Il Marru
Gli amministratori delegati stanno imparando a convivere con la svolta di Trump verso il capitalismo di Stato, titola il Wall Street Journal:

“Molte aziende, allineandosi al programma di Trump, ottengono un trattamento migliore: nella loro capacità di vendere alla Cina, nei dazi che pagano, nella loro regolamentazione e nelle fusioni consentite. In altre parole, il capitalismo di Stato non serve solo gli interessi dello Stato, ma anche dei capitalisti favoriti. Il capitalismo di Stato non è né il socialismo, in cui il governo possiede i mezzi di produzione, né il capitalismo del laissez-faire. È piuttosto un ibrido, le cui varianti sono da tempo diffuse al di fuori degli Stati Uniti. Un tempo popolare in Giappone e nell’Europa occidentale, rimane diffuso in Cina, Russia e altri Paesi, in varia misura. Negli Stati Uniti, acquisire partecipazioni in aziende o controllarne la produzione era un tempo limitato a guerre o emergenze come la crisi finanziaria e il Covid. Trump l’ha resa una pratica standard”. Il ritorno del capitalismo di Stato negli USA è vincere la guerra economica contro la Cina a suon di primati tecnologici, a partire da quello dell’AI, ma non è una gita di piacere: CoreWeave è un pezzo rappresentativo della bolla AI; di mestiere prende soldi in debito, ci compra una valanga di chip NVIDIA, li mette in dei Data Center che affitta da altri e poi vende capacità di calcolo, ad esempio a OpenAI. Tra gli azionisti di riferimento c’è la stessa NVIDIA, e ieri ha perso poco meno dell’8%; da inizio ottobre, quasi il 50. Gil Luria, analista di DA Davidson, ha affermato che CoreWeave ha ”di gran lunga il bilancio più brutto nel settore tecnologico”; Luria sostiene che i margini operativi di CoreWeave, pari a circa il 4%, sono meno della metà di quanto l’azienda paga in interessi sulla maggior parte del debito che utilizza per distribuire la potenza di calcolo ai clienti, il che rende difficile prevedere come l’azienda genererà profitti in futuro.
Intanto, la svolta negazionista delle oligarchie USA, che hanno rinunciato a fare quattrini col green per inseguire l’ideale trumpiano del drill baby drill, comincia a presentare il conto:

BlacRock perde un mandato da 5,9 miliardi di dollari da parte di un fondo pensione olandese, titola Bloomberg; “PME , un fondo pensione olandese che gestisce circa 70 miliardi di dollari, ha interrotto i rapporti con BlackRock Inc. sulla base di una valutazione secondo cui il più grande gestore patrimoniale al mondo non agisce più nel suo interesse su questioni come il rischio climatico. La decisione significa che BlackRock non supervisionerà più un mandato azionario da 5 miliardi di euro (5,9 miliardi di dollari), ha dichiarato PME via e-mail. Il portafoglio verrà invece trasferito a UBS Group AG e MN, un gestore di investimenti con sede all’Aia, ha aggiunto PME”. La questione climatica potrebbe essere solo una scusa, un altro strumento in mano agli europeisti nella guerra per riappropriarsi della gestione del risparmio dei cittadini del vecchio continente.
La guerra per la gestione dei capitali non riguarda solo Ue e USA:

“Quando il presidente Donald Trump ha festeggiato il principe ereditario dell’Arabia Saudita durante una cena di stato il mese scorso, tra gli invitati c’erano personaggi di spicco come Tim Cook di Apple Inc. e Jane Fraser di Citigroup Inc. Accanto a Elon Musk c’era Lubna Olayan , i cui profondi legami sia con Wall Street che con il regno la distinguevano come una delle persone più influenti in una sala gremita di luminari. Quel banchetto alla Casa Bianca ha sottolineato la crescente influenza dell’Olayan Group , un vasto e segreto impero saudita che Lubna e sua sorella Hutham hanno guidato per decenni. Le due sono diventate maggiorenni in un’epoca in cui alle donne non era permesso guidare e avevano bisogno del permesso di un tutore maschio anche solo per ottenere un passaporto nel regno. Eppure sono riuscite a trasformare il conglomerato familiare in un colosso che opera su scala paragonabile a un fondo sovrano”.
