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Tag: finanziarizzazione

Rimbambiden benedice la Le Pen e affida alla destra reazionaria il compito di svendere l’Europa

Oohhh, ora sì! Ne sentivamo veramente il bisogno! Come titolava a 6 colonne Libero ieri, finalmente Nasce la nuova destra: “Salvini e Le Pen” riporta la testata di Angelucci, il KingMaker della destra arraffona e svendipatria italiana, “rompono con i tedeschi di AfD, rimuovendo l’ultimo ostacolo per la formazione di una grande alleanza anti-sinistra che punti a governare l’Europa”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso delle tensioni fra ultradestra italiana e francese e quella tedesca in ascesa sarebbe stata nientepopodimeno che l’intervista pubblicata sabato scorso su La Repubblichina all’uomo indicato dall’AfD come il suo candidato alla presidenza della commissione europea, Maximilian Krah: “Non dirò mai che chi aveva un uniforme delle SS era automaticamente un criminale” aveva affermato. Non aspettavano altro: nell’arco di poche ore, Rassemblement National della Le Pen ha annunciato ufficialmente di aver tagliato definitivamente i ponti con l’AfD e che nel parlamento che verrà ridisegnato con le elezioni europee del 9 giugno non siederà più nello stesso gruppo parlamentare degli ex amici tedeschi; e, subito dopo, immancabilmente gli ha fatto eco la Lega di Matteo Salvini.
E’ l’esito scontato, anche se probabilmente più rapido e repentino del previsto, delle parole pronunciate la settimana scorsa dal portavoce delle oligarchie euroatlantiche, il presidente del parlamento europeo in carica Charles Michel, che avevamo già riportato in quest’altro video qua: “Nei partiti che vengono definiti di estrema destra” aveva dichiarato “vi sono personalità con cui si può collaborare”; il parametro da adottare per fare la selezione alla porta ovviamente non ha niente a che vedere con il nazifascismo e le SS che, anzi, negli ultimi due anni sono stati ripetutamente sdoganati tra leggende metropolitane sui lettori di Kant e vecchi stragisti antisemiti salutati come eroi della patria in giro per i parlamenti dell’Occidente collettivo. Quella è semplicemente la scusa: una trappola ben architettata che hanno teso all’impresentabile Maximilian Krah e nella quale, da sprovveduto quale è, è precipitato serenamente senza rendersene minimamente conto. Il discrimine vero, ovviamente, è tutt’altro e l’aveva sottolineato esplicitamente Michel stesso: l’importante, aveva affermato, è che siano “pronti a collaborare per sostenere l’Ucraina, e a rendere l’Ue più forte” che, tradotto, significa “che siano schierati dalla parte giusta nella guerra che l’imperialismo ha dichiarato ai paesi sovrani di tutto il mondo e che siano pronti a rinunciare ancora di più alla sovranità dei rispettivi paesi (dove – nonostante tutto – vigono ancora sistemi almeno parzialmente democratici) per trasferire ancora più potere a una struttura sovranazionale completamente post democratica come l’Unione europea e mettere, così, definitivamente al sicuro l’adesione all’agenda ultra-atlantista senza rischiare che venga messa almeno parzialmente in discussione dal voto popolare”; due paletti che l’AfD, al momento, non sembra essere troppo propensa a rispettare.

Maximilian Krah

Ed ecco quindi, casualmente, che arriva il casus belli e l’opportunità per fare, come titolava il suo editoriale di ieri sempre su Libero Mario Sechi, “la mossa giusta per contare di più” che, sostanzialmente, significa fare a livello europeo quello che Giorgia lamadrecristiana ha già portato a termine nel laboratorio politico italiano: sostituirsi alla sinistra ZTL come la fazione del partito unico della guerra e degli affari più affidabile agli occhi dell’imperialismo a guida USA e delle sue oligarchie in questa lunga stagione di guerra totale contro il resto del mondo. Ma prima di provare a capire cosa significa e cosa può comportare questo epocale spostamento del baricentro politico dell’intero vecchio continente, vi ricordo di mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra di guerra (quella contro la dittatura degli algoritmi) e, se non lo avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutte le nostre pagine social e attivare tutte le notifiche; un’operazione che a voi costa pochi secondi di tempo, ma che per noi può fare davvero la differenza e aiutarci a costruire un vero e proprio media che, invece di fare da cassa di risonanza alle boiate della sinistra ZTL e della destra svendipatria, dà voce agli interessi del 99%.
“La mossa di Le Pen e Salvini è giusta” scrive Mario Sechi nel suo editoriale di ieri che trasuda entusiasmo da tutti i pori: “è un’opportunità, tutta da costruire e con poco tempo per spiegarla. Il risultato lo vedremo presto: siamo nella fase in cui si fanno le scommesse, siamo tra il razionale e l’irrazionale. E’ il fascino del voto, fate il vostro gioco” (Mario Sechi, Libero). La quantità di fuffa messa sul tavolo dai pennivendoli della destra fintosovranista per cercare di dare una qualche forma di nobiltà alle spericolate acrobazie politiche che sta cercando di compiere per accreditarsi come il più fedele dei cani da guardia dell’impero agli occhi del padrone di Washington, ricorda i tempi migliori delle supercazzole di Vendola e Bertinotti; ci manca giusto la mossa del cavallo e abbiamo fatto l’en plein. Un parallelismo che non dovrebbe sorprendere troppo, tutto sommato: proprio come allora, infatti, la sinistra cosiddetta radicale si doveva inventare teorie astruse per giustificare il sostegno a governi che, con la loro foga riformatrice in chiave ferocemente neoliberista, ne contraddicevano alla radice la stessa ragion d’essere; ora la mission impossible di dover giustificare – a suon di parabole e frasi ad effetto – il sostegno a un’ipotesi di governo in netto contrasto con l’euroscetticismo e il Pivot to Russia professato fino ad oggi, tocca alla destra fintosovranista e svendipatria.
Come sottolineiamo continuamente, nell’ambito dell’imperialismo unitario, tanto nel centro imperiale USA quanto – a maggior ragione – nella periferia europea, non c’è nessunissima alternativa concreta di governo che possa essere espressa dalle urne; lo stato profondo dell’imperialismo unitario ha optato, per ragioni strutturali che ci sforziamo continuamente di sviscerare, per una guerra totale contro il resto del mondo e le elezioni non possono che essere una sorta di concorso interno al partito unico della guerra e degli affari per decidere quale fazione dovrà governare questa lunga e travagliata fase. Di default, il referente più accreditato sarebbe quel guazzabuglio della maggioranza Ursula, un’accozzaglia talmente informe da garantire che non venga mai messo in discussione il pilota automatico che guida la politica della colonia europea; il vecchio e paludato establishment, con il suo sterminato curriculum in tema di utilizzo di doppi standard, presenta inoltre anche l’innegabile vantaggio di conoscere il galateo e di avere un volto presentabile, requisito piuttosto utile per poter continuare a ricorrere alla barzelletta dello scontro tra società aperte e responsabili, da un lato, e sconsiderati e feroci regimi autoritari dall’altro. Fino ad oggi, questa favoletta per analfoliberali ha sempre rappresentato un potente dispositivo egemonico che faceva credere a una parte consistente di popolazione che anche se era chiamata a sopportare giganteschi sacrifici (mentre le sue élite economiche non facevano che arricchirsi) alla fine, perlomeno, era per una buona causa; ma questo dispositivo egemonico – e, cioè, questo artificio retorico che fa credere a chi è bastonato che, alla fine, sia per il suo bene – nonostante tutti gli sforzi della propaganda, mano a mano che le bastonate diventavano più forti non ha fatto che perdere il suo appeal. Ma non solo: per quanto, con ogni probabilità, del tutto velleitarie nel cuore stesso della sinistra delle ZTL, mano a mano che la totale subordinazione all’agenda delle oligarchie USA ne faceva precipitare i consensi si sono cominciate a vedere alcune crepe.
Il primo ministro socialdemocratico tedesco, ad esempio, spinto dai malumori crescenti di una fetta consistente della sua borghesia nazionale, prima ha opposto qualche flebilissima resistenza all’invio delle armi più distruttive in Ucraina – dai Leopard ai Taurus – e poi ha anche abbozzato qualche forma di dialogo con il nemico pubblico numero 1, la Repubblica Popolare Cinese; qualche mal di pancia, poi, è emerso per il sostegno incondizionato allo sterminio dei bambini palestinesi perpetrato dal regime fasciosionista di Tel Aviv: prima, in particolare, da parte del governo di centrosinistra spagnolo e poi, addirittura, dall’amministrazione del sempre pimpantissimo Manuelino Macaron che, giusto ieri, ha espresso il suo sostegno alla richiesta da parte del procuratore della Corte Penale Internazionale dell’Aja di un mandato di cattura per Bibi Sterminator Netanyahu e il suo fedele ministro dello sterminio, Yoav Gallant. Ma soprattutto – come abbiamo sottolineato a più riprese – nel caso specifico di Macron, questo sussulto di dignità sulla questione genocidio non è un episodio isolato: il protagonismo degli ultimi mesi del sempre pimpantissimo Manuelino, infatti, non è passato certo inosservato; in principio furono le parole che Manuelino pronunciò nel viaggio di ritorno dalla Cina, quando Manuelino si azzardò a sottolineare che “Per troppo tempo l’Europa” non avrebbe perseguito con sufficiente convinzione la strada per la costruzione di una sua “autonomia strategica”, che non dovremmo farci coinvolgere “in una logica di blocco contro blocco“ e che non dovevamo lasciarci coinvolgere in scenari di “crisi che non sono nostre”, alludendo chiaramente alle tensioni nel Pacifico e nello Stretto di Taiwan. Poi c’è stata la sparata sull’invio di truppe in Ucraina, che in molti hanno letto come un atto di fedeltà suprema alla guerra USA contro la Russia, ma in realtà, molto probabilmente, anche qui la realtà è decisamente più complessa: dopo essere stato – in assoluto – il paese europeo che ha mandato meno aiuti a Kiev, la fuga in avanti sull’invio di truppe, in realtà, poteva anche essere letta come un tentativo di forzare la creazione di una difesa comune europea con la Francia e il suo ombrello nucleare al centro e in grado di garantire, appunto, una certa autonomia strategica. Dopo ancora è arrivato il famoso rapporto di Enrico Baionetta Letta, uomo legato a doppio filo alle élite d’oltralpe che, sostanzialmente, invocava la creazione di un monopolio finanziario privato autonomo europeo, ovviamente a guida francese; traiettoria che, subito dopo, il sempre pimpantissimo Manuelino ha ribadito aprendo all’ipotesi di operazioni di fusione e acquisizione tra grandi banche europee con un occhio di riguardo, in particolare, a operazioni che vedano coinvolti gruppi spagnoli e francesi.
Intendiamoci: non si tratta certo di atti di insubordinazione sovranista all’imperialismo unitario. Lo schema all’interno del quale si muove Macron è comunque sempre quello della globalizzazione neoliberista e della finanziarizzazione spinta dell’economia a favore delle oligarchie transnazionali; e infatti il suo nuovo protagonismo ha trovato grande risalto nella grande stampa finanziaria internazionale che gli ha dedicato prime pagine su prime pagine, da Bloomberg all’Economist, che oltre ad aver sottolineato più volte tutte le sue perplessità nei confronti della svolta neoprotezionista degli Stati Uniti, ricordiamo essere anche legata a doppio filo proprio alla finanza francese in quanto di proprietà della Exor della famiglia Agnelli/Elkann, tra i principali azionisti – tra l’altro – della ormai sostanzialmente francese Stellantis. Ciononostante, appunto, segnala una qualche ripresa della volontà di grandeur francese e, in continuità con il gaullismo (che, comunque, rappresenta una componente importante dello stato profondo francese), anche di volontà – appunto – di ritagliarsi un posto al sole in un sistema imperialistico riformato e non completamente appiattito sulle esigenze di Washington e di Wall Street. Ora, intendiamoci, si tratta chiaramente, in buona parte, di ambizioni velleitarie: ciononostante, per una Washington che comunque – nonostante il suo fondamentalismo eccezionalista – non può non riconoscere il progressivo declino del sistema superimperialista incentrato sul suo dominio, sicuramente rappresentano motivo di più di qualche preoccupazione, soprattutto in prospettiva; l’attivismo del sempre pimpantissimo Manuelino, infatti, può anche essere letto come la necessità di costruire una exit strategy sostenibile per le sue oligarchie nazionali – e non solo nel caso il gigantesco schema Ponzi che è l’economia ultra-finanziarizzata degli USA (e che sta in piedi se e solo se nessuno riesce a mettere in discussione l’egemonia globale del dollaro) a un certo punto dovesse crollare: d’altronde, per capire che aleggi questo retropensiero basta guardare al cambio repentino di una rivista come Limes che, ormai, parla di fine dell’impero USA in termini quasi più perentori di quanto non facciamo noi e che, non a caso, è degli stessi proprietari dell’Economist.

Emmanuel Macron

Mettere fine a questo rinnovato protagonismo di Macron e smorzare le ambizioni indipendentiste francesi è quindi, con ogni probabilità, uno degli obiettivi di Washington; ed ecco così che, improvvisamente, la Le Pen – contro la quale per decenni tutto l’establishment europeo, al momento della bisogna, si è sempre compattato senza sbavature – magicamente diventa potabile. Per diventarlo, ovviamente, ha dovuto superare alcune prove di fedeltà: la prima risale ormai a un paio di mesi fa, quando la Marine ha spiazzato tutti annunciando il suo “appoggio incondizionato all’eroica resistenza ucraina”; un cambio di atteggiamento che però da solo, ovviamente, non poteva bastare. Bisognava che Marine ricalcasse la traiettoria già intrapresa dalla prima della classe del trasformismo della destra fintosovranista europea, la nostra Giorgia Nazionale, e che tagliasse in modo eclatante i ponti con quelle forze che ai dictat di Washington continuano ostentatamente a non volersi sottomettere, a partire, appunto, dall’AfD.
L’AfD, infatti, rappresenta per Washington uno dei principali spauracchi politici del vecchio continente e, da un certo punto di vista, è anche un bene, perché se è vero che ai tempi del declino dell’impero il fintoliberalismo globalista è il nemico principale, i danni che può fare una forza politica che non ha fatto nemmeno i conti col nazifascismo in una Germania in crisi e sotto attacco economico come tra le due guerre mondiali sono sinceramente incalcolabili. Ma, ovviamente, non è questa cautela a muovere i leader del mondo libero; d’altronde, il nazifascismo – in soldoni – altro non è che l’espressione più feroce delle logiche comuni a tutte le forze imperialiste e, al netto dei deliri ideologici, deve il suo sovrappiù di ferocia, in buona misura, al fatto di essersi fatto strada quando le altre potenze si erano già spartite il pianeta. Alla Germania e ai suoi alleati allora non rimaneva che trasformare in loro colonie il mondo slavo che però, rispetto a un qualsiasi paese africano o dell’estremo Oriente, aveva due svantaggi: il primo era che ci assomigliano un po’ di più; e quindi per noi che, volenti o nolenti, siamo ancora comunque profondamente razzisti, vedere le stesse identiche violenze che gli altri hanno perpetrato contro popoli non bianchi, di default ci fa più impressione. Il secondo è che erano armati (altrimenti li avevano già colonizzati) e quindi il tentativo di conquista coloniale, da un semplice massacro di popoli considerati inferiori, si è trasformato in una guerra di dimensioni spaventose. E, tra l’altro, oggi il sacrificio di quelle popolazioni noi manco lo riconosciamo: facciamo finta che a combattere e vincere la guerra siano stati gli USA e celebriamo solo le vittime che ci tornano più comode – che tra l’altro, a ben vedere, a livello ideologico (che conta il giusto, ma qualcosa pur sempre conta) è anche il motivo per cui ai postfascisti de noantri (a partire dalle bimbe di Benito come La Russa & company) la svolta filoatlantista, che d’altronde ha radici piuttosto lontane, non è che sia costata poi tanto. Dalla parte dell’imperialismo più feroce erano allora e dalla parte dell’imperialismo più feroce stanno oggi; tutto sommato, da questo punto di vista, so’ pure coerenti (anche quando, magicamente, superano in filosionismo i colleghi della sinistra ZTL).
Il superomismo amorale ti fa anche cambiare idea su chi è da considerare umano e chi, invece, appartiene agli untermensch. Il problema di fondo con l’AfD – come, a suo tempo, fu anche con la Lega che, per essere ammessa nella compagine di governo, ha visto il compagno Adolfo Urso recarsi di persona a Washington per fornire personalmente la garanzia che, al momento del bisogno, si sarebbero comunque sempre schierati dalla parte dell’imperialismo – è che rappresenta un blocco sociale che, strutturalmente, dalla guerra delle oligarchie contro la Russia e contro l’economia europea ha tutto da perdere e che è ben disposta a scendere a patti con i protagonisti del nuovo ordine multipolare pur di continuare a difendere l’economia reale tedesca; fatti fuori loro, gli altri partiti dell’ultradestra europea si sono guadagnati la benedizione di Washington che, in un’ipotetica nuova maggioranza politica fondata sull’alleanza tra l’ultradestra e la destra conservatrice dei popolari, vede alcuni vantaggi importanti. In primis, il fatto che, mano a mano che il declino dell’impero continuerà a far sentire i suoi effetti, anche le garanzie prettamente formali delle democrazie liberali cominceranno ad essere percepite come troppo vincolanti per il ricorso alla forza bruta contro i sempre crescenti malumori delle masse popolari; insomma: ci sarà da menare forte e la destra destra potrebbe risultare meglio attrezzata.
Il punto è come pensiamo di organizzarci noi per reagire, senza cadere di nuovo nella trappola della sinistra delle ZTL che utilizza questi timori (che, più che legittimi, a questo punto sono doverosi) per portare avanti la stessa identica agenda fondata su guerra e rapina, solo magari con qualche nozione di galateo in più. Quello che, di sicuro, ci serve come il pane è un vero e proprio media che sia in grado di contrastare la propaganda che ci rifilano per giustificare questa discesa verso gli inferi. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Francesco Lollobrigida

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Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!

