Il Soddu
“I vicini che non ti fanno dormire”: Cina e Russia pattugliano davanti al Giappone. C’è un momento, nel condominio geopolitico asiatico, in cui il vicino di casa decide di alzarsi e preparare la carbonara in piena notte, e non in ciabatte: con bombardieri. È ciò che è successo quando Mosca e Pechino hanno effettuato una pattuglia aerea congiunta “vicinissima allo spazio aereo giapponese”, come riporta il Wall Street Journal; Tokyo non ha gradito: il ministro della Difesa giapponese ha parlato di “situazione di sicurezza estremamente grave”, mentre la nota del Japan Times sottolinea che lo scramble (o, come direbbe il Marru, decollo immediato di aerei caccia intercettori in stato di allerta) dei caccia giapponesi è stato immediato. Secondo Reuters, due Tu-95 russi e almeno un bombardiere cinese H-6 hanno volato lungo la zona di identificazione giapponese senza violarla, ma “testando la risposta di Tokyo”, come ha sintetizzato un analista citato dall’agenzia; la pattuglia, spiegano da Pechino, sarebbe routine, mentre Mosca la descrive come “cooperazione difensiva necessaria”. La realtà, però, è più semplice: Cina e Russia vogliono mostrare una saldatura militare che in Asia manda messaggi più forti di qualunque comunicato diplomatico; e il Giappone, che ha già raddoppiato il budget militare, ora vede materializzarsi ciò che temeva: due potenze nucleari coordinate a pochi chilometri dalle sue coste. Il WSJ nota la coincidenza temporale: il sorvolo avviene mentre Tokyo e Washington intensificano le esercitazioni congiunte. È la classica risposta a specchio: tu ti alleni con gli americani? Io volo con i russi. Benvenuti nell’Asia del 2026! (Qui gli approfondimenti di Wall Street Journal, Japan Times e Reuters).
“Chi ha puntato il laser?” Cina, Giappone e la guerra dei radar. Alla voce manuale delle crisi evitabili, la settimana ci regala un duello tecnologico: Pechino accusa Tokyo, Tokyo accusa Pechino e, nel mezzo, ci sono dei radar che, dicono i giapponesi, si sarebbero “agganciati” ai loro caccia in volo; un gesto considerato quasi ostile, secondo le Forze di autodifesa, che al Japan Times hanno dichiarato che “Un radar di fuoco non si accende per errore”. Pechino risponde per le rime. Il South China Morning Post pubblica un audio rivelato dai cinesi che dimostrerebbe la loro versione: “Sono stati i jet giapponesi a provocare”. Insomma: accuse reciproche. Nel frattempo, la famosa hotline bilaterale, inaugurata tra mille sorrisi nel 2023, “non ha funzionato”, letteralmente: il Japan Times scrive che “la linea diretta non è stata attivata durante l’incidente”, un po’ come installare un estintore e scoprire che non ha la maniglia quando la cucina prende fuoco. Gli Stati Uniti, ovviamente, entrano in scena; Reuters cita il portavoce del Dipartimento di Stato: “Il nostro impegno verso il Giappone è incrollabile”. La crisi dei radar è piccola, ma il sottotesto è enorme: un Giappone che si riarma, una Cina più sicura di sé e due opinioni pubbliche sempre più nervose (qui gli approfondimenti di Japan Times 1, Japan Times 2, South China Morning Post
e Reuters).