Il gruppo controlla un portafoglio azionario di quasi 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, con partecipazioni per un valore di quasi 1 miliardo di dollari in BlackRock Inc. e 1,5 miliardi di dollari in JPMorgan Chase & Co., come mostrano i documenti depositati: importante investitore in Credit Suisse AG prima del suo crollo, il conglomerato vanta un portafoglio immobiliare di prim’ordine che si estende da Madison Avenue al centro di Londra; ha stretto un importante accordo immobiliare a Dubai con Brookfield Corp. e investe ingenti capitali in private equity e reddito fisso. In patria, imbottiglia Coca-Cola, gestisce punti vendita Burger King e fornisce servizi ai giacimenti petroliferi; queste scommesse hanno trasformato il clan Olayan in una delle famiglie più ricche del mondo: molti di loro stimano il patrimonio netto degli Olayan ben oltre i 100 miliardi di dollari, collocandoli alla pari di Bill Gates, Carlos Slim e Mukesh Ambani; ciò rende gli Olayans più ricchi del principe Alwaleed bin Talal , il reale noto come il Warren Buffett dell’Arabia Saudita. Per Make America Great Again, senza uccidere il dollaro e i mercati finanziari
USA, Trump ha bisogno di tante Olayans, anche perché i fantastilioni di triliardi promessi dagli alleati potrebbero non arrivare mai:

La promessa di investimenti da 550 miliardi di dollari del Giappone potrebbe non soddisfare le speranze di Trump, titola il Japan Times; “L’impegno di investimento del Giappone di 550 miliardi di dollari potrebbe rivelarsi inferiore alla cifra dichiarata e trasformarsi in qualcosa di più simile a un investimento di routine, piuttosto che in un assegno in bianco che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump può usare come meglio crede”. ”Non credo che quell’accordo verrà mai attuato così com’è. Non credo che accadrà” ha affermato Richard Katz, economista specializzato in Giappone: ”Penso che il Giappone stia letteralmente sdegnando gli Stati Uniti, come se il vero negoziato fosse in corso ora”.
Ale
Il RUSI (Royal United Service Institute), istituto di ricerca britannico nel campo delle forze armate e della Difesa, ha recentemente pubblicato un dossier sul sistema di difesa aerea integrata della Russia in cui, oltre ad analizzarne la struttura, ne individua le vulnerabilità alla luce di quasi quattro anni di conflitto e di relative sanzioni internazionali, evidenziando, nel contempo, le capacità di resilienza sviluppate per sostenerne l’architettura in modo efficace ed efficiente; per una breve storia e una ricognizione dei punti di forza e di debolezza dell’ecosistema di difesa aereo russo, leggi questo articolo.
In questo articolo del media tedesco JungeWelt, dal titolo emblematico Berlino dà il catering, si sottolinea l’influenza della Germania di Merz durante i negoziati di Berlino di questi giorni.
Il procuratore capo britannico della Corte penale internazionale, Karim Khan, ha accusato un alto funzionario del governo britannico di aver minacciato di ritirare i finanziamenti e il sostegno del Regno Unito alla Corte se avesse presentato mandati di arresto contro i leader israeliani.
Soddu
Il Carbon Border europeo: clima come pretesto, mercato come campo di battaglia. L’Unione europea rafforza il meccanismo di carbon tax alle frontiere e continua a presentarlo come una misura tecnica e climatica; in realtà il CBAM è il riflesso diretto di una fragilità industriale strutturale: l’Europa non riesce più a competere sul terreno della produzione manifatturiera e dell’innovazione su larga scala e utilizza la regolazione come strumento sostitutivo della politica industriale. Tassare le importazioni ad alta intensità di carbonio significa proteggere il mercato interno senza affrontare il nodo della capacità produttiva; non a caso, la misura viene criticata sia dagli Stati Uniti sia dalla Cina: Washington la considera una barriera commerciale mascherata, soprattutto nel momento in cui gli USA stanno ricostruendo la propria base industriale attraverso sussidi diretti e incentivi pubblici; Pechino la legge come un tentativo europeo di trasferire all’esterno i costi della transizione verde. Il problema di fondo è che l’Ue cerca di esercitare leadership normativa senza disporre di una leadership produttiva equivalente (qui l’approfondimento di Bloomberg).