L’ignobile teatrino di Meloni la svendipatria in ginocchio a Bruxelles per trattare la resa italiana

Come cambiano rapidamente le cose! Soltanto lunedì, tutta la propaganda filogovernativa era in brodo di giuggiole e annunciava una rivoluzione imminente: Meloni alza la posta titolava il Giornanale; cambieremo anche l’Europa. Nuova UE? si chiedeva il combattivo Maurizio Beldidietro su La Verità; Meloni ci mette la faccia: “Grazie a una donna che non ha mai rinnegato il suo passato” sottolineava Beldidietro “il nostro Paese ha più peso di prima, forse addirittura di quando a condurlo era san Mariopio da Goldman Sachs”. A galvanizzare l’orgoglio dei fintosovranisti era stata l’astensione dei partiti di maggioranza quando, pochi giorni prima, era arrivata nell’aula del parlamento europeo la riforma del patto di stabilità, una non riforma che, dopo una breve pausa, reintroduce i dogmi religiosi dell’austerity, ma on steroids perché, nel frattempo, il debito pubblico è aumentato a dismisura e i tassi d’interesse sono letteralmente esplosi e, nonostante gli annunci, al momento non sembrano destinati a diminuire granché. Come ha affermato Madis Muller, il governatore della Banca centrale estone, a Bloomberg “I rischi geopolitici comportano rischi per l’inflazione” e “la Banca centrale europea non dovrebbe affrettare ulteriori tagli dei tassi dopo giugno”, un concetto che ha ribadito anche il vicepresidente della Banca centrale Luis de Guindos lunedì da Londra davanti ai membri dell’Euro 50 group, una delle tante conventicole informali che collaborano alla definizione dell’agenda delle oligarchie finanziarie dell’Occidente collettivo: “Anche se prevediamo che l’inflazione ritorni al nostro obiettivo del 2% l’anno prossimo, le prospettive sono circondate da rischi sostanziali” ha affermato; “La situazione geopolitica, soprattutto in Medio Oriente, pone un particolare rischio al rialzo per l’inflazione”. Tradotto: non scommettete su una riduzione rapida dei tassi d’interesse perché ci rimarreste scottati.
La reintroduzione del patto di stabilità, anche se riformato, con un debito esploso e i tassi di interesse alle stelle significa una cosa sola: la mazzata definitiva allo stato sociale e una bella lunga fase di recessione senza via d’uscita che, alla fine del giro, si traduce immancabilmente esattamente in quello che – a chiacchiere – avrebbe dovuto scongiurare e, cioè, un rapporto debito/PIL sempre peggiore, perché se mentre provi a tagliare la spesa il PIL, inevitabilmente, crolla, il rapporto sempre lì rimane (quando non peggiora); una spirale perversa che conosciamo già benissimo e che, a questo giro in particolare, più di ogni altro paese riguarda proprio l’Italia, che non ha nessuna chance di uscirne viva. Se non fosse per la cazzimma dei patrioti della maggioranza che, la settimana scorsa, hanno mostrato i denti: ricordate? 24 aprile, Libero: Patto di stabilità, gli italiani si astengono. I partiti del centrodestra: riforma poco coraggiosa, la cambieremo dopo il voto. La riforma del patto è “un’occasione mancata da parte della UE” denunciava la Lega; “Anziché puntare su un netto cambiamento rispetto al passato, la UE ha scelto di non voltare pagina rispetto a un modello economico che ha mostrato tutti i suoi limiti, in cui prevale l’aspetto dell’austerità”. La cosa divertente è che a fargli la pubblicità migliore, come spesso accade, anche a questo giro è stata l’opposizione e la sua incredibile macchina propagandistica: No al patto UE, Meloni dà battaglia titolava La Stampa; La Repubblichina rilanciava con un gigantesco UE, il patto tradito: incoerenti e inaffidabili, la retromarcia della destra ci allontana dall’Europa. Il Domani, che ormai sembra proprio una caricatura degli aspetti più cringe della sinistra ZTL, era letteralmente in lacrime: Patto di stabilità, figuraccia dell’Italia: la destra si astiene; completamente scollegati dalla realtà e obnubilati dai fiumi di alcol che innaffiano, giustamente, le innumerevoli apericene delle terrazze romane in stile La grande bellezza, i sinistronzi sono davvero convinti che accusando Meloni & company di essere scorretti nei confronti dell’establishment di Bruxelles, l’elettore medio si ravveda e corra a confessare i suoi peccati a Carletto librocuore Calenda.
E’ esattamente lo stesso, identico, tragicomico film che era andato in scena ai tempi della tassa sugli extraprofitti delle banche: ricordate? La propaganda fintosovranista filogovernativa aveva annunciato in pompa magna l’introduzione, da parte del governo dei patrioti, di una sacrosanta tassa sui giganteschi profitti che le banche hanno realizzato truffando letteralmente i loro correntisti, che non avevano ricevuto un euro di interessi sui loro depositi mentre le banche incassavano cifre stratosferiche da mutui che, grazie all’aumento dei tassi di interesse, erano raddoppiati; la sinistra ZTL allora, invece che sottolineare la portata limitata dell’iniziativa e fomentare le folle a non accontentarsi delle briciole, aveva avuto la geniale trovata di difendere le banche e i banchieri multimiliardari: “E’ un attentato al libero mercato”; “Così metti a rischio i conti delle banche”. Quando si dice essere in sintonia col sentimento popolare… Allora, ovviamente, noi ci buttammo come degli avvoltoi a banchettare sulle carcasse della sinistra ZTL e dedicammo un intero video a questo epic fail dei progressisti che odiano il volgo e l’interesse nazionale; come ampiamente prevedibile, però, manco il tempo di festeggiare la prima misura vagamente popolare di questo governo di svendipatria ed ecco che erano già cominciati ad arrivare i primi indizi di marcia indietro fino a che, in mezzo al silenzio totale, la tassa non è scomparsa nel nulla: era stato uno scherzo che, tra l’altro, nel frattempo aveva permesso a una manciata di speculatori di incassare qualche centinaio di milioni con la più banale e prevedibile manovra di scommesse al ribasso che puzza di vera e propria truffa da chilometri di distanza. Alla fine di quel giro, nella sfrenata competizione a chi svende meglio gli interessi del Paese, il governo dei fintosovranisti era riuscito a superare anche la sinistra ZTL; come sarà andata a finire a questo nuovo giro?
Prima di scoprirlo, ricordatevi di mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola battaglia quotidiana contro la dittatura degli algoritmi e, se ancora non l’avete fatto, anche di iscrivervi sui nostri canali e attivare tutte le notifiche: a voi porta via 10 secondi di tempo; per noi fa la differenza e ci aiuta a provare a evitare la guerra a colpi di armi di distrazione di massa combattuta, fino all’ultima puttanata, da sinistra ZTL e alt right.
Dopo l’esperienza traumatica dell’inspiegabile scomparsa della tassa del governo dei patrioti sugli extraprofitti della banche rapinatrici, a questo giro, prima di accanirci sull’ennesimo epic fail delle groupies di Mario Monti ed Elsa Fornero, abbiamo deciso di aspettare di vedere come andava a finire la faccenda e – devo confessare – non è stato per niente facile; la serie di assist che c’hanno fornito, infatti, è veramente ragguardevole: tra tutti, una menzione speciale per il prestigioso premio analfoliberale della settimana va senz’altro all’editorialista della Repubblichina Andrea Bonanni. Bonanni sottolinea come quello che è andato in scena al parlamento europeo è “il plateale fallimento dell’attuale classe politica italiana” perché “il ritorno del patto pone dei limiti alla spesa”, ma “le nuove norme sono molto più morbide” che in passato e, per un paese indebitato come l’Italia, rappresentano “una scelta obbligata dal buon senso”, soprattutto dal momento che permettono comunque “di continuare gli investimenti produttivi”, che è un po’ come dire che dare una vaschetta di prugne a uno che si sta squagliando per la cacherella è una scelta di buon senso, dal momento che – altrimenti – le prugne andrebbero buttate per terra e si sporcherebbe il pavimento e che, comunque, bisogna essere felici perché a queste prugne c’hanno levato il nocciolo (e quindi morirai disidratato entro un paio di settimane, ma almeno, nel frattempo, non ti strozzi).

Francesco Lollobrigida

Ciononostante abbiamo resistito e, immancabilmente, anche a questo giro il governo degli svendipatria non ci ha tradito: Via libera al nuovo patto di stabilità titolava martedì La Stampa: sì dell’Italia dopo l’astensione in Aula. Il sì definitivo del governo è arrivato nell’ambito della riunione dei ministri dell’Agricoltura dove, ad astenersi, i barricaderi italiani hanno lasciato da soli i poveri belgi: una figura di merda talmente epica che il titolare del dicastero, l’uomo che fermava i treni, il cognato d’oro d’Italia, al secolo Francesco Lollobrigida, non ha avuto manco il coraggio di presentarsi; c’ha mandato il suo vice che, tra l’altro, è un leghista. Uno sgambetto in piena regola che il principale partito di governo aveva pianificato da tempo: quando, la scorsa settimana, anche Fratelli d’Italia aveva sconfessato l’azione del governo con l’astensione, infatti, la colpa era stata attribuita proprio ai leghisti che avevano deciso di astenersi comunque; e così, per non fare la figura dell’unico partito che obbediva ciecamente alla disciplina anti-italiana di Bruxelles, regalando una marea di voti ai loro alleati/competitor aveva costretto a fare altrettanto anche al partito della madrecristiana. D’altronde Il Giornanale lo rivendicava pure: “Il nodo politico” scriveva “era tenere la maggioranza compatta per evitare fughe del Carroccio in vista delle elezioni”. Ad esser maligni, viene quasi da sospettare che Giorgia la madrecristiana, sempre alla ricerca dell’approvazione dei suoi superiori (come col bacino sulla fronte di Rimbabiden) sia magari pure andata a chiedere il permesso, della serie fateci lanciare quest’arma di distrazione di massa, che tanto non comporta niente, altrimenti capace alle europee vi trovate con una marea di parlamentari leghisti in più ed è peggio per tutti, che quelli sono amici di Putin e non è detto siano sempre completamente appecorati come noi. Con l’approvazione definitiva della riforma, ora, come riassume La Stampa, si va incontro a un “taglio deciso e a ritmi serrati del debito, maggiore riduzione del deficit, e poi riforme strutturali a gogo” e a differenza del vecchio patto di stabilità che sì, era più rigido, ma era talmente rigido e irrealistico che alla fine nessuno l’aveva mai rispettato e le infrazioni ormai finivano sistematicamente nel dimenticatoio, col patto riformato “Le regole dovranno essere attuate da subito, pena multe salate che potrebbero arrivare già a giugno”.
Ma perché Giorgiona la madrecristiana e il suo cerchio magico, cresciuti nel mito di Mussolini che Tutto quello che ha fatto, l’ha fatto per l’Italia (cit. Giorgia Meloni), si riducono a imporre all’Italia manovre lacrime e sangue per fare contento l’establishment globalista e liberale di Bruxelles che tanto odiano? Prima di tutto perché è gratis: l’unica opposizione reale al partito unico della guerra e degli affari temporaneamente rappresentato da Giorgia la madrecristiana, infatti, è quella di Giuseppe Conte e dei 5 stelle, l’unico che non si è limitato a mettere la testa sotto la sabbia con l’astensione, ma ha votato contro; “Questo è un governo di patrioti che sta svendendo l’Italia” ha commentato in modo molto ottolino. Ma lo spettro di Daddy Conte non sembra poter impensierire minimamente Giorgia la madrecristiana anche perché, come è stato ampiamente dimostrato, non gode del sostegno dell’establishment di Bruxelles e di Washington senza il quale, molto banalmente, in Italia al governo non ci vai o se, per qualche bug temporaneo nel sistema, ci vai, duri come un gatto in tangenziale.
L’unica opposizione possibile perché organica all’establishment (ancora più di Giorgia stessa) rimane, appunto, quella della sinistra ZTL, dove regna sovrana l’egemonia delle oligarchie transnazionali rappresentate dal gruppo GEDI, un’opposizione che condivide con Giorgia tutte le misure anti-italiane e antipopolari – dalla politica internazionale all’austerity come strumento della lotta di classe dall’alto contro il basso – e che basa tutta la sua battaglia politica sulla guerra culturale che però, ormai, sembra aver definitivamente perso. Giorgia lo sa benissimo ed è per questo che domenica scorsa gli ha dedicato il grosso del lungo comizio che ha tenuto per la chiusura della convention di Fratelli d’Italia a Pescara, scaldando i cuori della sua fan base: La Meloni si candida e promette una spallata alle follie green dell’UE titolava entusiasta La Verità, il giornale di riferimento dell’alt right italiana. Oltre all’immancabile crociata contro l’ideologia green, il discorso di Giorgia è un decalogo esaustivo di tutte le armi di distrazione di massa messe in campo negli anni dai fintosovranisti: dall’Europa che volevano si liberasse della sua identità religiosa e oggi invoca la chiusura delle scuole per la fine del Ramadan al politicamente corretto, tanto di moda nei salotti bene dei quartieri chic delle grandi città occidentali, per finire con l’esigenza di continuare a parlare di mamma e di papà in un’epoca che ha perso il senso dei confini dettati dalla natura, Giorgia coglie con maestria tutte le occasioni che un dibattito pubblico a dir poco demenziale gli ha offerto su un piatto d’argento; e allo zoccolo duro del blocco sociale che la sostiene, tanto basta.
E alla fine anche agli altri, tutto sommato, va bene così perché, nel frattempo, l’agenda del partito unico degli affari e della guerra procede incontrastata su entrambe le gambe: quella militare da un lato – e, cioè, la costruzione della NATO globale e la guerra totale contro i paesi che si ribellano all’imperialismo fondato sul dominio del dollaro e del pentagono – e quella finanziaria – e, cioè, la finanziarizzazione dell’economia degli alleati vassalli di Washington, che è la precondizione affinché gli USA possano permettere alle colonie di armarsi senza temere che le colonie stesse usino la loro forza militare per ritagliarsi uno spazio di autonomia strategica, perché totalmente dipendenti e subordinati al capitale finanziario gestito dai monopoli finanziari privati a stelle e strisce. L’approvazione della riforma del patto di stabilità da parte del governo degli svendipatria dopo il teatrino dell’astensione della settimana scorsa, fa parte esattamente di questo vero e proprio progetto eversivo e anticostituzionale e totalmente bipartisan: una fetta enorme della nostra spesa pubblica, infatti, serve a finanziare il sistema previdenziale e quello sanitario; obbligare il nostro paese, grazie al vincolo esterno, a contenere il deficit mentre sempre più soldi servono per pagare gli interessi sul debito, significa – in soldoni – tagliare drasticamente pensioni e sanità. E quello che manca dovranno pagarlo direttamente i cittadini che, dopo 30 anni di stagnazione salariale, devono essere costretti a destinare una quota sempre maggiore del loro misero reddito residuo ai fondi privati che gli garantiranno di avere una pensione dignitosa e di potersi curare in qualche modo; e questi fondi che gestiscono i soldi (che prima potevamo spendere allegramente per vivere dignitosamente e, d’ora in poi, serviranno per evitare di morire di fame o di malattie) sono i mattoncini di base dell’economia completamente finanziarizzata che le diverse fazioni del partito unico degli affari e della guerra stanno costruendo sulla nostra pelle. Ma non vi incazzate, mi raccomando: pensate che, secondo quanto prospettato da Draghi e da Letta, una bella fetta di queste risorse serviranno per più che raddoppiare la nostra industria bellica, che è indispensabile per andare a sterminare i bambini palestinesi e chissà di quale altro popolo in futuro; insomma, è un sacrificio, ma tutto sommato è per una buona causa.
Al piano distopico della privatizzazione di pensioni e sanità (che la Meloni rende sempre più necessario grazie al suo sì al nuovo patto di stabilità) dedica un paio di articoli molto istruttivi l’inserto economico de La Repubblichina, il principale giornale della finta opposizione al governo dei fintosovranisti: il primo pubblicizza un grande evento di Affari & Finanza dedicato alla previdenza complementare e fa un quadro esaustivo della cuccagna che attende le oligarchie finanziarie; l’articolo, infatti, ricorda come se oggi, in media, la nostra pensione è pari all’81,5% del nostro ultimo stipendio, nel 2050 questa percentuale, nonostante l’aumento dell’età lavorativa, scenderà al 67,6% che per la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani, molto banalmente, non è sufficiente per vivere. “In questo scenario” sottolinea l’articolo “ben si capisce come il ricorso alla previdenza complementare possa ribilanciare la componente pubblica destinata ad assottigliarsi sempre più”; eppure, continua rammaricato l’articolo, “nel nostro paese sono ancora in pochi ad aver intrapreso questa strada”: secondo le stime dello Studio Ambrosetti “La previdenza pubblica oggi contribuisce per il 75% al reddito degli individui con più di 65 anni, mentre la previdenza complementare solo per il 5,3%”. In Germania, elenca con malcelata invidia, sono già al 13,7; in Francia al 15,4 – e questi sono i dilettanti; tra i professionisti, nel Regno Unito si arriva al 41,8, nei Paesi Bassi al 44,9. Le risorse gestite dalla previdenza complementare in Italia sono, in soldoni, ancora spiccioli: appena 223 miliardi, il 12,7% del PIL; non ci compri nemmeno il 10% di una big tech americana (e infatti siamo a un decimo della media OCSE). Quel che manca ancora è una vera e propria miniera d’oro.

