, anzi, cogliere l’occasione al balzo per creare una nuova minaccia, con “La Svezia”, ricorda Dragosei, che si aggiunge alla lista dei paesi NATO che usano le diatribe coi Paesi Baltici per minacciare la Russia e che “sta per mandare le sue truppe in quella regione”.
Oltre ai Paesi Baltici, poi, a preoccupare – ovviamente – c’è anche la Polonia e, in particolare, per il corridoio di Suwalki che la collega ai Paesi Baltici separando l’exclave di Kaliningrad dalla Bielorussia; in realtà, anche per Kaliningrad i primi ad alzare la tensione sono stati, di nuovo, i baltici, in particolare la Lituania che, già nel giugno del 2022, aveva vietato il passaggio dalla Russia all’exclave di tutte le merci sottoposte a sanzioni, che erano parecchie – dal cemento al carbone, passando per le componenti tecnologiche fino, addirittura, alla vodka e al caviale: un atto che Mosca, ovviamente (e a ragione), definì immediatamente “apertamente ostile e provocatorio” e “in violazione degli obblighi internazionali della Lituania, a partire dalla dichiarazione congiunta del 2022 della Federazione Russa e dell’Unione Europea sul transito tra la regione di Kaliningrad e il resto del territorio russo”. Come ricordava, in quell’occasione, l’ISPI, l’exclave “è un territorio chiave per la marina militare russa, che ha qui il quartier generale della sua flotta baltica e dove ha schierato missili balistici Iskander con capacità nucleare. Inoltre è l’unico porto russo sul Mar Baltico libero dai ghiacci tutto l’anno e la sua posizione strategica consente alle navi russe di evitare il periplo della penisola scandinava attraverso la rotta artica”; insomma: un nervo scoperto che l’Occidente collettivo ha deciso, ovviamente, di utilizzare per provocare di nuovo il Cremlino e testare le reali intenzioni di Mosca, come ha fatto la Polonia l’anno successivo, nel maggio 2023, quando – come un bimbo capriccioso all’asilo – ha annunciato ufficialmente che avrebbe smesso di utilizzare il nome russo Kaliningrad per reintrodurre la denominazione polacca di Krolowiec – una provocazione che il portavoce del Cremlino Dimitry Peskov definì “una forma di follia guidata dall’odio per i russi e che non ha mai prodotto nulla di buono”. E infine, ovviamente, c’è la Transnistria, della quale abbiamo già parlato approfonditamente la scorsa settimana; come ricorda, infatti, anche il solito Dragosei “La Moldavia da gennaio ha bloccato le esportazioni della regione verso l’Europa, e questo viene visto dalla Russia come una provocazione” e, magari, viene visto come una provocazione proprio perché lo è, palesemente.
Insomma, la logica mi pare piuttosto evidente: invece che risolvere i problemi, l’idea è quella di renderli sempre più incancreniti e irrisolvibili, in modo da poter continuamente provocare la federazione russa e, grazie alla propaganda, trasformare magicamente le reazioni a queste palesi provocazioni in pericolo di invasione imminente per proteggersi dalla quale serve uno scudo, Lo scudo di Biden come titola a caratteri cubitali La Stampa – un’altra chicca del corrispondente dagli USA del giornale degli Elkann. “La parola d’ordine a Washington” sottolinea, infatti, con enfasi Alberto Simoni “resta quella di evitare l’escalation”: “Dinanzi alle azioni di Putin” continua “prevale il silenzio o frasi di circostanza”; l’importante è “non dare aria al fuoco della propaganda russa”. Forse, però, s’era perso un pezzettino; in una delle tappe del suo tour elettorale nella Carolina del sud, infatti, Biden sembra non aver tenuto troppo in considerazione la voglia di understatement del nostro stimato corrispondente: ha rilanciato l’idea – più che condivisibile – di ricavare 400 miliardi di entrate in più l’anno tassando i super-ricchi e ha promesso che, con quei soldi, potremo “assicurarci finalmente di proteggere l’Ucraina da quel macellaio di Putin” (che non è esattamente il primo appellativo che m’è venuto a mente quando ho letto Simoni farneticare di evitare l’escalation e non dare aria al fuoco della propaganda russa, diciamo). Dove riescano a trovare così tanti pennivendoli così impassibili di fronte alle figure di merda che raccattano di fronte all’universo mondo, per me, rimane un mistero: secondo me, li fabbricano a Mirafiori al posto delle auto – che quello hanno smesso da tempo di farlo, anche se La Stampa, che è di loro proprietà, non cielo dice.
I servi sciocchi dell’impero, comunque, alla fine (loro malgrado) si rivelano sempre utili perché, tra una puttanata galattica e l’altra, si fanno uscire – senza accorgersene – anche qualche verità; ed ecco, così, che Simoni ribadisce paro paro il concetto espresso dalla Meloni su Rete4: “Le frasi di Macron sulle truppe in Ucraina” sottolinea Simoni “non sono piaciute, e sono state lette, spiega un analista vicino ai democratici, come un’inutile esternazione”: cioè, è chiaro – come sosteniamo da un po’ – che dal momento che gli Ucraini addestrati adeguatamente rimasti, ormai, si contano sulle dita di una mano, dovremo mandare più personale NATO direttamente sul campo, ma va fatto come l’abbiamo fatto fino ad ora – in silenzio, senza fare troppo gli sboroni e con i nostri amici pennivendoli che negano l’evidenza fino a che non diamo noi, per qualche motivo, il semaforo verde (come quando, dopo le dichiarazioni di Macron, il New York Times se n’è uscito con l’articolone sulle basi della CIA lungo il confine russo-ucraino presenti almeno a partire dal 2014).

Nathalie Tocci

Non sono giornali: sono uffici comunicazione dell’intelligence che dicono sempre la cosa giusta al momento giusto, al contrario di Macron; il punto, qui, non è solo apparecchiarla adeguatamente per convincere le proprie opinioni pubbliche a non opporsi al suicidio di massa, ma è anche evitare di allarmare troppo Putin. Sbandierando ai 4 venti le nostre reali intenzioni, infatti, Putin si potrebbe convincere del fatto che il momento migliore per chiudere la partita è proprio adesso, prima che l’Europa trovi il modo di cominciare a riarmarsi: ed ecco, così, come si giustifica la selva di missili che si è abbattuta sull’Ucraina, con una ferocia senza precedenti, negli ultimi giorni; “Nell’ultima settimana” ricorda una Nathalie Tocci che, dopo una breve parentesi di umanità per le sorti dei bambini palestinesi, è tornata a invocare la guerra totale alla Russia dalle pagine de La Stampa “la Russia ha lanciato circa 190 missili, 140 droni e 700 bombe guidate su obiettivi civili e militari”. E’ l’unica cosa sensata di tutto l’editoriale: secondo la Tocci infatti, ovviamente, anche questo è solo segno di debolezza e di un Putin che, ormai, per legittimare il suo regime è diventato totalmente dipendente dalla guerra (che è la stessa identica cosa che ripete da 2 anni); l’attentato a Mosca, comunque – concede anche la nostra Nathalie – ovviamente non c’entra niente, anche perché l’operazione era iniziata prima. Il dubbio, in realtà, è semplicemente uno: la selva di missili che, tra le altre cose, ha fatto vedere chiaramente come le difese ucraine – ormai – siano ridotte al lumicino, potrebbe infatti essere, appunto, il tentativo di Putin di accelerare una vittoria definitiva sul campo, ma potrebbe anche essere, semplicemente, un avvertimento: se avete intenzione di intensificare il conflitto sappiate che, prima che voi siate pronti, io ho tutti gli strumenti per radere al suolo mezzo paese.
Quello che è certo è che, al momento, l’iniziativa è tutta in mano a Mosca e a noi rimangono gli annunci e le chiacchiere che, nelle pagine successive de La Stampa, ieri si rincorrevano veloci: ed ecco, così, che un’intera pagina viene dedicata alla fantomatica attivazione delle unità speciali della Response Force, la forza di risposta rapida della NATO – costituita nell’ormai lontano 2002 – e che, inizialmente, era previsto nel tempo raggiungesse addirittura le 300 mila unità; 22 anni dopo sono 40 mila.
Per intimorire il Cremlino, probabilmente, un po’ pochini anche perché, per ora, in realtà dormono sonni tranquilli: ad essere effettivamente messa in stato d’allerta, infatti, sarebbe una singola brigata interforze, la fantomatica Very High Readiness Joint Task Force, composta da appena 6 mila uomini; d’altronde, come sottolinea anche il generale USA Breedlove, “non credo che l’alleanza sia pronta come dovrebbe in caso di aggressione da parte della Russia”. Difficile, però, capire che cappello abbia in testa il generale quando fa queste dichiarazioni: dopo essere stato a capo del Comando USA in Europa, Breedlove, infatti, da pensionato si gode una serie infinita di incarichi finanziati dal gotha del comparto militare industriale: i profitti dei suoi sponsor potrebbero prendere il sopravvento sulla lucidità delle analisi. Ed ecco, così, che arriva immancabile il momento consigli per gli acquisti: “Bisogna acquistare munizioni adatte a questi scenari” ha dichiarato, “modernizzare e adeguare le attrezzature” e investire in “carri armati e fanterie” e, in cambio, vi diamo pure un cambio Shimano.
In realtà, comunque, a parte tutto quello che si può vendere (con ampio margine di profitto) per mettere in piedi finalmente una vera forza di risposta rapida che non sia in grado solo di affrontare, nella migliore delle ipotesi, le forze armate di qualche paese semifallito, il problema – come abbiamo ripetuto millemila volte – rimane quello che ci sarebbe da fare per prepararsi ad affrontare una lunga guerra di logoramento: per la produzione di armi, nonostante i tanti annunci, anche l’ultimo consiglio europeo per ora sembra essersi concluso con un nulla di fatto, ma lo scoglio ancora più insormontabile potrebbero essere, appunto, gli uomini; per la grande, lunga guerra che ci aspetta serve necessariamente tornare al servizio di leva – e io do per scontato che, prima o poi, ci si arrivi. Ma, ovviamente, nessun politico che abbia – per qualche ragione – ancora bisogno di conservare un minimo di consenso è oggi in grado di proporla seriamente: a escluderla categoricamente, ad esempio, è Guido Crosetto che, come Breedlove, ha più a cuore i fatturati dell’industria che lo pagava profumatamente fino a ieri che non la geopolitica; tra i tanti problemi c’è anche il fatto che reintrodurre la leva costerebbe, come minimo, 15 miliardi l’anno e, allora, meglio pensare a un piano B.

Guido Crosetto

Quello di Crosetto prevede una riforma per introdurre anche in Italia i riservisti volontari che però, stima Federico Capurso su La Stampa, potrebbero essere un po’ pochini, non più di 10 mila (se tutto va bene): è “l’Occidente” che ormai è costretto a seguire una “guida smarrita”, come la definisce Danilo Taino sempre sul Corriere della serva che, con grande rammarico, ricorda come “L’Unione Europea non muove passi decisivi a favore degli ucraini aggrediti da Vladimir Putin e non lo farà almeno fino a dopo le elezioni del Parlamento europeo a giugno” e che, poi, rimpiange i bei tempi andati quando, di fronte all’invasione del Kuwait da parte di Saddam nel 1990, Margaret Thatcher si rivolse a Bush padre con un perentorio “Non è tempo di barcollare”; “Gli aggressori tuonò” ricorda Taino entusiasta “devono essere fermati e buttati fuori. Un aggressore non può guadagnare dalla sua aggressione”. In quel caso, rimpiange Taino “Le democrazie non vacillarono”; il problema è che, ora come allora, “La democrazia deve essere riempita di convinzioni, di politiche, di responsabilità, di fermezza morale”; insomma: di puttanate. “Le leadership” infatti, continua Taino, “non nascono dal nulla”: c’è bisogno di creare “delle sfide e delle minacce da affrontare” e quali siano oggi queste sfide, continua Taino, “ce lo ha chiarito nel marzo 2023, sulla porta del Cremlino, il numero uno cinese Xi Jinping, che così salutò l’amico Putin: Ci troviamo di fronte a cambiamenti di dimensioni mai viste negli ultimi cento anni; e noi siamo coloro che assieme guideranno questi cambiamenti”. L’Occidente allora, per riaffermare la sua leadership – sostiene ancora Taino – deve reagire con fermezza e affermare chiaramente che è disposto a tutto pur di impedire che questi cambiamenti avvengano, e fa la lista della spesa: deve impedire all’ex blocco sovietico di rialzare la testa dopo che, con la shock therapy degli anni ‘90, eravamo quasi riusciti a riportarlo all’età della pietra; deve impedire che la resistenza palestinese metta fine al regime di apartheid imposto dall’occupazione sionista; deve impedire che il patriottismo nazionalista di Ansar Allah abbia la meglio sui regimi medioevali delle petromonarchie e deve impedire ai golpe patriottici dell’Africa occidentale di mandare il pericoloso segnale che anche quando sei senza il becco di un quattrino e pieno zeppo di problemi fino al collo, non è mai un cattivo momento per mettere fine a 5 secoli di brutale dominio coloniale.
Sono queste le battaglie che possono ridare al suprematismo occidentale lo smalto che, nel tempo, è andato sbiadendo; io, invece, sono dell’idea che all’imperialismo e al suprematismo non solo bisogna impedirgli di ritrovare lo smalto perduto, ma che proprio gli andrebbero strappate le unghie: per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media indipendente, ma di parte – quella dei popoli – contro le oligarchie. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Maurizio sambuca Molinari

L’Europa lascia cadere l’ultimo tabù e dichiara apertamente guerra alla Russia

“E’ tempo di adottare misure radicali e mettere l’Unione Europea sul piede di guerra”; la lettera di invito di Charles Michel ai leader del vecchio continente per il Consiglio Europeo iniziato ieri a Bruxelles non poteva essere più esplicita: “A due anni dall’inizio della guerra” aveva anticipato con un editoriale pubblicato dalla crème de la crème della propaganda guerrafondaia europea “è ormai chiaro che la Russia non si fermerà in Ucraina. Dobbiamo quindi essere pronti a difenderci e passare a una modalità di economia di guerra”.

