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Come la Cina di Xi ha umiliato gli USA di Trump e tutti i suoi scagnozzi

L’unica guerra che Trump conosce è quella contro l’emancipazione del Sud globale. E su quello è in grado di mettere assieme anche i più accaniti oppositori. Ma la Cina continuerà a vincere

OttolinaTV by OttolinaTV
15/04/2025
in Cina, Economia, I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Italia, U.S.A.
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Sembrava una rivoluzione: si sta trasformando nella solita vecchia zuppa riscaldata. Alla prova dei fatti, il terremoto Trump sembra essersi ridotto sostanzialmente alla più prevedibile delle strategie: l’impero in declino che dichiara guerra alla nuova potenza emergente, a prescindere da quanto sia pacifica; un obiettivo che nell’Occidente suprematista sembra mettere d’accordo un po’ tutti, a partire dai progressisti e dai sinceri democratici come Stefano Massini. Ce l’avete presente? E’ diventato uno dei punti di riferimento della sinistra ZTL grazie ai suoi monologhi a Piazza Pulita: ha passato mesi e mesi a sfrucugliarci le palle tessendo le lodi dei cantori del Serrapiattismo e con invettive di ogni genere contro Trump per poi scoprire, all’improvviso, che su quello che conta davvero la sintonia col tycoon è totale. Ed ecco, così, che mentre Trump dichiarava la sua guerra commerciale per tentare di impedire a Pechino e al popolo cinese di portare a termine il suo processo di emancipazione anticoloniale, il nostro agitatore culturale ha dedicato il monologo della settimana al vero nemico del mondo libero, del progresso e della libertà: Xi Jinping che, come dice Massini, non solo ha deciso che “rimarrà presidente a vita”, ma che addirittura avrebbe imposto che “non c’è pensiero, non c’è cosa che egli pensi o dica, che non diventi automaticamente parte della costituzione cinese”. Giuro eh, non è una perifrasi: ha detto proprio letteralmente così. Caro Stefano, te lo dico io cosa è: una puttanata, ecco cos’è. Una puttanata di un suprematista che pensa di essere democratico, ma è democratico come erano democratici i greci: democratici aspiranti proprietari di schiavi, e quando lo schiavo si ribella si indignano e gli danno del selvaggio. Sapesse, contessa, non sapeva nemmeno come si apve un’avagosta…

Carissime e carissimi ottoliner, ben ritrovati; dopo essere stati un po’ frastornati dal terremoto Trump, finalmente possiamo tornare ai nostri vecchi cavalli di battaglia: la lotta senza quartiere al partito unico della guerra e degli affari al servizio dell’imperialismo e alla sua guerra, con ogni mezzo necessario, al mondo nuovo, al multipolarismo e alla grande lotta anticoloniale. Tutti insieme appassionatamente: dagli eredi del Ku Klux Klan a quelli di Cuore che, dopo averci fatto divertire un po’ mentre si battibeccavano tra loro, quando ci sono da salvaguardare i privilegi dell’uomo bianco benestante ritrovano, come d’incanto, l’armonia perduta. E che tutti insieme appassionatamente, fortunatamente, hanno raccattato l’ennesima figura di merda: mentre i vassalli di Washington sconigliavano, la Cina non arretrava di un millimetro di fronte all’aggressione imperialista a suon di tariffe criminali e, alla fine, il re è rimasto nudo; altro che rivoluzione contro la bolla che arricchisce le oligarchie! Altro che guerra ai registi del globalismo! L’unica guerra che Trump conosce è quella contro l’emancipazione del Sud globale. E su quello è in grado di mettere assieme anche i più accaniti oppositori: da Belpietro a Giavazzi, non c’è firma mainstream che non concordi con Trump sul fatto che il nemico principale del mondo libero è Pechino. Ma prima di entrare nei dettagli, vi invito a mettere mi piace a questo video e anche a iscrivervi alle nostre pagine su tutte le piattaforme social e ad attivare tutte le notifiche: a voi costerà meno tempo di quanto non impieghi un Serrapiattista qualsiasi come Massini a ritrovare la sintonia con le groupies dell’apartheid sudafricano, ma per noi fa davvero la differenza e ci permette di continuare a dimostrare pubblicamente che sono ancora oggi e come sempre dei poveri suprematisti.