Il gruppo JEDI

Il gruppo GEDI sul tema ha organizzato una mega convention che vedrà la partecipazione di tutti i peggiori squali della finanza che discuteranno di come accelerare la finanziarizzazione; ovviamente si parlerà anche di un po’ di cazzate, come l’educazione finanziaria che oggi “colloca l’Italia tristemente all’ultimo posto tra i paesi europei”, ma la ciccia, ovviamente, sta tutta da un’altra parte: rendere il ricorso alla previdenza integrativa sempre più urgente e inevitabile tagliando tutto il tagliabile e, in questo senso, la previdenza deve lavorare in tandem con la sanità. Gli italiani, infatti, possono ancora illudersi di potersi accontentare di sopravvivere con pensioni nettamente inferiori ai loro salari in uscita perché, comunque, hanno ancora accesso a un servizio sanitario che, per quanto devastato, è ancora universale e gratuito; per incentivarli, quindi, il modo migliore è raderlo letteralmente al suolo e, già che ci siamo, affidare quel poco che rimane ad altri fondi integrativi.
Ed è a questo che è dedicato l’altro articolo di Affari & Finanza: Per la sanità integrativa l’obiettivo è far crescere la platea degli iscritti titola. La frustrazione per i privati, nel caso della sanità integrativa, è ancora maggiore che nel caso della previdenza perché la torta, ad oggi, è stata appena appena intaccata: in tutto, infatti, in Italia ad oggi sono iscritti a fondi sanitari integrativi soltanto 16,5 milioni di italiani e raccolgono appena 4 miliardi di euro all’anno; e in grandissima parte si tratta di fondi di categoria, previsti dai contratti collettivi nazionali. Una roba che puzza ancora troppo di socialismo anche se, sottolinea Nino Cartabellotta della Fondazione GIMBE, ha già fatto i suoi bei danni: quando sono stati istituiti nel 1992, infatti, i fondi integrativi dovevano essere dedicati sostanzialmente solo alle prestazioni che non rientrano nei livelli essenziali di assistenza che dovrebbero essere garantiti dal servizio sanitario pubblico; parliamo quindi di prestazioni odontoiatriche, fisioterapia, check up, prevenzione e robe simili, “ma nel corso degli anni” ricorda Cartabellotta “una serie di provvedimenti normativi varati da diversi governi ha previsto che i fondi possano erogare anche fino all’80% delle prestazioni offerte dal servizio sanitario nazionale”. Ora, quindi, che l’idea dei fondi integrativi, passo dopo passo, si è evoluta verso una sostituzione del servizio sanitario e con la spesa sanitaria pubblica che è già oggi il fanalino di coda dell’Europa (ed era già previsto venisse ridotta di poco meno del 15% nei prossimi 3 anni prima ancora che si tornasse a parlare di austerity), la torta è bella pronta per essere infornata e servita agli oligarchi. E su questo, i fautori delle follie green e del politicamente corretto e quelli della grande rivoluzione conservatrice, come la definisce Sechi su Libero, un modo di fare pace lo trovano sempre.
Contro il disegno eversivo del partito unico della guerra e degli affari e contro le armi di distrazione di massa della guerra culturale tra scemo e più scemo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che dia voce ai bisogni concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Roberto Saviano

Gli USA cadono a pezzi

Ennesimo incidente nella logistica USA: il crollo del ponte di Baltimora interrompe le linee di rifornimento sulle rotte atlantiche. L’incidente è un grave danno all’economia nazionale e frutto della finanziarizzazione dell’economia statunitense; decenni di tagli all’economia reale e alle infrastrutture hanno portato alla situazione odierna. Giuliano aveva già fatto il punto con un pippone sull’incidente ferroviario in Ohio, buona visione.

Partito di Sarah Wagenknecht – per un’ Europa libera dalla NATO

Per una Germania e un’Europa sovrana e libera dalla NATO.
Il numero 2 del partito di Sarah Wagenknecht ci spiega come le élite europee hanno tradito i loro popoli e, attraverso la finanziarizzazione delle nostre ricchezze, ci hanno gettato in una crisi economica epocale e in una guerra suicida con la Russia. Il partito di Sarah Wagenknecht ha un progetto sovranista e sviluppista per il proprio paese e per l’Unione Europea che può rappresentare una valida alternativa sia alla sinistra della ZTL che alla destra reazionaria.

La GUERRA TOTALE degli USA di Biden contro il resto del pianeta, fino all’ULTIMO EUROPEO

Su una cosa sono tutti d’accordo: il discorso di giovedì scorso di Biden per l’annuale Stato dell’Unione è stato un discorso storico anche se, per ognuno, per un motivo diverso. La più entusiasta di tutti è la sinistra ZTL: Sleepy Joe si sveglia titola Il Manifesto; “A testa bassa contro Trump e l’Alta Corte” continua, “nel discorso sullo Stato dell’Unione il presidente Biden sorprende media e avversari e risale nei sondaggi”. Ancora più enfasi sul Domani, che minaccia un bivio storico: o retorica dem o barbarie. L’argine di Biden alla barbarie di Trump titola a 4 colonne: “Il tonante discorso sullo Stato dell’Unione detta il passo della campagna elettorale”; il suo intervento, sottolinea il giornale del compagno de Benedetti, sarebbe un vero e proprio “grido di battaglia per difendere la democrazia”. Un Biden da leccarsi i baffi rilancia anche l’altra sponda del partito unico della guerra e degli affari; secondo Il Foglio “quel che resta di una serata che meglio di così non poteva andare è la fierezza di Biden, che ha rovesciato il tavolo di una campagna elettorale che pareva destinata a stare sulla difensiva e la consapevolezza che democrazia e libertà non sono beni da dare per scontati, nemmeno nell’America che li ha sempre avuti a cuore”. Come Trump, più di Trump, peggio di Trump ribatte invece Libero che, incredibilmente, da testata ufficiale del fasciocomplottismo più spudorato accusa Biden di aver tenuto “un discorso populista” e “pieno di furbizie”, anche se gli riconosce di essere stato “stranamente lucido”. Di un Biden incredibilmente “vigoroso e all’attacco” parla anche l’immancabile Edward Luttwack sul Giornanale, che suggerisce “se non parla di trans e confini può vincere”, una tesi che per essere supportata ha bisogno di un paio di fake news che al Giornanale credo siano imposte da contratto per vedersi pubblicato un articolo; secondo Luttwack, infatti “nel suo discorso Biden ha saggiamente evitato di menzionare l’attivismo transgender della sua amministrazione” e “la scelta di Biden di non sfiorare neppure questo argomento ha funzionato”. Insomma… La Stampa invece opta per un registro diametralmente opposto e, festeggiando con un giorno di ritardo l’8 marzo, la butta sul femminismo delle ZTL; Biden, fattore donna titola, e riporta anche un altro aspetto ignorato da tutti gli altri media: “Pronto a bandire Tiktok”. Che strano… questo passaggio me lo sono perso; e pensare che, sul tema, sono anche fissato. Mentre Sleepy Joe si risveglia, sono rincoglionito io? Di sicuro, ma forse non a questo giro: nella trascrizione del discorso, infatti, la parola Tiktok non compare; il virgolettato della Stampa, in bella mostra sul titolo, è completamente inventato, tanto per cambiare. Anche questo fa parte della lotta contro le fake news e la disinformazione russa?

Joe Biden

Tra fake news, tifo da stadio, facili entusiasmi e altrettanto facili accuse strampalate, quello che colpisce di come i nostri media parlano del discorso di Biden è la chiara sensazione che non l’abbiano manco ascoltato e che, se l’hanno ascoltato, non c’abbiano capito proprio tantissimo, come se fosse un Putin o un Li Qiang qualsiasi; nell’ultima settimana, infatti, si sono seguiti i 3 interventi più importanti dell’anno da parte delle 3 leadership delle 3 grandi potenze globali e il trait d’union di come le ha riportate la nostra stampa è stato sostanzialmente uno solo: non aver capito assolutamente una seganiente di quello che c’era in ballo. Non dovrebbe sorprendere: siamo in una fase di trasformazione senza precedenti e le grandi potenze stanno strutturando il modo in cui intendono affrontarla nel tentativo di determinarne gli esiti; entrare nel merito di questa dialettica, per le nostre élite e per i loro organi di propaganda, molto banalmente non è fattibile, sia perché l’Europa non è una grande potenza autonoma – e quindi non ha niente da dire se non subire passivamente – ma ancora di più perché dovrebbe ammettere che il grande, storico discorso di Biden sostanzialmente significa una cosa sola: l’Occidente collettivo è in guerra col resto del mondo e a pagare i costi della guerra saranno i nostri alleati. In questo video cercheremo di analizzare le parole di Biden da questo punto di vista; un lavoro che tocca a noi fare perché c’è un Mondo Nuovo che avanza e pensare che a raccontarcelo saranno i vecchi media è semplicemente velleitario.
E giù di standing ovation, la prima di una lunga serie: prima di addentrarci nei contenuti dell’ora di comizio che Biden ha tenuto al congresso giovedì scorso, volevamo concentrarci su una piccola nota di costume che, però, aiuta a comprendere diverse cosine. Nei giorni scorsi abbiamo assistito prima alle due ore di discorso di Putin di fronte all’Assemblea Federale e poi al discorso annuale del premier cinese LI Qiang di fronte all’Assemblea nazionale del popolo; in entrambi i casi, sembrava di essere a una conferenza: molti dettagli tecnici, pochissime frasi ad effetto, nessuna standing ovation. Dal punto di vista comunicativo lo zero assoluto, dei veri e propri dilettanti. Nella patria di Hollywood, però, le cose funzionano diversamente: lo Stato dell’Unione, più che un momento di riflessione politica, sembra un copione di Spielberg. Il meccanismo è molto semplice: frasi a effetto che raramente superano i 20 secondi supportate da una standing ovation, una dietro l’altra, decine e decine di volte; se uno si concentrava sulla vicepresidente Kamala Harris, alle spalle di Biden, più che un comizio sembra una sessione di fitness e, tra una standing ovation e l’altra, il colpo di genio. Perfettamente coordinato con la regia, ogni tanto la telecamera si concentrava su un membro del pubblico che, pochi secondi dopo, veniva chiamato in causa da Biden come esempio concreto delle magnifiche sorti e progressive di 3 anni di Bidenomics e del sogno americano più in generale – dal capo del sindacato degli automobilisti accompagnato dall’operaio della fabbrica di auto dell’Illinois risollevata da Biden, alla cosiddetta voce di Selma, la cantante Bettie Mae Fikes, simbolo della resistenza alla repressione razzista del governo USA che nel marzo del 1965 si abbatté sui manifestanti per i diritti civili in Alabama. D’altronde, nella politica USA la coreografia non è solo importante: è il cuore di tutto; è quello che la distingue dalle altre dittature. Una dittatura smart, camuffata dietro allo sfavillio della società dello spettacolo, e con degli sceneggiatori da Oscar.
Ma, al di là della coreografia, c’è anche la ciccia; il nocciolo fondamentale del discorso di Biden, dal nostro punto di vista, sta esattamente tutto qui: la grande controrivoluzione neoliberista, fondata su globalizzazione e finanziarizzazione – entrambe fortemente sostenute, per oltre 40 anni, da Biden stesso anche in ruoli chiave nell’amministrazione – hanno reso gli USA incredibilmente vulnerabili sia esternamente perché, al contrario delle previsioni, hanno permesso l’emergere di altre potenze che ora minacciano la democrazia USA (che tradotto significa appunto, banalmente, il dominio del grande capitale USA sull’intero pianeta), sia internamente, perché hanno minato dalle fondamenta la tenuta sociale del paese e hanno così favorito l’ascesa di ogni sorta di avventurismo politico, che ora mette a repentaglio dall’interno il sistema nel suo complesso. Trump, con il suo Make America great again, ha rappresentato un primo tentativo di reazione a questa deriva, ma non ha funzionato e non può funzionare: prima di tutto perché, dal punto di vista della politica economica, per tornare a crescere gli USA hanno bisogno di un nuovo patto sociale di carattere fondamentalmente socialdemocratico; questo implica in primo luogo, come ci insegna Michael Hudson, dare un colpo alle rendite a partire, ad esempio, da quelle che ogni anno Big Pharma estrae dall’economia USA. L’altro aspetto fondamentale, sempre come spiega Michael Hudson, è investire il governo del dovere di creare le precondizioni per una produzione competitiva e, cioè, sviluppare quelle che genericamente si chiamano forze produttive – e cioè le infrastrutture materiali come, se non di più, quelle immateriali, a partire da una forza lavoro adeguatamente preparata e istruita: senza un governo in grado di sviluppare le forze produttive, tornare a essere competitivi è una chimera. Se, da un lato, hai un paese dove lo sviluppo delle forze produttive è affidato direttamente al governo e allo Stato – che ha come unico obiettivo abbassare i costi complessivi – e dall’altro, invece, è tutto in mano ai privati che hanno come unico scopo quello di estrarre la rendita più alta possibile, tra i due, in termini di competitività, non c’è scozzo.
Nell’Occidente collettivo innamorato delle privatizzazioni, questo inconveniente è stato parzialmente aggirato scaricando il costo che l’estrazione di rendite ha sulla società direttamente sulle spalle dei lavoratori, ma il risultato – alla fine – non cambia granché: rimane il fatto che un pezzo sempre più grande della ricchezza prodotta, invece di contribuire alla crescita dell’economia nel suo complesso, finisce nelle tasche di una ristretta oligarchia sotto forma di rendita e l’economia nel suo insieme diventa sempre meno produttiva. Il problema, ovviamente, è che per finanziare questa funzione che lo Stato e il governo devono svolgere per il bene di tutta l’economia servono tanti quattrini e quei quattrini arrivano dalle tasse; peccato che gli USA, comprese le amministrazioni nelle quali Biden ha ricoperto ruoli di primissimo piano (o, almeno, ha sostenuto con vigore) quelle tasse non abbiano fatto altro che ridurle continuamente e, ovviamente, non in maniera equa: i lavoratori, sempre più impoveriti, hanno continuato a pagare sempre le stesse tasse, mentre alle grandi corporation che li sfruttavano – e agli oligarchi che le possedevano – venivano fatti regali sempre più corposi.
Insomma: Rimbambiden non sembra poi così rimbambito; cosa sarebbe necessario fare per Make Amaerica great again, tutto sommato, ce lo ha chiaro e, di fronte a un avversario che continua a proporre tasse più basse per i super ricchi e il minimo ruolo possibile immaginabile per lo Stato e il governo come un Milei qualsiasi, propone un ritorno alla cara vecchia formula socialdemocratica che è l’unica che può garantire la crescita. Ed ecco così che, anche comprensibilmente, la sinistra delle ZTL ritrova il suo campione. C’è solo un piccolo problemino: il fatto è che la socialdemocrazia ai tempi del derisking state e, cioè, dello Stato che ha come sua prima missione quella di eliminare i rischi alla grande rendita finanziaria, molto banalmente, si riduce a una formula retorica. Biden vuole combattere il peso che le rendite scaricano sull’economia nazionale, ma si scorda della rendita più grande di tutte: la rendita dei monopoli finanziari; sono loro a imporre una tassa gigantesca su tutto il resto della società e a fare in modo che una quantità enorme di ricchezza esca dai circuiti produttivi e vada direttamente in tasca alle oligarchie USA – e degli alleati degli USA – ma a loro, in un’ora abbondante di discorso, non si fa cenno. Non potrebbe essere altrimenti: la campagna elettorale USA è, in grandissima parte, una competizione sfrenata a chi raccoglie più fondi e quindi, banalmente, a chi offre la prospettiva più vantaggiosa a chi detiene il grosso della ricchezza e Biden, da questo punto di vista, sta letteralmente asfaltando il suo competitor.
Tutta fuffa, quindi? Non esattamente, perché a sostenere il gigantesco costo che comporta farsi succhiare il sangue dalle oligarchie non devono essere necessariamente i lavoratori USA; a far quadrare i conti ci può pensare anche qualcun altro: l’imperialismo e il colonialismo, d’altronde, hanno sempre funzionato così. Il problema oggi, però, è che il Sud del mondo sembra aver iniziato ad alzare la testa e di pagare i conti USA non sembra avercene più tanta voglia. Chi li pagherà quindi? Esattooooo! TE. PROPRIO TE: te e tutti quelli come te che vivono nel giardino ordinato delle democrazie europee ai tempi dell’iperimperialismo USA. Oddio, in realtà non proprio tutti tutti: c’è anche un 1% che, in realtà, ci guadagna e sono gli unici a essere rappresentati dalle nostre élite politiche e dalla propaganda al loro servizio, una piccola élite compradora che, per conto dell’egemonia USA, succhia il sangue a tutti i suoi concittadini e li riempie pure di puttanate propagandistiche, un segreto di Pulcinella che, però, per i nostri media al servizio delle oligarchie rimane ancora inconfessabile.
Ed ecco così spiegato com’è che sui nostri media mainstream non troverai traccia del vero, profondo, storico contenuto del grande discorso di Joe lo sveglio: è il piano di una rapina e i proprietari dei nostri media sono il suo palo. Per non vivere nel mondo delle pete candite e continuare a farci rapinare senza manco rendercene conto, abbiamo bisogno di un media che, invece che alla propaganda dell’1%, dia voce agli interessi concreti del 99. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Maurizio sambuca Molinari

