Il piano delirante del capitale per salvare il pianeta: far naufragare definitivamente ogni residua speranza di unβefficace transizione ecologica affidandola a un petroliere, per poi costringerci ad accettare lβunica soluzione che il capitale sa immaginare per salvare il pianeta ossia privatizzare e finanziarizzare anche la Natura.
Sembra il plot dell’ennesimo blockbuster post apocalittico, ma in realtΓ Γ¨ esattamente quello che sta succedendo sotto ai nostri occhi.
Nonostante la COP28 si terrΓ soltanto il prossimo novembre, i preparativi sono giΓ in corso. Ad ospitare capi di stato, diplomatici, attivisti e uomini dβaffari di quasi 200 paesi a questo giro toccherΓ a Dubai e la regia del tutto sarΓ affidata a lui: il Sultano Al Jaber, una scelta che sa di trollata.
Al Jaber infatti Γ¨ nientepopodimeno che lβamministratore delegato dellβAbu Dhabi National Oil Corporation, il dodicesimo piΓΉ grande produttore al mondo di gas e petrolio, e il quattordicesimo piΓΉ grande produttore di emissioni climalteranti del pianeta. Sotto la sua direzione, ancora lo scorso autunno, il colosso emiratino delle fossili aveva annunciato un piano di espansione molto ambizioso, anticipando di 5 anni, dal 2030 al 2025, lβobiettivo di arrivare a estrarre 5 milioni di barili di greggio al giorno. βIl secondo piano piΓΉ aggressivo di espansione dellβindustria energetica mondialeβ, denunciano oltre 400 organizzazioni ambientaliste in una lettera di protesta inviata alle Nazioni Unite, βcheβ, continua la lettera, βrende i suoi piani del tutto incompatibili con lo scenario disegnato dellβagenzia internazionale dellβenergia, che chiarisce come per provare a raggiungere lβobiettivo del contenimento dellβaumento della temperatura sotto gli 1,5Β°C non ci possano essere ulteriori aumenti di estrazione di gas e petrolioβ. Nella lettera, le associazioni ricordano come βanche prima della nomina di Al Jaber, gli Emirati Arabi Unitiβ abbianoβampiamente dimostrato di non prendere sul serio lβobiettivo dellβeliminazione graduale delle fonti fossiliβ. βDurante la COP27 dello scorso novembreβ infatti, ricorda la lettera, βoltre 630 lobbisti delle fonti fossili si registrarono per partecipare ai negoziati sul clima e la delegazione degli Emirati era in assoluto quella col numero piΓΉ alto di lobbistiβ.
Ora sembra che la situazione si stia ribadendo. Al cubo.
A sette mesi dal fischio dβinizio, secondo quanto riportato da Bloomberg sarebbero giΓ emersi numerosi casi di consulenti e membri dello staff di COP28 pagati direttamente dalla Abu Dhabi National Oil Corporation. βΓ davvero incredibile quanto sia andato in lungo e in largo, comprese alcune persone molto anzianeβ avrebbe dichiarato Sandrine Dixson-DeclΓ¨ve riferendosi ai quattrini dispensati dalla corporation emiratina.
Al Jaber sul fronte delle mancate promesse in tema di rinnovabili ha giΓ accumulato un curriculum di tutto rispetto. Dopo aver conseguito una laurea in business administration alla California State University di Los Angeles e aver terminato un dottorato in economia alla Coventry University in Gran Bretagna, era tornato a casa con un progetto visionario: voleva costruire unβintera cittΓ ecosostenibile da 50 mila abitanti a due passi dallβaeroporto di Abu Dhabi e convinse il governo a dargli la bellezza di 15 miliardi. Si sarebbe dovuta chiamare Masdar City; era il 2008. Quindici anni dopo, ci sono giusto una manciata di edifici semideserti e sono pure alimentati in gran parte con gas naturale! βIl grosso delle zone di sviluppo dopo 15 anni sono ancora completamente vuoteβ, scrive Bloomberg, βe la deadline Γ¨ stata spostata al 2030. Inizialmente era al 2016β.