Mettiamo in fila un po’ di punti. Primo: Trump che tutti gli sforzi dovevano essere concentrati nella guerra commerciale contro ‘sti cinesi malefici che, da ex schiavi, hanno alzato la cresta e sono diventati non solo atei e comunisti, ma pure più efficienti e produttivi degli statunitensi, lo dice da sempre; appena salito al potere al primo giro, ha dichiarato la guerra commerciale, ma non gli è andata proprio benissimo, né a lui né al suo successore che ha continuato, sostanzialmente, sulla stessa linea. Il punto è che se non distruggi alla radice la globalizzazione e le supply chain globali, alla fine la Cina continuerà comunque a vincere perché, molto banalmente, è molto più produttiva ed efficiente di tutti gli altri: è il socialismo del XXI secolo, bellezza, la punta più avanzata dell’organizzazione sociale della produzione. Risultato? Le esportazioni verso gli USA sono comunque continuate, ma, in compenso, sono cresciute ancora più rapidamente quelle verso una lunga serie di paesi che gli USA ritenevano amici e che, in buona parte, si sono limitati a fare da sponda per triangolazioni di merci cinesi. Insomma: la prima guerra commerciale la Cina l’ha vinta a mani basse e Trump, prima, e poi Biden, muti. Ora che Trump è tornato on steroids, ha capito l’inghippo e ha fatto l’unica cosa che poteva fare: invece che dichiarare semplicemente una seconda guerra commerciale alla Cina, l’ha dichiarata a tutto il pianeta.

Gli obiettivi sono tanti, ma colpire la Cina per impedirle di continuare a crescere e svilupparsi è, di gran lunga, il più importante: per fare davvero male a Pechino, colpire solo l’export cinese verso gli USA abbiamo capito che non basta; bisogna colpire anche quello verso tutti gli altri Paesi, che poi ti rivogano sempre roba cinese (o costruita in larga parte con componenti cinesi), ma con un’etichetta di un altro Paese. Una volta messi dazi un po’ ovunque a destra e manca, l’idea era quella di andare a negoziare con ogni singolo Paese e, se accettano di fare un favore all’impero a spese loro, concedergli qualche riduzione. Un modo per entrare nelle grazie di Re Donald, sicuramente, è garantirgli che continuerai a comprare titoli del debito USA, anche se in cambio di interessi bassi e rinunciando a tante altre belle occasioni decisamente più remunerative in giro per il mondo; ma se proprio vuoi rubargli il cuore, la garanzia da dare è un’altra: dopo che Biden ha fallito il suo tentativo di farti disaccoppiare dalla Cina, ora devi dimostrare di voler cedere alla forza bruta di Trump. La nostra Georgie dai biondi capelli dorati cosa pensate vada a dire a Washington? Dona’, ricordate dell’amici! Sono stata io, su richiesta del tuo predecessore, a far uscire l’Italia dalla via della seta e me stava pure sul cazzo! Figurati ora che ci sei te, tutto bello bianco e biondo come me, cosa posso fa: manco li guardo più nell’occhi i cinesi, se me lo chiedi; d’altronde, da questo punto di vista, sono l’erede di una tradizione che dovrebbe farti dormire sonni tranquilli! Quando noi sostenevamo i nazifascisti nipponici mentre trucidavano i cinesi, voi stavate ancora sugli alberi a mangiare le scatole di fagioli.

