video a cura di Davide Martinotti
Nel contesto della crisi in Venezuela, che fine hanno fatto i meccanismi multilaterali che avrebbero dovuto svolgere un ruolo? I BRICS? Nessun vertice di emergenza. L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai? Nessuna dichiarazione congiunta. L‘ASEAN? Ha mantenuto la sua tradizione di non ingerenza negli affari interni. L’egemonismo statunitense è quindi tornato a dominare incontrastato? Ciò che sta emergendo non è l’assenza di alternative, ma la transizione incompleta verso un ordine diverso; mentre in America Latina la crisi produce paralisi e silenzio, altrove qualcosa si muove: in Asia orientale, uno dei segnali più chiari arriva dalla Corea del Sud che, nelle ultime settimane, ha scelto di rafforzare il canale con Pechino attraverso visite diplomatiche di alto livello e un rilancio esplicito del rapporto politico ed economico con la Cina. Allo stesso tempo, Pechino continua a investire capitale politico nel Sud globale: la visita in Africa del ministro degli esteri cinesi Wang Yi arriva in un contesto in cui il continente africano ha subito tre crisi in pochi giorni. La prima crisi quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato il riconoscimento di Israele all’indipendenza del Somaliland, una posizione non riconosciuta dalla comunità internazionale; quasi contemporaneamente, gli Stati Uniti hanno condotto una operazione militare in Nigeria e, negli ultimi giorni, sono emerse notizie di un tentato colpo di Stato in Burkina Faso contro Ibrahim Traoré. Insomma, il Sud globale sembra essere di fronte a un bivio: da un lato la frammentazione, con Stati isolati costretti a reagire caso per caso, vulnerabili alla pressione economica, finanziaria e giuridica; dall’altro lato la possibilità ancora incompleta di un aggregato politico più solido, costruito attorno a interessi condivisi, infrastrutture comuni e a un centro di gravità che rifiuta l’unilateralismo come metodo. Il caso Venezuela accelera questa scelta.
















Bravi tutti e due Grande