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“La Russia sconfiggerebbe gli USA in una guerra convenzionale” – L’analista militare russo che ci svela perché l’Occidente è sempre più debole

admin by admin
20/09/2024
in In evidenza, Mondo, Spin8ff
0

“Gli Stati Uniti uscirebbero sicuramente sconfitti da una guerra convenzionale con la Russia. Come stabilito dallo stesso esercito americano, le perdite previste per le forze armate statunitensi in una vera guerra convenzionale con la Russia sono di una portata che va oltre la comprensione di qualsiasi leader politico occidentale e della maggior parte dei professionisti militari. Secondo le proiezioni, con 3.600 perdite al giorno, l’esercito americano supererebbe il numero di perdite subite in Iraq e in Afghanistan in due decenni in circa due settimane” (Andrey Martyanov, America’s final War). Andrei Martyanov, ex militare russo oggi residente a New York, è stato probabilmente tra i primi analisti militari ad aver sfatato – numeri e dati alla mano – uno dei più potenti miti del nostro tempo, un mito sul quale un intero nuovo ordine mondiale era stato costruito e governato e un mito che oggi, a conferma delle sue previsioni, a causa della guerra in Ucraina (e non solo) si sta dissolvendo giorno dopo giorno. Il mito in questione, naturalmente, è quello dell’indiscussa superiorità militare degli Stati Uniti – e, di riflesso, dei suoi alleati vassalli – sul resto del mondo; una superiorità che si basava (e che tutt’ora si baserebbe, per la nostra propaganda) sul primato tecnologico nordamericano, sulla qualità ed efficacia dei loro armamenti, nonché sulle praticamente infinite risorse economiche a loro disposizione, come confermerebbero le centinaia e centinaia di miliardi che Washington spende ogni anno nell’industria delle armi e della difesa. Ma tutto questo, a ben vedere, verrebbe smentito dai fatti perché – come già sosteneva Martyanov nel 2018 nel suo libro Losing Military Supremacy: The Myopia of American Strategic Military Planning e come sostiene con ancora più forza alla luce della sconfitta militare della NATO in Ucraina nel suo ultimo libro America’s final war – sul piano delle tecnologie militari convenzionali oggi la Russia non teme rivali: la grandezza del PIL e la liquidità a disposizione dei fondi di investimento infatti, per quanto per noi capitalisti neo-liberali sia difficile comprenderlo, non servono a vincere le guerre; e se si guarda alle società occidentali, sostiene l’analista russo, la deindustrializzazione data dalle delocalizzazioni, la perdita di qualità del ceto militare e dirigente, un’economia tutta improntata al profitto e non all’effettiva difesa della nazione, hanno resto la macchina bellica occidentale una tigre di carta.
Dall’altra parte invece, superati gli scioccanti anni 90, il governo russo ha sviluppato tecnologie militari come i missili ipersonici Khinzal e Zircon contro cui portaerei e sistemi di difesa missilistici americani sarebbero totalmente vulnerabili, ha mantenuto altissimi standard di preparazione e formazione nelle proprie accademie militari e ha oggi una potenza industriale ed economica (come ha dimostrato in questi 3 anni) molto più adatta della nostra a sostenere le esigenze belliche. Ma al di là di un ipotetico conflitto convenzionale diretto tra le due superpotenze, sui cui risultati si può solamente speculare e che, in ogni caso, difficilmente rimarrebbe a livello convenzionale, il testo di Martyanov ci fa comunque riflettere su quella che è la ragione fondamentale del declino egemonico americano nel mondo: il declino della sua deterrenza militare. Detto in soldoni: a causa della perdita di potenza del suo esercito rispetto ai principali competitors, gli Stati Uniti non fanno più paura come prima; ed è ormai un dato di fatto – Martyanov o non Martyanov – che in Europa orientale, in Medio Oriente e nel Pacifico, potenze che prima non avrebbero osato sfidarli oggi lo stanno facendo e lo faranno sempre di più. Del resto, come disse anche il nostro amatissimo Samuel Huntington “L’Occidente conquistò il mondo non per superiorità delle sue idee o valori, ma per la sua superiorità tecnologica nella violenza organizzata. Gli occidentali spesso si dimenticano di questo fatto; i non occidentali non se lo sono mai scordato”; e sicuramente non lo ha fatto la Russia che nel frattempo, come sottolinea Martyanov nel capitolo Società e guerra, oltre che continuare progredire nella ricerca di tecnologie militari non pensate per essere vendute in giro per il mondo, ma per la difesa effettiva della nazione, e ad avere un complesso militare-industriale non al servizio del capitale, ma dello Stato, ha anche coltivato una dimensione culturale che rende la popolazione molto più pronta di noi a combattere. Sia le èlite che il popolo russo, insomma, sono molto più preparati psicologicamente e moralmente di noi a fare la guerra e a sacrificarsi per la difesa e la sicurezza della nazione, che da duecento anni vedono continuamente invasa e minacciata da propri confini occidentali; anche per questo, mentre in Europa e negli Stati Uniti si fa sempre più fatica – e per fortuna, aggiungerei – a trovare nuove reclute, in Russia, invece, dall’inizio della guerra in Ucraina “486 mila russi si sono arruolati come volontari” scrive Martyanov.