“Sono Ottimista. L’Europa collasserà” – lo scoppiettante esordio di MICHAEL HUDSON su Ottolina Tv [INTEGRALE]

Cerca qualcuno che ti guardi come Il Marru guardava Michael Hudson durante l’ora e mezza abbondante di intervista. “Sei ottimista sul ruolo che potrebbero ricoprire l’Europa e l’Italia in questa costruzione di un nuovo ordine multipolare nel quale tutti speriamo?” gli abbiamo chiesto: “Certo,” ha risposto “sono molto ottimista…” “… perché l’Europa collasserà e dopo dovrà scegliere: Socialismo o Barbarie. E io sono ottimista che sceglierà il Socialismo e dimostrerà che quando Margaret Thatcher affermava che non esiste nessuna alternativa si sbagliava. L’alternativa esiste e si chiama SOCIALISMO”. La prima volta del più grande economista vivente doppiato in italiano per costruire non solo un MEDIA, ma una vera e propria RIVOLUZIONE CULTURALE dalla parte del 99%. Per farlo abbiamo bisogno del tuo sostegno: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è MARGARET THATCHER ?‍♀️

“Sono Ottimista. L’Europa collasserà” – lo scoppiettante esordio di MICHAEL HUDSON su OttolinaTV

Ottoliner ben ritrovati; oggi per ogni ottoliner che si rispetti, è un gran giorno. Finalmente, a circa due anni dalla nascita del nostro progetto, abbiamo con noi l’economista che probabilmente più di ogni altro ci ha guidato e ispirato: il leggendario Michael Hudson, l’autore di Superimperialism, il libro che per primo ha svelato a tutto il mondo la nascita dell’imperialismo finanziario USA e della dittatura globale del dollaro. Ieri abbiamo rapito Michael per oltre due ore; il risultato verrà pubblicato a breve in versione integrale. Oggi, però, ci premeva darvi subito un piccolo ma succulento anticipo e non potevamo che concentrarci su quello che, probabilmente, è l’aspetto più attuale e urgente dell’analisi di Hudson; di fronte al conflitto epocale tra Occidente collettivo e Sud globale, infatti, anche a questo giro sembra regnare sovrana la confusione e c’è chi sproloquia di fantomatici conflitti inter – imperialistici, come se tra il capitalismo finanziarizzato delle oligarchie USA e lo stato sviluppista cinese non ci fosse poi chissà che differenza. Lo scontro in atto, in sostanza, sarebbe uno scontro tra soggetti tutto sommato equivalenti, dettato esclusivamente dalla stessa volontà di potenza e quindi, in soldoni, non ci riguarderebbe; anzi, alla fine – padrone per padrone – meglio la democrazia statunitense, con la sua libertà di espressione e di organizzazione politica e sindacale, del turbocapitalismo cinese. Hudson da anni conduce una battaglia intellettuale senza esclusione di colpi per cercare di spiegare perché questa impostazione sia sostanzialmente una gigantesca puttanata e oggi, per la prima volta, il perché lo potete sentire direttamente da lui in italiano, grazie al doppiaggio del nostro mitico Diego Cossentino. Il capitalismo industriale dell’economia politica classica non è il paradiso: non ci assomiglia neanche lontanamente; il paradiso non esiste.
La storia, il progresso e la democrazia moderna però sì, esistono eccome e per riprendercele dobbiamo ultimare il lavoro che le rivoluzioni borghesi avevano iniziato ormai qualche secolo fa e sbarazzarci definitivamente dei parassiti. Per farlo ci serve un vero e proprio media, uno di quelli che, ad esempio, è in grado di portare per la prima volta sul web italiano un gigante come Michael Hudson, per uscire dal pantano del pensiero dominante e del declino e ridare voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Margaret Thatcher

SCOMMESSE AL POSTO DEL WELFARE: come BlackRock ha imparato ad amare i Bitcoin – ft. A. Volpi

Consueta intervista con Alessandro Volpi in ambito economico. Torna d’attualità la questione bitcoin, come già affrontato in questo ultimo video e che riprendiamo con l’intervista al Prof. Volpi. Buona visione

IL SUICIDIO DELLA GERMANIA – Come 20 anni di neoliberismo hanno fatto più danni di due guerre mondiali

C’era una volta la Germania: patria della filosofia classica e del socialismo scientifico, la leggenda narra che nonostante le dimensioni tutto sommato ridotte, il peso demografico limitato e la relativa scarsezza di risorse naturali, fosse un paese così cazzuto che, per impedirgli di conquistare il resto del mondo, tutti gli altri si sono ritrovati costretti a mettere da parte le differenze e a coalizzarsi, due volte, e senza mai risolvere davvero il problema. Il trucco magico? Si chiama stato sviluppista: consiste nel fatto che lo stato interviene a gamba tesa per tenere a freno le tendenze naturali di quello che gli analfoliberali chiamano libero mercato – ma che non ha niente a che fare con il mercato – e l’unica forma di libertà che conosce è la libertà del più forte di appropriarsi del grosso della torta con ogni mezzo necessario. Questo fantomatico libero mercato ha l’innata capacità di rendere la società sempre più iniqua e disumana ma, allo stesso tempo, anche totalmente disfunzionale; ecco perché, narra la leggenda, non aveva mai conquistato il cuore dei tedeschi che, in quanto a ferocia, non avevano certo da invidiare nessuno ma almeno – pare – non si facevano infinocchiare dalle superstizioni strampalate che andavano così diffuse nel mondo anglosassone.
Lo stato sviluppista si fonda su un’idea piuttosto semplice, e cioè che lo stato è lo strumento più adatto per creare le precondizioni affinché l’economia sia davvero produttiva; si occupa di costruire tutte le infrastrutture necessarie, sia materiali che anche immateriali, a partire dall’istruzione di massa e la diffusione di tutte le competenze necessarie. Lo stato sviluppista, inoltre, si occupa di fornire alla popolazione quei servizi di base necessari per la riproduzione – a partire dalla salute -, ma anche tutti quei servizi di cura che altrimenti ricadrebbero sulla popolazione femminile che, quindi, non sarebbe nelle condizioni di contribuire in modo produttivo all’economia; pianificando e socializzando tutte queste attività, lo stato sviluppista ne riduce al massimo i costi complessivi e permette di concentrare il grosso della ricchezza prodotta negli investimenti produttivi e, quindi, nella crescita e nello sviluppo. E così, nel medio/lungo periodo, i paesi che si fondano su uno stato sviluppista diventano – necessariamente – economicamente molto più performanti di quelli dove prevale la superstizione arcaica del libero mercato e dove quei servizi sono forniti da delle oligarchie parassitarie che ci fanno la cresta sopra appropriandosi così, in modo predatorio, di un pezzo consistente della ricchezza prodotta dalla società; e l’efficacia tra questi due diversi sistemi è così macroscopica che anche se radi al suolo lo stato sviluppista per due volte, ecco che quello, nell’arco di qualche decennio, rialza la testa ed è di nuovo pronto ad asfaltarti. Fino a quando, un bel giorno, uno strano morbo non è riuscito a ottenere definitivamente quello che due guerre mondiali erano soltanto riuscite a rimandare temporaneamente: quel morbo si chiamava neoliberismo; un morbo devastante in grado di fare tabula rasa di ogni capacità di creare benessere e ricchezza per le popolazioni e che si diffondeva a macchia d’olio per tramite di un orribile insettino infestante chiamato finanziarizzazione. E questa, allora, è la storia di come vent’anni di neoliberismo hanno fatto più danni di due guerre mondiali.

Seymour Hersch

La disfatta totale dell’Occidente collettivo in Ucraina è anche la storia di uno dei più incredibili misteri dell’era moderna; fino ad allora, infatti – che io ricordi – non era mai successo che un governo venisse messo in ginocchio da un attacco militare devastante e, invece di incazzarsi, ringraziasse pure: eppure è esattamente quello che è successo con la vicenda del Nord stream. Come ci ha raccontato il buon vecchio Seymour Hersh, infatti, non solo dietro l’attentato c’è la mano di Washington, com’è abbastanza ovvio, ma i tedeschi lo hanno pure sempre saputo: eppure, muti. D’altronde le avvisaglie c’erano già: quasi ormai 10 anni fa scoppiava il caso delle intercettazioni USA nei confronti di Angelona Merkel; nel 2015, poi, wikileaks entrò in possesso di alcuni documenti che dimostravano come le intercettazioni USA andassero ben oltre quell’episodio, sia nello spazio che nel tempo. Le intercettazioni, infatti, risalivano a ben prima, ricoprendo tutta l’era del governo Schroeder e ancora oltre – a partire dall’amministrazione Kohl – e, in tutto, avrebbero riguardato qualcosa come oltre 125 utenze telefoniche di alti funzionari; ma la cosa ancora più inquietante è il sospetto piuttosto fondato che a collaborare con lo spionaggio USA ci si fosse messa direttamente anche la BND – l’intelligence tedesca – che quindi si confermerebbe essere poco più che uno strumento in mano agli USA per limitare l’autonomia e l’indipendenza delle cariche elettive tedesche. Il deep state tedesco, in soldoni, funzionerebbe a tutti gli effetti come una forza di occupazione che riferisce più a Washington che non a Berlino: sorvegliare una fetta consistente di classe dirigente è il prerequisito necessario per tenerla concretamente in pungo grazie all’arma del ricatto, perché tra le classi dirigenti dell’occidente globale in declino, rispettare pedissequamente la legge è più l’eccezione che la regola e – con la dovuta pazienza – chiunque, prima o poi, diventa vulnerabile.
Olaf Scholz, ad esempio, è invischiato in un losco affare di presunta corruzione che risale a quando era sindaco di Amburgo: è lo scandalo dei cum-ex, lo schema fraudolento che avrebbe permesso a una rete di banche e banchieri – legati a vario titolo a Scholz – di evadere qualcosa come 280 milioni di euro di tasse; “Lo scandalo cum-ex sottolinea il sempre ottimo Conor Gallagher su Naked Capitalism “è come una spada di Damocle che incombe sul cancelliere Scholz”. Il caso era tornato alla ribalta, infatti, nel gennaio scorso – e cioè nel periodo durante il quale Scholz si era dimostrato piuttosto titubante riguardo all’invio dei Leopard tedeschi in Ucraina; dopo poco Scholz cede, e anche la vicenda dei cum-ex sparisce dai radar fino ad agosto, quando – te guarda a volte il caso – Scholz di nuovo esprime qualche perplessità sull’idea di mandare nuovi armamenti. Ecco allora che sui giornali torna lo scandalo cum-ex e, nel giro di un paio di settimane, riecco Scholz che cambia idea. Questa volta, forse, una volta per tutte. Sosterremo l’Ucraina “per tutto il tempo necessario” aveva infine dichiarato il 28 agosto.