Pierre Schill

Dalle dichiarazioni sull’invio di truppe NATO in Ucraina di Macron in poi, l’escalation verbale non ha fatto che procedere inesorabile e i vecchi tabù stanno rapidamente crollando uno dopo l’altro; giovedì Le Monde ha pubblicato un editoriale del capo delle forze armate francesi Pierre Schill (che non si capisce bene se c’è o ci fa): “La Francia” ha annunciato “ha la capacità di impegnare una divisione, ovvero circa 20.000 uomini, nell’arco di 30 giorni” e potrebbe “comandare un corpo fino a 60 mila uomini in coalizione, combinando una divisione francese e capacità nazionali all’estremità superiore dello spettro militare con una o più divisioni alleate”. Due ore dopo, su TF1 il colonello Vincent Arabaratier era già intento a spiegare nei dettagli dove andrebbero impiegate; le opzioni, sostiene, sarebbero sostanzialmente due: la prima che, con ogni probabilità, a breve ci verrà presentata come il male minore, prevede di posizionarle al confine con la Bielorussia per liberare truppe ucraine che potrebbero, così, raggiungere la linea di contatto sul fronte. La seconda, invece, più spregiudicata, prevede di posizionarle direttamente sulla sponda occidentale del fiume Dnepr: “Ma colonnello” gli chiede la giornalista, “il solo fatto di ammassare delle truppe lungo il Dnepr, anche se chiariamo che non spareremo mai per primi, non potrebbe essere considerata dalla Russia come una provocazione?”; “Assolutamente no” risponde il colonnello. Eh già, quando mai… “Si tratta solo di forzare la Russia a discutere, garantendo però l’equilibrio sul campo”; “I nostri soldati” ribadisce poi il colonnello a sostegno delle dichiarazioni del suo superiore a Le Monde “possono essere impiegati rapidamente, ed è uno dei vantaggi principali delle nostre forze armate rispetto ad altre, a partire dalla Germania. E non è solo una questione di qualità dei nostri soldati, ma anche perché il presidente ha i potere di dispiegare le forze immediatamente, cosa che invece non può fare il cancelliere Scholz, che deve riferire al parlamento e raccogliere il consenso del parlamento”, particolare non da poco – direi – dal momento che, ovviamente, in entrambi i casi l’invio di truppe rappresenterebbe un vero attentato alla volontà popolare: secondo un sondaggio di Elab, infatti, il 79% dei francesi si sarebbe detto contrario all’invio di truppe da combattimento in Ucraina e il 57% riterrebbe che il presidente Emmanuel Macron abbia fatto un errore madornale anche solo a esternare questa ipotesi.
Discorso diverso, invece, per le élite di svendipatria al governo in tutti i vari protettorati di Washington del vecchio continente: in soccorso a Macron, ad esempio, è arrivato subito Ben Wallace, l’ex ministro della difesa britannico del governo Johnson, quello responsabile del naufragio dei primi negoziati subito nella primavera del 2022; imitando la formula di Macron, ha affermato che l’invio di truppe britanniche in Ucraina “non può essere escluso” e, nel frattempo, ha invitato i leader di tutte le forze politiche a unirsi al suo appello per far crescere la spesa militare oltre il 3% del PIL, e di farlo subito. “Non si investe quando mancano 5 minuti a mezzanotte” ha affermato; “devi cominciare a farlo subito”. “Putin” ha sottolineato “si deve rendere conto subito che questa volta facciamo sul serio” perché, ha concluso, “credo sia la persona più vicina ad Adolf Hitler che abbiamo avuto in questa generazione”. Gli ha fatto eco l’ex capo dell’MI6, un novello dottor Stranamore di fatto e di nome: si chiama Richard Dearlove, Riccardo Stranamore, e su Politico ha tuonato “Se fermassi qualcuno per strada qui nel Regno Unito e gli chiedessi se pensa che la Gran Bretagna sia in guerra, ti guarderebbero come se fossi pazzo. Ma noi siamo in guerra, siamo impegnati in una guerra grigia con la Russia, e io non faccio altro che provare a ricordarlo alla gente”.
Per gli altri leader, invece, stringi stringi il problema è esclusivamente di public relation; in soldoni, si tratta solo di capire modi e tempi per comunicare a una popolazione che, di questo suicidio, non ne vuole più sapere, quello che ormai in molti ritengono sostanzialmente inevitabile: la grande guerra dell’Occidente collettivo contro il resto del mondo per impedire che si metta finalmente termine a 5 secoli di dominio dell’uomo bianco sul resto del pianeta è appena all’inizio. Nella complicata gestione contemporaneamente di 3 fronti, per liberare energie da impiegare per il fronte principale del Pacifico gli USA hanno delegato ai servitori obbedienti del vecchio continente il fronte occidentale della Russia e, da bravi cagnolini obbedienti, non c’è valutazione razionale possibile che possa condurli a desistere dal portare avanti la loro missione: un tempo era fino all’ultimo ucraino; ora, però, gli ucraini sono finiti e tocca a noi. Siamo davvero disposti a far trucidare i nostri figli per permettere a questi svendipatria di assolvere ai loro doveri? Prima di continuare questo racconto, però, come sempre vi invito a mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola guerra contro la dittatura degli algoritmi e anche ad attivare le notifiche ed iscrivervi a tutti i nostri canali, compreso quello in lingua inglese.
“È questa primavera, quest’estate, prima dell’autunno che si deciderà la guerra in Ucraina”: a sottolineare l’urgenza della situazione, la settimana scorsa, era stato il compagno Josep Borrell; “I prossimi mesi saranno decisivi” aveva affermato, e “qualunque cosa debba essere fatta, deve essere fatta rapidamente”. E’ il mandato che ha ricevuto dal suo superiore diretto, il segretario di stato USA Antony Blinken, che era andato a omaggiare mercoledì scorso: ormai, in piena campagna elettorale, è ormai palese che – almeno da qua a novembre – gli USA non saranno più in grado di assistere l’Ucraina non dico tanto per invertire le sorti del conflitto (che è sempre stata, e continua ad essere, una chimera buona solo per gli allocchi analfoliberali), ma manco per evitare il collasso definitivo e la vittoria a tutto campo di Mosca.
A metterci una toppa dovranno essere le nostre élite contro il volere dei loro cittadini, una missione particolarmente ardua: decenni di dipendenza dall’apparato militare industriale USA non si invertono in pochi mesi, soprattutto dopo due anni di guerra economica a tutto campo degli USA contro l’Europa che hanno polverizzato tutte le risorse; e, infatti, il nocciolo principale ora sembra essere proprio quello. Michel parla di “economia di guerra”, ma chi sarà a finanziarla – e come – rimane un mistero; finanziarla a debito, dopo 30 anni che non fai altro che dire che ogni forma di debito, qualsiasi sia la finalità, è un peccato mortale, potrebbe non essere così banale: se ripeti continuamente una formuletta magica per decenni, inevitabilmente va a finire che poi la gente ci crede e quando, di punto in bianco, devi confessare che era tutta una messinscena per permettere alle oligarchie di fottere la gente comune, potresti incontrare qualche resistenza – soprattutto se, di lì a poco, devi pure tornare a chiedere di votarti. E’ esattamente il nodo che potrebbe impantanare le farneticazioni di Michel sull’economia di guerra ancora prima di partire: l’idea di Michel, infatti, è di emettere debito comune europeo per finanziare il riarmo, ma i frugali che, da decenni, basano il loro consenso sulla religione dell’austerity, di perdere voti per fare un favore a Washington non sembrano avercene particolarmente voglia.
In cima all’agenda, allora, torna l’idea della supertassa sui profitti che derivano dagli asset russi congelati per le sanzioni: peccato che, nella più ottimistica delle stime, potrebbe fruttare al massimo 10 miliardi l’anno, lo 0,05% del PIL; ne servirebbero almeno 10 volte tanti. L’unica soluzione allora, come sempre, rimane provare a richiamare all’ordine i capitali privati che in cambio, ovviamente, chiedono una cosa molto semplice: una garanzia a lungo termine che gli ordini continueranno ad arrivare copiosi per molti anni a venire. E l’unico modo per garantire davvero che gli ordini continueranno a venire a lungo è convincerli che, d’ora in poi, l’Europa sarà in guerra a tutto campo; dichiarare apertamente che l’Europa si sta attrezzando per mandarci tutti al macello, però, dal punto di vista dell’opinione pubblica non è esattamente una carta vincente e, quindi, riecco la favola della deterrenza: “Se vogliamo la pace, dobbiamo prepararci alla guerra” cita Michel nel suo editoriale, ma ovviamente è una vaccata, sia perché non è che puoi accumulare arsenali all’infinito (a un certo punto, qualcosa con le armi che compri ce lo dovrai fare, e le armi non è che abbiano tanti utilizzi alternativi, diciamo), sia anche perché, se ti armi fino ai denti, quello che ti sta a un tiro di schioppo magari non è che si senta esattamente rassicurato. Soprattutto se, per giustificare proprio il fatto che ti stai armando fino ai denti, sei costretto a dire ai 4 venti che quello ti sta per invadere e che per te è una minaccia esistenziale e, allora, magari va a finire che la tua diventa una delle classiche profezie che si autoavverano (soprattutto se il tuo nemico, in quel momento, ha un vantaggio che – mano a mano che ti riarmi – potrebbe diminuire): ora, è anche vero che le nostre classi dirigenti sono formate da scappati di casa inadeguati a qualsiasi altra attività, ma – sinceramente – che siano così dementi da non capire questa banale sequenza logica mi sembra un po’ improbabile; cioè, Lia Squartapalle o Maurizio Gasparri magari sì, ma che siano messi tutti così non ci credo. E quindi non ne possiamo che dedurre che quando Michel parla di un’Europa sul piede di guerra non sia solo uno scivolone: l’Occidente collettivo sta premendo volontariamente e consapevolmente l’acceleratore verso la terza guerra mondiale e a noi tocca occuparci della Russia, tanto che sarà mai… “Putin porta avanti una narrazione fondata sulla paura” ha sottolineato il sempre pimpantissimo Manuelino Macaron, ma noi “Non dobbiamo lasciarci intimidire” perché, in realtà, “di fronte, non abbiamo una grande potenza”: “La Russia” sottolinea infatti “è una potenza media il cui PIL è molto inferiore a quello degli europei”; il problema quindi, molto banalmente, è superare le divisioni politiche che rimangono al nostro interno e, soprattutto, smetterla di fare i paciocconi e la Russia non avrà scampo, anche senza il supporto degli USA. Anzi: per noi è un’opportunità da cogliere al balzo, un incentivo a costruire finalmente l’unità politica del continente troppo a lungo rimandata.
E’ esattamente questa incrollabile fiducia sul proprio potenziale inespresso che permea tutto l’editoriale del capo delle forze armate francesi Pierre Schill su Le Monde: per Schill, infatti, il nostro problema è che veniamo da diversi anni di pace “punteggiati qua e là da limitati dispiegamenti di forze di spedizione in missioni di gestione delle crisi”; è il sogno che abbiamo coltivato dalla fine della guerra fredda, sottolinea Schill, “marginalizzare la guerra fino a metterla fuori legge, concentrare gli eserciti sulla gestione della crisi e mettere da parte della violenza” perché – si sa – fino a che a morire sono i popoli delle colonie, le guerre si chiamano gestione di crisi, e gli stermini sono umanitari e non violenti. Ora però, sottolinea Schill, “Contrariamente alle aspirazioni pacifiche dei paesi europei” dove per pace, ovviamente, si intende l’incapacità dei popoli inferiori aggrediti di opporre troppa resistenza, “i conflitti che si stanno diffondendo ai margini del nostro continente testimoniano il ritorno alla guerra come modalità di risoluzione dei conflitti”; il più grande rammarico di Schill è che “La fantasia di una guerra moderna combattuta interamente a distanza” – dove l’uomo bianco sta comodamente seduto al sicuro da una stanza di controllo e comando e, con la semplice pressione di un ditino, stermina interi villaggi – “si è dissipata” e “sono finiti i giorni in cui si poteva cambiare il corso con 300 soldati”.
Poco male, però: alla fine, si tratta – appunto – solo di cambiare atteggiamento; in particolare, la Francia “ha una serie di importanti vantaggi per quanto riguarda l’equilibrio di potere e le nuove forme di guerra. A causa della sua geografia e prosperità all’interno dell’Unione Europea” sottolinea “nessun avversario minaccia i suoi confini continentali” e “al di fuori della Francia continentale, le sfide alla sovranità dei territori francesi rimangono marginali”. Ciononostante, “La Francia ha la capacità di impiegare nell’arco di 30 giorni” nientepopodimeno che un’intera divisione, “ovvero circa 20 mila uomini” e senza contare che, poi, c’è sempre “la deterrenza nucleare” che “salvaguarda gli interessi vitali della Francia”; l’unica cosa che le manca, sostiene Schill, è un po’ di spavalderia in più: “Per difendersi dalle aggressioni e difendere i propri interessi” sottolinea Schill “l’esercito francese” non solo si deve preparare “agli scontri più duri”, ma lo deve dimostrare e far sapere al mondo intero. Non per rompere le uova nel paniere al simpatico Schill, ma ho come l’impressione che le caratteristiche elencate, per incutere timore sulla Russia potrebbero non essere esattamente sufficienti: i suoi 20 mila uomini non sembrano poter troppo intimorire gli oltre 600 mila che Putin ha dichiarato di aver mandato in Ucraina e le sue 290 testate nucleari potrebbero non essere esattamente sufficienti a disincentivare la Russia, che ne ha oltre 6000.
Anche sul fronte della potenza economica, la storiella trita e ritrita della Russia stazione di servizio con la bomba nucleare si è abbondantemente rivelata essere poco più di una leggenda metropolitana – e la spettacolare resilienza di fronte a due anni del più vasto regime di sanzioni di sempre dovrebbe avercelo abbondantemente dimostrato; d’altronde, in qualche misura, era prevedibile: a parità di potere d’acquisto, la Russia – come ha ricordato recentemente lo stesso Putin – è la quinta economia mondiale. Ora, su quanto pesi il calcolo del prodotto interno lordo a parità di potere d’acquisto ci sono molte scuole di pensiero diverse (e tutte hanno una parte di ragione, anche quelle che lo considerano un parametro poco significativo), a meno che un paese non abbia un surplus commerciale significativo: nel caso un paese esporti, nel complesso, molto più di quello che importa, il prodotto interno nominale in dollari significa poco o niente e, guarda caso, è esattamente il caso della Russia; una prova su tutte? Quando, nel 2014, scoppiò la guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, nell’arco di pochi mesi il rublo precipitò: se prima, per comprare un dollaro, bastavano 37 rubli, ora ne servivano oltre 70; risultato? il PIL nominale in dollari passò dagli oltre 2.000 miliardi del 2014 a meno di 1.400 nel 2015, per poi diminuire ancora sotto soglia 1.300 nel 2016, dimezzato. Ora, immaginatevi se domani, dal giorno alla notte, si dimezzasse il PIL italiano: sarebbe una catastrofe; eppure, in Russia, praticamente manco se ne accorsero. Il loro PIL, a parità di potere d’acquisto, era rimasto inalterato e se sei un paese che esporta più di quello che importa, alla fine – tagliando tutto con l’accetta – è quello che misura la tua potenza economica: l’idea, quindi, che sul fronte europeo sia solo questione di superare le divisioni politiche e di riaggiustare un po’ il tiro dopo decenni di fantomatica utopia pacifista – ammesso e non concesso che sia così semplice – potrebbe rivelarsi un po’ troppo ottimistica.

Charles Michel

Questa deriva drammatica, comunque, potrebbe avere anche un paio di conseguenze positive: la prima è che, finalmente, i leader europei, per dare una parvenza di sovranismo alla scelta del riarmo per mandato e in conto di Washington, ammettono candidamente che – fino ad oggi – si sono fatti dettare la politica estera; prima è stato il turno di Michel che ha ammesso candidamente che, fino ad oggi, siamo sempre stati “in balia dei cicli elettorali negli Stati Uniti” e poi l’ha ribadito pure la nostra Giorgiona la madrecristiana. “Occorre smettere di essere ipocriti” ha dichiarato di fronte al senato: “Se chiedi a qualcuno di occuparsi della tua sicurezza, devi prendere in considerazione che quel qualcuno avrà grande voce in capitolo quando si tratterà di discutere di dinamiche internazionali”. La seconda, invece, è che ormai si fa avanti la consapevolezza che se vuoi fare contemporaneamente la guerra alla Cina e alla Russia, per lo meno in Medio Oriente una qualche soluzione la devi trovare; ed ecco, così, che anche la Giorgiona, dopo aver chiaramente ricordato che la colpa del genocidio in corso a Gaza è tutta di Hamas, che “Non possiamo dimenticare chi ha scatenato questo conflitto” e che i civili a Gaza sono prima di tutto “vittime di Hamas, che le utilizza come scudi umani”, “nell’interesse di Israele” ci ha tenuto a ribadire la contrarietà del nostro governo “a un’azione militare di terra a Rafah”: d’altronde, a parte le considerazioni geopolitiche, Giorgia è prima di tutto una madrecristiana e alle piccole creature ci tiene. Ed è per questo che ribadisce che l’Italia, su indicazione di Israele, non riprenderà a finanziare l’UNRWA, il che, però, “non vuol dire non occuparsi dei civili di Gaza, perché i medici dei nostri ospedali pediatrici hanno curato finora almeno 40 bambini palestinesi”, cioè uno ogni 400 bimbi trucidati.
E se, alla fine, si scoprisse che il motivo di tutte queste incomprensioni e valutazioni sballate è, semplicemente, che quei casi umani che guidano il nostro paese e l’Europa tutta hanno dei problemi irrisolvibili con la matematica più elementare? Viviamo nella peggiore delle distopie, con l’armageddon che si avvicina e le classi dirigenti – e la propaganda che le sostiene – che sembrano vivere in un universo parallelo; organizzare la resistenza non è più semplicemente un dovere morale: è puro spirito di sopravvivenza. Per farlo, abbiamo bisogno prima di subito di un vero e proprio media che smonti i deliri della propaganda suprematista pezzo dopo pezzo e dia voce alla pace e al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Lia Squartapalle

Fardelli d’Italia (ep.7) – Giorgia Meloni dà i numeri? – con @PaeseReale

In questa puntata di Fardelli d’Italia – da parte di Paese Reale per Ottolina Tv – mettiamo sotto la lente i numeri dell’esecutivo sia sul piano dell’economia e dell’occupazione, sia sul piano fiscale. Infine una breve chiosa sulle ultime regionali e la discussione in corso sul terzo mandato e le tensioni interne alla maggioranza al Governo.