Andrei Martyanov

In questa puntata vedremo quindi tutti i dati e gli argomenti portati dall’analista russo per dimostrare il declino della macchina bellica occidentale nonché la sua impreparazione – direi quasi antropologica – alla guerra, impreparazione che l’analista russo definisce provocatoriamente la Louis Vuitton mentality; riflessioni, quelle del russo, che non vanno prese naturalmente per oro colato, ma che ci confermano quanto ad Ottolina sottolineiamo ormai da tempo, ossia l’inequivocabile perdita di deterrenza militare, economica e culturale degli Stati Uniti che sta permettendo a nuove e vecchie potenze di reclamare il proprio legittimo spazio nel nuovo ordine multipolare e – si spera anche a noi qui, nella periferia dell’impero – di metterne in discussione il dominio sulle nostre vite. Anche gli europei, infatti, dovrebbe approfittarne; l’alternativa potrebbe essere morire (in modo sempre meno figurato) in una guerra contro un avversario molto più preparato di noi a combattere e, per di più, per gli interessi del nostro padrone imperialista che proprio non ne vuole sapere di lasciare, una volta per tutte, il nostro continente.
“L’ultimo lavoro di Andrei Martyanov rafforza il suo status di uno dei più importanti analisti del marciume che pervade l’esercito americano e della sua incapacità di elaborare una strategia di sicurezza nazionale praticabile. Ogni leader politico o militare che voglia far tornare grande l’esercito americano dovrebbe leggerlo” (Larry Johnson, ex analista della CIA e consigliere del Dipartimento di Stato per l’antiterrorismo). L’esaurimento delle munizioni di base; la controffensiva a lungo attesa da parte dell’Ucraina che si è rivelata un fallimento; l’attraversamento e il ri-attraversamento di linee rosse di tecnologia militare solo per vedere il proprio materiale al di sotto delle aspettative; la perdita del 20% del territorio ucraino nonostante i miliardi di addestramento e di rifornimento occidentali: quello che il conflitto russo-ucraino ci sta ricordando per la terza volta in 15 anni, sostiene Martyanov, è che la Russia non è il pari militare dell’Occidente, ma il suo superiore. L’aver sconfitto facilmente le forze addestrate ed equipaggiate dagli Stati Uniti in Georgia in 5 giorni nel 2008, l’aver difeso con successo la Siria e, ora, il dominio di un’Ucraina sostenuta fino al midollo dalla NATO dimostrano che sul campo di battaglia non servono dollari e PIL a disposizione, ma l’efficacia sul campo, una tecnologia pensata per essere utilizzata non per essere venduta e una cultura della forza e del sacrificio. L’Occidente non può permettersi di vedere evaporare il mito della propria superiorità militare, ma non riesce nemmeno trovare una via d’uscita militare o diplomatica per arrestare questo processo; una volta completamente evaporato, l’Occidente perderà definitivamente il proprio status di civiltà egemone, perché è la superiorità militare quella che da sempre, in ultima analisi, rende una potenza egemone una potenza egemone: “è questa la realtà sull’Occidente e sul suo leader, gli Stati Uniti, che è stata dimostrata al resto del mondo. Il problema, è che non sa come affrontare questa nuova realtà; le sue bugie sono state smascherate, i suoi miti sono stati sfatati. Il resto del mondo, invece, prevede un futuro più stabile e prospero in caso di caduta della sua egemonia reale o percepita”. E arrivati a questo punto, sintetizza Andrei Martyanov, il principale obiettivo che sta affrontando la leadership russa è quello di capire come prevenire che la spaventata (e sempre più irrazionale) leadership americana, pur di non accettare il lento declino e prendere atto del formarsi di un nuovo ordine multipolare, scateni un conflitto globale facendo diventare la lontana Europa uno dei principali campi di battaglia.
Sono in sostanza queste la tesi fondamentali di Martyanov nel suo ultimo, documentatissimo lavoro, America’s final war, lavoro nel quale l’analista russo cerca poi di indagare ed individuare le ragioni strutturali del declino militare e strategico dell’impero di Washington. La prima ragione fondamentale (e che individua come origine di tutte le altre) è che i politici, gli intellettuali e l’opinione pubblica occidentale sono vissuti negli ultimi 40 anni come in una sorta di bolla, una echo chamber la chiama Martyanov. Una bolla in cui abbiamo ascoltato solo l’eco delle nostre rassicuranti parole e che erano spesso un concentrato di miopia, superbia e di convinzioni che circolavano e ri-circolavano senza mai veramente confrontarsi con l’esterno; vivere in questa bolla, nonostante l’inevitabile degrado che ha comportato il mettere l’economia e il complesso militare industriale a servizio del capitale e non dell’interesse nazionale, non ha quindi permesso alle èlite occidentali di avere una visione realistica di se stessi e dei propri avversari e ha quindi, secondo Martyanov, avviato una lunga fase di declino, in primis militare, sia dal punto di vista tecnologico che di classe dirigente. Ad esempio, scrive l’ex militare, “Anche