In compenso, a capo della Abu Dhabi National Oil Corporation Al Jabar non ha saputo neanche tenere il passo nemmeno di altri killer del clima come Saudi Aramco e Exxon Mobil, che per lo meno vantano una trasparenza dei dati sulle emissioni aggregate decisamente migliore. Dβaltronde, Al Jabar non Γ¨ esattamente un paladino della trasparenza e della libertΓ di informazione: da presidente del Consiglio Nazionale per i Media, secondo fonti raccolte da Bloomberg che avrebbero chiesto lβanonimato per timore di ritorsioni, βAl Jaber si occupa direttamente di mantenere uno stretto controllo sui media locali e sulle partnership con Sky News e CNN per i contenuti in lingua arabaβ.
Le organizzazioni ambientaliste lamentano giustamente che nessuna COP supervisionata da un pezzo grosso dellβindustria fossile potrΓ mai essere ritenuta legittima e che le regole non possono essere scritte dai grandi inquinatori o sotto la loro influenza.
βAnno dopo annoβ, scrivono nella lettera βla Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite non Γ¨ riuscita a fornire l’azione necessaria per porre fine all’era dei combustibili fossili e passare rapidamente e in modo equo a un nuovo sistema globaleβ.
In compenso perΓ², le COP sono diventate unβottima occasione per vendere. βIl vertice sul clima della Nazioni Uniteβ, ammette financo Bloomberg, βΓ¨ ormai un raduno annuale per aziende che hanno un punto di vista sulla transazione energetica e un modo per venderlo; in pratica, una fieraβ. E in grande stile: per la COP 28 Gli Emirati Arabi Uniti prevedono di ospitare un record di 70.000 partecipanti e il prodotto piΓΉ in voga questβanno, Γ¨ roba da far accapponare la pelle.
Facciamo un balzo indietro. 9 novembre 2021. Un titolo sulla piattaforma online di scienze ambientali Mongabay recita: βLe comunitΓ del Borneo sono rimaste incastrate in un accordo sul carbonio per 2 milioni di ettari di foresta di cui non sono a conoscenzaβ. Una storia allucinante, altro che land grabbing. Siamo nello Stato di Sabah, nel Borneo malese e secondo lβarticolo, le autoritΓ governative avrebbero firmato un accordo con un misterioso partner privato per lo sfruttamento del cosΓ¬ detto βcapitale naturaleβ di unβarea di foresta grande quanto la Slovenia della durata di 100 anni, tenendo completamente allβoscuro le popolazioni indigene locali.
Lβaccordo sarebbe un cosΓ¬ detto βnature conservation agreementβ, un accordo sulla conservazione della Natura. Lβobiettivo Γ¨ ripristinare gli ecosistemi, per poi vendere crediti sui mercati finanziari, a partire da quelli sulle emissioni di carbone, ma non solo. Il meccanismo sicuramente lo conoscete giΓ : io imprenditore con la fabbrichetta di bulloni nella provincia bresciana dovrei investire per abbattere le mie emissioni, ma visto che cβho unβazienda che sta in piedi a malapena grazie a un poβ di evasione e qualche regola sulla sicurezza sul lavoro non rispettata, non me lo posso permettere. Allora come si fa? Si fa che tu, imprenditore anonimo che ti nascondi dietro una societΓ anonima registrata nelle Isole Vergini britanniche corrompi qualche amministratore di qualche angolo del Sud globale, ti fai regalare un pezzo di terra dove vive qualche popolo indigeno, ci pianti qualche alberello che assorbe un poβ di carbonio ed ecco fatto che lβabbattimento delle emissioni lβhai fatto tu al posto mio. E che ce voβ?
Sembra una barzelletta o un film distopico, ma Γ¨ esattamente quello che hanno fatto in questo caso o almeno, quello che hanno provato a fare su una scala gigantesca.