Così la Thatcher de noantri distrugge Poste Italiane

Poste Italiane, una grande azienda italiana che offre un servizio pubblico su tutto il territorio nazionale, dà lavoro a centinaia di migliaia di italiani, ospita i conti di risparmio di famiglie e pensionati: troppo bello per durare. Sul sogno keynesiano si è abbattuta l’ascia delle privatizzazioni, del precariato e della distruzione del tessuto produttivo e imprenditoriale. La mano invisibile del mercato è, in realtà, quella di Giorgia nazionale che, al netto dei proclami sovranisti, sta finendo il lavoro di liquidazione materiale e morale del paese.

LA GRANDE TRUFFA DELL’AUTO ITALIANA – Che fine hanno fatto i 220 miliardi regalati agli Agnelli?

“La famiglia miliardaria degli Agnelli, che con la sua casa automobilistica negli anni ‘70 impiegava oltre 170 mila persone” scrive il Financial Times “è stata una regalità industriale italiana per oltre un secolo, corteggiata da tutti i governi che si sono succeduti, attraverso incentivi e politiche di favore”; “adesso, non più”. Dopo la sfuriata contro gli extraprofitti delle banche, la Giorgiona nazionale, per la seconda volta, trova il coraggio di dire apertamente quello che ogni italiano che non abbia subito una lobotomia totale ha sempre pensato e – per la prima volta nella storia dei primi ministri di questo paese – si scaglia contro la stirpe più parassitaria della storia italiana contemporanea. Nel caso degli extraprofitti delle banche non finì proprio benissimo, diciamo: dopo una bella overdose di retorica da è finita la pacchia, giusto il tempo di far incassare qualche decina di milioni agli speculatori al ribasso ed ecco che la tassa veniva già abbondantemente ridimensionata fino a ridursi a una minchiata tale da non trovare neanche più spazio nella legge di bilancio; non c’è motivo di credere che, a questo giro, possa andare meglio. Ciononostante, inveire contro gli eredi di una stirpe che, da oltre un secolo, viene sommersa da aiuti e incentivi pubblici di ogni genere senza restituire mai una seganiente è sempre un esercizio benefico e liberatorio e quindi, con grande gioia, ci uniamo a gran voce al coro: GLI AGNELLI CI HANNO ROTTO IL CAZZO. Stellantis aveva promesso il ritorno a 1 milione di veicoli prodotti in Italia: sono fermi a 750 mila. Nel 2022 ha registrato profitti record e nei primi sei mesi del 2023 ancora un altro record: li hanno distribuiti come dividendi e c’hanno ricomprato le azioni, e non hanno investito un euro – manco per la carta igienica; a maggio a Pomigliano i lavoratori si sono dovuti fermare due ore perché, come riportava addirittura Bloomberg, “Lo stabilimento è sporco, i bagni puzzano e mancano pure le tute da lavoro: i lavoratori devono aspettare mesi per sostituire quelle vecchie e logore”. Nel frattempo non hanno fatto altro che elemosinare altri incentivi e altri favori e quando la nostra Giorgiona, giustamente, li ha mandati a cagare, Tavares su Bloomberg ha risposto con le minacce: “Se non si danno sussidi per l’acquisto di veicoli elettrici, si mette a rischio il mercato italiano e i nostri impianti, a partire da Pomigliano e Mirafiori”. Detto fatto: a marzo 2260 operai di Mirafiori se ne andranno in cassa integrazione e potrebbe non essere una cosa passeggera; erano impiegati nelle linee della Maserati e dell’unico veicolo elettrico del gruppo costruito in Italia, la 500e. Per i nuovi modelli Maserati bisognerà aspettare anni e la 500e non è competitiva; senza un altro modello di grande consumo – è l’opinione unanime di tutti gli analisti – Mirafiori è spacciata.

Gli Agnelli

Però, in realtà, un investimento in Italia gli Agnelli l’hanno fatto: si sono comprati il gruppo GEDI. A differenza di Stellantis non produce profitti, ma ne vale la pena: tra Repubblica e La Stampa dell’addio all’Italia di Stellantis non c’è traccia. Al suo posto, questa roba vergognosa qua: “La nuova Lancia riparte dall’Italia”; “I nostri valori sono la storia, il design e una visione ambiziosa per il futuro”: è l’informazione mainstream ai tempi dell’editoria in mano agli oligarchi, una fabbrica di armi di distrazione di massa, opuscoli promozionali al posto delle notizie. Di fronte alla rivoluzione dell’elettrico l’automotive europeo si è fatto trovare completamente impreparato e, inevitabilmente, il primo anello a saltare è quello più debole: ci accontenteremo delle sparate inconcludenti della Meloni come per gli extraprofitti delle banche o, a questo giro, ci diamo finalmente una svegliata e ci prepariamo a vendere cara la pelle?
Nel 2023 produzione ferma a 750 mila veicoli titolava in prima pagina ieri Il Sole 24 Ore: “L’obiettivo del milione rischia di essere archiviato”. Lo smantellamento dell’automotive italiano, programmato scientificamente da Stellantis con la copertura dei media comprati ad hoc dalla famiglia Agnelli, procede inesorabile: la quota del milione di veicoli prodotti, infatti, non è stata fissata a caso; è la massa critica minima necessaria per tenere in piedi tutto il settore che, con poco oltre 160 mila persone impiegate in oltre 3 mila aziende, è il cuore di quel poco che rimane del nostro manifatturiero. “Siamo nati al fianco della FIAT nel 1980” ha dichiarato il fondatore e amministratore delegato della Promax Spa Nicola Pino al Sole “e grazie a loro ci siamo internazionalizzati, ma questi volumi produttivi ci mettono in ginocchio”: tra Melfi e il Piemonte, la Promax, che produce sedili, occupa circa 1000 persone; erano 1.600 giusto una quindicina di anni fa. Tutto merito di Stellantis che copre il 60% delle commesse: “Un milione di veicoli è la cifra minima per provare almeno a risalire la china, anche se i buoi sono già scappati, e il terreno perso è difficilmente recuperabile”; “La questione” sottolinea Il Sole 24 Ore “è emersa con drammaticità a Melfi, dove le aziende della componentistica e le imprese dei servizi sono nate intorno allo stabilimento ex FIAT, e che ora si trovano a corto di commesse”.
A fare una bella e utile cronologia del massacro, sempre su Il Sole 24 Ore, ci pensa il sempre ottimo e puntualissimo Paolo Bricco; la sua ricostruzione parte dal 2004: all’epoca, ricorda Bricco, “la FIAT era tecnicamente decotta. E quando arriva Sergio Marchionne, il gruppo perde due milioni al giorno”. Dopo 5 anni arriva l’acquisizione di Chrysler, la più malconcia delle Big Three di Detroit: “L’operazione funziona” sostiene Bricco “ma il nuovo gruppo, FCA, è frastagliato, sconnesso, disomogeneo. E di sicuro il baricentro non è più italiano”; d’altronde, come sottolineava Marchionne, è “la fusione di due società povere”e, per risalire la china, non trova di meglio che cominciare a staccare dei pezzi che si spostano “a Londra per la migliore fiscalità” e “ad Amsterdam per i vantaggi asimmetrici assegnati a chi controlla le società attraverso il voto plurimo”. Questo è un aspetto fondamentale che molto spesso non viene citato: il codice civile olandese, infatti, stabilisce che una società per azioni può stabilire liberamente il numero di voti per ogni azione detenuta da determinati soci che, ovviamente, rappresenta un vantaggio gigantesco per gli azionisti più forti perché gli permette di controllare la società anche senza maggioranza, un altro dei dispositivi tecnici che, negli ultimi decenni, ha favorito la concentrazione del potere economico nelle mani di pochissimissimi. “IVECO – CNH, che fa trattori e macchine movimento terra” ricorda Bricco “è la prima”; seguiranno poi FCA, Exor, Ferrari e Magneti Marelli, il gioiello della componentistica che poi sarà ceduto al fondo KKR, quello che recentemente s’è comprato pure la rete digitale di Telecom grazie al lavoro diplomatico dell’ex direttore della CIA David Peatraues. Nel frattempo, ricorda Bricco, “in Italia accadono due cose”: la prima risale al 2010, quando viene annunciato il piano Fabbrica Italia – mica pizze e fichi, ma, come scrivevano nero su bianco Marchionne e John Elkann in una lettera agli azionisti, “Il più straordinario piano industriale che il nostro Paese abbia mai avuto”, così straordinario che dopo poco più di un anno, senza che nel frattempo si fosse mossa foglia, veniva ritirato. Per la seconda tappa bisognerà poi aspettare il 2016 quando, sempre in pompa magna, viene annunciato il fantomatico Polo del lusso che, a partire dalla sinergia tra Alfa Romeo e Maserati, doveva attirare altri marchi internazionali di prestigio come Audi e Mercedes e proiettare nel futuro l’Italia dell’auto, ma – ricorda Bricco – “anche il polo del lusso non va bene. E un pezzo alla volta inizia a ridursi la base manifatturiera italiana”.

Gli italiani

Poi, appunto, c’è la vendita di Magneti Marelli: è il 2018 e FCA incassa la bellezza di 6,2 miliardi; i fondi speculativi sono predatori, ma a volte pagano bene. Sarebbero stati dei bei soldini per provare a rilanciare la produzione in Italia, ma è troppa fatica; gli azionisti di maggioranza di FCA, grazie anche proprio al voto multiplo permesso in Olanda, impongono una scelta lungimirante: i quattrini vengono spartiti come super dividendi, e dall’automotive finiscono chissà dove. Di fronte a questa cronologia impietosa, sostiene Bricco, quelli che oggi si scandalizzano per l’indifferenza degli Agnelli rispetto alle sorti dell’Italia (e che sono rimasti muti negli ultimi 15 anni) fanno abbastanza ridere; la storia degli Agnelli, da decenni, è – come titola il suo prezzo Bricco – una storia alla Prendi i soldi e vendi. Ma quanti soldi hanno preso? Una stima che circola spesso sono 220 miliardi, ma “probabilmente” sottolinea Bricco “sono molti di più”; nessuno, però, lo saprà mai perché, continua Bricco, “è impossibile conoscere i veri numeri sugli incentivi alla ricerca e alla innovazione e soprattutto sono una sorta di segreto di Stato i veri numeri dei pensionamenti e dei prepensionamenti con cui l’industria privata (e non solo la FIAT) si è più volte ristrutturata a spese del bilancio dell’INPS”. Di sicuro, conclude Bricco, c’è “che il Paese ha dato molto. E il bilancio è del tutto a favore della fu FIAT”. Con la fusione con PSA, ovviamente, le cose non potevano che peggiorare: mentre la Francia diventava un socio forte direttamente con le azioni detenute dallo Stato, a rappresentare gli interessi dell’Italia rimanevano, appunto, solo gli Agnelli; non esattamente una botte di ferro, diciamo, e in una fase che per il decotto automotive europeo – totalmente incapace di reggere la concorrenza cinese dove, nella transizione e nell’elettrificazione, si investono cifre spropositate da anni e anni e dove si sono raggiunte un’economia di scala e un’efficienza ineguagliabili – è di per se un discreto bordello. Risultato: quel poco che si mette sul tavolo per difendere gli insediamenti produttivi tradizionali va a tutelare la produzione francese, e quella italiana viene abbandonata. La nuova 600 elettrica si produce in Polonia, la Panda elettrica in Serbia, ma l’assemblaggio finale – per provare a reagire alla concorrenza cinese – non basta, ed ecco così che arriva la goccia che fa traboccare il vaso: come riporta Bloomberg, Stellantis avrebbe inviato una lettera ai suoi fornitori italiani nella quale segnalava le straordinarie opportunità di investimento in Marocco.
Non è un paese a caso; 11 novembre, South China Morning Post: “La Cina punta sul Marocco mentre la nazione nordafricana diventa il centro della rivoluzione dei veicoli elettrici”; “La vicinanza del Marocco all’Europa, l’abbondanza di minerali essenziali e gli incentivi fiscali” scrive la testata di Hong Kong “hanno posto il Marocco al centro del settore dei veicoli elettrici”. “Nell’ambito della tendenza globale al nearshoring” continua “per accorciare le catene di approvvigionamento le aziende cinesi si stanno ora schierando nel Paese nordafricano”: come vi abbiamo raccontato svariate volte negli ultimi mesi – al di là delle tesi strampalate di chi avversa l’elettrico perché gli piace il rombo del motore e altre segate varie – l’automotive del prossimissimo futuro è elettrico e l’unica speranza che ha l’Europa di non venire completamente esclusa dai giochi – come avvenuto con i microchip e le piattaforme digitali e come sta avvenendo di nuovo, in modo ancora più preoccupante, con l’intelligenza artificiale – è trovare il modo di integrare le catene del valore con l’unica superpotenza manifatturiera mondiale, e cioè la Cina; il resto sono chiacchiere, soprattutto da quando gli USA hanno deciso che per giocarsi la loro partita era tornato il tempo del protezionismo più feroce, e se le istituzioni e la politica europea non fanno i conti con questo dato materiale incontrovertibile, vorrà dire che i produttori europei l’integrazione coi cinesi la faranno fuori da casa nostra. E in questo processo l’Italia, che è l’anello debole del vecchio continente, non poteva che fare da apripista.

El Kann

Ingaggiare qualche dissing contro gli Agnelli, che ormai l’Italia l’hanno abbandonata da mo’, sicuramente fa sempre piacere e sicuramente – giustamente – esalta un pezzo di elettorato, ma se continui a fare lo zerbino di Bruxelles e di Washington nella loro guerra ideologica contro Pechino, finito il piacere per l’industria italiana, a casa, comunque, non hai portato nulla, esattamente come per la tassa sugli extraprofitti delle banche. Il mondo sta cambiando alla velocità della luce: da una parte, al netto di tutte le contraddizioni, ci sono pace, investimenti e sviluppo; dall’altra, oligarchie predatorie e venti di guerra e, al di là di qualche battuta anche simpatica, la Giorgiona nazionale da che parte sta l’ha sempre fatto capire piuttosto chiaramente. Contro la sua propaganda abbiamo bisogno di un vero e proprio media che perculi gli Agnelli come Giorgia e più di Giorgia, ma che al contrario di Giorgia stia dalla parte del mondo nuovo che avanza e del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è John Elkann

AUTONOMIA DIFFERENZIATA: La guerra dei fratelli di mezza Italia contro il Sud e la Costituzione

“Primo colpo allo statalismo” annunciava in pompa magna il 24 gennaio il Giornanale: “parte l’autonomia”. Dopo aver passato gli ultimi due anni a inneggiare alla distruzione fisica totale del Sud globale a suon di tweet che auspicavano esplicitamente missili su Pechino, la mitica Laura Cesaretti non vedeva l’ora di poter sostenere la guerra dichiarata dai fratelli di mezza Italia anche al Sud locale. Purtroppo ha avuto gioco facile; l’opposizione in aula del PD, infatti, suona necessariamente un po’ posticcia, per usare un eufemismo: la guerra senza frontiere al Sud del paese, infatti, l’hanno inaugurata proprio loro. Era l’inizio del secolo e il leader Massimo prima e Giuliano Svendipatria Amato poi tiravano fuori dal cappello la riforma del titolo V della Costituzione scolpendo sulla pietra, una volta per tutte, il principio dell’autonomia regionale e il lento ma inesorabile declino dello Stato unitario; è in quella fase che viene concepito il famigerato articolo 116 della nuova Costituzione anti – italiana: prevede che alle Regioni possano venir attribuite forme di autonomia in ben 23 materie, dalla salute all’istruzione, dallo sport all’ambiente, passando per energia, trasporti e addirittura commercio estero. In soldoni, tutto quello sul quale lo Stato centrale ancora oggi esercita una qualche sovranità, lasciando fuori esclusivamente quelle competenze che già da tempo, in realtà, sono state trasferite a Bruxelles, a Washington e soprattutto a Wall Street; in un paese economicamente già ampiamente diviso in due, è il via libera per quella che oggi possiamo chiamare la secessione senza secessione. Ma state sereni perché il legislatore mica è scemo, e ha trovato il modo di evitare che gli squilibri raggiungano dimensioni insostenibili anche per la tenuta stessa dello Stato italiano come Stato unitario: si chiamano LEP, Livelli Essenziali di Prestazione; servono a stabilire lo standard minimo dei servizi essenziali che deve essere garantito ai cittadini su tutto il territorio nazionale. L’autonomia vera e propria non può partire prima di averli stabiliti e prima di averli garantiti a tutti: ma come si fa a stabilire questi standard minimi?
Uno strumento ci sarebbe, e sarebbe tutto il resto della Costituzione che quali siano i diritti essenziali dei cittadini lo stabilisce con rigore e chiarezza, ma c’è un problemino: i diritti essenziali sanciti dalla Costituzione, infatti, in realtà non sono mai stati garantiti, ma proprio manco lontanamente e non solo nelle Regioni più arretrate, ma nell’intero paese; sancire standard minimi a partire dalla Costituzione quindi non avrebbe senso perché, in realtà, imporrebbe di trasferire alle Regioni più arretrate ancora più risorse di quante non ne siano state trasferite fino ad oggi. Significherebbe, in soldoni, invertire quel pezzo di secessione dei ricchi che è già stata ampiamente avviata. E allora ci vogliono parametri diversi, e questi parametri diversi in estrema sintesi suonano così: sei povero? Cazzi tuoi.