un breve esame dei livelli accademici degli istituti militari russi e di quelli statunitensi rivela un notevole divario accademico generale e di scienze militari tra i due sistemi. L’ufficiale russo medio si diploma all’accademia con almeno cinque anni accademici per le armi combinate e sei anni accademici per le forze navali, i VKS e le altre forze armate, con una laurea completa in ingegneria”; inoltre ”La differenza chiave tra il modo di fare la guerra russo e quello degli Stati Uniti è che lo Stato Maggiore russo è il principale organo di comando e controllo delle Forze Armate russe e che come tale comprende l’intero sviluppo e impiego delle Forze Armate. Questa differenza è ora riconosciuta e ammessa anche dall’Esercito degli Stati Uniti. Gli americani non hanno una struttura di questo tipo”. Tutti aspetti fin troppo tecnici per chi non è del mestiere, i cui risultati, però, si sono visti sul campo di battaglia: è la guerra infatti, sostiene Martyanov citando Eraclito, da sempre il più inequivocabile e inappellabile dei giudici.
Sul piano tecnologico, clamoroso è stato – ad esempio – il fallimento dei tank americani Abrams e dei tedeschi Leopard 2 nel conflitto russo-ucraino, tank che, secondo la propaganda nostrana (se avete un po’ di memoria), erano definiti come i migliori al mondo e destinati a cambiare il corso del conflitto: “Il primo carro armato Abrams” riporta Martyanov “è stato distrutto vicino a Berdychi il 26 febbraio 2024. Un team di operatori di droni FPV dell’Esercito russo ha impiegato solo due colpi: il primo nel vano motore, fermando così l’Abrams, e il secondo sotto la torretta, utilizzando i droni FPV armati con le testate dell’RPG-7. Gli operatori di droni russi sono stati colti di sorpresa dall’arroganza con cui hanno guidato il carro armato allo scoperto. Credevano davvero in questa macchina”. La propaganda occidentale da anni afferma che gli Abrams sono il miglior tank al mondo; l’Esercito russo, ovviamente, ha la sua opinione su questa affermazione: il carro armato Abrams successivo è stato distrutto dal primo colpo del carro armato russo T-72B3 il 5 marzo 2024. C’è poi ovviamente la questione dei missili ipersonici, sulla cui portata rivoluzionaria nella storia militare Martyanov si era a lungo soffermato nel suo saggio del 2018: “Attualmente non esistono mezzi a disposizione della NATO in grado di fermare le armi ipersoniche. Considerando la lunghissima gittata e la crescente velocità di tali armi, con la Russia che sta lavorando per aumentare la velocità del Kinzhal e dello Zircon oltre Mach10, si può ragionevolmente supporre che nessuna nave di superficie di qualsiasi Marina della NATO potrebbe sopravvi vere in una guerra con la Russia”; è insomma questa la desolante lezione che gli eserciti occidentali hanno ricevuto in Ucraina dalla distruzione dei loro Abrams e dei sistemi di difesa Patriot PAC3, il tutto frutto di una super-valutazione di se stessi e di una sottovalutazione della Russia, che è stata forse ancora più clamorosa sul piano delle sanzioni e della guerra economica.
Vi ricorderete sicuramente anche voi le gigantesche figure di merda che tutti i più autorevoli guru ed eminenze economiche occidentali (a partire dal nostro Mario Draghi) hanno raccattato in quel periodo, quando – dall’alto della loro scienza nonché decennale esperienza ai vertici delle istituzioni – parlavano apertamente di un imminente fallimento della Russia a causa della sanzioni economiche occidentali; anche qui l’errore fondamentale, riflette Martyanov, sta nell’aver guardato all’economia russa attraverso la lente dei criteri economici occidentali, appannate dalle logiche neo-liberiste e della finanziarizzazione: “Per molti occidentali il fatto che la Russia sia una superpotenza economica, oltre che militare, è spesso una sorpresa scioccante. Eppure, i dati parlano chiaro. Nel novembre 2023 gli Stati Uniti produrranno 73,9 milioni di tonnellate di acciaio, mentre la Russia ne produrrà 70,2 milioni; la Russia aumenterà la produzione di acciaio del 6,4%, mentre la produzione degli Stati Uniti diminuirà dello 0,5% rispetto al novembre 2022. L’altro materiale critico per la produzione militare e civile è la ghisa, dalle cui diverse iterazioni si producono elementi come le fondamenta dei centri di lavorazione, le tubature e persino i motori. Nel 2022 gli Stati Uniti produrranno 21 milioni di tonnellate di ghisa, la Russia 50 milioni di tonnellate. Pertanto, il totale del metallo che gli Stati Uniti potrebbero utilizzare nella produzione militare, dai proiettili d’artiglieria ai carri armati e ai cannoni, è di circa 94,9 milioni di tonnellate. Per la Russia era di 120,2 milioni”. La differenza con la Germania, come si vede in questa tabella, è poi ancora più inquietante: già nel 2020-2021, quando il PIL della Germania era quarto al mondo e quello russo nemmeno tra i primi 10, tutti i principali indicatori economici segnalavano un divario incredibile tra l’economia reale (e non quella fittizia e finanziaria) di questi due paesi. A favore della Russia.