“La guerra dei templi”: Thailandia vs Cambogia. Uno scontro atavico che torna a riaccendersi in un momento nel quale sembra che il mondo arrivi alla rese dei conti tutto insieme; vecchi confini tracciati male dai Francesi, zone strategiche contese e dissapori antichi: queste, a grandi linee, le micce che hanno fatto esplodere la guerra di queste ultime ore. Ma è probabile che il fattore decisivo sia la debolezza politica interna dei due governi: nulla unisce un Paese come una buona vecchia guerra di confine. The Guardian ha provato a spiegare il conflitto “in 30 secondi”, ma la realtà è che la situazione evolve ogni ora: stamattina, alle 10.30, il Khmer Times ha riportato che F-16 thailandesi hanno bombardato villaggi civili cambogiani. Il generale thailandese Kung, riferisce Khaosod, ha visitato i primi feriti e dichiarato che “l’esercito continuerà a difendere l’integrità territoriale del Paese”: secondo il giornale, i cambogiani avrebbero tentato di colpire con un BM-21 un ospedale, “mancando il bersaglio”. Nel frattempo, Trump, in modalità mediatore improvvisato, ha dichiarato “Farò una telefonata per fermare i combattimenti”; non è chiaro a chi (qui gli approfondimenti di The Guardian, Khmer Times, Khaosod e Dawn).
“America is out”: la ritirata dell’NSS e l’Asia nel caos silenzioso. Quando Asia Times titola che la nuova strategia USA equivale a una ritirata nazionale, la regione ascolta con molta attenzione, perché l’idea è semplice: Washington riduce le responsabilità globali e spinge gli alleati asiatici a “gestire da soli le conseguenze”, una frase che suona come “Non aspettateci quando si fa difficile”. L’articolo parla di “vacuum management”, il vuoto di potere che altri dovranno colmare – e, infatti, succede già: Cina più assertiva, Giappone in corsa al riarmo, Corea del Sud che ragiona su capacità autonome; non perché lo vogliano, ma perché nessuno vuole essere l’ultimo a scoprire che il poliziotto è andato via. Il pezzo cita un analista secondo cui gli USA stanno “prioritizzando la sicurezza interna rispetto alla gestione delle crisi esterne”, una frase che, tradotta nel linguaggio dei mercati, significa investite in difesa, che qui non ci copre più nessuno; ironia della sorte, proprio mentre Washington parla di riduzione della sua impronta, invia più armi nelle Filippine, rafforza le basi in Australia e amplia la cooperazione tecnologica con Tokyo. È la strategia americana del 2025: meno presenza retorica, più hard power mirato. Gli asiatici, però, non si fidano: il trauma del ritiro dall’Afghanistan non si dimentica; quando l’America dice “torniamo a casa”, tutti iniziano a guardarsi intorno per vedere chi potrebbe entrare nel salotto.
Più instabilità, più corse agli armamenti, più tensioni regionali (qui l’approfondimento di Asia Times).
“Kamiya, il nazionalista pop” – il politico che vuole riscrivere il Giappone. Sohei Kamiya, spiegano da Asia Times, è l’uomo che potrebbe trasformare la politica giapponese in un’arena molto meno prevedibile: giovane, nazionalista, fortemente identitario, autore di interventi che il giornale definisce “provocatori ma calibrati per catturare la frustrazione sociale”. Insomma: un Meloni in giapponese, ma con più cazzatelle asiatiche. La sua ricetta è semplice: orgoglio nazionale, decentralizzazione, welfare per i giovani e critica feroce all’establishment LDP; una bomba elettorale in un Paese che scopre improvvisamente il populismo come trend estetico. Kamiya afferma: “Il Giappone deve riacquistare fiducia in sé stesso” e attacca la burocrazia “che soffoca l’energia creativa del Paese”, frasi che, vent’anni fa, avrebbero fatto alzare sopracciglia e oggi fanno alzare i sondaggi. Il pezzo nota qualcosa di cruciale: il suo elettorato non è composto dagli anziani conservatori, ma dai ventenni che non credono più nella promessa giapponese della stabilità eterna: è il segnale più forte che il sistema politico giapponese sta entrando in una nuova fase più ideologica, più nervosa, più competitiva; e, soprattutto, in piena corsa al riarmo, avere un partito nazionalista strutturato cambia l’intero equilibrio parlamentare. Non sarà più sufficiente dire la Cina è una minaccia: bisognerà proporre come affrontarla (qui l’approfondimento di Asia Times).