Il traffico di terre rare imbarazza l’Ue. L’inchiesta pubblicata da Il Fatto Quotidiano sul traffico illegale di terre rare tra Venezuela, Cina ed Europa apre uno squarcio concreto su ciò che spesso resta fuori dalla narrazione ufficiale della transizione verde europea: è un lavoro giornalistico che segue il flusso materiale delle risorse, là dove le regole diventano elastiche e la trasparenza si dissolve. Le terre rare sono il cuore nascosto delle tecnologie pulite: batterie, motori elettrici, turbine, elettronica avanzata. il Venezuela, ricco di giacimenti e isolato dal sistema finanziario internazionale a causa delle sanzioni, emerge come anello di una filiera informale che aggira controlli e certificazioni; la Cina, che domina la raffinazione globale, compare come snodo inevitabile. L’Europa, secondo quanto ricostruito dal Fatto, non è un soggetto neutrale: è il punto di arrivo, il beneficiario finale di materie prime che entrano nel mercato europeo senza le garanzie ambientali e legali che Bruxelles pretende sulla carta. Il nodo politico è evidente: l’Ue costruisce un Green Deal fondato su norme rigorose, ma continua a dipendere da catene di approvvigionamento che non le potranno mai rispettare; senza una strategia autonoma sulle materie prime critiche, la transizione ecologica europea rischia di essere pura fuffa (qui l’articolo del Fatto Quotidiano).
Indo-Pacifico: contenimento, non ritiro. Gli Stati Uniti respingono le affermazioni di un ritiro dall’Indo-Pacifico e la smentita è coerente con i fatti: non è in corso un disimpegno, ma una riorganizzazione della presenza militare e strategica. Washington sta riducendo le missioni a basso valore aggiunto e concentrando risorse su capacità considerate prioritarie: deterrenza navale, difesa aerea integrata e interoperabilità con gli alleati regionali; l’obiettivo è contenere l’espansione cinese senza ricorrere a misure complesse. La strategia passa attraverso il rafforzamento dei legami con Giappone, Australia, Filippine e India, l’espansione delle esercitazioni congiunte e l’integrazione dei sistemi di comando e sorveglianza: gli aiuti militari vengono ricalibrati per sostenere partner chiave piuttosto che mantenere una presenza diffusa e costosa; in questo quadro, l’Indo-Pacifico resta il teatro centrale della competizione strategica tra grandi potenze. La riduzione della visibilità non corrisponde a una riduzione dell’impegno: indica piuttosto un adattamento a un contesto in cui la priorità è la gestione del rischio di escalation e la preservazione del vantaggio tecnologico e operativo(qui l’approfondimento del South China Morning Post).
USA e Cina: la stabilità come parentesi. La fase di relativa stabilità nei rapporti tra Stati Uniti e Cina viene spesso interpretata come un segnale di distensione; in realtà, secondo il SCMP, si tratta di una pausa tattica. Washington riduce la pressione retorica per evitare un’escalation in un momento di forte sovraccarico strategico; Pechino adotta un approccio prudente per consolidare la propria posizione economica e tecnologica; nessuno dei nodi strutturali è stato risolto. La competizione riguarda il controllo delle catene del valore, degli standard tecnologici, delle regole del commercio e dell’accesso alle risorse strategiche: questioni come Taiwan e il Mar Cinese Meridionale restano fattori di rischio, ma non sono la causa primaria della rivalità. Finché gli Stati Uniti continueranno a considerare la crescita cinese come una minaccia sistemica, la relazione resterà instabile; le fasi di calma serviranno solo a guadagnare tempo (qui l’approfondimento del South China Morning Post).
Malesia: la sovranità digitale come scelta politica. Dal 2026, le grandi piattaforme social dovranno rispettare la normativa malese: è una decisione che va oltre la regolazione dei contenuti; la Malesia afferma che lo spazio digitale rientra nella propria giurisdizione e non può essere governato esclusivamente da attori privati stranieri. Il provvedimento si inserisce in una tendenza più ampia che coinvolge numerosi Paesi del Sud globale, sempre meno disposti ad accettare un modello di internet fondato sull’estrazione incontrollata di dati e valore; le critiche occidentali sulla libertà di espressione convivono con pratiche regolatorie analoghe negli stessi Paesi che le formulano: la questione centrale non è ideologica, ma di potere e controllo delle infrastrutture digitali (qui l’approfondimento di Bloomberg).