Insomma, ci sta dicendo Martyanov: un conto è il PIL, indicatore neoliberista utile forse solo stilare le classifiche del Times e di Forbes; altra cosa è l’effettiva capacità industriale del paese e la sua economia reale e, altra cosa ancora, la capacità del suo complesso militare industriale e del suo popolo di sostenere e combattere una guerra. Il 15 dicembre 2021, nell’estremo tentativo di evitare il confronto militare con l’Ucraina e con l’Occidente, la Russia presentò agli Stati Uniti una bozza di accordo sulle garanzie reciproche di sicurezza; la proposta russa conteneva ben poche novità: era una reiterazione degli stessi punti su cui la Russia ha insistito fin dagli anni ’90, il più importante dei quali era la non espansione della NATO con l’aggiunta del punto relativo all’Ucraina, un paese che dal 2013 stava diventando di fatto la base operativa più avanzata della NATO in Europa orientale. La storia la conosciamo: gli Stati Uniti e gli alleati vassalli rifiutano tutti tronfi l’accordo e finiscono per impantanarsi in una guerra che oggi ne sta minando gravemente la reputazione, la credibilità e la deterrenza. Come ha recentemente ammesso il presidente ungherese Victor Orban a Russia Today “Qual è stata la strategia dell’Occidente in questa guerra? Sto semplificando un po’, ma la realtà è questa. La nostra strategia era che gli ucraini avrebbero combattuto e vinto in prima linea. I russi avrebbero perso… e questa sconfitta avrebbe creato un cambio di regime a Mosca. Questa era la strategia: noi finanziamo, gli ucraini combattono. Dove siamo ora, è ovvio invece che gli ucraini non vinceranno mai in prima linea. Non c’è soluzione sul campo di battaglia”: secondo Martyanov, non c’è mai c’è stato un esempio più chiaro del fallimento del potere americano; la distruzione della base industriale e il ritardo tecnologico potranno forse essere offuscati ancora per un po’, anche se anche la propaganda interna e i giochi di prestigio finanziari sembrano essere meno efficaci. Le leadership occidentali sui campi di battaglia dell’Ucraina hanno di fatto sacrificato la vita e il benessere di milioni di persone per non accettare reciproche garanzie di sicurezza con la Russia (di cui, nel frattempo, avevamo clamorosamente sottostimato le capacità), ritrovandosi in un conflitto che non riescono a vincere: un fallimento storico ed epocale di cui – se fossimo anche solo un pochino meno rincoglioniti a causa di decenni di propaganda collaborazionista – avremmo già chiesto conto con le buone o con le cattive ai nostri governanti; in tutto questo, gli sforzi diplomatici che hanno preceduto (e persino accompagnato) la guerra in Ucraina hanno insegnato ai russi che non potranno mai più fidarsi dell’Occidente, come già successo in passato.