“Per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole” – recitava la nostra Costituzione prima della sua rivisitazione in chiave neoliberista operata dal centrosinistra a inizio secolo – “lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali”: quando ancora l’Italia era una democrazia moderna, l’idea che per difendere l’interesse nazionale e il bene di tutti i cittadini italiani – e non solo di quelli del Mezzogiorno – la Repubblica dovesse adoperarsi con ogni mezzo necessario per superare il dualismo economico tra Nord e Sud era data per scontata da ogni fazione politica fino a quando, passo dopo passo, alla chetichella, lo Stato ha cambiato segno e non ha deciso, invece, di contribuire attivamente all’aumento di quel divario. Come ha ricordato nel maggio scorso il sempre ottimo Andrea del Monaco durante un audizione alla Commissione Affari Costituzionali del Senato, infatti, “In termini di spesa pubblica annua pro – capite del Settore Pubblico Allargato, un cittadino del Centro – Nord riceve in media 17.363 euro, mentre un cittadino meridionale in media si deve accontentare di 13.607 euro”: fanno 3.756 euro di differenza, quasi il 22%, alla faccia dell’assistenzialismo; per lo Stato italiano, tagliando ovviamente con l’accetta, un cittadino medio del Nord è del 22% più importante di uno del Sud, e si vede.
Il caso forse più eclatante in assoluto è quello dei servizi per l’infanzia: la spesa pubblica media per ogni bambino di età inferiore ai 3 anni per servizi socioeducativi, infatti, va dai 1.724 euro dell’Emilia Romagna e i 1.485 della Toscana ai 284 della Puglia, i 218 della Campania, per finire addirittura con i 116 euro della Calabria; un bambino calabrese vale meno di un quindicesimo di uno emiliano? Ovviamente, nessuno ha il coraggio di dichiararlo esplicitamente; certo, è vero che da 30 anni a questa parte ci fanno ingoiare le peggio schifezze con le giustificazioni più strampalate, ma a tutto c’è un limite e le principali forze politiche del paese lo sanno. Eppure, sfortunatamente per loro, la realtà continua ad avere una sua qualche rilevanza e la realtà ci dice, molto semplicemente, che per portare i servizi erogati al Sud al livello di quelli erogati al Nord ci vorrebbero ogni anno circa 75 miliardi in più; un dato oggettivo che fa a cazzotti con un altro: la Regione Veneto, infatti, ha detto chiaramente cosa vorrebbe ottenere con l’autonomia differenziata – trattenersi in casa il 90% delle tasse dei veneti.
Ma cosa succederebbe se le 3 Regioni di ogni colore politico che stanno già lavorando a un accordo per avviare la richiesta di autonomia – e cioè Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – arrivassero davvero a trattenere il 90% delle tasse dei rispettivi cittadini? Secondo le stime pubblicate dalla Rivista Economica del Mezzogiorno dai professori Adriano Giannola e Gaetano Stornaiuolo, ai bilanci dello Stato verrebbero di colpo a mancare la bellezza di 190 miliardi: quindi, riassumendo, il bilancio dello Stato ogni anno è di 750 miliardi; per permettere alle Regioni del Sud di offrire lo stesso livello di servizi offerto dalle Regioni del Centro – Nord avrebbe bisogno di altri 75 miliardi e, invece, se ne ritroverebbe 190 in meno. Cosa mai potrebbe andare storto? Fortunatamente l’ipotesi veneta, tra quelle sul piatto, è la più estrema e anche propagandistica, un obiettivo completamente irrealistico che serve solo a Zaia per rafforzare il consenso alla Democratura dello Zaiastan; la Lombardia, infatti, si accontenterebbe di gestire direttamente, invece che il 90% delle entrate, il 75 e la Rossa Emilia, in un grande slancio solidaristico, addirittura appena il 60, ma la sostanza in realtà cambia meno di quanto non si pensi: nell’ipotesi emiliana, infatti, al bilancio dello Stato verrebbero comunque a mancare 120 miliardi mentre, ricordiamolo, gliene servirebbero 75 in più rispetto a quelli che ha adesso. Con questi conti, tutto l’eterno tira e molla sui Livelli Essenziali di Prestazione non può che assumere le sembianze di una pantomima, un’arma di distrazione di massa per evitare di ammettere pubblicamente che l’autonomia differenziata, molto semplicemente, è strutturalmente incompatibile con l’idea che la Repubblica, un passetto alla volta, dovrebbe andare nella direzione di rendere concretamente i cittadini italiani uguali tra loro a prescindere da dove nascono; una missione che va ben oltre la semplice solidarietà, ma che ha a che vedere direttamente con la capacità del nostro Paese di rimanere unito per tentare, faticosamente, di tornare a esercitare una qualche forma di sovranità. Senza superamento del dualismo Nord – Sud, in soldoni, non solo non c’è sviluppo economico, ma manco democrazia, nemmeno per gli abitanti delle Regioni più ricche del Nord. Con l’autonomia differenziata, invece, il nostro Stato diventa per legge un promotore attivo delle diseguaglianze regionali; conti alla mano, l’unico modo per stabilire dei LEP compatibili con l’idea stessa dell’autonomia differenziata sarebbe porli a un livello ancora inferiore ai servizi essenziali attualmente erogati dalle Regioni del Sud, il che significherebbe sancire per legge – giusto per fare qualche esempio – che per i bambini italiani un posto in un asilo non è un diritto e per tutti gli altri non è un diritto curarsi tramite il servizio sanitario nazionale pubblico, tutte cose che nessuna forza politica, ovviamente, ha e avrà mai il coraggio di affermare pubblicamente in modo chiaro.
Ed ecco così che di LEP si parla da ormai 20 anni senza essere arrivati a capo di nulla, e allora la soluzione qual è? Semplice: a occuparsi di definire i LEP, che rappresentano il cuore del rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini, non saranno più i rappresentanti dei cittadini stessi; a occuparsene, invece, sarà una cabina di regia guidata direttamente dalla Presidenza del Consiglio – e il Parlamento muto, manco un ruolo consultivo. Il Parlamento, inoltre, non potrà mettere bocca nella trattativa tra Stato e singole Regioni su quali competenze verranno trasferite dallo Stato centrale alla periferia; il risultato di questa trattativa, inoltre, non potrà essere sottoposto a referendum e sarà, sostanzialmente, irreversibile: non male per una leader politica che, ancora nel 2017, tuonava enfaticamente contro l’idea delle piccole patrie (ed era già un tentativo di mediazione, diciamo).

Giorgiona mentre diventa svendipartia

Solo 2 anni prima, infatti, era stata decisamente più perentoria: “Le Regioni andrebbero abolite” aveva affermato; voleva ancora costruire i Fratelli d’Italia. Ora, evidentemente, quelli di mezza Italia le bastano e avanzano; d’altronde, la guerra senza frontiere di Giorgiona la svendipatria al Mezzogiorno era iniziata subito dal primo giorno del suo insediamento: il primo decreto in assoluto varato dal suo governo, infatti, aveva l’obiettivo nientepopodimeno di smantellare l’Agenzia per la Coesione, e cioè l’agenzia che si doveva occupare dei fondi comunitari per tutto il Mezzogiorno; non esattamente il momento migliore, diciamo. In ballo, infatti, c’era la partita del PNRR: i collaboratori dell’agenzia avrebbero dovuto fare i salti mortali per elaborare la relazione che dovrebbe certificare il rispetto della clausola del PNRR che imponeva di destinare il 40% delle risorse al Mezzogiorno; Giorgiona ci ha investito così tanto che s’è addirittura completamente dimenticata di rinnovargli i contratti di lavoro. Risultato: a 18 mesi di distanza, la relazione ancora non c’è. Accidenti a questi maledetti parassiti che, per lavorare, vogliono addirittura sapere se gli darai o meno uno stipendio. Probabilmente, comunque, non è stata semplicemente una svista: nel frattempo il governo Meloni, infatti, stava lavorando alla sua proposta di revisione del piano; prevedeva un taglio complessivo per 15,9 miliardi. La metà, 7,6, erano destinati al Sud – dalla riqualificazione delle periferie alla riconversione dell’ILVA – ma era solo l’antipasto: dopo anni e anni di intoppi burocratici, da pochissimo avevano preso il via le 6 ZES del meridione, le Zone Economiche Speciali individuate nelle aree portuali del Mezzogiorno che, finalmente, stavano riuscendo a intercettare qualche investimento. Giorgiona e Fitto allora che fanno? Le sciolgono e creano la ZES unica, totalmente gestita da un’unica struttura insediata a Roma, una sessantina di persone in tutto che devono gestire tutte le autorizzazioni alle nuove imprese; anche qui, risultato: da sei mesi le ZES sono completamente ferme.
Ma il vero capolavoro arriva con la manovra di bilancio: è la scure che si è abbattuta sul fondo perequativo infrastrutturale del quale abbiamo già parlato in dettaglio in un video precedente. “Tagliati 3,7 miliardi di euro destinati al Sud” titolava ieri Il Domani; “Salvini sceglie il ponte e abbandona le scuole”: il riferimento è al famoso fondo perequativo infrastrutturale. Aveva in dotazione 4,6 miliardi per cosucce da niente come strade, rete idrica e trasporti; era Stato varato nel 2009 nientepopodimeno che da Roberto Calderoli, una mancetta per convincere gli alleati meridionali a ingoiare la pillola del federalismo fiscale: peccato che per oltre 10 anni non sia mai arrivato il decreto attuativo. Per vederlo ritirare fuori si è dovuto aspettare Giuseppe Conte, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo e il: i fondi sono comunque rimasti lì bloccati altri 3 anni e, visto che erano bloccati, ora il governo ha deciso di ridurli ad appena 900 milioni.
La scure che si è abbattuta su uno dei pochissimi – e del tutto inadeguati – strumenti contro il dualismo Nord – Sud rimasti a disposizione dello Stato è una specie di anteprima di quello che accadrà su scala incommensurabilmente superiore con l’autonomia differenziata, a prescindere dalle retorica sui LEP; e così, passo dopo passo, lontano dagli occhi e dal cuore del popolo italiano, in mezzo a una montagna di tecnicismi e di burocratese buoni solo per stordire l’opinione pubblica, ecco che si procede inesorabilmente verso quella che Gianfranco Viesti definisce, appunto, la secessione dei ricchi e non è una semplice boutade: se in 70 anni di Stato centralista – con punte di interventismo che hanno rasentato spesso una forma ibrida di socialismo – il dualismo dell’economia e della società italiana non è stato superato, la costituzionalizzazione del fatto che chi più ha più deve avere e gli altri possono accompagnare solo rischia di rendere l’unità dello Stato italiano qualcosa di totalmente anacronistico e a rimetterci, paradossalmente, potrebbero non essere soltanto gli abitanti del Mezzogiorno; l’autonomia differenziata, infatti, va a braccetto con un processo di ulteriore smantellamento dei pochi spazi democratici rimasti e con il ritorno ad un sorta di feudalesimo con i governatori delle Regioni, dove il presidenzialismo c’è già e gli organi elettivi contano meno di zero – nella veste di feudatari – e al centro la Giorgiona nazionale che una riforma in senso presidenzialista dello Stato, invece, la richiede a gran voce per compensare il fatto di essersi ridotta a fare da zerbino a Washington e Bruxelles autonominandosi uoma sola al comando del protettorato italiano.

Tutte forme di concentrazione del potere nelle mani di pochissimi che non rispondono esclusivamente alle ambizioni personali dei singoli protagonisti, ma più generalmente alla necessità – appunto – di ridurre ogni spazio di democrazia residua in questa fase terminale di lotta di classe dall’alto contro il basso, con tutte le contraddizioni e i conflitti che necessariamente si porta dietro e che richiedono il rafforzamento della logica dell’uomo solo al comando: l’ambizione dei governatori di essere promossi allo status di reggenti del loro feudo spiega inoltre un altro fatto piuttosto pittoresco: vi siete chiesti, infatti, per caso com’è che mentre il Nord e il governo centrale dichiarano guerra al Mezzogiorno, i governatori del Sud non ci trovano niente da ridire? Il punto, molto banalmente, è che essere Re del regno di stocazzo è comunque meglio di essere semplicemente a capo di una macchina amministrativa un po’ scassata; insomma, i governatori del Sud stanno barattando l’interesse delle loro Regioni per un po’ di potere personale in più che in sistemi elettorali dove il voto clientelare ha un peso specifico gigantesco – perché i pochi soldi pubblici che rimangono sono sostanzialmente l’unica torta da spartirsi – è la migliore garanzia possibile di poter perpetrare il proprio regno il più a lungo possibile. Insomma: l’autonomia differenziata altro non è che un patto segreto e sottratto al dibattito parlamentare tra tutte le élite compradore del paese che, di fronte a una torta sempre più piccola, non trovano niente di meglio da fare che sbattere fuori dalla sala da pranzo tutti i cittadini per dividersi tra loro e solo tra loro pure le briciole. E’ arrivata l’ora di riprenderci tutt’ chell che è ‘o nuost; per farlo, servono tante cose: il conflitto sociale, un sindacato, un partito, ma prima di tutto ci serve un vero e proprio media indipendente ma di parte, quella del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Roberto Calderoli

MELONI L’AFRICANA – Putin e il Sud globale smascherano la pantomima del piano Mattei

Patto con l’Africa titolava a 6 colonne il Giornanale martedì: “Storico incontro con 25 leader, VIA AL PIANO MATTEI”, ma non pensate male. Non è il remake di Faccetta Nera: la Giorgiona nazionale ha preso atto che il mondo è cambiato e s’è riscoperta un po’ il Thomas Sankara de noantri e promette “un nuovo modello di sviluppo dell’Africa”; “Una nuova pagina nelle nostre relazioni” sottolinea enfaticamente la nostra MadreCristiana “basata su una cooperazione strutturale, da pari a pari, lontana da quell’approccio predatorio che per troppo tempo ha caratterizzato le relazioni con l’Africa e che troppo spesso ha impedito all’Africa di crescere e prosperare come avrebbe potuto”. Ha fatto più la Meloni “che gli altri in 100 anni” esulta il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari rilancia: “Meloni ha appena ribaltato 200 anni di storia europea”. “E’ l’inizio di una nuova stagione” conclude la Giorgiona nazionale, una svolta epocale “che dobbiamo e possiamo fare insieme”. Un copione hollywoodiano impeccabile, col supervillain che, dopo averne combinate più di Pinocchio, alla fine si ravvede e pieno di compassione tende la mano alla sua vittima in mondovisione; ma il colpo di scena è sempre dietro l’angolo. Ed ecco così che quando meno te lo aspetti – sempre ancora in pieno stile hollywoodiano – arriva l’evento inatteso che squarcia la superficie patinata, la variabile che era stata trascurata e che ribalta in un colpo solo tutta la narrazione.
A questo giro, questa variabile si chiama Moussa Faki, il presidente dell’Unione Africana e una vecchia conoscenza di Giorgia: 2 mesi fa, due giornalisti russi le avevano fatto uno scherzetto e spacciandosi per Faki l’avevano tenuta mezz’ora al telefono. “Questa volta è quello vero” ha dichiarato scherzando Giorgiona; forse erano meglio i comici russi. “Sul piano Mattei” ha scandito infatti Faki durante il suo intervento “avremmo auspicato di essere consultati”; e meno male era l’alba di una nuova era all’insegna del dialogo e del rapporto tra pari: Giorgiona del piano Mattei ha parlato di più con due comici russi che con il presidente dell’Unione Africana. Cosa mai potrebbe andare storto?