Conor Gallagher

Ma se le trame oscure dello spionaggio e della corruzione sicuramente rivestono sempre un ruolo significativo, la scelta deliberata delle élite tedesche – come dice ancora Gallagher su Naked Capitalism – “di imporre il declino economico alla stragrande maggioranza dei suoi cittadini” è di una portata tale che sarebbe un po’ superficiale pensare non vi siano ragioni strutturali profonde. Per dare un quadro esaustivo e scientificamente solido ci vorrebbe un lavoro che va un po’ oltre un video di Ottolina; proveremo a farlo un po’ a pezzi nei prossimi mesi. Intanto proviamo a mettere insieme un po’ di elementi. Primo tassello: a partire dalla fine degli anni ‘90 la Germania, che era – e ancora oggi continua ad essere – di gran lunga la prima potenza industriale del vecchio continente, ha applicato politiche salariali ultra – restrittive; per quanto, vista dall’Italia, ci possa sembrare un’affermazione un po’ paradossale, i lavoratori tedeschi guadagnano poco. Sicuramente guadagnano poco rispetto alla produttività, che aveva raggiunto ottimi standard proprio grazie all’azione dello stato sviluppista dei decenni precedenti. Le aziende tedesche, però, non si sono limitate a pagare relativamente sempre meno i lavoratori tedeschi, ma hanno ridotto ulteriormente il costo del lavoro delocalizzando in giro, a partire dal resto dell’Europa che è diventato, in buona parte, un continente di subfornitori dell’industria tedesca; grazie alla ristrettezza salariale e alle delocalizzazioni, le aziende tedesche hanno aumentato i margini di profitto: un’ottima occasione per investire ancora di più e reggere così la competizione dei paesi emergenti che, nel frattempo, stavano crescendo come treni. Macché; mentre i salari stagnavano e i profitti aumentavano, gli investimenti, invece, crollavano, come certificava – già nel 2014 – una celebre ricerca della fondazione Friederich Ebert, il think tank del partito socialdemocratico: “A partire dal 2000 la percentuale di investimenti rispetto al PIL in Germania è crollata in fondo alla classifica dell’eurozona, passando dal 21% del 2000, al 17% del 2013”. Nel 1992 era al 24%, 5 punti sopra la media dell’eurozona; gli investimenti in macchinari pesavano per oltre il 10% del PIL nel 1991: nel 2013 erano scesi sotto il 6%. Che fine facevano questi profitti? Semplice: scappavano. Come ha sottolineato recentemente anche il centro studi dell’OCSE, “a partire dai primi anni 2000, la Germania ha sperimentato un forte deflusso di capitali privati” e, in buona parte, scappavano prima di essere tassati – via paradisi fiscali.
Le banche tedesche s’erano proprio specializzate: come denunciava, già nel 2013, un’inchiesta dell’International Consortium of Investigative Journalists “Deutsche Bank ha aiutato i clienti a mantenere centinaia di entità offshore”; “L’unità di Singapore della più grande banca tedesca” riportava l’articolo “ha contribuito alla nascita di società e trust nei paradisi fiscali”; tutti soldini che mica rimanevano lì a fare la muffa, e indovinate dove andavano a finire? Ma nelle bolle speculative USA, ovviamente; e la Germania si impoveriva: se nel 2010 la sua ricchezza era il 5,7% della ricchezza complessiva globale, nel 2022 la quota era scesa a un misero 3,8% mentre il paese cadeva a pezzi. Perché se da oltre 20 anni gli investimenti privati languono, quelli pubblici proprio sono letteralmente scomparsi, e hanno pure iniziato prima. In questo grafico viene riportato l’andamento del valore complessivo degli investimenti fissi fatti dal pubblico:

la Germania è di gran lunga il paese peggiore tra i principali paesi occidentali – Italia compresa – e, tra il 2004 e il 2013, il valore complessivo delle sue infrastrutture pubbliche non si è limitato a rimanere al palo, ma è addirittura diminuito: non solo non costruivano nuove strade, o nuovi porti, o nuove reti di trasporto urbano; manco riuscivano a mantenere quelle che avevano.
E il furto continua: secondo una recente ricerca della Confederazione dei sindacati europei, dal 2019 ad oggi la quota destinata ai profitti rispetto al PIL complessivo in Germania è cresciuta addirittura del 6%, ma la quota degli investimenti non è cresciuta nemmeno di un centesimo; le élite tedesche stanno rapinando quello che rimane della loro economia reale per portarlo a far fruttare nel grande casino delle speculazioni finanziarie in dollari e lo fanno attraverso i paradisi fiscali, in modo da non lasciare a casa manco la quota destinata alle tasse. E’ del tutto normale quindi che, mentre la stragrande maggioranza della popolazione tedesca tocca con mano il declino, le élite economiche – e quelle politiche che rispondono solo ed esclusivamente a loro, magari abbellendo questa ferocia classista con un po’ di puttanate woke stile Annalena Braebock – molto semplicemente non vedano il problema; lo dimostrano in modo eclatante i sondaggi di Eurobarometro riportati, sempre dal buon Gallagher, su Naked Capitalism: a livello europeo, sottolinea Gallagher, “il 66% della classe operaia ritiene che la propria qualità di vita stia peggiorando, ma solo il 38% degli appartenenti alle classi superiori la pensa allo stesso modo” e riguardo alla guerra in Ucraina e alle sanzioni che sono seguite, continua Gallagher, “il 71% della classe operaia ritiene che li danneggi, ma solo il 40% della classe sociale più alta condivide questa prospettiva”. E a questa differenza di condizioni materiali, ovviamente, consegue una divergenza radicale di visioni politiche: come ricorda sempre Gallagher “solo il 35% della classe operaia ha fiducia nella commissione europea. Tra le classi agiate la fiducia sale al 68%”; idem nei confronti della Banca Centrale Europea: 33% contro 67%. Perché? Presto detto: con la ristrettezza monetaria la BCE uccide l’economia reale europea ma mantiene un euro relativamente forte; chi vive, in toto o in parte, di esportazione di capitali – ad esempio attraverso l’adesione a qualche fondo che investe nei mercati azionari USA – la morte dell’economia reale è un prezzo congruo da sostenere se, in cambio, gli si garantisce che i propri investimenti in dollari continuano a crescere di valore.
Invertire la rotta dell’economia europea sarebbe ancora possibile ma, per farlo, servirebbe il ritorno dello stato sviluppista: investimenti, spesa pubblica e integrazione con i grandi mercati emergenti. Troppa fatica; molto più semplice prendere i pochi soldi che rimangono e fuggire, mentre si fomenta la carneficina dei ragazzini ucraini sul fronte e lo sterminio dei bambini arabi nelle loro case: basta che il tutto sia green e gender friendly.
Prima che ti finiscano di rubare tutto, allora, un piccolo consiglio per gli acquisti natalizi e se, dopo che vi siete rivestiti di tutto punto, vi avanzano due eurini dalla tredicesima, il migliore investimento possibile lo sai già: aiutaci a costruire il primo media che, invece che alle puttanate dell’élite rapinatrice e globalista, dà voce agli zoticoni che fanno parte del 99%. Aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Annalena Braebock

VIA DALLA SETA: L’Export italiano rinuncia al più grande mercato del Mondo per far contenti gli USA

Addio a Pechino”, titola La Stampa; Il Foglio: “Meloni smaschera il bluff della seta”; “Il patto stracciato con la Cina rafforza Meloni”. L’entusiasmo per la fine ufficiale dell’anomalia italiana, unico paese del G7 ad aver aderito al megaprogetto cinese dalla Belt and Road Initiative, è totalmente bipartisan con un’unica eccezione: “Conte grida all’autogol” titola Il Giornalema nemmeno i suoi alleati lo ascoltano”.
La fine della luna di miele tra l’amministrazione coloniale italiana e la più grande economia del pianeta è una morte annunciata dopo 4 anni di coma; nata dal colpo di mano dell’unico presidente del consiglio della seconda repubblica a non essere espressione diretta di Washington e delle oligarchie finanziarie a stelle e strisce, la gigantesca opportunità di rappresentare il terminale mediterraneo delle rotte commerciali cinesi è stato affossata dai suprematisti ultra – atlantisti sin dall’inizio; una innata vocazione al suicidio. L’Italia, infatti, tra i grandi paesi europei è – in assoluto – quello che, fino ad allora, era riuscito meno di tutti a cogliere le occasioni che l’ascesa cinese presentava, subendone esclusivamente gli aspetti negativi: colpa della natura del suo tessuto produttivo fatto di piccolissime imprese a bassissimo valore aggiunto che, invece di integrarsi con la potenza industriale cinese, si sono limitate a delocalizzare il delocalizzabile senza mai riuscire ad attrarre investimenti significativi e, addirittura, senza mai riuscire a conquistare fette di mercato. Quando sono andato per la prima volta in Cina nel 2015 – proprio per provare a toccare con mano come ci stavamo muovendo – quello che mi sono trovato di fronte era da mani nei capelli: nei supermercati di prodotti importati di alta fascia, Spagna, Francia e Cile occupavano interi settori; i prodotti italiani erano relegati agli angoli, e spesso era solo italian sounding. Il padiglione italiano che, dopo l’Expo di Shanghai del 2010, era rimasto attivo come vetrina del made in Italy veniva smantellato proprio in quei giorni e, mano a mano che si procedeva verso l’alto della catena del valore, le cose andavano solo peggio. L’Italia era assente in tutto: automotive, meccanica, chimica, energia; l’adesione alla Via della Seta era un tentativo disperato per cominciare a colmare quel gap, una necessità talmente evidente che in realtà – anche se a siglare l’accordo, alla fine, è stato il governo Conte – le trattative erano in corso già da un paio di anni, e ad avviarle era stato uno dei politici italiani più sensibili ai dictat di Washington, l’ex maoista pentito Paolo Gentiloni – e addirittura con la benedizione di Mattarella. Purtroppo però, sottolinea Antonio 7 cervelli Tajani, l’accordo “non ha prodotto gli effetti sperati”, e graziarcazzo: le trattative su un ruolo dei cinesi nei nostri porti sono state sistematicamente boicottate dai Chicago boys infiltrati nelle nostre amministrazioni.

Mario Draghi

Poi è arrivato il covid, e poi è arrivata una pandemia ben peggiore: san Mario Pio da Goldman Sachs, noto come il migliore – nel senso di il migliore emissario ufficiale delle oligarchie finanziarie a stelle strisce. Tajani oggi si lamenta di quanto l’adesione alla Belt and Road non abbia fatto aumentare gli investimenti cinesi in Italia: maddai! San Mario Pio – liberista a giorni alterni -sin dal suo insediamento, per compiacere il padrone a Washington, ha bloccato sistematicamente ogni investimento cinese in Italia ricorrendo al Golden power; da quando è entrata in vigore la norma sul Golden power nel 2012, infatti, l’Italia l’ha utilizzata appena sette volte, sei delle quali contro la Cina, cinque delle quali con il governo Draghi. Insomma: com’è ovvio, il mancato rinnovo dell’accordo non ha niente a che vedere con i nostri interessi di stato sovrano – molto banalmente perché sovrani non siamo; è un messaggio politico e simbolico che Washington manda a Pechino, sulla nostra pelle: il Nord globale è cosa nostra e, se tocchi me, tocchi tutti.
Ma cosa si saranno inventati, a questo giro, i nostri media di regime per coprire questa ennesima sconigliata masochistica dell’Italia?
“Meglio tardi che mai” scrive Gian Micalessinofobia su Il Giornale, “ma soprattutto” sottolinea “meglio adesso”; infatti, spiega Micalessinofobia – che capisce qualchecosellina di come non beccarsi una pallottola mentre fai un reportage di guerra, ma in economia non è esattamente ferratissimo – ora “la nave dell’economia cinese sta rivelando tutte le sue falle”. Il riferimento, però, non è tanto alle boiate di Rampini sul PIL o a quelle della Pompili sul calo immaginario della produttività; Micalessinofobia, infatti, spiazza tutti e si inoltra in sentieri inesplorati: il riferimento è a “un comunicato pubblicato venerdì scorso che intima a banche, fondi pensione, assicurazioni e istituzioni finanziarie” – pensate un po’ – addirittura “di allinearsi ai principi del marxismo”. Hai capito il turbocapitalismo cinese? Micalessinofobia – porello – non lo può sapere, ma il “comunicato” a cui fa riferimento, in realtà, è probabilmente il documento che più di ogni altro testimonia quanto la Cina, in questa fase storica, sia perfettamente allineata con gli interessi del 99%: “Seguire fermamente il percorso dello sviluppo finanziario con caratteristiche cinesi” si intitola, ed è il documento che detta la linea delle riforme finanziarie che la Cina dovrà mettere in campo nei prossimi 5 anni; un vero e proprio vademecum per la lotta alla finanziarizzazione e alle oligarchie finanziarie, in difesa del lavoro e dell’economia reale. “Nel processo di sviluppo dei paesi occidentali” si legge nel documento “la rivoluzione finanziaria incentrata su banche commerciali, moderni mercati dei capitali, banche di investimento e capitale di rischio, ha promosso le tre rivoluzioni industriali dell’umanità, e fornito il sostegno finanziario che ha permesso la modernizzazione dei paesi occidentali, ma allo stesso tempo” continua “sotto l’ideologia capitalista, il capitale finanziario ha messo in luce la sua tendenza ai monopoli, la sua predatorietà e anche la sua fragilità, che non solo hanno causato un enorme divario tra ricchi e poveri, ma hanno anche innescato innumerevoli crisi economiche e finanziarie”. Tutta colpa della finanziarizzazione, e cioè dell’inversione del rapporto gerarchico tra economia reale ed economia finanziaria: non più l’economia finanziaria al servizio dell’economia reale come strumento per una più efficace allocazione delle risorse e per la riduzione dei rischi e la stabilizzazione dei cicli economici, ma – al contrario – come meccanismo per l’estrazione di risorse dall’economia reale per alimentare le bolle speculative. “La finanza separata dall’economia reale” prosegue il documento “è un albero senza le radici. Senza il sostegno di un’economia reale forte, la prosperità finanziaria sarà soltanto una bolla”.
L’innovazione finanziaria con caratteristiche cinesi, al contrario, deve servire interessi diametralmente opposti: deve favorire la circolazione dei capitali, ma solo per garantire un’allocazione più rapida ed efficace delle risorse laddove lo richiede lo sviluppo dell’economia reale e dei suoi protagonisti – il popolo cinese – e, invece di creare bolle sempre pronte ad esplodere in nome della massimizzazione dei profitti a breve termine, deve garantire la stabilità. L’innovazione finanziaria con caratteristiche cinesi, sottolinea il documento, “deve mantenere la stabilità come massima priorità”; “le politiche finanziarie” sottolineano “devono essere prudenti, e la gestione del rischio deve essere prudente”. Ma attenzione, perché “stabilità” sottolineano “non significa inerzia”: al contrario, “il progresso”, piuttosto, deve essere continuamente stimolato; anzi, addirittura deve essere aggressivo, “con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo, adeguare le infrastrutture, e colmare tutte le carenze”. Insomma: Micalessinofobia, a sostegno delle sue tesi, mi sa che ha portato le prove sbagliate; quel documento elegge di diritto la Cina e Xi Jinping a Nuovo Principe nella guerra contro le oligarchie finanziarie e la finanziarizzazione dell’economia. Al limite si può criticare quanto questa dichiarazione di principio trovi effettivo riscontro nella realtà; la nostra opinione la sapete ma, insomma, su quello è lecito e anche sano discutere – anche animatamente – ma il fatto che un documento magistrale su come dovrebbe essere riformata l’intera industria finanziaria, e quindi l’intera economia, venga citato per sostenere che abbiamo fatto bene a uscire dalla via della seta dovrebbe farci capire immediatamente cosa c’è realmente in gioco. Intendiamoci: non che Micalessinofobia o qualsiasi altro giornalista mainstream abbia la più pallida idea di quale sia il motivo del contendere, ma quelli che gli pagano gli stipendi sì, loro lo sanno benissimo.
La lotta della Cina contro la dittatura delle oligarchie finanziarie, comunque, non è l’unica prova astrusa che Micalessinofobia porta a sostegno della sua strampalata tesi; il reporter di guerra improvvisato economista de noantri, infatti, cita anche la persecuzione di benefattori come “il fondatore di Alì Baba”, come d’altronde di “tutti gli imprenditori illusi di potersi sottrarre al controllo del partito”. Insomma: chi tra di voi è un multimiliardario può tirare un sospiro di sollievo; tra le povere vittime del sistema illiberale cinese, continua Micalessinofobia, ci sarebbero anche degli enti benefici come Bank of America e, addirittura, Vanguard che – secondo Micalessin – sarebbe “una banca statunitense”. Certo. Vanguard è una banca e Stellantis una concessionaria: bene, ma non benissimo, diciamo.
Che di fronte alla persecuzione di tutti questi enti benefici l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta non possa che essere salutata con giubilo – secondo Micalessin – è talmente evidente che non appena Conte, che definisce “l’ultimo samurai”, ha provato a obiettare qualcosa, anche i suoi alleati gli si sono scagliati contro; in particolare, Micalessin cita due statisti di indiscusso livello: la Emma Bonino dei poveri Lia Squartapalle e, addirittura, Ivan Scalfarotto che, però, è rimasto deluso dal fatto che l’uscita non sia stata annunciata con sufficiente trionfalismo. Nel frattempo, comunque, l’Occidente globale – va detto – è corso in aiuto dell’Italia: ieri Ursula von der Leyen e Charles Michel, infatti, erano attesi a Pechino; si svolgeva il XXIV vertice bilaterale tra Unione Europea e Cina che, però, sui media cinesi non è mai stato snobbato come quest’anno. E graziarcazzo: a Pechino, ormai – dopo due anni di guerra per procura contro la Russia che ci ha letteralmente devastati economicamente – che hanno a che fare con due amministratori coloniali l’hanno capito fin troppo bene e, se ancora avevano qualche dubbio, per fugarlo definitivamente gli è bastato dare un’occhiata ai temi in agenda; dopo aver sostenuto incondizionatamente per due mesi la guerra di Israele contro i bambini arabi a Gaza, mentre la Cina provava in tutti i modi a raggiungere il cessate il fuoco, l’Unione Europea – infatti – voleva andare a Pechino a fare polemica sul mancato rispetto dei diritti umani della popolazione islamica dello Xinjiang. Capito come? Per la von der Leyen e per Michel questa

si chiama autodifesa dell’unica democrazia del Medio Oriente e questa, invece,

violazione dei diritti umani. Valli a capi’…
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E chi non aderisce è Gian Micalessinofobia

CIA e Fondi Speculativi: l’assalto degli USA alle telecomunicazioni globali (a partire dall’Italia)

L’accelerazione della svendita degli asset strategici italiani ai padroni dell’impero è diventata la priorità assoluta del governo dei fintosovranisti che procedono a suon di blitz, e quello di lunedì scorso è stato letteralmente inquietante: senza passare dall’assemblea dei soci, con la piena collaborazione del governo, il Cda di TIM ha deciso di accettare l’offerta del fondo speculativo USA KKR per la vendita della sua rete fissa.