Prima di concludere con questo triste, ma forse necessario bagno di realtà, merita sottolineare un ultimo aspetto dell’interessante ricerca di Martyanov: la Russia infatti, se prendiamo per vere le considerazioni dell’ex militare russo, è un paese non solo più preparato militarmente e industrialmente di noi alla guerra, ma anche culturalmente e psicologicamente pronto alla possibilità di combattere. Appena scoppiata la guerra, commentando le sanzioni occidentali il nuovo ministro della Difesa tedesco Christine Lambrecht in un’intervista al Bild affermò “Dobbiamo usare tutti gli strumenti che abbiamo. Al momento dobbiamo colpire Putin e il suo ambiente. I responsabili dell’aggressione devono subire conseguenze personali, ad esempio non possono più recarsi agli Champs Elysées di Parigi per fare shopping”: ecco un esempio paradigmatico della bolla occidentale e del perché non siamo pronti alla guerra. Forse la cosa peggiore che potrebbe capitare nella vita della Lambrecht è effettivamente quella di non potere fare più shopping agli Champs Elysèes, ma in Russia le parole della ministra tedesca furono accolte con un’omerica risata: “La maggior parte dei russi” ricorda Martyanov “non poteva credere a una tale mancanza di auto-consapevolezza e un tale livello di ignoranza sulla Russia da parte di un politico di quel rango. Il fatto che il ministro della Difesa tedesco pensasse che l’ambiente di Putin si preoccupasse davvero di fare shopping in Europa di marchi inutili e grossolanamente costosi è davvero grande indicatore della bassezza e fragilità della classe politica occidentale, che infatti da decenni non produce un vero statista. Come hanno dimostrato gli eventi successivi, l’Occidente ha affrontato il conflitto ucraino con quella che possiamo definire la Louis Vuitton mentality ignorando praticamente tutti gli indicatori che definiscono veramente il potere di una nazione quando uno Stato affronta questioni serie di guerra e di pace”. Di fronte a una civiltà irrimediabilmente corrotta dalla Louis Vuitton mentality e con tutti questi limiti strutturali economici e militari, se scoppiasse una guerra diretta con la Russia, conclude Martyanov, la cosa più probabile è che le società occidentali imploderebbero; semplicemente collasserebbero dall’interno fino a che le classi dirigenti verrebbero alla fine rimosse. E se la Russia è in gran parte ancora una società guerriera ed estremamente coesa al proprio interno, sostiene Martyanov, il nostro stato leader – gli Stati Uniti – sono invece più frammentati che mai, sull’orlo di una guerra civile, con una società tenuta insieme solo dagli elevati livelli di consumo. Insomma: è probabile che dopo appena qualche settimana di guerra “Le società occidentali semplicemente imploderebbero dall’interno, a meno che forse non si instaurasse una qualche forma di regime totalitario che assumesse i caratteri di una terrificante distopia. Piaccia o non piaccia, è questa la nuova realtà con cui gli occidentali e i loro padroni, gli Stati Uniti, devono oggi confrontarsi”.
E se anche tu ti auguri che i popoli europei potranno, prima o poi, avere un sussulto di realtà e amor proprio e non seguire negli inferi di una guerra mondiale chi non si farebbe scrupolo a sacrificarci per la propria sicurezza (e, per di più, contro un nemico molto più preparato di noi a combattere), allora aiutaci a costruire un media veramente libero e indipendente che combatta la propaganda di chi vorrebbe mistificare la realtà sicuro di poter prendere un aereo per le Bahamas non appena le cose di mettessero male: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Christine Lambrecht