Secondo Al Jazeera, un affare da 80 miliardi. I carbon credit infatti, in prospettiva sarebbero soltanto uno dei tanti prodotti finanziari da costruire sulla conservazione e la rivitalizzazione degli ecosistemi: lo stesso meccanismo a breve dovrebbe essere applicato anche ad altri servizi ecosistemici, come lβapprovvigionamento idrico, la riforestazione sostenibile e la conservazione della biodiversitΓ . Per una societΓ senza nessun curriculum e sulla quale Γ¨ impossibile trovare informazioni, un obiettivo piuttosto ambizioso: la societΓ infatti si chiama Hoch Standard e nessuno fino ad allora lβaveva mai nemmeno sentita nominare.
Il vice primo ministro dello Stato di Sabah, Jeffrey Kitingan, ha provato a rassicurare: la Hoch Standard Γ¨ una startup con 10 milioni di capitale sociale e alle spalle fondi globali multimiliardari, ma i documenti visionati di Mongabay dimostrerebbero che in realtΓ allora il capitale sociale della societΓ ammontava ad appena 1000 dollari. Dβaltronde, avere le spalle solide potrebbe non essere cosΓ¬ necessario. Secondo lβaccordo infatti, mentre il governo della Stato di Sabah non avrebbe il diritto di rescindere il contratto, Hoch Standard sarebbe liberissima di trasferire a terzi i diritti acquisiti sul capitale naturale. Insomma, un mero faccendiere, creato ad hoc soltanto per capitalizzare rapporti privilegiati con la politica che gli garantiscono una rendita monopolistica su un pezzo gigantesco del pianeta e che Γ¨ pronto a rivenderla al miglior offerente non appena dai pezzi di carta si deve passare al lavoro vero, facendoci sopra una bella cresta senza aver mai mosso foglia.
A fare da mediatore per lβaccordo, un personaggio misterioso: Stan Lassa Golokin, che secondo i Panama papers in passato Γ¨ stato associato a ben 4 societΓ anonime registrate nelle Isole Vergini britanniche. Tra gli anni β80 e β90, Stan Lassa Golokin Γ¨ stato coinvolto insieme al vice primo ministro Kitingan nello scandalo della Sabah Foundation: si sarebbe dovuta occupare di regolare la deforestazione dellβisola per fare spazio alla produzione dellβolio di palma, ma in 20 anni registrΓ² un inspiegabile buco da 1,6 miliardi di dollari, mentre la ricchezza personale di Kitingan raggiungeva, altrettanto inspiegabilmente, la cifra esorbitante di 1 miliardo di dollari. Una quantitΓ di zone dβombra eccessiva anche per un territorio dove la resistenza delle popolazioni indigene Γ¨ completamente sovrastata dallβintreccio tra politica e affari.
Dopo che con il suo scoop Mongabay ha portato alla luce lβaccordo tenuto fino ad allora completamente segreto, la storica attivista dei diritti delle popolazioni indigene locali Anne Lasimbag Γ¨ riuscita a mettere in piedi una vasta coalizione di organizzazioni indigene che hanno avviato una battaglia legale che Γ¨ arrivata a coinvolgere i massimi vertici delle Nazioni Unite. Da allora lβaccordo Γ¨ precipitato in una sorta di Limbo, con il procuratore generale dello Stato di Sabah che ha affermato pubblicamente che βnella sua forma presente lβaccordo Γ¨ impotente dal punto di vista legale, e non potrΓ entrare in vigore a meno che non siano soddisfatte determinate disposizioniβ, anche se esattamente quali siano queste disposizioni nessuno sembra averlo ancora capito; ma come si dice sempre in queste occasioni, ormai il re Γ¨ nudo. Come scrive John Bellamy Foster, docente di sociologia allβuniversitΓ dellβOregon e storico direttore della Monthly Review βlβaccordo di Sabah Γ¨ un gigantesco