Dichiarare la guerra commerciale mondiale, però, non è gratis: la prima conseguenza potrebbe essere che quelli che erano amici tuoi fino a ieri, che non t’hanno mai fatto niente di male e, anzi, hanno gonfiato coi loro risparmi la bolla finanziaria che ha reso ricco te e tutti i parassiti amici tuoi, se la prendano a male; l’interesse generale di questi Paesi sarebbe mandarti a cacare, fare blocco con la Cina, tornare a lavorare all’integrazione economica del supercontinente eurasiatico e metterti un po’ in disparte, una volta per tutte – d’altronde, la guerra per procura in Ucraina era stata fatta proprio anche per ostacolare questo processo. Fortunatamente per te, però, chi governa quei Paesi dell’interesse generale se ne sbatte altamente i coglioni: rappresenta solo gli interessi di un manipolo di parassiti che si sono arricchiti grazie al tuo sistema fondato sulla rapina dei ricchi contro gli sfigati e quindi, nonostante tutto, potrebbero continuare – come dici te – a baciarti il culo; d’altronde, il tuo predecessore, negli ultimi 3 anni, ha portato a termine una vera e propria rapina ai danni dell’Europa e questi hanno continuato a omaggiarlo come il leader del mondo libero e democratico. Oppure prendi il Giappone: 30 anni fa, con gli accordi del Plaza, gli hai imposto di procurarsi da soli una bella crisi così, de botto, solo perché (al contrario tuo) investivano, lavoravano e producevano e ti stavano asfaltando; nei 30 anni successivi il Giappone non si è mai ripreso, e tutto per fare felice te e la tua industria bollita. Eppure, ti sono ancora fedeli.

Però a tutto c’è un limite e con la guerra commerciale mondiale rischi di avvicinartici parecchio; e la Cina, ora, potrebbe essere abbastanza attrezzata da approfittarne per bene perché nel frattempo, anno dopo anno, il peso dell’export cinese sul PIL è diminuito: da oltre il 30% della fine del primo decennio del secolo a meno del 20 attuale. In Italia, l’export pesa il 33% del PIL; in Germania il 47. Insomma: la Cina è molto meno mercantilista di quello che la propaganda dell’impero vuole farci credere ed è sinceramente impegnata a sviluppare ulteriormente il mercato interno come unico vero motore del suo sviluppo, il che significa il consolidamento di un mercato che rappresenterebbe un’opportunità gigantesca per i Paesi che oggi si vedono bullizzare dalle tariffe di Washington, dopo che per 40 anni gli hanno mantenuto la bolla speculativa e hanno arricchito i suoi oligarchi. D’altronde, l’hai toccato con mano: a poche ore dal Liberation day i ministri del commercio di Cina, Giappone e Corea del sud si sono incontrati per rimettere in piedi un dialogo a tre che per gli USA potrebbe significare la perdita definitiva del Pacifico e, di sicuro, quello non se lo possono permettere. Trump è corso subito ai ripari, promettendo sconti per entrambi, fino a che il Giappone e la Corea sono diventati l’ultimo dei suoi problemi.

E qui serve un po’ di finanza for dummies: che i dazi di Trump abbiano scatenato un terremoto di proporzioni bibliche su tutti i mercati azionari del pianeta, a partire da quello USA, lo sappiamo ed era del tutto scontato; di solito, però, quando crollano i mercati azionari i soldi vanno in quello obbligazionario e, soprattutto, nella regina indiscussa del mercato obbligazionario, i titoli del debito USA. E’ successo nel 2008, è successo nel 2001 e anche nel black monday del 1987 e, a volte, ne può davvero valere la pena; se i capitali in uscita dal mercato azionario fanno a cazzotti per comprarsi i titoli del debito USA, infatti, succede una cosa bellissima: i rendimenti di quei titoli crollano – che, in soldoni, significa che il governo federale paga meno interessi per finanziare il suo debito, che è proprio uno degli obiettivi principali di Trump perché abbassare gli interessi sul debito è uno dei prerequisiti per la reindustrializzazione e Make America Great Again. E, negli ultimi mesi, si era rivelato più difficile del previsto; di solito, infatti, quando una banca centrale taglia i tassi di interesse, i rendimenti dei titoli a lunga scadenza si abbassano, ma non a questo giro: tra settembre 2024 e marzo 2025, la FED ha ridotto i tassi di riferimento di 100 punti base, mentre il rendimento dei Treasury a 10 anni è aumentato di 87 punti base. Per Make America Great Again serviva un’azione di forza: la shock therapy dell’annuncio del Liberation day e il crollo dei mercati azionari che, inevitabilmente, ha scatenato, va letta anche in questi termini; e in effetti, subito dopo le dichiarazioni del Liberation day, mentre i mercati azionari venivano travolti da uno tsunami, i rendimenti dei titoli USA sono cominciati davvero a crollare: nell’arco di un paio di giorni sono passati dal 4,2% al 3,8%. Trump lo ha rimarcato con enfasi sul suo social personale: “Gli interessi stanno scendendo. Una grande vittoria per l’America”.