Fester Sallusti

Così l’Italia torna in campo titola entusiasta il suo editoriale Fester Sallusti: “in questo piano” – scrive coi lucciconi agli occhi la penna più reazionaria d’Italia – “credo ci sia l’essenza della politica di Giorgia Meloni e del suo governo: avere una visione politica di dove portare questo strano paese al di là delle contingenze che continuamente lo assillano”. Peccato che la destinazione sia sempre la stessa: il Regno Incantato della Post Verità. A chiacchiere, infatti, la narrazione che circonda la favola del piano Mattei è inappuntabile perché non solo, appunto, prende le distanze dalle antiche tentazioni predatorie, ma “anche da quell’impostazione caritatevole nell’approccio con l’Africa che mal si concilia con le sue straordinarie potenzialità di sviluppo” (Giorgia Meloni); insomma, dopo aver passato gli ultimi 15 anni a parlare a vanvera del nuovo colonialismo cinese in Africa, alla fine si è costretti a copiarne l’approccio: l’Africa non è solo un fardello, ma una straordinaria opportunità. E non si tratta di fare la carità, ma di mettere da parte, appunto, le tentazioni predatorie e di permetterle finalmente di liberare tutte le sue potenzialità produttive: Giorgia ricorda come il continente nero è tutt’altro che povero ma, al contrario, racchiude il 30% delle risorse minerarie mondiali e il 60% delle terre coltivabili, e con il 60% della popolazione che ha meno di 25 anni è il continente più giovane del pianeta. Tra i più entusiasti c’è Stefano Simontacchi che, in passato, è stato nominato da questa stramba classifica stilata da GQ Italia (e di cui sinceramente nessuno sentiva il bisogno) L’avvocato più potente d’Italia e che dalle pagine del Corriere della Serva si sfrega già le mani: l’obiettivo dell’Italia, sostiene Simontacchi, dovrebbe essere quello di diventare nientepopodimeno che il “partner privilegiato per chiunque voglia investire in Africa”, “un hub preferenziale per gli investimenti in Africa” capace di “intercettare i capitali con maggiori propensione al rischio, che generano innovazione e maggiore valore aggiunto”; questa cosa, pensate un po’ – sostiene Simontacchi – potrebbe addirittura “massimizzare le possibilità per il nostro paese di giocare un ruolo nelle grandi sfide del futuro quali, ad esempio, l’intelligenza artificiale, i droni, la space economy e l’idrogeno” e sapete grazie a cosa in particolare? Grazie, scrive Simontacchi, “al quantum leap tecnologico di cui l’Africa beneficia”; scrive proprio così, giusto, quantum leap tecnologico: fuffa allo stato puro, come si confà a ogni arringa di un bravo avvocato che mescola un po’ a caso termini roboanti per sbalordire il pubblico prima di arrivare con nonchalance al vero nocciolo della questione. Per trasformarsi in questo fantomatico hub infatti, sottolinea Simontacchi, c’è bisogno di rivoltare come un calzino l’intero funzionamento della macchina statale a suon di “minore burocrazia, velocità nell’ottenimento dei permessi, certezza del diritto e fiscalità favorevole sia per l’investimento sia per la distribuzione dei proventi”: insomma, in soldoni, trasformare l’Italia in un paradiso fiscale e in una centrale mondiale del riciclaggio di proventi illeciti pronti a invadere l’Africa e depredarla come sempre di tutta la sua ricchezza, ma con mezzi innovativi e degni di una nuova copertina su GQ. Ma anche per chi non arriva ai deliri distopici di Simontacchi le aspettative rimangono comunque altissime: secondo Fester Sallusti, infatti, il piano finalmente sarebbe la realizzazione concreta del vecchio mantra dell’aiutiamoli a casa loro e farebbe in modo che “in almeno in una parte di quel continente nascano condizioni economiche e quindi sociali stabili per poter affermare il diritto a non emigrare”; dai, almeno ha specificato “almeno una parte di continente” e non proprio tutto tutto.
Ma quanto costa cambiare definitivamente la sorte di almeno un pezzo di continente? E’ qui la magia dei fratelli di mezza italia: assolutamente niente, manco un euro. A chiacchiere, infatti, il piano dovrebbe godere di una dotazione di 5,5 miliardi che, anche se fossero veri, sarebbero una goccia nell’oceano: soltanto per la transizione ecologica, il continente – infatti – è stato stimato avrebbe urgentemente bisogno di 500 miliardi e l’Unione Europea, nell’ambito della sua risposta alla Nuova Via della Seta cinese denominata Global Gateway, prevede finanziamenti diretti in Africa per circa 150 miliardi. Ovviamente, come abbiamo spiegato già svariate volte, è tutta fuffa: sono quasi esclusivamente investimenti diretti privati, quasi esclusivamente nel settore dell’energia fossile (che già esistono) ai quali l’Unione Europea aggiungerà qualche spicciolo del suo bilancio per poi ribattezzare il tutto con un nuovo nome per fare finta di aver imparato dai cinesi che l’era delle chiacchiere è finita e che anche l’Europa ha un piano concreto per lo sviluppo africano, ma almeno, fuffa per fuffa, l’hanno sparata grossa. Qui, ormai, anche a dire le cazzate siamo diventati scarsi: 5,5 miliardi che, appunto, non esistono; in parte lo spiega benissimo, con un altro vero e proprio capolavoro di satira involontaria, il vice direttore de La Verità, l’ex carabiniere Claudio Antonelli, che del suo vecchio mestiere ha mantenuto il rapporto non proprio confidenziale con la matematica delle scuole primarie. Antonelli spiega infatti che di questi 5,5 miliardi due arriveranno dai fondi che ogni anno vengono stanziati per la cooperazione e lo sviluppo: Antonelli ricorda come, ogni anno, per la cooperazione e lo sviluppo vengono stanziati circa 4,5 miliardi dei quali, però, soltanto il 40% è destinato all’Africa; “d’ora in avanti invece” annuncia entusiasta “ben 2 miliardi dei 4,5 andranno nel continente nero” e cioè esattamente il 40%, come prima. “Facile immaginare come cambierà la musica” commenta, con disprezzo per ogni forma di autostima: il bello è che una fetta di questi soldi per la cooperazione in realtà, secondo quanto denunciato dalle opposizioni, andavano e continueranno ad andare molto semplicemente direttamente ad ENI per progetti legati allo sfruttamento delle risorse fossili in Africa.
Oltre agli stessi identici soldi che abbiamo sempre mandato in Africa con scarsissimi risultati, comunque, quello che manca – invece – verrà preso dal fondo per il clima e tra l’altro, ricorda il ministero dell’ambiente, sono spalmati su più anni: 840 milioni l’anno dal 2022 al 2026 e altri 40 dal 2027 in poi; ma la cosa divertente è che erano soldi che dovevano servire ad accelerare la transizione ecologica e, quindi, a ridurre almeno in minima parte il gap che abbiamo accumulato in termini di investimenti per le energie rinnovabili e che invece, grazie al piano Mattei, vengono stornati su progetti che riguardano le fonti fossili. Che siano in Africa, diciamo, è secondario: se erano in Sardegna, per dire, lo facevano in Sardegna; come sottolineano quei troll favolosi di Libero di scrivere minchiate “la sinistra s’indigna, perché vorrebbe spenderli per inseguire gli obiettivi fissati negli accordi internazionali per la decarbonizzazione” che però, commentano, sono “del tutto inutili finché Cina e India non si impegneranno a fare altrettanto”. “Dirottare quei finanziamenti in Africa per costruire infrastrutture destinate a produrre e trasportare energia di cui beneficerà anche l’Italia” concludono “è molto più intelligente”. Insomma, tutto questo rumore per un piano che non esiste, che non è accompagnato da nessun progetto concreto, dove manca totalmente una lista dei risultati attesi, senza un euro in dotazione e portato avanti senza consultare la controparte: come svolta epocale un po’ pochino, diciamo. Forse la speranza era – molto banalmente – che quelle che temo continuino a considerare le solite vecchie faccette nere, non se accorgessero; d’altronde, vai a sapere come ragionano questi che vivono fuori dal nostro giardino ordinato.

Moussa Faki

A quanto pare però, incredibilmente, si sbagliavano: “l’Africa non si accontenta più di semplici promesse che poi non vengono mantenute” ha sottolineato nel suo intervento sempre Moussa Faki che poi, rivolgendosi direttamente al nostro prestigioso ministro degli esteri Antonio Tajani, ha ribadito “Sette anni fa mi sono presentato al Parlamento Europeo da Lei presieduto, e oggi trasmetto lo stesso concetto”. Insomma, carissimo Antonio, ‘ste chiacchiere son 10 anni che le sentiamo: cambia il packaging, ma la fuffa è sempre la stessa. E Moussa Faki almeno a Roma c’è venuto. La lista delle defezioni, infatti, è abbastanza pesante: l’Algeria, che è il primo partner commerciale dell’Italia nel continente e dove, recentemente, si sono recati di persona sia Mario Draghi che la Meloni, si è limitato a inviare la ministra degli esteri; l’Egitto, quella per la cooperazione internazionale. Per la Libia, secondo partner commerciale dell’Italia nel continente, il premier c’era pure, ma molto probabilmente quello sbagliato: mentre il debolissimo Dabaiba era a Roma, infatti, l’uomo forte della Cirenaica – quello che ha le chiavi delle risorse fossili del paese, il generale Haftar – si incontrava a Bengasi con il vice ministro della difesa russo Yunus-Bek Yevkurov. Solo che, invece di parlare di piani immaginari e di quattrini fantasma, parlavano di un accordo per una megabase navale a Tobruk. E la Libia di Haftar non è certo l’unico paese che privilegia i rapporti con la Russia rispetto alla fuffa meloniana: a mancare infatti, com’era più che prevedibile, erano anche Mali, Burkina Faso e Niger, i 3 paesi al centro della grande decolonizzazione dell’Africa occidentale. Dopo aver vissuto ognuno il suo golpe patriottico, sono stati minacciati di interventi militari dai vicini riuniti nell’ECOWAS e dai francesi: “Anche se i governanti militari del Niger chiedessero il ritiro delle truppe francesi, come è già accaduto nei vicini Mali e Burkina Faso” dichiarava nell’agosto 2023 alla PBS la portavoce del ministero degli esteri francese Anne-Claire Legendre “ciò non farebbe alcuna differenza. Non rispondiamo ai golpisti. Riconosciamo un solo ordine costituzionale e una sola legittimità, quella del presidente Bazoum”. E, invece, non solo alla fine i francesi sono stati cacciati, ma i tre paesi sono usciti dall’ECOWAS, hanno formato un’alleanza formale, stanno lavorando in prospettiva per una vera e propria confederazione e stanno rafforzando le relazioni con la Russia: pochi giorni fa, infatti, sono sbarcati in Burkina i primi 100 soldati dell’Africa Corps russo che, rivela Bloomberg, saranno presto seguiti da altri 200 uomini che contribuiranno all’addestramento delle forze armate. Intanto consiglieri russi sono già presenti da tempo in Mali e, secondo RT, il 17 gennaio sarebbe arrivato a Mosca il presidente della giunta nigerina e i due paesi avrebbero “concordato di sviluppare la cooperazione militare e di lavorare insieme per stabilizzare la sicurezza della regione” e ora questi tre paesi, scrive ancora il sempre lucidissimo Claudio Antonelli, “sono un problema per il piano Mattei”. Antonelli nella sua eterna confusione mentale, anche a questo giro, involontariamente, svela alcune delle riflessioni inconfessabili che attraversano il nostro governo di svendipatria e fintosovranisti al soldo di Washington: l’umiliazione della Francia nell’area ha sottratto alle ex potenze coloniali il loro avamposto ed ha lasciato “un buco geopolitico”; ora in quel buco si stanno insinuando le potenze, a partire dalla Russia, che sostengono e difendono la sovranità di questi governi multipolaristi. L’Italia, sostiene in sostanza Antonelli, è piazzata bene per cercare di diventare il cocco di Washington nell’area, molto meglio anche della Francia che, oltre ad essere ormai universalmente odiata, ogni tanto qualche velleità sovranista e di indipendenza – al contrario nostro – ancora ha provato a mantenerla; ovviamente, però, la situazione è tesa e quindi, sostiene Antonelli, “serviranno più fondi alla difesa, più elasticità in capo allo stato maggiore e” UDITE UDITE “un passo avanti nel campo della guerra ibrida” fino a “dotare l’Italia e l’Europa di compagnie militari private che tutelino secondo regole locali gli sforzi delle aziende italiane”.
Insomma, alla faccia del nuovo paradigma: visto dagli occhi dei sostenitori del governo il piano Mattei altro non è che il ritorno delle vecchie pulsioni coloniali, solo che questa volta sono in nome di Washington che ormai, però, come sponsor probabilmente non è manco più che sia tutto sto granché: mentre a Roma erano assenti i paesi sovranisti del Sahel, infatti, anche il loro più acerrimo amico c’aveva judo. Si chiama Bola Tinubu ed è il presidente della Nigeria che non solo è la prima potenza economica e demografica della regione, ma che era stato anche il primo artefice delle minacce d’intervento militare contro i golpe patriottici in nome dell’ECOWAS ma, a questo giro, sulla sete di vendetta ha avuto la meglio lo charme parigino: Tinubu, infatti, a Roma ha bucato pur non avendo nessun impegno; era, molto banalmente, in vacanza oltralpe. Alla Meloni non è rimasto che attaccarsi a Macky Sall, il presidente del Senegal, così amato nel suo paese e nell’intera regione che per piazzare uno dei suoi alle prossime elezioni di febbraio in Senegal ha dovuto sostanzialmente mettere in galera tutti gli oppositori e senza che, in questo caso, dalle nostre parti a nessuno venisse in mente di parlare di golpe.
Ormai siamo i Bernie Madoff della politica internazionale: le nostre iniziative sono solo schemi Ponzi che poggiano solo sui titoli della stampa filogovernativa, che nessuno legge. Sarebbe arrivata l’ora di costruire una vera alternativa, a partire da un vero e proprio media che dia voce al mondo nuovo che avanza, e al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Antonio Tajani

LA RIVOLTA DEI TRATTORI – Se destra e sinistra fanno a gara a chi umilia di più l’agricoltura