e inquietante campanello dβallarme su come si sta concretizzando la corsa allβoro globale per assicurarsi i diritti di sfruttamento del capitale naturaleβ. Foster ricorda come βappena poche settimane prima dalla firma dellβaccordo, il New York Stock Exchange e lβIntrinsic Exchange Group avevano annunciato la creazione di unβintera nuova categoria di societΓ denominate Natural Asset Companiesβ, NAC per gli amici, che, βcreano e commerciano veicoli finanziari per la proprietΓ , la gestione e il controllo delle risorse del capitale naturale mondialeβ. Un mercato gigantesco. Come ricorda esplicitamente il sito dellβIntrinsic Exchange Group, βLe persone spesso dicono che la Natura non ha prezzo, con l’intenzione di indicare quanto sia preziosa. Sarebbe piΓΉ corretto dire che nel sistema economico odierno il valore della Natura semplicemente non viene conteggiatoβ. Loro lo hanno fatto: βil valore finanziario della biodiversitΓ Γ¨ stimato tra 598 e 824 miliardi di dollari all’anno, il cambiamento climatico a circa 5 mila miliardi di dollari all’anno e la transizione verso un’economia piΓΉ sostenibile, resiliente ed equa, ancora ordini di grandezza maggioriβ. Lβidea Γ¨ semplice: la Natura e tutto quello che gli ecosistemi producono sono un fattore indispensabile della produzione e come ogni fattore della produzione vanno trasformati in merci, gli va dato un valore nominale e vanno scambiati sui mercati finanziari. βLa trasmutazione del cosiddetto capitale naturale in valore di scambio negoziabileβ, scrive Foster, βnell’ultimo decennio Γ¨ vista come un’apertura di opportunitΓ quasi illimitate per le societΓ e i gestori di denaroβ.
GiΓ nel 2012, durante il Corporate EcoForum, un gruppo di venti corporation multinazionali, da Coca-Cola a Nike, avevano pubblicato un report, dove sottolineavano come si stimi βche 72 mila miliardi di dollari di beni e servizi” gratuiti “associati al capitale naturale globale e ai servizi ecosistemici siano monetizzabili ai fini di una crescita piΓΉ sostenibile”. Il rapporto sottolineava inoltre le enormi opportunitΓ di “leva” del debito rappresentate da “mercati di capitali naturali emergenti come il commercio della qualitΓ dell’acqua, il sequestro naturale del carbonio e la conservazione delle zone umide e delle specie minacciate”. Di conseguenza, era imperativo “dare un prezzo al valore della Natura” o, in altre parole, “un valore monetario a ciΓ² che la Natura fa per… le imprese”. βIl futuro dell’economia capitalistaβ, scrive Foster, βsta nel garantire che il mercato paghi “per servizi ecosistemici una volta gratuiti”, che potrebbero quindi generare nuovo valore economico per quelle societΓ in grado di convertire i titoli in capitale naturale in attivitΓ finanziarieβ. Tradurre le funzioni degli ecosistemi in quantitΓ di denaro, permette di scambiarli tra loro: stermino i panda nelle foreste dellβAsia centrale? E che problema cβΓ¨? Mal che vada avrΓ² causato un danno quantificabile, mettiamo in 100. Ora basta che mi compri un credito equivalente da una societΓ che ha espropriato qualche tribΓΉ indigena dellβAmazzonia per permettere il ripopolamento dellβarmadillo gigante, e siamo tutti contenti!
Come sottolinea Bellamy Foster, βla continua distruzione della Natura, conseguenza ineluttabile dellβaccumulazione di capitale, puΓ² essere cosΓ¬ compensata dalla valorizzazione di un altro servizio fornito da un altro ecosistema altroveβ.
Non Γ¨ unβinterpretazione complottista: Γ¨ proprio un fine dichiarato.