“Tensioni tropicali”: USA contro Indonesia. Il Financial Times racconta di una Washington sempre più irritata dall’Indonesia, ma stavolta la causa non è geopolitica: sono i minerali – o, meglio, il rifiuto di Giacarta di allinearsi alle restrizioni USA sull’export di nichel verso la Cina; se l’Asia è il nuovo medioevo geopolitico, allora il nichel è il nuovo oro. L’articolo cita funzionari americani “frustrati per la crescente assertività indonesiana”; tradotto: dopo anni di cooperazione, l’Indonesia ha scoperto che essere corteggiata da più potenze aumenta il valore della dote. Giacarta, dal canto suo, afferma di voler “proteggere l’industrializzazione nazionale” e, soprattutto, di non voler trasformarsi in un’appendice delle guerre tecnologiche USA-Cina; il FT nota che l’Indonesia è oggi l’unico Paese della regione con reale margine di manovra: abbastanza grande per dire no agli Stati Uniti e abbastanza ambita per attrarre la Cina. Washington teme una cosa sola: che Pechino possa consolidare l’accesso al nichel indonesiano, fondamentale per le batterie EV; se l’Indonesia si allinea con la Cina, addio sogni americani di supply chain sicure. Il punto non è il nichel; il punto è che, da tempo, l’Indonesia si comporta come una potenza regionale e non come un junior partner: è questo a far infuriare Washington (qui l’approfondimento del Financial Times).
Trump cambia idea coi chip NVIDIA. Pechino risponde: no grazie. The Economist definisce il piano di Trump “fondamentalmente fallace”: l’idea era inondare la Cina di chip NVIDIA di seconda fascia (H200), così che Pechino diventasse dipendente dalla tecnologia americana. La logica è da spacciatore alle prime armi: ti do il prodotto, poi ti tengo agganciato. Pechino, infatti, ha reagito con una mossa chirurgica: limitare l’accesso agli H200. Il Financial Times cita funzionari secondo cui i compratori dovranno “giustificare perché non possono utilizzare chip domestici”; una risposta quasi umiliante: grazie Trump, ma non ci servono le tue briciole. La Cina non vuole un altro 2019, quando fu colta impreparata alle sanzioni; ora preferisce rallentare, ma controllare la tecnologia. The Economist affonda la lama: “Il piano rischia di accelerare l’autosufficienza cinese invece di ostacolarla”. E, infatti, Pechino spinge su due fronti: limitare i chip americani e comprare tempo per far maturare la filiera domestica. Anche perché l’H200 non è un chip qualsiasi: è la chiave di volta del training AI, e non si regala la chiave di casa a chi vuole chiuderti fuori (qui gli approfondimenti di The Economist e del Financial Times).
“Made in China (per davvero)”: il boom dei chip domestici. Il Financial Times dedica un lungo pezzo all’evoluzione più importante della tecnologia cinese negli ultimi dieci anni: l’arrivo dei chip domestici realmente competitivi. La citazione più significativa riguarda un dirigente del settore AI: “La differenza tra chip cinesi e americani si sta riducendo rapidamente”, un’affermazione che, fino al 2022, sarebbe sembrata fantascienza. La Cina ha capito che l’unico modo per sopravvivere alle sanzioni è sostituire, non aggirare; e, infatti, il FT descrive un ecosistema fatto di migliaia di startup, fondi statali e collaborazioni tra università e industrie. È un modello sovietico riformato: centralizzazione strategica, competizione controllata. E’ la linea economica sviluppata dall’economista cinese Chen Enfu che, per tutta la vita, ha lavorato per affermare un principio semplice ma rivoluzionario: un Paese non può dirsi libero se dipende strutturalmente dalle tecnologie altrui; per Chen, la modernizzazione non consiste nel “comprare tecnologia” dall’esterno, ma nel costruire un proprio sistema di innovazione in grado di garantire autonomia, sicurezza e potere negoziale. È la logica dell’autosufficienza strategica come fondamento della libertà nazionale; in questo senso, vi segnalo anche un suo libro, Dialettica dell’economia cinese, tradotto in italiano da Marx 21, che ripercorre le battaglie teoriche e politiche sullo sviluppo economico mostrando da vicino gli scontri con quegli economisti che difendevano posizioni opposte – più apertura, più tecnologia importata, più affidamento alle forze esterne del mercato globale, una disputa che oggi torna quanto mai utile da studiare. La parte più interessante è l’effetto geopolitico: se Pechino raggiunge il 70% di autosufficienza nei chip di fascia media, le sanzioni americane perdono potere coercitivo e il mercato mondiale cambia, perché la Cina, quando produce, poi esporta, e i mercati emergenti sono molto meno sensibili alle pressioni USA (qui l’approfondimento del Financial Times).