Peccato sia durata pochino: con tempismo perfetto, infatti, a poche ore da quel post trionfalistico i rendimenti sono ricominciati a salire; i soldi che uscivano dal mercato azionario non venivano reinvestiti nell’acquisto di titoli del debito USA. Com’è possibile? Le prime voci hanno puntato il dito su Pechino: la vendita in massa di titoli di Stato, che ne ha fatto di nuovo aumentare i rendimenti, sarebbe stata scatenata dalla Cina come forma di ritorsione. In realtà, ho qualche dubbio e il problema, forse, sta proprio lì: nell’arco di qualche anno, la Cina ha diminuito in maniera consistente il tesoretto di titoli del debito USA che si tiene in pancia come riserva; ciononostante, sono ancora una quantità che, se messa rapidamente sul mercato, sarebbe in grado di causare danni significativi. Diciamo che continuano, comunque, ad essere un missile ipersonico finanziario in mano ai cinesi, un deterrente che, come ogni deterrente, deve essere usato se e solo se è strettamente necessario perché, una volta usato, non c’è più. A bocce ferme, però, contro questo deterrente gli USA hanno una discreta antiaerea: le Big Three, i colossi del risparmio gestito, hanno tra le mani un patrimonio di 20 mila miliardi, sufficiente per tappare ogni buco; e poi ci sono tutti i vassalli, che sono pronti a correre in sostegno in caso di necessità. Inoltre, che la Cina voglia oggi colpire mortalmente la finanza USA è tutto da dimostrare: colpire mortalmente la finanza USA significa bloccare l’intera economia mondiale che un’alternativa al dollaro ancora non ce l’ha; e bloccare l’intera economia mondiale, per un Paese che è fortemente integrato col resto del mondo ed è il principale partner commerciale della maggioranza del pianeta, significherebbe imporre al miliardo e mezzo di cinesi una cura lacrime e sangue che Pechino ha sempre evitato accuratamente di imporre. Insomma: tirare ora il suo ipersonico per la Cina comportava rischi enormi, un po’ come i rischi che ha comportato per Mosca decidere, dopo quasi 10 anni, di passare alle maniere forti in Ucraina, una forma di escalation che, fino ad oggi, Pechino ha cercato di evitare in ogni modo, convinta che salvando quel poco di stabilità che è ancora possibile salvare, i rapporti di forza sarebbero comunque continuati a cambiare in suo favore, anche se più lentamente e con più difficoltà. E, allora, chi è stato?

Un’ottima ricostruzione l’ha fatto il buon John Ganz sul suo sempre ottimo profilo Substack Unpopular Front: come ricorda Ganz, i titoli USA sono sempre stati l’approdo sicuro per i capitali in fuga da un mercato azionario troppo turbolento e rischioso; ma chi non risica, non rosica e gli oligarchi senza rosicare non ci sanno stare. Per trasformare anche il sonnolento e noiosissimo mercato dei titoli USA in qualcosa di più redditizio e vivace, cosa hanno fatto? I debiti! Se per ogni operazione guadagni al massimo pochi centesimi, la via per arrivare comunque a guadagnarne una marea è fare una quantità sterminata di operazioni, e per farlo – visto che operi con titoli considerati ultrasicuri – basta fare una montagna di debiti: il mercato dei titoli USA, quindi, è diventato un mercato di operatori che giocavano con una montagna di quattrini presi a debito. E se il mercato, per qualche motivo, diventa instabile, i creditori di quella montagna di quattrini cominciano a chiedere delle garanzie: margin call si chiamano in gergo, e per rispondere a queste margin call gli operatori, che usavano quei soldi per investire nel mercato obbligazionario, devono vendere, incassare liquidità e darla ai creditori. Insomma: gli USA, capitale globale dell’iper-finanziarizzazione, come sempre, se vogliono trovare il vero nemico che impedisce ai trumpiani di Make America Great Again farebbero bene a guardarsi in casa.