Come scrive il Nobel per lβeconomia Robert Solow infatti, βLa storia ci dice un fatto importante, ovvero che beni e servizi possono essere sostituiti l’uno con l’altro. Se non mangi una specie di pesce, puoi mangiare un’altra specie di pesce. Non esiste un oggetto specifico che l’obiettivo della sostenibilitΓ ci imponga di lasciare intatto… La sostenibilitΓ non richiede la conservazione di una particolare specie di pesci o di un particolare tratto di foresta “. Purtroppo perΓ² la Natura non funziona esattamente cosΓ¬: ogni specie e ogni ecosistema Γ¨ unico e insostituibile, e la sua estinzione Γ¨ irreversibile. La logica della vita, anche in questo caso, soprattutto in questo caso, Γ¨ incompatibile con la logica intrinseca dellβaccumulazione del capitale.βMonetizzare lβambienteβ, scrive Bellamy Foster, βsignifica in ultima analisi trascinarlo nel mercato e sottoporlo alla dinamica incontrollabile dell’accumulazione. I sistemi di produzione ed evoluzione naturali saranno sostituiti sempre di piΓΉ da sistemi basati sul mercato, il cui unico obiettivo Γ¨ lβespansione del capitale. I beni comuni globali saranno sminuzzati e monopolizzati da pochi interessi privati, che li trasformeranno in attivitΓ finanziarie di ogni genere. Quello di cui stiamo parlandoβ continua Foster, βΓ¨ dare le chiavi del mondo naturale alla City di Londra. Cosa mai potrebbe andare storto?β.
Il fallimento di ogni negoziato globale su come invertire la catastrofe ambientale, da questo punto di vista, non puΓ² essere considerato semplicemente un incidente, o il frutto di incapacitΓ e incompetenze varie; va invece visto chiaramente per quello che Γ¨: uno strumento in mano al capitale per creare anche sul fronte dei servizi ecosistemici quella scarsitΓ che facilita lβingresso a gamba tesa della finanziarizzazione come unica soluzione possibile.
Se la politica non Γ¨ in grado di tutelare il bene comune, trasformarlo in merce da contrattare sui mercati finanziari ci verrΓ spacciato facilmente come il minore dei mali possibili. Γ la famosa cura Friedman, che in passato Γ¨ stata applicata a tutti i servizi pubblici essenziali: devastare scientemente la capacitΓ del pubblico di fornire i servizi in modo efficiente a forza di tagli e taglietti, per poi spacciare le privatizzazioni come unica soluzione realistica possibile e chi cβha da ridire Γ¨ un rosicone, vittima di unβideologia stantia. Lβideologia del dominio totale delle logiche del capitale su ogni aspetto della vita invece Γ¨ sempre fresca come una rosa, anche quando ormai, dati alla mano, Γ¨ sotto gli occhi di tutti che lβimpresa privata e la dittatura del profitto, se lasciate a se stesse, non creano mai maggiore efficienza e competizione, ma solo monopoli da cui estrarre valore a piacimento a discapito di tutto il resto per poi costruirci sopra una bella bolla speculativa, che le statistiche trasformeranno magicamente in aumento della ricchezza prodotta: piΓΉ un manipolo di oligarchi si appropria della nostra vita e riduce in miseria gli uomini e il pianeta, piΓΉ il PIL procede a gambe levate!
Per capire le prossime mosse a questo punto non ci rimane che aspettare la prossima COP di Dubai.
Durante quella di 2 anni fa uno spavaldo Golokin, il faccendiere dellβaccordo truffa di Sabah, era stato accolto in pompa magna col suo piano per mettere a reddito il capitale naturale del Borneo. βLazy assetsβ, li aveva definiti. beni pigri: Γ¨ lβora che la Natura la pianti di ozieggiare come un percettore del reddito di cittadinanza qualsiasi e si metta finalmente a disposizione del capitale!
Se al contrario di Golokin, anche tu ami la vita, la natura e lβozio, ultime frontiere della resistenza al dominio della tristezza mortifera del capitale, aiutaci a costruire il primo media che dΓ voce al 99%. Aderisci alla campagna di sottoscrizione di ottolinatv su GoFundMe e su PayPal
E chi non aderisce Γ¨ Milton Friedman.