Ragionano da anni di carrarmati; saranno asfaltati dai trattori. Dalla Germania alla Francia, dalla Romania alla Polonia per arrivare, negli ultimi giorni, pure in Italia, gli agricoltori di tutta Europa sono sul piede di guerra, e a Bruxelles sudano freddo non solo perché – nonostante l’agricoltura e quello che ci gira attorno contribuisca per poco più dell’1% del PIL europeo – coinvolge direttamente poco meno di 15 milioni di addetti ma anche perché, nel vecchio continente in declino, ogni miccia può innescare un’esplosione in grado di far saltare tutto, a partire dai posti di comando.
La rivolta degli agricoltori europei è tornata a occupare le prime pagine dei giornali a partire dallo scorso 9 gennaio, quando il centro di Berlino è stato invaso da una colonna di 566 trattori che si sono piazzati in fila davanti alla Porta di Brandeburgo, a pochi metri dagli ufficio di Olaf Scholz. Ed era solo la punta dell’iceberg: secondo la ricostruzione de La Verità, nel Baden Wuttemberg si sarebbero mobilitati addirittura in 25 mila; in Baviera in 19 mila; in Sassonia avrebbero bloccato interamente la circolazione in ingresso a Dresda e imposto uno stop allo stabilimento della Volkswagen di Emden. “La più grande protesta, o perlomeno la più estesa, che il paese abbia visto nel dopoguerra” scrive il Corriere. Sulla carta, le proteste tedesche sarebbero esplose per motivi meramente interni, ma il fatto che in men che non si dica abbiano contagiato mezzo continente dimostra che in realtà c’è molto altro che bolle in pentola; ma cosa?
Come ormai accade sempre più spesso, limitandosi a leggere le principali testate mainstream e quelle della destra reazionaria – che giocano a fare gli antimainstream ma sono ancora più mainstream del mainstream – non è che si capisca proprio benissimo: la rivolta degli agricoltori è stata immediatamente trasformata in una guerra ideologica tra fazioni contrapposte, entrambe totalmente disinteressate a entrare nel merito delle questioni e impegnate esclusivamente a cercare di strumentalizzare la faccenda per rinsaldare le fila rispettivamente dei fintosovranisti e degli analfoliberali; in un modello ormai ampiamente sperimentato durante la pandemia e perfezionato con la guerra, i mezzi di produzione del consenso delle due fazioni del capitalismo europeo in declino si sono sostenute l’un l’altra, nel tentativo di politicizzare le puttanate e spoliticizzare tutto quello che, invece, avrebbe un impatto concreto sulla vita delle persone – riuscendoci benissimo. Ed ecco così che per i fintosovranisti (ma reazionari veri) la protesta è diventata l’ultima barricata per salvare l’Eden incontaminato del mondo rurale dall’assalto dei rettiliani turboglobalisti incarnati in quella creatura demoniaca nota col nome di Greta Thumberg e, per l’establishment liberal, i calli nelle mani degli allevatori di maiali della Bassa Sassonia sono diventati l’emblema del ritorno della minaccia nazifascista. E se li mandassimo entrambi in una bella miniera di coltan nel Congo e provassimo una volta tanto a capire cosa bolle davvero in pentola?
“Centinaia di accessi alle autostrade bloccati, serpentoni di decine di chilometri ai confini, picchetti e palchi improvvisati nei centri di Monaco, Brema, Amburgo” (Mara Gergolet, Corriere della sera). Lunedì 8 gennaio la Germania si è improvvisamente trovata di fronte a uno scenario completamente inedito: “In Germania, dove lavoratori e padroni gestiscono congiuntamente molte aziende” sottolinea infatti l’Economist “uno sciopero di grandi dimensioni è insolito. Un’ondata di grandi scioperi è quasi inaudita”; lo abbiamo visto chiaramente negli ultimi 30 anni, durante i quali una feroce politica di deflazione salariale ha imposto alle buste paga dei lavoratori di crescere sempre enormemente meno della loro produttività senza che, sostanzialmente, mai nessuno si incazzasse sul serio. Nell’arco di appena 8 giorni, invece, a questo giro ha dovuto affrontare – continua l’Economist – “una settimana d’azione da parte di contadini arrabbiati che hanno bloccato le strade coi loro trattori, uno sciopero di tre giorni dei ferrovieri e pure un imminente sciopero dei lavoratori medici, che avevano già chiuso gli ambulatori tra Natale e capodanno”. “L’era merkeliana della pace sociale e dell’accomodamento in una qualche forma di accordo e sovvenzione di tutte le tensioni” scrive il Corriere della serva “visto dalla Porta di Brandeburgo sembra veramente solo un ricordo”; ma cos’è esattamente che ha fatto incazzare così tanto gli agricoltori tedeschi?
I nodi fondamentali della mobilitazione sono sostanzialmente due: la riduzione dello sconto fiscale sull’accisa applicata al diesel per il consumo agricolo e la fine dell’esenzione dalla tassa sull’acquisto per i mezzi agricoli, che risaliva addirittura al 1922; due misure introdotte in fretta e furia dal governo tedesco, dopo che la sentenza della Corte Costituzionale gli ha vietato di ricorrere ai soldi rimasti dal fondo covid per far tornare i conti di faccende che con la crisi pandemica non avevano niente a che vedere, causando così un buco nel bilancio da ripianare con ogni mezzo necessario. Ma qui c’è il primo mistero: ancora prima che gli agricoltori invadessero Berlino, annusata l’aria, il governo più debole dell’intero continente infatti aveva fatto un deciso passo indietro diluendo il ritorno della tassa sul gasolio negli anni e reintroducendo l’esenzione per quella sugli acquisti, ma non è servito a niente. Ma allora, cosa c’è sotto? Per capirlo ho letto attentamente tutti gli articoli usciti sull’argomento su La Verità, il giornale di riferimento dell’alt right italiana e quello che, in assoluto, ha dedicato più spazio a queste proteste, e indovinate un po’? Non c’è scritto un cazzo: fiumi di parole, frasi a effetto come se non ci fosse un domani, ma mai un numero che sia uno, una statistica, qualcosa di misurabile, di verificabile.

Bonifacio Castellane

Il premio assoluto fuffologia al potere va, senza dubbio, a Bonifacio Castellane, una vera rivelazione: è questo tizio qua, che scrive sotto pseudonimo e agli eventi pubblici si presenta sempre con questa maschera perché le cose che ci rivela sono troppo dirompenti, troppo scottanti, e cioè ha stata Greta Thumberg; il nemico contro cui stanno combattendo gli agricoltori – ci racconta con tono un po’ dannunziano il nostro V di Vendetta dei poveri – sarebbe nientepopodimeno che “l’ideologia woke-green che ispira il governo dell’UE nel suo tentativo crepuscolare di infliggere gli ultimi colpi ai nemici prima di tramontare”. Oltre alla dittatura gretina, il grande nemico degli agricoltori – spiega Castellane – sarebbero anche, in uno slancio di retorica fascioliberista da manuale, in generale tutti i lavoratori dipendenti: “Gli agricoltori” continua Castellane, infatti “non sono scesi in piazza perché minacciati nei loro diritti acquisiti o indicendo il venerdì uno sciopero a fine servizio per manifestare contro il patriarcato: sono scesi in piazza perché la loro esistenza è in pericolo”. In che senso? Difficile capirlo: i numeri sono roba da pervertiti globalisti e Castellone non ne cita manco mezzo. Al posto suo, però, li cita la DBV, il più grande sindacato degli agricoltori tedesco e organizzatore della mobilitazione: “Dopo molti anni di debolezza” scrivono, “nell’ultimo biennio la situazione economica delle nostre aziende è nettamente migliorata. In particolare gli agricoltori hanno beneficiato degli elevati aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari”; in soldoni, fa un bel +45% del fatturato medio rispetto a 3 anni fa, un dato piuttosto rilevante ma che in tutti gli articoli de La Verità non viene citato mai, nemmeno per sbaglio. Fosse semplice dimenticanza, si potrebbe risolvere facilmente invitandoli a trovarsi un lavoro che gli si addice di più; in realtà, però, è peggio di così. Il loro lavoro lo fanno benissimo, solo che il loro lavoro non è informare, ma fare propaganda per fomentare la guerra tra poveri. E come faccio a elevare gli agricoltori a paladini della società giusta ed equa che voglio costruire contro la dittatura di Bruxelles – contrapposti ai lavoratori salariati che approfittano di diritti acquisiti e scioperano il venerdì per allungare il weekend – se poi si scopre che mentre i lavoratori salariati perdevano potere d’acquisto, gli agricoltori aumentavano del 45% il fatturato? E’ una notizia non grata e quindi da omettere: non farete mica i professoroni!?
E però c’è pure chi fa di peggio perché c’è chi, invece, quel dato non solo lo riporta, ma lo brandisce come un’arma per un’altra tesi altrettanto brillante e rivelatoria: gli agricoltori sarebbero tutti avidi, brutti, sporchi, cattivi e, ovviamente, anche parecchio fascisti. La prova provata? Vorrebbero abbattere il governo giallorossoverde, e chi altro mai vorrebbe mandare a casa Olaf Scholz se non un branco di fascisti? Ha lavorato così bene… Beh, certo, per Washington di sicuro. Negli stessi giorni della protesta, Destatis ha pubblicato i dati definitivi per il mese di novembre: la produzione industriale è crollata di un altro 0,7% in un solo mese; i vari analisti interpellati da Bloomberg avevano previsto una crescita dello 0,3. D’altronde, avevano previsto anche un segno + per il PIL del 2023, e ancora più sostenuto per il 2024; nel 2023 è diminuito di 0,3 punti e ormai in molti credono lo stesso accadrà anche quest’anno: in totale, in 12 mesi la produzione industriale infatti è crollata del 4,8%. Ma la crisi, verso la fine dell’anno, invece che affievolirsi si è approfondita e se nel 2024 si confermasse il trend degli ultimi 3 mesi, si arriverebbe a un ulteriore crollo di poco meno del 10%: per incazzarsi, effettivamente, bisogna essere proprio degli invasati neonazisti.
La leggenda degli agricoltori neonazisti nasce, come sempre, dall’infiltrazione di qualche gruppuscolo, ma soprattutto – temo – dalla consapevolezza che le forze di governo non hanno nessuna soluzione possibile da offrire e, al di là del fatturato straordinario degli ultimi 2 anni, i problemi decisamente non mancano. E sì, in buona parte hanno proprio a che vedere con le politiche ambientali dell’Unione Europea, che vuole fare la transizione ecologica continuando a garantire rendite di posizione astronomiche alle oligarchie finanziarie sulla pelle di chi lavora, di tutti quelli che lavorano, dagli agricoltori a quelli che – secondo La Verità – vivono nella bambagia per i diritti acquisiti e chiamano il weekend lungo sciopero. D’altronde, scrive Tonia Mastrobuoni su La Repubblichina, di cosa si lamentano? “La tutela dell’ambiente costa” scrive, e “ha inevitabilmente ricadute su tutte le categorie sociali” dove, giustamente, nelle categorie sociali non mette i suoi editori e, in generale, gli oligarchi.
Come sosteneva brillantemente il mitico documentario The Corporation, gli oligarchi sono sociopatici per definizione: tra le varie cose imposte dalla UE sulle spalle degli agricoltori (senza nessuna forma di paracadute) ci sono, ad esempio, le misure sul ripristino della natura, che puntano a contrastare il degrado degli ecosistemi sottraendo terreno alla coltivazione per restituirlo alla natura, oppure le norme sull’abbattimento delle emissioni degli allevamenti, o le direttive che impongono restrizioni sulle emissioni di zolfo e di nitrato – che avevano già spinto sulle barricate gli agricoltori olandesi poco tempo fa; tutte misure più che ragionevoli, volendo, se solo a pagarle non fosse chi sta piegato sui campi a giornate per due lire ma chi, con la svolta green, incasserà miliardi su miliardi senza rischi perché garantito dagli Stati e dai governi. Lo ha dovuto ammettere candidamente anche un ultramoderato come Paolo de Castro, eurodeputato PD, ex ministro dell’agricoltura e universalmente riconosciuto come uno dei massimi esperti dell’economia del settore: “Per la prima volta questa legislatura europea” ha dichiarato “ha creato la percezione di un’Unione nemica degli agricoltori e delle categorie produttive. Non abbiamo saputo costruire un progetto che coinvolga l’agricoltura facendola sentire protagonista della transizione verde, e non imputata”. Risultato? Chi s’è messo contro gli agricoltori ha fatto una brutta fine: in Olanda è toccato a Rutte e Timmermans che, per la faccenda dell’azoto, si erano messi in testa di chiudere di botto 3 mila stalle; Rutte oggi è stato costretto ad andarsene in pensione e Timmerman è stato letteralmente umiliato alle elezioni da Geert Wilders, che è improponibile ma le rivendicazioni degli agricoltori le aveva sostenute.
Ora tocca alla Francia, dove il contagio tedesco è arrivato per primo e dove Macron, ancora prima delle sue nefandezze dirette, dovrà scontare il fatto di aver assoldato tra le sue fila al parlamento europeo Pascal Canfin, che del finto ambientalismo delle élite che odiano i poveri è proprio il prototipo; ex capo esecutivo del WWF francese, era a capo della Commissione Ambiente quando il green deal europeo è stato concepito, e ora contro di lui e il suo datore di lavoro i contadini francesi sono tornati sulle barricate e il grosso della popolazione li sostiene, senza se e senza ma: il 68% in Germania, addirittura l’89 in Francia, in entrambi i casi circa il doppio dei consensi che possono vantare i rispettivi governi. Per capire il livello di strumentalizzazione che la fuffa liberaloide fa della faccenda, basta vedere la differenza di trattamento riservato ad agricoltori tedeschi e francesi, che contestano governi di centrosinistra, rispetto a quelli italiani. Anche gli agricoltori italiani, infatti, sono tornati a manifestare: negli ultimi giorni, decine di cortei hanno invaso mezzo paese, da Verona alla Calabria; “La marcia dei trattori attraversa l’Italia contro tutto e tutti” scrive La Stampa. “L’Unione Europea, le farine d’insetti, la carne coltivata, la burocrazia, il caro gasolio, i terreni svenduti, e soprattutto i sindacati degli agricoltori”, ma qui non c’è traccia di disprezzo: “Una rivolta dal basso” scrive anzi La Stampa “animata da gente che non ha mai saltato un giorno di lavoro”, eppure qualcosa a cui attaccarsi ce l’avrebbero avuta.

Danilo Calvani

La mobilitazione, infatti, è stata organizzata da questo gruppo informale denominato CRA, Comitati Riuniti Agricoltori traditi, e il leader indiscusso del CRA è lui, Danilo Calvani, un piccolo imprenditore agricolo della provincia di Latina che nel 2009 è stato tra i fondatori della Lega nel Lazio; agli agricoltori tedeschi hanno dato dei reazionari fascisti per molto meno: perché qui, allora, invece no? Semplice: in Italia al governo mica ci sono i democraticissimi Scholz e Macron; in Italia al governo c’è la Meloni, e Calvani con il governo Meloni ce l’ha a morte perché “come tutti quelli che l’hanno preceduto” afferma Calvani “si è prostrato a Europa e multinazionali”. Tutto sommato i pennivendoli al servizio di GEDI sono magnanimi, si accontentano di poco e, così, quelli che altrove sono una pericolosa deriva autoritaria qui incredibilmente “partono da un tema reale: lo scollamento quasi incolmabile tra chi detta le regole e chi affonda le mani nella terra, come Franco Clerico” continua empatico il giornalista, “che mi ha detto: per chi lavora la terra mollare tutto per andare a protestare è un atto di disperazione. Ho investito tutto in quest’azienda. Mio papà è morto a novembre, a 91 anni. Ha aiutato me e mio fratello a mettere in piedi l’azienda. Noi invece ai nostri figli lasceremo debiti. Da anni per tirare avanti non ci versiamo i contributi. Quando va bene in un anno ci mettiamo in tasca 16 mila euro. E’ vita questa?”. Ecco, bravi: la stessa identica cosa vale per gli agricoltori che protestano in Francia e in Germania anche se, in quel caso, al governo ci sono quelli che vi stanno simpatici a voi.
Nell’Europa in declino, le élite di ogni colore scaricano la crisi sui poveri cristi e le diverse propagande non fanno altro che inventarsi storielle per parare il culo a quei parassiti dei loro padroni. Noi stiamo sempre dalla stessa parte, dalla parte del 99% senza chiedere pedigree e per difenderne la causa avremmo bisogno come il pane di un vero e proprio media. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Olaf Scholz

La Meloni SVENDE il Paese a Washington e Wall Street e viene nominata REGINETTA DI DAVOS

Dopo 15 mesi di governo, la Meloni passa a pieni voti l’esame di sudditanza geopolitica e di tecniche avanzate di svendita del paese alle oligarchie finanziarie, e Davos la incorona ufficialmente reginetta del ballo annuale del globalismo targato World Economic Forum; mentre i riflettori si concentravano tutti sulla performance dello scemo del villaggio globale, Javier motosega Milei, e della rappresentazione plastica del livello di degrado umano e culturale nel quale le oligarchie vorrebbero intrappolare il Sud globale nella speranza che la grande decolonizzazione segni una battuta d’arresto, lontano dalle luci della ribalta – e in modo molto più subdolo – persone molto più misurate e presentabili ma ancora più spietate e prive di scrupoli tessevano la trama del mondo distopico che ci aspetta. In una sorta di raffinato rituale pieno di simbolismi, Giorgia la madrecristiana ha offerto lo scalpo del paese ai fondi speculativi che dominano la finanza globale e ha siglato un patto di sangue col demonio che prevede il sacrificio dei cittadini italiani e di quel che rimane della nostra democrazia in cambio della salvezza di un ristrettissimo gruppo di potere. Ma in cosa consiste concretamente questo patto demoniaco?