Sarah Bartlett

Probabilmente l’asset più strategico di tutti gli asset strategici e, probabilmente, il peggior acquirente possibile immaginabile: “The money machine”, la macchina da soldi, come aveva ribattezzato KKR Sarah Bartlett nel suo leggendario libro nell’ormai lontano 1991, aprendo gli occhi al mondo di fronte alle pratiche predatorie dei fondi che compravano a debito le aziende per spolparle e intascare plusvalenze stratosferiche. Ma non solo: KKR, infatti, è diventato un vero e proprio braccio armato delle mire egemoniche dell’impero e si sta ritagliando, acquisizione dopo acquisizione, un posto al sole nel mondo delle infrastrutture delle telecomunicazioni dall’India all’Olanda, passando per il Cile, Singapore, la Colombia. Roba che grande fratello scansate, soprattutto per la biografia di chi è al posto di regia: nientepopodimeno che un ex direttore generale della CIA. E’ il famigerato generale USA David Petraeus, già noto per il ruolo disastroso ricoperto nella carneficina irachena prima e in quella afghana poi; nel 2012, in seguito a uno scandalo a sfondo sessuale, lascia di punto in bianco la guida dell’intelligence USA ed eccolo approdare magicamente nella stanza dei bottoni di KKR che gli crea una nuova divisione ad hoc – il KKR Global Institute – specializzata nell’analisi macroeconomica e geopolitica. “Petraeus” sottolineava Il Sole 24 Ore nel 2013 “potrà aiutare KKR anzitutto ricorrendo alla sua rete di contatti con governi e autorità internazionali”. Direi che ha soddisfatto tutte le aspettative: consegnare infrastrutture strategiche – come le reti di telecomunicazioni – a un fondo speculativo che sa di CIA da mille miglia di distanza ovviamente è un’operazione che non ha niente a che vedere con il mercato, la concorrenza e l’interesse economico in genere. E’ una scelta politica di totale e palese sottomissione, è la ciliegina sulla torta della totale abdicazione a ogni minimo tentativo di ritagliarsi uno spazio, se pur minimo, di indipendenza e di sovranità e completare il processo che in 30 anni ha trasformato l’Italia nel 51esimo stato guidato da Washington.
La domanda è: ma perché? Perché una classe dirigente che è salita al governo grazie alla retorica della patria e del sovranismo sta facendo di tutto per passare alla storia come l’artefice più spregiudicata della morte definitiva dell’Italia come paese sovrano?
Quella che vi racconteremo oggi, con il prezioso contributo del mitico prof. Alessandro Volpi, è la grande storia di come le oligarchie finanziarie USA hanno trasformato, con la complicità delle oligarchie locali, tutti i paesi che definivano alleati in appendici dell’impero a stelle e strisce. E lo faremo a partire dall’ultimo sconcertante capitolo di questa lunga saga, l’incredibile blitz che lunedì ha portato il consiglio di amministrazione di TIM, col benestare del governo e senza manco passare da un’assemblea degli azionisti, ad accettare l’offerta del fondo speculativo USA KKR – che annovera nel suo top management nientepopodimeno che l’ex direttore della CIA David Petraeus -per l’acquisto di quello che è probabilmente in assoluto l’asset più strategico della compagnia e, in generale, del nostro paese: la rete fissa delle telecomunicazioni.

Prof. Alessandro Volpi: ““Perché l’operazione consiste, appunto, nella cessione di operazione della rete. Quindi, secondo me, c’è un primo elemento singolare in questa vicenda, che è la decisione del consiglio d’amministrazione che non passa all’assemblea dei soci, ritiene che il socio pubblico sia sostanzialmente irrilevante e affida a KKR la proprietà della rete. Ora, è vero che TIM aveva già una quota significativa di azionisti internazionali, il 44%, però è altrettanto vero che qui si passa dal 44%, più o meno frammentato di azionisti internazionali ad un unico soggetto che è KKR che diventa il riferimento. Perché, appunto, il fatto che il consiglio d’amministrazione abbia deliberato soltanto a vantaggio di KKR, accettando l’offerta di KKR, considerandola un’offerta che non ha parti correlate, vuol dire che c’è un unico compratore che si chiama KKR.”[…]E poi aggiungerei a questo il fatto che comprerà Sparkle, quindi le reti sottomarine. Quindi in Italia avremo un unico proprietario dei sistemi delle infrastrutture strategiche.”

Alessandro Volpi

Lo shopping, in realtà, era già iniziato oltre due anni fa, nell’aprile del 2021, quando KKR entra a gamba tesa nell’azionariato di Fibercop – la nuova società fondata da TIM – e alla quale ha consegnato le chiavi della rete in fibra ottica sviluppata dalla controllata Flash fiber. Un assaggino, diciamo; Fibercop, infatti, non è certo il monopolista dei nuovi cavi in fibra ottica che attraversano il paese. Anzi, il pezzo grosso di questo fondamentale asset strategico del paese in realtà è un’altra società: Openfiber, dove KKR non c’è. C’è Macquarie, il fondo speculativo protagonista assoluto del banchetto che gli svendipatria britannici hanno apparecchiato a favore delle oligarchie finanziarie cedendogli il controllo dell’acqua pubblica con gestori che, dopo le privatizzazioni, sono diventati enormemente più indebitati senza aver mai investito il becco di un quattrino, ma avendo distribuito dividendi in quantità. L’ultimo scampolo di concorrenza tutta giocata tra fondi speculativi della stessa identica natura e che a breve avrà finalmente fine: una volta conclusa l’acquisizione della rete TIM da parte di KKR, infatti, l’obiettivo è quello di fondere Openfiber con Fibercop creando, anche nel mondo della connessione in fibra, l’ennesimo monopolio privato. Ma non solo: al banchetto, infatti, al momento manca ancora una portata. Si chiama Sparkle ed è la controllata di TIM che gestisce i cavi sottomarini che collegano la rete italiana al resto del mondo: un altro asset strategico fondamentale, e non solo per l’Italia. Attraverso il nodo di Palermo, infatti, Sparkle è la porta d’ingresso in Europa via Mediterraneo sia per il sud-est asiatico che per il Medio Oriente; anche lei è in svendita e KKR aveva fatto la sua offerta. Fortunatamente, al momento è stata respinta: anche il governo dei fintisovranisti ha qualche limite? Macché. E’ solo un problema di quattrini: Sparkle è a disposizione. Basterà aggiungere qualche spicciolo in più ai miseri 600 milioni offerti in prima istanza.

Prof. Alessandro Volpi: “Perché il dato vero è che non è episodica questa cosa, non è che arriva KKR, vede un’opportunità in Italia e dice “mi butto su quella” secondo la logica dei fondi hedge. Qui non è così: qui c’è, probabilmente, un disegno per cui i grandi fondi si impossessano delle infrastrutture e delle telecomunicazioni e quindi anche in quell’ambito, che è un ambito fondamentale, fanno il monopolio. Cioè, la sostanza è la ricerca del monopolio e, in nome della favoletta del mercato, si giustifica la costruzione dei monopoli. Questo è ciò che veramente è inammissibile: se uno legge una dichiarazione dei ministri di fronte a questa vicenda, tratta anche con un certo silenzio, devo dire, di buona parte della sinistra perché – insomma – non mi sembra ci sia stata una sollevazione di scudi nei confronti di questo tipo di operazione. Alla fine, in nome della necessità – appunto – di garantire il mercato, poi alla fine si costruiscono dei monopoli che sono sempre più pesanti, sono sempre più pesanti e significativi.”[…] “Senza nessuna capacità – torno a dire – del potere politico, della politica, di interagire. Io ho letto le dichiarazioni del governo italiano rispetto all’acquisizione di KKR e sono sostanzialmente entusiaste. All’obiezione che gli ha fatto Vivendi, cioè la Francia, dicendogli “ma scusate, vi comprano la rete e fate decidere il Consiglio di amministrazione senza nessuna interlocuzione” loro hanno detto “vabbè, ma questa è un’operazione” usando questo termine, questa favoletta di mercato, e quindi bisogna lasciarla andare. In realtà, qui di mercato mi sembra che ci sia veramente poco: c’è ormai un monopolio di fatto che è evidentissimo nel meccanismo delle telecomunicazioni.”

Dopo aver abbandonato i monopoli pubblici in nome della concorrenza ecco così che, con la complicità della politica, l’industria delle telecomunicazioni torna più monopolistica di prima solo che, a questo giro, è tutto in mano ai privati e neanche ai gruppi industriali, ma ai fondi speculativi che puntano direttamente al dominio globale. Anche se l’Italia ha voluto conquistare il primo gradino del podio dei paesi in svendita, infatti, la campagna acquisti di KKR nel mondo delle telecomunicazioni non si limita certo a noi: nel giugno del 2020 KKR, insieme a un altro fondo USA e a uno britannico, annuncia l’acquisizione di Masmovil, il quarto operatore delle telecomunicazioni spagnolo; nel febbraio del 2021 KKR annuncia un accordo con Telefonica per l’acquisto al costo di 1 miliardo di dollari delle quote di maggioranza della controllata che si occupa di fibra ottica in Cile; 3 mesi dopo è stato il turno degli olandesi con un accordo tra KKR e T-Mobile per fondare insieme una nuova società dal nome Open Dutch Fiber, sempre appunto per la gestione della rete in fibra ottica; ancora, 3 mesi dopo, un altro accordo con Telefonica, questa volta per l’acquisizione della maggioranza della società che gestisce la fibra ottica in Colombia. E così via, acquisizione dopo acquisizione, per arrivare nel 2022 alla partnership con Vodafone per l’acquisizione di Vantage Towers, il colosso tedesco delle telecomunicazioni wireless, e finire giusto questo autunno con un’altra ondata di acquisizioni che va da Singapore alle Filippine, passando per i cavi sottomarini della Malesia. E KKR è solo la punta dell’iceberg.

Prof. Alessandro Volpi: Lo sta facendo in alcuni paesi dell’est europeo, cioè sta specializzandosi nell’acquisizione dei sistemi di telecomunicazione. Metterei questo fenomeno dentro un fenomeno più grande perché il fenomeno più grande è il fatto che gli azionisti, come sappiamo, di KKR sono i grandi fondi: Vanguard, Black rock, State street e una serie di altri quattro o cinque soggetti, che sono i proprietari della rete infrastrutturale e delle infrastrutture delle telecomunicazioni, a partire dagli Stati Uniti in giro per il mondo. Perché se noi prendiamo le principali società di telecomunicazioni – nel caso degli Stati Uniti la più importante di tutti che è T-Mobile, ma prendiamo poi Verizon, poi prendiamo Comcast e prendiamo AT&T, che sono i cinque colossi mondiali se ci togli casi cinesi (se ci togli China Mobile), questi sono i cinque più grandi possessori di telecomunicazioni, non negli Stati Uniti ma in giro per il mondo. Cioè, in queste società, Black rock, Vanguard, State street e 3 o 4 fondi minori che, in genere, vanno a strascico dei primi tre, hanno il 25%. Quindi noi stiamo assistendo a un processo di cui il caso Telecom, il caso TIM, è soltanto un pezzetto, cioè il processo di ri-articolazione del controllo delle telecomunicazioni in giro per il mondo nelle mani dei fondi finanziari. Ora questa non è la vicenda della vecchia privatizzazione; l’Italia ha scelto questa sciagurata strada della privatizzazione nel ‘97, con il governo Prodi.”

La prima conseguenza, palese e tangibile, di questo processo di appropriazione dell’industria delle telecomunicazioni nelle mani di un manipolo di fondi speculativi è la riduzione dei posti di lavoro e il trasferimento di una quota consistente di ricchezza dai salari ai profitti.

Prof. Alessandro Volpi: Infatti, l’altro dato interessante – e io mi sono andato a vedere questi numeri- è che, nel corso degli ultimi dieci anni, tutte le grandi compagnie di telecomunicazioni hanno ridotto il numero dei loro occupati dal 20 al 35%. Cioè da dove arrivano, ovviamente, i fondi, l’operazione diventa quella di garantire un rendimento azionario. Naturalmente tutte queste realtà che vengono comprate dai fondi sono quotate in Borsa, perché hanno interesse a seguire il dividendo azionario e, contestualmente a questo – come sta accadendo del resto nel settore tecnologico e hi tech – a fronte di dividendi significativi, di fatturati molto alti e di ricavi molto alti, si assiste a un licenziamento più o meno sistematico. Perché, appunto, anche nel caso delle telecomunicazioni come nel caso dell’hi tech, c’è stata una perdita del 20, 25, in alcuni casi del 30% della forza lavoro. Quindi la finanziarizzazione porta a una concentrazione che riduce gli spazi della sovranità – mi sembra abbastanza evidente – di natura strategica e, al tempo stesso, determina una distruzione del lavoro. Cioè, c’è evidentemente un meccanismo “finanza versus occupazione” che è marcatissimo.”

Nel caso delle telecomunicazioni, però, rispetto alla solita storia infinita di quotidiana ingordigia c’è un aggravante piuttosto consistente, grossa come una casa.

Prof. Alessandro Volpi: Mah, io penso che il sistema delle telecomunicazioni sia, evidentemente, un sistema di natura politica e anche di natura militare. Allora, io non sono un esperto di questi risvolti e quindi non mi voglio cimentare con analisi che non sono cose che conosco profondamente, però è chiaro che il controllo delle reti sottomarine, il controllo – appunto – delle strutture fisse attraverso cui passano i segnali telefonici, i segnali delle telecomunicazioni, la rete, sia quanto di più strategico – anche in termini di difesa o aggressione militare – sia possibile. Tra l’altro, si diceva prima, se uno prende le prime dieci compagnie di telecomunicazioni al mondo, le uniche che sono ancora di proprietà dello Stato sono quelle cinesi; cioè – appunto – China Mobile ha come azionista di riferimento lo Stato cinese ed è proprietario delle infrastrutture cinesi. Evidentemente in India l’assalto alle telecomunicazioni da parte delle grandi compagnie – e da parte dei fondi che sono dietro le grandi compagnie – è già partito, perché è evidente che in un modo nel quale il sistema delle telecomunicazioni è controllato – per quanto riguarda le strutture fisse e per quanto riguarda i cavi, per intenderci – da soggetti che sono soggetti di natura privata e finanziaria, vogliamo immaginare che questo non sia un elemento di pressione, di condizionamento delle politiche monetarie, delle scelte – anche strategiche – rispetto all’innalzamento dei prezzi dei prodotti? Cioè io voglio dire – sarà perché a frequentare Giuliano Marucci divento un po’ complottista – che però mi sembra abbastanza evidente che se io possiedo le telecomunicazioni, possiedo le agenzie di rating e possiedo i sistemi informativi, beh, alla fine poi posso anche veicolare le impennate di prezzo che scateno attraverso la vendita degli strumenti derivati. Cioè, è evidente che qui c’è un legame, e questo poi produce una conseguenza – come tu dicevi – geopolitica, perché se ci sono determinate aree di tensione in giro per il mondo, probabilmente questo sistema funziona decisamente meglio e avere il controllo strategico delle reti vuol dire anche, in qualche modo, condizionare gli equilibri di forza tra i vari paesi e quindi far immaginare determinati scenari. Io penso che anche qui – è quello che dicevo in apertura – cioè, si sottovaluti la delicatezza della concentrazione della proprietà, cioè qui non è che stiamo parlando di un mercato dove ci sono dei soggetti che si fanno concorrenza: in Italia, torno a dire, la rete – forse non è chiaro – non è nelle mani dei 44% di investitori che prima componevano, insieme al 20% di Vivendi, il grosso dell’azionariato di TIM; ora ce n’è uno solo che si chiama KKR il quale – torno a dire – è un pezzo di un sistema globale di controllo delle telecomunicazioni attraverso i fondi finanziari. Cioè questa roba mi sembra che abbia molto a che fare con la democrazia, con la sicurezza degli Stati, con le dinamiche conflittuali; cioè, in altri tempi, io faccio fatica a immaginare uno Stato che cedesse le proprie infrastrutture strategiche come la rete fissa o i cablaggi o i controlli di sottomarini a un soggetto finanziario che, peraltro, risponde a logiche di altri paesi e in particolar modo, ovviamente, ha a che fare con il governo degli Stati Uniti. Cioè mi sembra che siamo di fronte a un processo di finanziarizzazione esasperato che partorisce una concentrazione che toglie spazio evidentissimo alla politica, che toglie spazio alla sovranità, ma direi anche la stessa democrazia.”