Tags: andreiarmiesercitoguerramartyanovrussiastatiunitiusa
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Comments 0

  1. riccardo amati says:
    2 anni ago

    Non solo riportate propaganda pura, ma la decontestualizzate e esagerate lo spin ultra-imperialista, fascista e totalitario che la contraddistingue. Neanche negli anni ’30 del secolo scorso esisteva una propaganda come la vostra. Almeno c’era più tensione ideale. E poi ancora l’umanità non aveva sperimentato appieno tutte le conseguenze novecentesche derivanti dal non distinguere il falso dal vero, la realtà dalla finzione (cit.). Sareste stati ottimi funzionari del Minculpop. Per i vostri pochi lettori: il consensus tra gli analisti militari e i politologi occidentali e russi (compresi consulenti di Putin come Vasily Kashin) è che Stati Uniti e Nato hanno una superiorità convenzionale enorme sulla Russia. Per questo il Cremlino negli ultimi tre anni ha minacciato decine di volte l’uso di armi nucleari contro l’Occidente. Cosa che in realtà servirebbe a poco: è quasi certo che in casi estremi gli Usa sarebbero in grado di distruggere gran parte dei siti di lancio dei missili intercontinentali russi. Con armi convenzionali. Per avvicinarsi alla realtà — scopo del giornalismo ma non del vostro mestiere — a volte basta parlare con qualche esperto indipendente:
    https://www.fanpage.it/esteri/perche-la-superiorita-usa-su-russia-e-cina-rende-piu-probabile-la-guerra-nucleare/

    Rispondi
  2. Giuseppe says:
    2 anni ago

    Che dire? Agghiacciante ma purtroppo condivisibile. Noi occidentali inoltre non siamo né preparati e neppure disposti a fare i sacrifici che ci imporrebbe una guerra che non riterremmo neppure giustificata!

    Rispondi

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