Kenneth Rogoff

La Stampa, venerdì 19 gennaio; in diretta dalla lounge del Centro Congressi di Davos, ecco che torna in grande style una delle principali star internazionali dell’economia mainstream: Kenneth Rogoff, una specie di vademecum del perfetto analfoliberale suprematista. Il neocidio a Gaza? Colpa dell’Iran. L’inflazione? Colpa dei terroristi yemeniti. La guerra in Ucraina? Colpa della Russia, e pure della Corea del Nord, e anche della Cina, che la riempiono di armi. La crisi in Europa? Colpa di Donald Trump. La nota positiva? Tenetevi forte: GIORGIA MELONI. Serio, eh? Da buon analfoliberale, Rogoff inizialmente su Giorgia la madrecristiana aveva espresso più di qualche perplessità: “Dopo un anno di governo Meloni” gli chiede l’intervistatore “è ancora spaventato?”. “No,” risponde Rogoff “affatto. Sono giorni che continuo a sentire persone parlare bene di lei”; Rogoff racconta di come tra i corridoi di Davos abbia cercato di capire da banchieri e policy makers quali pensavano potessero essere i leader più promettenti in Europa: “Beh,” dichiara “in molti hanno tirato fuori il nome proprio di Giorgia Meloni”. “Il cancelliere tedesco è debole,” continua “il presidente francese è in declino. E di certo, non possiamo guardare al Regno Unito. Meloni invece” ribadisce Rogoff “è stata una sorpresa positiva. Potrebbe essere davvero lei la risposta giusta per questa Europa alla disperata ricerca di leader”; ed ecco che immediatamente la propaganda filogovernativa si dimentica per un attimo della sua retorica antiglobalista e festeggia come di fronte a un’investitura papale: Meloni, l’economista Rogoff: “leader d’Europa”, titola Libero.
Ma chi è esattamente Kenneth Rogoff? Ve la ricordate la teoria dell’austerità espansiva? Per anni è stata la parola d’ordine per eccellenza del mainstream, e indovinate un po’ chi l’ha inventata? Esatto: proprio lui, di persona personalmente; sulla base di quelli che allora vennero spacciati come una grossa mole di dati empirici certificati e inequivocabili, Kenneth Rogoff nel 2010, infatti, riuscì a dimostrare una cosa che avrebbe scioccato tutti gli economisti keynesiani: secondo gli economisti keynesiani, infatti, l’unico modo concreto per stimolare l’economia è che lo Stato metta nell’economia – sottoforma di servizi, investimenti e sussidi – più di quanto ci preleva sottoforma di tasse. Rogoff stravolge questo principio: dimostra come quando il debito pubblico supera il 90% del PIL, la crescita dei paesi – in media – diventa negativa e non supera il -0,1% e come, invece, se lo Stato mette meno soldi nell’economia di quanti ne preleva – e quindi diminuisce il debito – incomprensibilmente, come per magia, i consumi e gli investimenti privati aumentano; l’austerità, conclude Rogoff, al contrario di quello che sostengono gli statalisti, le zecche rosse e tutte le persone accecate dall’invidia e dal rancore verso i ricchi e il capitale, non deprime l’economia ma, al contrario, la rilancia. Un risultato totalmente controintuitivo che però per le élite e l’oligarchia è una vera e propria gigantesca manna dal cielo: se non fosse arrivato, toccava inventarselo. A partire dal 2009, infatti, i famigerati PIIGS entrano in una profonda recessione: se ci fossimo ancora attenuti al verbo delle zecche rosse e dei socialisti, saremmo per forza dovuti intervenire con soldi pubblici per stimolare l’economia; però lo Stato è brutto e il debito è cattivo, e quindi n se po’ fa. Come si risolve allora l’inghippo? Grazie alla teoria dell’austerità espansiva la soluzione è semplicissima: basta prendere l’autostrada in contromano e tagliare ancora un po’ e, per magia, l’economia riprenderà; ed ecco così che, in men che non si dica, questo risultato viene propagandato ai quattro venti da tutti i principali economisti di regime.
Citazioni entusiastiche si moltiplicano sul Financial Times, sull’Economist e sul Wall Street Journal: Paul Ryan, speaker alla camera USA dal 2015 al 2019, lo userà come base per una risoluzione a suo nome a sostegno delle politiche di austerity europee; l’attuale governatore della Banca di Finlandia Olli Rehn che, all’epoca, era nientepopodimeno che vice presidente della Commissione europea, in una lettera indirizzata ai ministri economici e finanziari della UE, al FMI e alla BCE, scriverà che “È largamente riconosciuto, sulla base di una seria ricerca accademica, che quando i livelli del debito pubblico superano il 90%, tendono ad avere un impatto negativo sull’andamento dell’economia, che si traduce in bassa crescita per molti anni”. Vi imponiamo ricette lacrime e sangue che vi riducono in miseria? Ma è per il vostro bene! Lo dicono i numeri di Rogoff! Lo dice la scienziaaah!
Particolarmente entusiasti della nuova rivoluzione copernicana di Rogoff da noi saranno i vari Francesco Giavazzi, Alberto Alesina e, in generale, gli economisti che gravitano attorno alla Bocconi che, da lì in poi, diventeranno vere e proprie superstar; i risultati li conoscete tutti benissimo: ovviamente il PIL, invece che ripartire, non ha fatto che contrarsi ulteriormente. La disoccupazione è aumentata, il tenore di vita è peggiorato, i consumi sono diminuiti e paradossalmente poi, per mettere le toppe, pure il debito è aumentato molto di più di quanto non sarebbe stato necessario per introdurre politiche espansive prima; l’austerità espansiva ha funzionato talmente male da riuscire – addirittura – a far tornare qualche accenno di combattività anche tra le masse popolari anestetizzate ormai da decenni di controrivoluzione neoliberista e dalle sue conseguenze antropologiche. Nel 2013 se n’è accorto addirittura il Fondo Monetario Internazionale: ogni euro di contrazione fiscale – ha sottolineato – ha avuto un impatto recessivo di 1,5 euro; secondo i nostri prestigiosissimi teorici dell’austerità espansiva l’impatto recessivo sarebbe dovuto essere di 0,5 euri. In confronto, le previsioni di Mario Draghi sugli effetti delle sanzioni alla Russia sono state già più affidabili. Ma com’è possibile?
A differenza delle puttanate di Draghi sulle sanzioni russe, che erano palesemente solo propaganda e wishful thinking della peggiore specie, l’austerità espansiva non si fondava su un fondamentale studio empirico di indiscutibile rigore scientifico? Ecco, appunto. No. Il fondamentale studio di Rogoff, osannato da tutti gli economisti mainstream come una grande rivoluzione scientifica al pari di quelle di Newton e di Galileo, era in realtà un discreto troiaio: “Lo studio intitolato Growth in a time of debt – La crescita al tempo del debito – e pubblicato nel 2010 sulla prestigiosa American Economic Reviewricorda Vittorio Daniele su economiaepolitica.it “non è stato smentito da sofisticate applicazioni econometriche ma, come nella favola di Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore, da un umile studente di dottorato dell’Università del Massachusetts che, utilizzando proprio i dati di Reinahrt e Rogoff per un’esercitazione, si è accorto che qualcosa non quadrava nelle stime dei due economisti”.

Rogoff, in sostanza, sosteneva che la crescita dei paesi afflitti da un insostenibile debito – di oltre il 90% rispetto al PIL – avessero registrato in media una crescita negativa del – 0,1%; lo studentello dimostrò che, invece, la crescita era stata positiva, e manco di poco: +2,2%. Nel tempo, tutti i grandi sostenitori dell’austerità espansiva si sono rimangiati tutto: da Mario Monti a Mario Draghi, passando anche per lo stesso Giavazzi; ovviamente, non possiamo che esserne felici. Rimane il dubbio, però, del perché a governare la nostra economia poi siano stati richiamati sempre loro, invece del ragazzino che ha smontato il pessimo studio di Rogoff e tutte le persone minimamente ragionevoli che non ci sono mai cascate. Non è che più che la competenza tecnica e scientifica, pesa la fedeltà ad alcuniinteressi specifici? Perché se, dal punto di vista dell’economia generale, l’austerità espansiva è stata una disastro totale, non è che ci hanno perso tutti: le oligarchie finanziarie ci hanno guadagnato eccome, e quando dici oligarchie finanziarie, dici Washington. Guarda qua: dall’arrivo dell’austerità espansiva ad oggi i mercati finanziari americani si sono quintuplicati, e se a guidarli – e a garantirgli il posto di comando – non sono le competenze ma la fedeltà agli interessi delle oligarchie, non è che ora che i Monti, i Draghi e i Giavazzi sono stati illuminati e si sono riscoperti moderatamente keynesiani, ci sta dietro una fregatura?
Il sospetto, sinceramente, viene: il nuovo tormentone di questi prestigiosi e sofisticati economisti infatti è che sì, lo Stato dovrebbe tornare a investire un po’ – come fa Biden con la Bidenomics –, però i soldi che mette sul tavolo non devono servire ad aumentare di nuovo il ruolo dello Stato nell’economia, ma solo a incentivare i privati ad investire nella giusta direzione, azzerando i rischi; non è che questa idea non è fondata su solide basi scientifiche, ma non è altro che un’altra gigantesca cazzata come quella dell’austerità espansiva, utile solo agli interessi che hanno già dimostrato di tutelare così bene? E quando Rogoff si complimenta con la nostra Giorgiona, non è che non lo fa sulla base di solide valutazioni sul tipo di politica necessaria per rilanciare l’economia in Europa, ma esclusivamente in base al fatto che è quella che, più di ogni altro, è in grado di garantire che quegli stessi interessi saranno difesi anche a costo di dover passare sul cadavere dell’ultimo cittadino europeo?
Da questo punto di vista – bisogna ammetterlo – la nostra Giorgiona non s’è fatta mancare niente: ovviamente, prima di tutto, dal punto di vista geopolitico, dove i padroni a stelle e strisce non si sono accontentati – come con altri paesi vassalli – della totale sudditanza di Roma all’agenda di Washington a spese dell’interesse nazionale. Per lavare via i peccati di alcune affermazioni del passato decisamente ostili nei confronti della globalizzazione neoliberista e dei suoi architetti, hanno preteso anche un gesto simbolico eclatante: l’uscita dalla via della seta. La maggioranza dei paesi europei, infatti, continua ad aderire al memorandum – a partire dai paesi strutturalmente più vicini a Washington, dai baltici alla Polonia e, addirittura, la colonia ucraina; a nessuno Washington ha chiesto di uscire, a parte a Roma: non bastava garantire eterna fedeltà. Per suggellare il patto di sangue ci voleva proprio l’umiliazione in mondovisione, e Roma è stata ben felice di accontentarli perché la sua sudditanza non doveva essere nota solo a Biden e ai suoi uomini: bisognava convincere anche le oligarchie finanziarie e gli economisti come Rogoff che, però, non campano solo di posizionamenti geopolitici e gesti simbolici; vogliono la ciccia, al sangue. Che eccola che a Davos è arrivata puntualmente: Mossa a sorpresa del ministero dell’economia titolava entusiasta venerdì Il Giornanale; “ENI, il tesoro cederà il 4% per rassicurare i mercati”, dove – ovviamente – per mercati si intendono le poche decine di oligarchi presenti a Davos e che, tra un festino a base di escort e l’altro, hanno concesso un po’ dei loro sterminati capitali ai governanti più servizievoli dell’impero.

Giancarlo Giorgetti

A Davos Giorgetti si è intrattenuto un po’ con tutti: dal mitico Ray Dalio di Bridgewater, all’amministratore delegato di Bank of America Brian Moynihan, a quello di Jp Morgan Jamie Dimon e, oltre a ENI, sul piatto c’erano anche Poste e, in prospettiva, anche Ferrovie dello Stato; L’Italia in vendita titola indignata addirittura La Repubblichina. Il bue che dà del cornuto all’asino: l’obiettivo infatti, come sapete, sarebbe quello di fare un po’ di cassa per abbattere un po’ di debole, ma è fuffa allo stato puro; in tutto, secondo il governo stesso, si parlerebbe al massimo di una ventina di miliardi, che ai nostri quasi 3 mila miliardi di debito, ovviamente, gli fanno come il cazzo alle vecchie. L’idea che il debito non si possa abbattere vendendo i gioielli di famiglia non è esattamente un’esclusiva di noi oltranzisti bolscevichi: lo dice chiaramente su La Stampa anche l’ultramoderato Mario Deaglio che, da liberale, non è in linea di principio contrario a vendere quel poco di partecipazioni statali che ci rimane ma, sempre da buon liberale, capisce anche quali dovrebbero essere i paletti minimi essenziali, e cioè che questo ingresso dei capitali privati avvenga nell’ambito di una politica industriale degna di questo nome, e che sia capace di mettere al servizio di questa politica i capitali, e non viceversa -che però, è più facile da dire che da fare.
La Cina, ad esempio, segue esattamente questa strada: anche la Cina, infatti, cerca di attirare capitali privati per finanziare le sue gigantesche e potentissime aziende di Stato, ma – appunto – lo fa nell’ambito di una politica industriale precisa decisa dal governo. L’operazione, però, non è che stia dando chissà che frutti, e graziarcazzo: seguire una precisa politica industriale, infatti, molto banalmente vuol dire che la remunerazione dei capitali impiegati dipende dal successo di quelle politiche industriali e dalla loro capacità di generare plusvalore; la finalità non è generare profitti in se, ma ottenere qualcosa di concreto per l’economia nazionale – che sia energia più pulita o un servizio postale più efficiente: ovviamente il tutto viene fatto e pensato in modo che possa generare dei profitti, ma non è per niente scontato e quando si dovrà decidere se i profitti fatti vanno redistribuiti tra i soci o reinvestiti, il fatto di dover perseguire una finalità concreta peserà. Insomma: chi porta capitali si accolla un certo rischio di impresa. Nel nostro modello di derisking state, come lo chiama la Gabor, l’ingresso di capitali invece ha una logica completamente diversa; se manca una politica industriale non è un caso: è semplicemente perché l’unica politica industriale che ci deve essere è quella di garantire in ogni modo che i capitali vengano remunerati adeguatamente; per il capitale finanziario non ci deve essere nessuna forma di rischio, e se questo implica trasformare un’azienda produttiva in un carrozzone inutile, pazienza. L’importante è che il dividendo sia sempre garantito: ovvio, quindi, che se i capitali possono scegliere se entrare nella compagine azionaria di un’azienda che deve rispettare una determinata politica industriale o in una dove l’unica politica industriale è riempirli di soldi, opteranno sempre per la seconda; ed ecco perché le aziende di Stato cinesi fanno fatica ad attirare capitale privato, e perché Giorgetti va col piattino in mano a Davos a svendere pezzi di Stato senza avere uno straccio di politica industriale. Qualcuno cerca di minimizzare la cosa sottolineando come, alla fine – ad esempio nel caso di ENI – si tratterebbe soltanto del 4%: in realtà, con questa logica, potrebbe anche essere l’1%; la dinamica non cambierebbe. A guidare l’azienda rimarrebbe sempre e comunque la stretta logica del capitale finanziario: la remunerazione il prossimo trimestre e chi s’è visto s’è visto.
Ma allora, se non serve ad abbattere il debito pubblico e costringe a trasformare le poche aziende decenti che ci rimangono in pure e semplici macchine da dividendi incapaci di creare valore reale per il paese, perché Giorgetti si abbassa al ruolo di mendicante per raccattare questi miseri 20 miliardi? Semplice: come per l’uscita dell’Italia dalla via della seta, è un atto plateale di sottomissione e di sudditanza, ma il masochismo come forma di piacere fine a se stessa non c’entra; molto più banalmente, Giorgetti deve assicurare le oligarchie e i grandi fondi che l’Italia è al loro servizio e che, aiutandola a rimanere in piedi, ci saranno ottimi affari per tutti. E del sostegno dei fondi per non affondare definitivamente, a breve ce ne sarà parecchio bisogno: anche quest’anno, infatti, il Tesoro italiano dovrà collocare sui mercati – che non esistono – 350 miliardi di euro di titoli di Stato. Fino all’anno scorso, una fetta consistente glieli comprava la BCE; quest’anno non solo non ne comprerà, ma venderà anche una fetta di quelli che ha già al ritmo di 7,5 miliardi al mese, e una mole del genere di titoli hanno un solo acquirente: i grandi fondi. Il resto è fuffa: il mercato, i risparmiatori… tutte leggende metropolitane. Quando il debito è a questi livelli, i titoli li possono comprare solo le banche centrali e i fondi, e siccome la nostra politica è al servizio delle oligarchie finanziarie private, la Banca Centrale ha deciso di tirare i remi in barca, cosicché il manico del coltello rimane esclusivamente in mano ai fondi che, quindi, possono pretendere dai paesi indebitati tutto quello che vogliono. Se non lo fai, i titoli non te li comprano, e loro vogliono due cose: impossessarsi dei gioielli di famiglia per spolparli per bene e che lo stato privatizzi tutti i servizi essenziali.
L’unico modo per vedere il bicchiere mezzo pieno è accontentarsi del fatto che a Davos, a quanto pare, Giorgetti il secondo tema non sembra averlo affrontato; ma la strada è tracciata e non sarà certo La Repubblichina che si riscopre statalista per il tempo di un titolone – dopo decenni passati a osannare i Rogoff, il rigore affamapopoli di Bruxelles e la lotta di classe dall’altro contro il basso condotta dai suoi editori e dai loro amicici senza esclusione di colpi – a fermarli: dalla geopolitica alla politica economica, il governo dei fintosovranisti e l’opposizione dei veri svendipatria – di comune accordo – hanno svenduto e stanno continuando a svendere gli interessi nazionali a Washington e alle oligarchie finanziarie.
Contro questo asse del male è arrivata l’ora di riorganizzare un vero fronte popolare, ampio, plurale democratico che dia di nuovo rappresentanza alla stragrande maggioranza del paese affrontando le contraddizioni alla radice: per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che si fondi davvero su dati solidi e informazioni reali, invece di inventarsele di sana pianta per far contente le oligarchie. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Kenneth Rogoff

[LIVE OTTOVOLANTE] Italia, Germania e il Patto d’Acciaio per servire Washington – ft. Giacomo Gabellini

Tra la reintroduzione del Patto di Stabilità, la Mega – Truffa del MES e il semi – Golpe dell’Unione Europea, Italia e Germania stringono un’alleanza dove a vincere è soltanto Washington. Berlino si accontenta delle briciole e noi delle pedate nelle gengive, e il bello è che – ciononostante – anche Washington non è che se la passi poi così bene: l’asta dello scorso 9 novembre, per allocare qualche decina di miliardi di titoli di Stato è stata una debacle e, tra BRICS e Nazioni Unite, il Sud Globale – che ha a lungo cercato di corteggiare per sottrarlo alla sfera d’influenza di Russia e Cina con i nostri quattrini – non fa altro che continuare a prenderlo ostentatamente a pesci in faccia. Ne parliamo in questa puntata di Ottovolante con il Marru, Jack Gabellini, Giamba Cadoppi e Alberto Gabriele.