E quindi qua si ritorna alla domanda di partenza: ma perché mai la nostra classe dirigente, sia politica che economica, si mette a disposizione di questo processo distopico di concentrazione del potere economico e politico nelle mani di una ristrettissima oligarchia che li considera, nella migliore delle ipotesi, camerieri servizievoli? Ovviamente una risposta sta nello strapotere militare e a livello di intelligence di Washington, in grado ancora di tenere sotto scacco mezzo pianeta, ma una risposta fondata solo sui bruti rapporti di forza rischia di essere solo parziale. Una macchina così ben funzionante non si può fondare esclusivamente sul puro dominio e sul monopolio della forza fisica; perché funzioni a dovere, qualche contropartita ci deve essere. Insomma: come al solito, tocca seguire i soldi.
Come fanno oggi le élite economiche a fare profitto? Concretamente, intendo. Passo numero 1: come sempre devi avere un’azienda che produce qualcosa e che, quando la rivende, ci ripaga i costi e ci fa un piccolo margine. A questo punto già c’è la prima biforcazione perché, nel capitalismo tradizionale, una buona fetta di quel profitto lo reinvesti per allargare la tua produzione e fare ancora più profitto; quindi, quando in un anno le aziende hanno registrato tanti profitti, dovresti vedere anche tanti investimenti. E però c’è qualcosa che non torna perché l’anno scorso, ad esempio, le aziende italiane i profitti li hanno fatti eccome, eppure tutta questa ondata di investimenti sinceramente io non l’ho vista (e non solo io).

Prof. Alessandro Volpi: […] perché, ovviamente, i grandi fondi non avrebbero subito grandi difetti, grandi danni da quella riduzione di liquidità, perché ce l’hanno. Quindi, per effetto di questo percorso per cui mettere i soldi nella finanza era vincente, ebbene questo meccanismo ha partorito una progressiva riduzione degli investimenti perché – e i numeri lo dicono con chiarezza anche pensando al nostro Paese – il volume complessivo degli investimenti, a cominciare dagli investimenti lordi fissi – parlando degli investimenti privati – si è significativamente ridotto, quindi perché, quando ci sono i margini favorevoli e ci sono gli utili, si decide di destinarli subito alla remunerazione del capitale, e magari si fanno dei ri-acquisti di titoli azionari, quindi senza nessun effetto sull’andamento reale dell’economia, per far salire il valore di quei titoli. Quindi, praticamente, è come se si comprasse carta su carta, per citare un’espressione sommaria dei grandi economisti.”[…] “Quindi vuol dire, evidentemente, che anche la partecipazione, là dove c’era un capitale pubblico disponibile, dei privati è stata largamente insufficiente. Quindi il problema è che se, però, buona parte della classe imprenditoriale – non dico tutti, ma buona parte della classe imprenditoriale – pensa che lo strumento per accumulare i propri profitti sia quello di destinare una parte crescente delle proprie marginalità a investimenti di tipo finanziario – che siano riacquisto dei propri titoli azionari o il riacquisto delle proprie obbligazioni per poter ovviamente avere margini più alti o, appunto diversificare, come si dice, il portafoglio comprando titoli di varia natura, o magari facendo acquisizioni che sono puramente finanziarie, la produttività non cresce certamente.”

Capito eh, i furbacchioni… Ci raccontano che i profitti sono importanti, sennò poi come si fa a investire in innovazione, in ricerca, in marketing e chi più ne ha più ne metta, ma poi – in realtà – quando quei profitti arrivano, invece di reinvestirli li usano per speculare. Però, però, tendenzialmente qui c’è un problemino, perché investire in azioni o in prodotti finanziari – a regola – potrebbe essere abbastanza rischioso: e come faccio, allora, a convincere i miei cari imprenditori ad avventurarsi nel casino delle scommesse finanziarie invece che continuare a investire nel caro vecchio business di famiglia, che tanta fortuna gli ha portato fino ad oggi? Semplice: devo eliminare i rischi. Oddio, semplice… tanto semplice non è, però ecco, l’obiettivo è quello: eliminare i rischi, che – in termini finanziari – si dice anche ridurre la volatilità. E come si fa a ridurre questa benedetta volatilità? Bisogna trovare un modo affinché le bolle speculative non si sgonfino mai; si devono continuare a gonfiare gradualmente, sempre di più. Per farlo, c’è bisogno di una quantità di quattrini sostanzialmente illimitata, una quantità tale che permetta continuamente di iniettare nuovi soldi nelle vecchie bolle. E dove si trovano tutti questi soldi? Semplice: concentrando tutti i soldi che ci sono sempre di più nelle mani di pochi soggetti, che è esattamente quello che è successo.

Logo di BlackRock

Quei soggetti si chiamano asset manager e, in particolare, i tre giganti dell’industria della gestione patrimoniale: Blackrock, Vanguard e State street: la massima concentrazione di ricchezza mai vista nella storia dell’umanità. Con un patrimonio gestito che supera di diverse volte i prodotti interni lordi di interi paesi avanzati, i giganti dell’asset management garantiscono che le bolle continuino a gonfiarsi all’infinito a prescindere da cosa succede all’economia reale, ed ecco allora fatto il giochino: grazie ai monopolisti dei mercati finanziari, i camerieri servizievoli, quando ricevono i profitti delle loro aziende che ancora producono e vendono qualcosa, invece di rischiare reinvestendoli nell’economia reale non devono fare altro che buttarli nelle bolle speculative, sostenute dai monopolisti stessi, e fare soldi dai soldi. Da questo punto di vista non è difficile capire perché a questi camerieri ben remunerati, della sovranità che sarebbe necessaria per far ripartire l’economia non gliene può fregare di meno e sono ben felici di svenderla ai monopolisti della finanza, che soli gli possono garantire delle belle mance cospicue.

Prof. Alessandro Volpi: […] la produttività non cresce, non cresce certamente. Il problema è che l’attrattività e, paradossalmente, la riduzione del rischio che il monopolio finanziario sta generando, produce come effetto inevitabile la contrazione dei processi produttivi; cioè una volta, fino a 10-15 anni fa – ma del resto è, come dire, la crisi del 2008 avrebbe dovuto insegnare qualcosa – in realtà la percezione che si è maturata dopo il 2008 è che la concentrazione vera della ricchezza finanziaria nelle mani di pochissimi – che diventano anche i proprietari di un vastissimo spettro di attività – è lo strumento per ridurre la volatilità dei mercati, perché la volatilità la si affida totalmente alle decisioni di questi gruppi che, alla fine, la regolano come una sorta di rubinetto per comunque provare a garantire rendimenti finanziari a tutte quelle società che sono da loro partecipate. E quindi è ovvio che le imprese cercano di entrare dentro quel sistema di partecipazioni e di investimento, e il sistema produttivo e il modello industriale e manifatturiero di servizi – come noi ce lo immaginavamo in passato – viene meno, perché la differenza di rischio fra affidarsi al sistema finanziario e fare impresa è enorme. E quindi noi avremo sempre meno attività manifatturiera e sempre meno attività di impresa nei paesi dove prevale la struttura di natura finanziarizzata e questo mi sembra che i numeri ormai ce lo dicano con grande evidenza, ma perché è tornata la riduzione del rischio. E non è solo la riduzione del rischio perché, per una certa fase, le banche centrali hanno fornito talmente tanta liquidità che – alla fine – la finanza viaggiava agevolmente perché era facilmente liquida, ma anche e soprattutto perché c’è una regia di un monopolio che è in grado di determinare la volatilità e di farla più o meno oscillare […]”.

L’aspetto geniale di tutto questo meccanismo – più distopico della peggiore distopia hollywoodiana e che permette di guadagnarsi la collaborazione delle élite economiche dei paesi che vengono depredati – è che a fornire ai giganti della gestione patrimoniale una potenza di fuoco sufficiente per portare avanti il loro progetto di dominio globale sono, in buona parte, anche le vittime stesse di questo meccanismo che, alla fine, a volte ringraziano pure; buona parte dei quattrini gestiti da questi asset manager, infatti, sono proprio nostri, della gente comune come noi che campa sempre peggio del suo lavoro.
E’ il frutto delle scelte politiche del partito unico della guerra e degli affari che governa i paesi dell’Occidente collettivo da almeno 30 anni a questa parte, 30 anni durante i quali è stato smantellato sistematicamente lo stato sociale universalista che costituiva la spina dorsale delle democrazie moderne e che ci ha costretto a buttare sempre più quattrini in fondi previdenziali integrativi e assicurazioni mediche di ogni genere. Tutti quattrini che diventano armi di distruzione di massa che le oligarchie usano per devastare scientificamente l’economia reale che ci permette di sopravvivere, dandoci in cambio un contentino perché, se le bolle speculative continuano ad auto-alimentarsi e i quattrini della nostra pensione sono stati investiti in quelle bolle, qualche spicciolo in cambio ci torna pure a noi. Che culo. E’ un po’ lo stesso contentino che ci hanno garantito con le delocalizzazioni e le liberalizzazioni: hanno devastato la nostra qualità della vita a suon di precarietà e stagnazione dei salari, però ci hanno permesso di comprare a due lire un sacco di orrende t-shirt di plastica che prendono fuoco solo a vederle e, addirittura, di far finta di andarci a divertire nel weekend in qualche capitale europea grazie a un viaggio a due lire in un carro bestiame low cost e al soggiorno in qualche aribnb quasi esentasse grazie alla cedolare secca. Grazie, davvero. Non ce n’era bisogno. Stavo bene anche a casina mia col maglione fatto a mano da mia nonna, ma con qualche ora di tempo libero da dedicare alle cose che mi interessano e senza il patema di non riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena dall’oggi al domani.

Carlo Bonomi

Ma come in tutte le storie distopiche, al danno – alla fine – si deve aggiungere sempre anche qualche beffa: l’ultima ce l’ha regalata il buon vecchio Carlo Bonomi, patron di Confindustria. Lo spunto gli è arrivato dai dati sull’inflazione della scorsa settimana: 1,8%, sotto il target della BCE. Un dato che ha fatto immediatamente gridare tutta la stampa di regime al miracolo. Una gigantesca presa per il culo: il dato, infatti, si riferisce all’inflazione di ottobre anno su anno, e cioè a quanto sono aumentati nell’ottobre 2023 i prezzi rispetto all’ottobre precedente; peccato, però, che nell’ottobre 2022 – causa la speculazione criminale sui prezzi dell’energia – i prezzi fossero letteralmente esplosi. E’ quello che, in gergo tecnico, viene definito un outlier – un valore anomalo – ma tanto è bastato a Bonomi per lanciare la sua ultima crociata; secondo Bonomi, infatti, di fronte a questi dati sull’inflazione bisogna avere il coraggio di dire le cose come stanno: i salari dei lavoratori italiani sono cresciuti troppo, soprattutto perché – nel frattempo – non è cresciuta la produttività. Ricchi e sfaticati: ecco come Bonomi vede i lavoratori italiani.

Prof. Alessandro Volpi: […] “quindi quel modello ha funzionato, si sono ridotti gli investimenti. Io trovo particolarmente singolare che il presidente di Confindustria dica “va beh, ma allora, visto che siamo in queste condizioni e, quindi, la produttività italiana è bassa, bisogna ridurre i salari” perché – appunto – il buon Bonomi sembra dimenticarsi che la produttività dipende in primo luogo dagli investimenti e dalla qualità degli investimenti; cioè senza che ci sia un investimento reale nel processo produttivo, senza che ci sia uno sforzo di migliorare la qualità del processo produttivo, è difficile che la produttività cresca. Se io destino gli utili che ho accumulato tramite operazioni finanziarie ad altre operazioni finanziarie e riduco il volume degli investimenti, poi non è che mi devo stupire che la produttività non cresca perché, evidentemente, la produttività avrebbe avuto bisogno – in determinati settori in particolare – di una maggiore mole di investimenti privati e una minore attenzione al rendimento finanziario: magari destinare gli utiliqualche anno al 70 – 80% al reinvestimento produttivo. In realtà questo non è avvenuto; è stato finanziarizzato, e la narrazione di Bonomi che veramente, da questo punto di vista, è un personaggio anche abbastanza singolare, è quella di dire “siccome non c’è produttività, i salari sono cresciuti troppo e ora li dobbiamo contrarre ulteriormente, e magari riduciamo ulteriormente il numero degli occupati” a meno che, dice Bonomi, “lo Stato non ci dia dei soldi” lamentandosi del fatto che c’èsolo 8% della legge di bilancio che è destinata agli incentivi alle imprese, senza appunto poi andare a verificare che nel nostro Paese – pur in presenzadelle tranches dei Pnr e quindi di un incentivo pubblico – gli investimenti privati si sono ridotti. Quindi vuol dire, evidentemente, che anche là dove c’era un capitale pubblico disponibile la partecipazione dei privati è stata largamente insufficiente. Quindi il problema è che se, però, buona parte della classe imprenditoriale (non dico tutti, ma buona parte della classe imprenditoriale) pensa che lo strumento per accumulare i propri profitti sia quello di destinare una parte crescente delle proprie marginalità a investimenti di tipo finanziario – che siano riacquisto dei propri titoli azionari, o il riacquisto delle proprie obbligazioni per poter ovviamente avere margini più alti o, appunto, diversificare – come si dice – il portafoglio comprando titoli di varia natura, o magari facendo acquisizioni che sono puramente finanziarie, la produttività non cresce”.

Ci pisciano addosso e i media mainstream all’unisono ci dicono che piove.
Mi sa che abbiamo bisogno di un media tutto nostro che, invece che alle barzellette di questi svendipatria, dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Carlo Bonomi

Interviste Ottoline, Pino Arlacchi: declino USA, nuovo ordine multipolare e il suicidio dell’Europa

La qualità umana e intellettuale del personale politico del partito unico della guerra e degli affari che da almeno tre decenni nell’Occidente collettivo porta avanti l’agenda della controrivoluzione neoliberista guidata da Washington è di una mediocrità disarmante. E le eccezioni si contano sulle dita di una mano. Mozzata. Tra queste, un posto d’onore spetta senza nessun dubbio a Giuseppe Arlacchi, meglio noto come Pino: un rarissimo esempio di civil servant senza macchia, in grado nell’arco di oltre quarant’anni di rappresentare fin nel cuore delle massime istituzioni dell’ordine liberale in declino il punto di vista del 99%. Non dovrebbe sorprendere: Arlacchi infatti è il degno erede del migliore dei maestri, il nostro caro e intramontabile Giovanni Arrighi. Fu infatti proprio Arrighi a volerlo al suo fianco appena ventiseienne all’Università della Calabria, da dove insieme lanciarono una delle esperienze più entusiasmanti di indagine sociologica a tutto tondo della storia dell’accademia italiana. È la ricerca che nel 1980 portò alla pubblicazione di “Mafia, contadini e latifondo nella Calabria tradizionale. Le strutture elementari del sottosviluppo”. Un testo monumentale che riuscì a portare le lande desolate del meridione più arretrato all’attenzione della grande accademia internazionale, a partire dal leggendario Eric Hobsbawm, che ne promosse la traduzione presso la prestigiosa Cambridge University Press. Non era una divagazione esotica. Sulla falsa riga dell’insegnamento di Arrighi, piuttosto, era il risultato di un approccio sistemico al capitalismo che superava la vulgata propagandistica secondo la quale la persistenza di aree arretrate sarebbe da attribuire appunto all’incompleto sviluppo capitalistico, ma al contrario, vedeva nel rapporto dialettico tra capitalismo avanzato e sottosviluppo il motore stesso del capitalismo reale Un approccio che Arlacchi avrebbe continuato a sviluppare in mille direzioni diverse negli oltre 40 anni successivi, mettendolo sempre nella condizione di svelare la falsità congenita della narrazione liberaloide e suprematista. È per questo che quando ho incrociato Pino pochi giorni fa a Samarcanda, mi è subito sembrato il luogo più naturale dove incontrarlo. Si stava svolgendo il XVI Forum Economico Eurasiatico di Verona. Un raro tentativo da parte dell’Italia migliore di continuare a tessere reti e relazioni con il nuovo mondo che avanza, mentre il resto del paese marcia deciso a suon di suprematismo misto a subordinazione verso l’autodistruzione. La chiacchierata che ne è scaturita, è probabilmente la migliore intervista che come Ottolina abbiamo mai portato a casa e che abbiamo ritagliato in fretta e furia per tenervi compagnia oggi.
Un’intervista dove Arlacchi ripercorre con una lucidità disarmante gli snodi cruciali del percorso analitico che come OttolinaTV proviamo a portare avanti da sempre: dal declino dell’impero militare USA, alle contraddizioni dell’impero finanziario fondato sugli interessi egoistici di una ristretta oligarchia totalitaria per passare all’ascesa di un nuovo ordine multipolare fondato sugli interessi comuni di stati sovrani che hanno adottato sistemi economici di carattere sviluppista e finire con il suicidio volontario degli alleati/vassalli degli USA. Buona visione.