“Il sogno dei giocattoli”: l’industria indiana finisce nel tritacarne dei dazi USA. Ma gli Stati Uniti non abbandonano il campo. Bloomberg racconta un disastro annunciato: i dazi di Trump hanno travolto l’industria dei giocattoli indiana che, negli ultimi anni, sognava di diventare la nuova Cina. Risultato? Ordini cancellati, insegne spente e lavoratori licenziati. Un imprenditore cita: “L’incertezza americana rende impossibile pianificare”; in altre parole, non puoi costruire un settore su un presidente che cambia dazi come fossero pannolini. Nel frattempo, Microsoft annuncia 17 miliardi di investimenti nel Paese; Nikkei Asia lo interpreta come il segnale che l’India rimane centrale per il digitale, ma non per la manifattura (qui gli approfondimenti di Bloomberg e di Asia Nikkei).
“Kaizen azionario”: il Giappone scopre le aziende degli impiegati. Nikkei Asia propone una tesi affascinante: la prossima grande innovazione giapponese non sarà tecnologica, ma societaria – l’employee ownership; dipendenti che diventano azionisti e aziende che si trasformano in cooperative evolute. Il pezzo parla di “capitalismo dal volto umano”, un concetto che a Tokyo torna ciclicamente come una moda; ma, questa volta, potrebbe avere uno scopo ben più demagogico: stagnazione salariale, crisi demografica e produttività piatta. Le imprese devono motivare i lavoratori e la proprietà condivisa è una buona idea per coinvolgerli maggiormente: “In un paese dove i sindacati sono deboli, la proprietà può diventare un nuovo strumento di contrattazione”; il Giappone potrebbe, così, inventarsi un capitalismo con proprietà ibrida. Chissà… (qui l’approfondimento di Asia Nikkei).
Socialismo di mercato con caratteristiche… di bauxite: la Cina rivoluziona il riciclo. Il SCMP descrive un caso da manuale del modello cinese: in 10 mesi, il Paese ha rivoluzionato la produzione di minerali critici riciclando scarti di bauxite con una tecnologia proprietaria; il giornale parla di “rivoluzione tecnica accelerata da intervento statale mirato”. È l’essenza del socialismo di mercato: obiettivo strategico → fondi → aziende statali → startup → implementazione record; un processo che nei Paesi occidentali richiederebbe 7 anni. La Cina, invece, lo fa in dieci mesi e in scala industriale (qui l’approfondimento del South China Morning Post).
La Cina riscopre il suo cortile: ritorno in America Latina. Il Global Times celebra il ritorno cinese in America Latina parlando di “nuova fase di cooperazione di alto livello”; tradotto dal linguaggio del quotidiano cinese: investimenti, infrastrutture e, soprattutto, diplomazia energetica. La narrativa è chiara: mentre gli USA guardano altrove, la Cina riempie lo spazio; il pezzo cita funzionari latinoamericani che parlano di “partnership basata sul rispetto reciproco” (frase che compare sempre quando c’è un assegno cinese in arrivo). Il punto non è il volume degli investimenti, ma il timing: Pechino si riaffaccia nella regione proprio mentre Washington si ritira su priorità interne con il suo Documento Strategico; in ogni caso, le due potenze potrebbero comunque trovarsi su binari opposti e in rotta di collisione nei Caraibi, dove gli USA stanno aumentando esponenzialmente la loro presenza (qui l’approfondimento del Global Times).