Il ritorno dell’austerity: come e perché a Bruxelles hanno deciso di uccidere l’Economia Europea

Venerdì scorso nella redazione de La Repubblichina era festa grossa: “Ue, l’Italia resta sola” titolavano entusiasti. La testata di punta del gruppo editoriale che, più di ogni altro, s’è speso negli anni per trasformare l’Italia in una doppia colonia – sia di Bruxelles che di Washington – sembra volerle provare tutte pur di far apparire perfino uno svendi-patria di professione come Giancazzo Giorgetti come uno statista tutto d’un pezzo. La partita è di nuovo quella della riforma del patto di stabilità, il quadro regolatorio inventato ad hoc per distruggere scientificamente l’economia reale del vecchio continente. “I governi europei” riportava La Repubblichina “raggiungono l’intesa sulle nuove regole di bilancio”.

Giancarlo Giorgetti

“Per il ministro Giorgetti” scrive Andrea Bonanni in uno dei due comizi propagandistici pubblicati dalla repubblichina a commento della vicenda “è una sconfitta cocente”. Che, più che per Giorgetti, sia una sconfitta non solo per l’Italia, ma ancora più in generale per le condizioni di vita di decine di milioni di lavoratori e di imprese nel continente, in questa sfida a chi ha i requisiti migliori per candidarsi come curatore fallimentare del paese di fronte alle oligarchie finanziarie dell’Occidente collettivo, evidentemente è un aspetto del tutto secondario: come sottolinea lo stesso Bonanni, infatti, “la proposta iniziale della Commissione è stata corretta nel senso voluto dalla Germania” e, in particolare, dal falco della dittatura dell’austerity Christian Lindner, che vince la sua battaglia contro ogni tentativo di dotare l’Europa degli strumenti minimi necessari per provare a reagire alla gigantesca recessione che è già iniziata nel suo paese e che, a breve, distruggerà quel poco che è rimasto dell’economia europea. L’altro comizio propagandistico anti-italiano de La Repubblichina è affidato invece al solito Claudio Tito che sottolinea come “non si capisce più cosa voglia l’Italia”. Eh, davvero eh? Incomprensibile, proprio; le modifiche filo austerity volute dai falchi tedeschi, infatti, impongono una bella overdose di misure lacrime e sangue per ridurre il debito e riportare il deficit sotto controllo, esattamente l’opposto di quello che servirebbe durante una recessione e contro la nuova ondata di politiche protezioniste made in USA, dove – invece – il debito è esploso e esploderà ancora di più in futuro proprio per regalare una montagna di quattrini alle aziende e convincerle ad abbandonare il deserto europeo e andare a fare fortuna in America. Ora, che degli zerbini viventi come le firme di punta de La Repubblichina accolgano con entusiasmo scelte deliranti di politica economica come questa pur di sperare, un giorno, di prendere il posto dell’amministrazione coloniale attualmente in carica, ovviamente non dovrebbe sorprendere; quello che, invece, è già più complicato da spiegare è “ma perché mai le élite politiche europee hanno deciso di affossare definitivamente l’economia del vecchio continente?
Bye bye soglia del 3%! Per 15 anni abbiamo denunciato come aver imposto, da parte dell’Unione Europea, una soglia del 3% del rapporto tra deficit e PIL fosse stata una misura del tutto arbitraria che aveva il solo scopo di mettere in ginocchio le economie più deboli della periferia meridionale dell’Europa – a partire dall’Italia – per permettere a quelle più forti di fagocitarle; ora quel parametro finalmente viene rivisto. Peccato che sia in peggio: la bozza di riforma del patto di stabilità che ieri ha ricevuto il via libera dai ministri dell’economia e delle finanze dell’Unione Europea, infatti, prevede – come riportava venerdì La Stampa – “di portare il deficit ben al di sotto del 3%, con un margine di sicurezza la cui quantificazione esatta sarà oggetto dei negoziati nelle prossime settimane”. Una mossa geniale che, secondo Bonanni de La Repubblichina, potrebbe essere stata provocata dal fatto che nell’ultima manovra finanziaria italiana ci si è azzardati, contro il parere di Bruxelles, a introdurre qualche spicciolo di deficit in più rispetto al previsto; bazzecole, totalmente insufficienti anche solo a far finta di contrastare la recessione in arrivo e quasi tutte impiegate nella direzione sbagliata, ma abbastanza da far gridare allo scandalo i talebani dell’austerity che, da allora, farneticano che “l’idea che l’Europa veglierà a limitare le politiche di spesa delle destre al potere non dovrebbe essere una cattiva notizia” (Andrea Bonanni, La Repubblichina). Ha ragione: non è cattiva. E’ pessima, e non è l’unica: il nuovo patto, infatti, ripropone pari pari la necessità di svendere i gioielli di famiglia per ridurre il debito a tappe forzate. Certo, le tappe sono distribuite un po’ diversamente rispetto al vecchio patto, ma non certo perché siano cambiate filosofia e scopi di fondo; molto semplicemente, piuttosto, perché la riduzione del debito – come prevista dal vecchio patto – non era fattibile, tant’è che nessuno l’ha mai rispettata e, alla fine, si chiudeva un occhio.
La novità, adesso, consiste nel fatto che l’obbligo di ridurre il debito è sempre sufficiente per indebolire le economie nazionali ma, almeno, in modo che sia un po’ più realistico, e a questo giro – se si sgarra – le sanzioni arriveranno eccome. “Un totem irrinunciabile” scrive La Stampa “da dare in pasto all’opinione pubblica tedesca, poco incline a digerire trasgressioni”. Contro questo delirio Giorgetti, sin dall’inizio, ha cercato di portare a casa almeno una cosa: che dal computo venissero esclusi, perlomeno, una parte degli investimenti – almeno quelli del PNRR. Macché: l’unica eccezione possibile è per l’industria della difesa. D’altronde, per combattere la terza guerra mondiale, quella serve come il pane anche a Washington che, da solo, a tornare a produrre armi a sufficienza molto semplicemente non ce la può fare. E quindi su quello – e solo su quello – si potrà chiudere un occhio.

Giorgetti con il Segretario al Commercio degli Stati Uniti d’America Gina Raimondo

Dal punto di vista macroeconomico, molto semplicemente, tutto questo non ha nessunissimo senso: a causa delle scelte geopolitiche che l’Europa si è lasciata imporre dal padrone a stelle e strisce e che hanno, in primo luogo, completamente devastato il mercato dell’energia del vecchio continente, le nostre aziende già di default non sono più competitive. Ma se a questo ci aggiungiamo la valanga di quattrini che Washington ha messo a disposizione delle aziende che vanno a investire a casa sua, la deindustrializzazione del vecchio continente a favore del padrone d’oltreoceano diventa letteralmente inarrestabile.
Ma perché la classe dirigente europea sta optando per questo plateale suicidio? Sono scemi? In buona parte si: la classe politica, almeno, tanto tanto strutturata e illuminata effettivamente non è, ma loro sono il personale di servizio, diciamo. Chi controlla le fila tanto scemo ovviamente non è, solo che i suoi interessi non sono semplicemente diversi da quelli delle persone normali che campano del loro lavoro; sono esattamente antitetici e, nel caso di noi che viviamo nella periferia dell’Unione, il ragionamento va moltiplicato per due. Il primo schema, infatti, riguarda tutta l’economia europea nel suo insieme ed è quello che continuiamo a ripetere continuamente: l’interesse delle élite economiche europee per la crescita dell’economia reale è relativo. Passare da quella grossissima rottura di coglioni che è la produzione di beni e servizi non è più, da tempo, il modo più semplice per fare profitti; questo vale in generale perché, per fare profitti a mezzo di merci e di servizi, devi far lavorare la gente e la gente, quando lavora, poi avanza sempre strane pretese: diritti, aumenti salariali, addirittura democrazia. Ma vale ancora di più in questa fase dove le variabili sono tante, da quelle climatiche a quelle geopolitiche, e per far tornare le nostre aziende ad essere competitive ci sarebbe un sacco di roba rischiosa da fare: investire nelle infrastrutture, nella formazione, nell’innovazione e, addirittura, ogni tanto andare contro agli interessi di qualcuno più grande e grosso di te, come ad esempio riallacciare i rapporti con la Russia per tornare ad avere l’energia a dei prezzi ragionevoli.
Molto meglio estrarre quel poco di plusvalore che ancora i lavoratori europei sono in grado di produrre – nonostante la produttività sia crollata a causa dei mancati investimenti – e andare a investire quei quattrini nelle bolle speculative d’oltreoceano. Ma non solo: anche farsi dare in gestione dei monopoli naturali dallo Stato – dove i profitti sono garantiti da tariffe imposte con la forza dello Stato stesso e il rischio è zero – è sempre meglio che lavorare, e quindi una bella overdose di austerity che imponga agli stati di privatizzare ed esternalizzare tutto quello che è possibile è una bella scorciatoia per garantirsi profitti facili. E poi ha anche un’altra bella utilità: privatizzando ed esternalizzando, infatti, la gente comune – per garantirsi i servizi minimi essenziali – è costretta a mettere i quattrini nelle pensioni integrative e nelle assicurazioni mediche e quei soldi, poi, vengono gestiti dalle oligarchie finanziarie globali per continuare a gonfiare le bolle speculative che, quindi, ricevono sempre nuovi quattrini per continuare a gonfiarsi all’infinito ed eliminare ogni rischio. Ecco così che, al posto dei rischi dell’economia reale, ti ritrovi di fronte alle rendite sicure delle bolle speculative. E che fai, te ne privi?
Questo è il meccanismo globale – diciamo – e tocca un po’ a tutti, dai tedeschi agli italiani. Dentro questa logica, però, ce n’è anche un’altra gerarchicamente meno importante ma che permette ai tedeschi di imporre ai loro cittadini questo furto sistematico della loro ricchezza da parte dello 0,1% senza che si incazzino troppo ed è la logica, appunto, che attraverso misure di austerity permette ai capitali più forti di fare shopping a prezzi di saldo nei paesi più deboli, come è successo in Grecia ormai oltre 10 anni fa. E’ la logica che vede contrapposti gli interessi dell’Europa del nord, con i conti relativamente in ordine, rispetto a quelli dell’Europa meridionale, quelli che una volta chiamavamo PIGS: impedendo – attraverso misure lacrime e sangue – ai paesi dell’Europa meridionale di rafforzare la loro economia reale, l’Europa del nord rafforza il rapporto gerarchico a suo favore. Non è sufficiente per invertire il declino della loro economia, ma per lo meno ne rallenta il crollo e, con gli ultimi dati sull’andamento della produzione industriale in Germania, direi che ormai ne hanno sempre più bisogno, prima che il malcontento consegni il governo all’AFD o, magari – cosa che a noi andrebbe decisamente meglio ma alle élite tedesche probabilmente meno – alla nuova formazione politica di Sarah Wagenknecht.

Il buon vecchio Tommaso Nencioni

In questo rapporto gerarchico di subordinazione, inoltre, c’è un’altra componente, come ricorda sempre il nostro buon vecchio Tommaso Nencioni: massacrando l’economia reale della periferia europea, infatti, la Germania impone in modo indiretto anche politiche restrittive a livello salariale, e siccome chi produce nella periferia dell’Europa – e in particolare in Italia – lo fa principalmente proprio come sub-fornitore delle industrie tedesche, questo permette di garantire margini di profitto un po’ più solidi. Di fronte a questo scempio l’Europa mediterranea e meridionale dovrebbe gridare all’unisono vendetta, se solo esistesse: in Portogallo il presidente ha sciolto il parlamento, la Spagna è senza governo e sull’orlo di una guerra civile e la Grecia, dopo il trauma della crisi dei debiti sovrani, è così sottona che al governo ci sono dei falchi più falchi dei liberali tedeschi, e all’opposizione un rampollo della finanza speculativa che manco parla greco.
Per quanto paradossale possa sembrare, l’avanguardia della resistenza progressista contro i piani distopici di Bruxelles – paradossalmente – è proprio Giancazzo Giorgetti. Cioè, rendiamoci conto, Giancazzo Giorgetti! E i media mainstream della galassia liberaloide gli fanno la guerra, sì, ma da destra, e non è proprio facilissimo. Se Giorgetti ora punta i piedi, infatti, non è certo per difendere l’economia reale italiana; semplicemente, si vuole garantire qualche margine per distribuire un po’ di prebende ai prenditori parassitari italiani tipo Bonomi che, nonostante rappresenti imprenditori che hanno registrato profitti stellari e non hanno reinvestito un euro nell’economia reale, l’altro giorno ha avuto il coraggio di lamentarsi che, nella manovra, solo l’8% delle risorse sono regali alle aziende. Ma non solo, perché alla fine – infatti – sarebbe addirittura emerso che l’opposizione di Giorgetti in realtà sarebbe stata tutta e soltanto a favore delle telecamere: secondo la ministra spagnola Nadia Calvino, presidente di turno del Consiglio europeo – infatti – “durante gli scambi intensi che abbiamo avuto nelle ultime settimane” tutte queste osservazioni e critiche al nuovo patto di stabilità, in realtà, “non si sarebbero mai sentite”.
Insomma: come per la tassa fantasma sugli extraprofitti, sarebbe solo propaganda ad uso e consumo di quei pochi inguaribili ottimisti che ancora si illudono che questa destra di cialtroni svendi-patria abbia ancora davvero qualche componente così detta sociale. In realtà, ovviamente – come hanno ampiamente dimostrato con l’ultima manovra di bilancio – Giancazzo Giorgetti e il suo governo di svendi-patria finto-sovranisti, al progetto distopico di Washington e di Bruxelles di completo smantellamento delle basi produttive del vecchio continente e di finanziarizzazione forzata dell’intera economia ci ha aderito eccome; quello che chiede è, semplicemente, un po’ di margine per qualche prebenda in più – che è l’unica cosa che il suo governo ha da offrire al paese – e il pretesto per montare un po’ di teatrino e continuare con la pantomima del governo dei patrioti.
E la reazione isterica degli analfoliberali del sistema mediatico mainsteam è esattamente tutto quello che gli serve per portare avanti la pantomima mentre alla fine, come ammette anche La Stampa, “si continua a negoziare, e nei palazzi UE c’è ottimismo”. Come sempre, appena vai un millimetro sotto la superficie, anche a questo giro, l’agenda delle diverse fazioni del partito unico degli affari e della guerra sempre quella è.
Per smontargli il giocattolino abbiamo bisogno di un media che vada alla sostanza delle cose e che le racconti dal punto di vista del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Carlo Cottarelli

  • 1
  • 2