Pino Arlacchi: “Il sistema americano è basato su due grandi gambe il militarismo e la finanza. Il militare si è rivelato un clamoroso fallimento. Hanno perso quasi tutte le guerre che hanno fatto negli ultimi quarant’anni, quindi non fanno più paura a nessuno. Queste cifre sul complesso militare industriale si fanno paura in termini che chiunque pensa a che cosa si potrebbe fare in alternativa con quelle cifre. Ma poi sul piano militare, dove? Che hanno vinto è anche politico, militare. È stato un fallimento totale. Dal Vietnam in poi, in Iraq hanno fatto una guerra contro Saddam Hussein. Perderemmo armi di distruzione di massa che non aveva. E per installare un governo filo iraniano in Afghanistan ci sono i talebani più forti di vent’anni fa in Siria, hanno scatenato una guerra civile contro Assad e Assad è più forte di prima.

In Libia hanno mandato in totale rovina un Paese con la complicità degli europei, dall’altra Libia, un Paese che all’Italia importa molto. E ora c’è un po di stabilità in Libia, ma il Paese è distrutto e tutti si chiedono per quale ragione hanno buttato giù Gheddafi. Quindi il potere finanziario resta la loro principale risorsa. Loro controllano i mercati finanziari in un modo eccezionale, ma dobbiamo tener conto che nel mondo grande c’è già una potenza non finanziaria, ma una potenza dell’economia reale, una potenza industriale commerciale alternativa agli Stati Uniti, più forte degli Stati Uniti in termini di potere di acquisto che è la Cina. E io direi, oltre che la Cina, l’intera Asia, l’intero Estremo Oriente è più o meno il modello economico e la Cina non è un’eccezione. Il cosiddetto Developmental state, cioè uno Stato che è il regista dei mercati e il regista dell’economia, che stabilisce le direzioni dell’economia, che fa gli investimenti che le singole imprese non possono fare e che usa i risparmi della popolazione per finanziare lo sviluppo. Questo sistema è sempre più forte dal punto di vista economico. E quindi il problema di come mantenere questo dominio sul mondo anche sul piano finanziario è il principale problema che loro hanno. Perché molta di questa ricchezza va a finire. Indebitamento: c’è un limite alla quantità di dollari che si possono stampare? È solo questione di tempo, perché il simbolo del loro potere, e cioè il dollaro, comincia a scricchiolare. Tutti dicono sì, però il dollaro, chissà quanti decenni ancora può durare, è sempre la moneta e la valuta di riferimento di tutti gli scambi e così via. È vero. Il dubbio può durare ancora un po’. Però quando la sterlina, che era il predecessore del dollaro come moneta di riferimento, ha cominciato a declinare con l’Impero Inglese la sostituzione dalla sterlina al dollaro è stata rapidissima, non più neanche dieci anni. Ora i cinesi non vogliono fare questo. La strategia dei cinesi non è quella di sostituire il renminbi al dollaro. Lo hanno detto in cento modi: se lo avessero voluto l’avrebbero fatto perché bastava farsi pagare tutte le loro importazioni, esportazioni in renminbi e il gioco era fatto. Non lo fanno perché non hanno intenzione di fare questo, in quanto impelagarsi adesso nel sistema finanziario internazionale che è governato da Wall Street e degli americani per loro significa autodistruggersi. Loro preferiscono un sistema a più voci, più valute. La Banca Centrale Cinese ha fatto una proposta già dieci anni fa cinque valute con un paniere di valute che sostituisce il dollaro, in cui c’è anche la loro valuta. La posizione, la loro diffidenza nei confronti della finanza è totale. La chiusura del mercato finanziario cinese alla finanza internazionale fa parte di una strategia precisa la finanza in Cina deve essere mantenuta al servizio dell’economia e non viceversa. Mentre negli Stati Uniti e in Europa è la finanza a governare l’economia, perfino le grandi imprese industriali si sono finanziarizzazione. Una fabbrica di automobili, la Fiat, i guadagni non li fa sulle automobili, li fa sui prestiti. È una finanziaria che ha stravolto le cose, non porta sviluppo, non porta occupazione, non porta crescita delle risorse neanche tecnologiche. Perché sono soldi che si accumulano sui soldi senza in realtà avere nessun effetto reale, mentre sono tassi di profitto molto alti perché dominano il sistema finanziario. Profitti del 10/20% sono la norma del sistema industriale di grandi imprese. Così vi è un profitto del 2% o del 3% è già una grande cosa. E chiaro che con queste differenze nei tassi di profitto, tutta l’attenzione dei mercati e degli investitori si sposta dal lato finanziario, ma è già avvenuto della storia del mondo.
Questa è la quinta fase di sostituzione ai vertici dell’Occidente, della potenza dominante. Ed è nata sempre così, dice Braudel, che quando c’è la fine del dominio della finanza è il segno che l’autunno è arrivato. L’Olanda è partita come una potenza manifatturiera commerciale e poi è diventata una potenza finanziaria per poi cedere il passo all’Inghilterra, che è partita con l’officina del mondo nell’800 e si è poi trasformata in un centro finanziario mondiale. Agli Stati Uniti sta accadendo la stessa cosa. Partiti come potenza industriale fino grossomodo agli anni ’70, finché non è partita l’ondata neoliberista e neo finanziaria, gli Stati Uniti stanno percorrendo lo stesso percorso. Ora c’è la Cina che parte da sé, che segue questa progressione storica. Per inciso, comunque, siamo stati noi italiani i primi. Tra iI ‘300 e iI ‘500, le città-stato italiane erano così. Erano le potenze commerciali trasformatisi poi con la Firenze dei Medici e con la Genova dei finanzieri, i genovesi di potenza finanziaria. Abbiamo iniziato noi questo ciclo che che a quanto pare è ferreo. Siccome c’è una dimensione spaziale in questo ciclo, non è detto che con il dominio globale del pianeta degli Stati Uniti questa ascesa della Cina segua il modello americano. Il più grande errore che si può fare quando si affronta il problema della Cina è di pensare che loro seguano il modello americano. Sono in un certo senso l’opposto. Non è vero e quindi non è affatto detto che ci sarà un mondo a guida cinese. È molto più probabile già nei fatti. Un mondo multipolare in cui la Cina è uno dei grandi player di un mondo diventato più giusto e più e più democratico.”

Marrucci: “E con questo torniamo un po’ all’inizio del discorso. Quindi non è soltanto la corsa a sostituire il vecchio egemone con un nuovo egemone, ma è anche la possibilità, per lo meno lo spiraglio che si apre di un ordine più democratico. Insomma, dove non ci sia un unico egemone. E però, appunto, quello che dicevamo all’inizio, questo percorso qua che appunto noi dipinge noi per primi, come Ottolina dipinge sempre come una grande speranza, una cosa da sostenere in tutti i modi. Poi si arriva che scoppiano tre guerre. Per ora siamo a due.”

Arlacchi: “Un paradosso, ma la storia va avanti anche quando va avanti con paradossi. Quindi gli Stati Uniti sanno di declinare. Sanno che sono nel declino: quello che cercano di fare è di rallentare questo declino. Il problema è che un declino cruento o no, perché la tentazione dell’élite americana di usare lo strumento militare è molto grande. L’altro strumento che è costretto a finanziare con le sanzioni lo stanno usando abusando al massimo. E anche lì sono arrivati praticamente al limite. Ma il punto interrogativo è lo strumento militare, in questo caso un’élite davvero alla frutta può anche tentare di usarlo in modo ancora più forte che in passato, anche se appena ho detto prima che hanno sempre perso militarmente. Ma ora sono convinti di no e ripetono sempre la stessa politica, la stessa strategia fallimentare e a meno che non si affermi negli Stati Uniti una linea di politica estera più pacifica, più loro la chiamano isolazionista, isolazionisti che vivono in Trump. Pensano che i guai dell’America sono cominciati ogni volta che ha cercato di andare fuori in cerca di nemici. E che l’America dovrebbe concentrarsi sulla sua grande forza di una potenza continentale e non immischiarsi in guerre e in alleanze militari esterne. Perché la politica americana dalla seconda guerra mondiale in poi è stata quella di creare alleanze militari con la Nato. Ma ci sono anche altre che obbligano i contraenti del contratto a sostenersi l’un l’altro nel caso di attacco. Questo significa che nel caso della Georgia, quando la Georgia attaccò la Russia, questo significa che gli Stati Uniti avrebbero dovuto intervenire a difesa della Georgia per perdere contro la Russia, rischiando la guerra nucleare. Quindi la politica cinese non è questa. Loro non fanno alleanze militari? Assolutamente no. Fanno una forte alleanza di fatto con la Russia che loro non vogliono trasformare in un’alleanza militare. Proprio per questa ragione, per mantenere una flessibilità dei rapporti in un mondo multipolare che giova a tutti, consente nei Brics di avere posizioni molto diverse. l’India Posizioni diverse dalla Cina sono anzi dei competitori piuttosto accesi del continente, ma non vuol dire che ci sia una guerra all’interno. Significa soltanto che c’è una articolazione di rapporti, che significa che ogni Paese va per la sua strada. E non è affatto detto che qualunque scontro conflitto debba trasformarsi in una guerra. Anche perché nei Brics il sistema economico è lo stesso. Se guardiamo la struttura economica: Cina, India, Russia, Sudafrica e Brasile condividono lo stesso sistema.
C’è uno Stato che dirige, che pianifica, che governa l’economia e la porta a crescere in maniera straordinaria.”

Marrucci: “E questo certo è perché il problema è che il capitalismo finanziario usato, non l’obiettivo, non è la crescita. L’obiettivo è la.”

Arlacchi: “Concentrazione della ricchezza nel famoso 1% esatto. Questo è un fattore di instabilità, è un fattore di disagio sociale immenso che penso proprio che comincerà a manifestarsi presto.”

Marrucci: “Infatti poi c’è il punto dell’instabilità. Appunto parlavi di spinte negli Stati Uniti, a cambiare in qualche modo paradigma. Ma è una cosa fattibile. Cioè esistono rapporti di forza concreti dentro la società, per cui quella in cui si trova gli Stati Uniti non sono un vicolo cieco e hanno una possibilità di uscita più o meno turbolenta quanto ti pare, però comunque pacifico.”

Arlacchi: “Dipende da quanto si approfondirà la crisi. Fino a che punto arriverà la crisi, Quindi può succedere di tutto perché loro stanno camminando molto velocemente lungo la china. Sono nella fase terminale del loro dominio. Quindi tutto dipende da quanto la velocità di questa e questa discesa.”

Marrucci: “E per quello l’ultima cosa per quello che riguarda noi alleati che più che alleati ormai mi sembra si possa dire vassalli contro i propri interessi con una pura agenda imposta da fuori. Qual è la nostra soglia di sopportazione e perché è così alta?”

Arlacchi: “Bella domanda questa. Noi avevamo l’Europa e l’Europa, era l’idea di fondo per la creazione di un nuovo Occidente non americano. Questa idea ha avuto una grande popolarità negli anni 70 e 80 e poi è stata messa da parte. Noi abbiamo creato l’euro per questa ragione l’euro, con tutti i disastri che ha fatto per la popolazione dei paesi dell’Europa del Sud, essendo nient’altro che un marchio svalutato, però era stato creato proprio per essere un’alternativa al dollaro.Per un po ha funzionato finché è arrivato ad avere il 30% degli scambi internazionali. Poi però gli americani hanno tirato il freno a mano, tirato il freno e hanno detto agli europei Guardate che sei d’accordo, ma non vuoi. Dovevate essere complementari al dollaro, non alternativi al dollaro.E poi l’intera architettura dell’Unione europea. Io sono stato in Parlamento europeo e so di che cosa parlo. Non può funzionare, non può funzionare perché le sue basi sono un tentativo di creare gli Stati Uniti d’Europa. Questa è l’idea l’Europa che diventa un sistema federale, un governo federale come gli Stati Uniti. Questa idea non funziona, non può funzionare. Uno. Non siamo più nei tempi delle grandi federazioni. Due l’Europa è fatta di Stati che hanno, ma lavoro possono benissimo condividere spazi comuni, coordinarsi e così via, senza avere bisogno di un governo comune. Tanto è vero che gran parte delle politiche europee nei diversi Paesi sono le stesse. Non c’è bisogno di creare questo potere sovranazionale, questa burocrazia che poi può compiere degli errori terribili che è condizionabile molto di più che i governi dei singoli Paesi. Quindi proprio bisogna ripensare le basi del discorso dell’Europa. “

Marrucci: “Cioè, paradossalmente, per ritrovare un pochino di autonomia strategica europea bisognerebbe investire sulla sovranità degli Stati che non su una struttura sovranazionale.”

Arlacchi: “Noi abbiamo creato istituzioni assurde dal punto di vista europeo. La Corte europea dei diritti dell’uomo è l’esempio più scandaloso. Le sentenze di questa Corte non valgono la carta su cui sono scritte paesi europei hanno un sistema di garanzie dei diritti dei cittadini molto forte, che sono i più avanzati del mondo. Che bisogno c’era di creare che l’ha creata? Soros? È stato Soros che ha creato questa istituzione che è paradossale il 40% dei suoi membri non ha soldi, non sono giudici, non sono neanche avvocati. Sono ex attivisti di Soros che sono stati presentati dai vari paesi dell’Europa orientale dove lui è forte e sono arrivati alla Corte che fa delle sentenze abnormi molto spesso contro l’Italia.

Sempre contro la Russia e contro i più deboli del sistema. Quindi il vantaggio qual è stato? Nel mondo contiamo molto di meno di quanto contavano i singoli Stati europei. Questo ha detto Prodi interessa i singoli europei. Nel mentre il Medio Oriente sullo Scacchiere contavano quel poco che contavano molto di più 20 o 30 anni fa. E quanto contano adesso? Quindi nessun risultato politico, nessun risultato economico.”
Questa intervista è il primo di una serie di contenuti che vi proporremo nei prossimi giorni a partire dal lavoro che abbiamo svolto durante il XVI Forum Economico Eurasiatico di Verona che si è tenuto a Samarcanda gli scorsi 2 e 3 Novembre. È stata in assoluto la prima trasferta di OttolinaTV. Siamo convinti sia stata una scelta azzeccata e che speriamo soddisfi anche le vostre aspettative su quale dovrebbe essere il lavoro che deve svolgere un media che si propone di dare voce al 99% in questa complicata fase di transizione dell’ordine globale dall’unipolarismo USA al fantomatico nuovo ordine multipolare. Il forum infatti non era un meeting di forze antimperialiste. Il focus non era il multipolarismo per come vorremmo che fosse. Era il multipolarismo per come sarà, anzi, per come in buona parte già è a prescindere dalla nostra volontà. È il nuovo mondo che avanza, con tutte le sue opportunità, ma anche con tutte le sue contraddizioni. Per osservarlo e provare a capirlo, la vecchia propaganda suprematista dell’occidente collettivo serve a poco.
Serve un vero e proprio nuovo media, in grado di dare voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di OttolinaTV su GoFundMe (https://gofund.me/c17aa5e6) e su PayPal (https://shorturl.at/knrCU)
E chi non aderisce è Maurizio Sambuca Molinari.

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