Ancora una volta, alla Cina è bastato rimanersene tranquilla a godersi lo spettacolo dell’imperialismo che si distruggeva con le sue stesse mani; a quel punto, il rivoluzionario da balera di Mar-a-Lago non ha avuto altra alternativa che raccattare l’ennesima epica figura di merda e, per l’ennesima volta, ritirare la manina, e con un bel post sul suo social di proprietà ha annunciato la sospensione per 90 giorni delle cosiddette tariffe reciproche, ma non per tutti: un solo Paese nel mondo aveva osato non chinare la testa di fronte al nuovo commander in chief, l’unico Paese che ha saputo costruire le basi per l’esercizio di una vera sovranità e che, proprio per questo, non potrà mai essere perdonato, la Repubblica Popolare di Cina. Nei confronti della Cina i dazi non solo rimangono, ma aumentano quasi di ora in ora: prima 54, poi 104, poi 125 e, infine, 145, e la Cina ha continuato a rispondere colpo su colpo con la stessa moneta. Risultato? La Cina, al momento, può continuare a esportare negli USA passando dai cosiddetti Paesi amici e l’emorragia dei titoli di Stato USA non si è fermata: dopo la marcia indietro sulle tariffe del 9 aprile, i rendimenti sono scesi leggermente per qualche ora per poi tornare allo stesso identico livello di prima, nonostante – dopo una giornata di mega-rimbalzo – i mercati azionari USA e quelli dei Paesi vassalli siano tornati in profondo rosso; quelli cinesi, invece, decisamente meno.

Nonostante le pressioni dei capitali finanziari internazionali, la Cina ha tutti gli strumenti per stabilizzare con le sue sole forze i suoi mercati, e non tarda a metterli in campo: la sovranità non basta annunciarla con qualche slogan da piazzista navigato sulle magnifiche sorti e progressive del popolo dei poeti e dei navigatori; bisogna costruirla materialmente con politiche concrete, giorno dopo giorno. La partita ora, finalmente, è piuttosto chiara: da una parte c’è un colosso politico, demografico ed economico che vuole esercitare liberamente la sua sovranità; dall’altro, un imperialismo decotto che non sa più come imporre il suo dominio incontrastato al resto del pianeta. La scommessa di Trump è riuscire a imporre con la forza quel decoupling dei vassalli dalla Cina che, nonostante tutti gli sforzi, Biden non è riuscito a imporre col soft power, ma ogni forzatura rischia di accelerare il declino, invece che arrestarlo; l’unica vera grande forza che rimane a Trump è la vocazione alla sottomissione degli alleati e, in particolare, dei Paesi europei con una classe dirigente (a prescindere dal colore politico) completamente scollegata dagli interessi nazionali che dovrebbe difendere e che, nonostante le innumerevoli figure di merda e la conclamata debolezza del padrone di Washington, al momento sembra comunque preferire il ruolo di schiavo nell’ambito di un impero destinato inesorabilmente al declino, piuttosto che prendere finalmente in mano il suo destino e riaffermare la sua sovranità.

Ed è per questo motivo che vanno mandati tutti a casa! Per farlo, serve una grande mobilitazione popolare e per scatenarla, prima, e accompagnarla, poi, serve un vero e proprio media in grado di dare voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Carlo cacarellando Calenda

Tags: big threecapitalismocinadazidonald trumpfinanziarizzazionei pipponi del Marrucciimperialismotitoli di stato usa
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