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Tag: brics

L’INTERVISTA DI CARLSON: come Putin ha asfaltato la fuffa di Trump e il Suprematismo USA

La politica americana non smette mai di stupirci e anche la scorsa settimana ci ha regalato due perle preziose: la prima sono le dichiarazioni di Donald Trump che, durante un discorso pubblico in South Carolina, ha detto che se fosse rieletto presidente gli Stati Uniti non difenderebbe militarmente un paese europeo da un attacco russo a meno che il paese in questione non abbia speso almeno il 2 per cento del PIL nella difesa, “Anzi, incoraggerei i russi a fare quello che vogliono” ha intimato minaccioso agli europei; “Dovete saldare i vostri debiti!”. Queste dichiarazioni apparentemente folli rivelano in verità uno dei tasselli fondamentali della strategia politica di Trump e del partito Repubblicano: disimpegnarsi il più possibile in Europa in modo da poter concentrare tutte le risorse necessarie nel Pacifico nell’ottica di una futura guerra alla Cina. Naturalmente, all’idea che Trump possa addirittura smantellare la NATO costringendo gli Stati europei a difendersi da soli, tanti giornalisti italiani si sono lasciati andare ad urla isteriche e imprecazioni disperate; la reazione degli ottoliner, invece, pare che sia stata più o meno questa.

Vladimir Putin e Donald Trump

L’altro scandalo lo ha scatenato il giornalista americano Tucker Carlson il 6 febbraio scorso recandosi a Mosca per intervistare Vladimir Putin; era la prima volta che un giornalista occidentale faceva un’intervista al presidente russo dallo scoppio della guerra in Ucraina e, tanto per cambiare, dopo la pubblicazione dell’intervista le reazioni dell’opinione pubblica occidentale hanno dato prova di grande superficialità: tra chi ha dipinto Carlson come un traditore della democrazia e scagnozzo di Putin e chi, invece, guarda al giornalista americano come al nuovo messia della libera informazione e della lotta alla propaganda occidentale, è praticamente una gara a chi la spara più grossa. Basterebbe, infatti, aver studiato un attimo la biografia di Carlson, aver letto qualche sua dichiarazione precedente e aver seguito un minimo la geopolitica americana negli ultimi anni per sapere cosa politici e giornalisti di area repubblicana – come lui – stanno cercando di fare; è chiarissimo che a Carlson non interessi un bel nulla delle centinaia di migliaia di morti in Ucraina, né delle ragioni dei pacifisti, né della libera informazione: Carlson è, infatti, lontano mille miglia dalla sacrosanta lotta all’imperialismo e al suprematismo americano nel mondo. Semplicemente, in questo periodo il giornalista si limita a fare da megafono alle posizioni politiche di Donald Trump – e la posizione di Trump sulla guerra per procura della NATO in Ucraina è sempre stata chiarissima: bisogna fermarla al più presto, perché oggi il vero nemico del dominio globale americano non è la Russia, ma la Cina, e per poter vincere la guerra contro Pechino la Russia deve essere assolutamente riportata nell’orbita occidentale. “La più grande minaccia per questo Paese non è Vladimir Putin; è ridicolo. La minaccia più grande, ovviamente, è la Cina” dichiarava Carlson quando ancora faceva il conduttore a Fox News, e rincarava: “Gli Stati Uniti dovrebbero avere buoni rapporti con la Russia per combattere meglio la Cina; se la Russia dovesse mai unire le forze con la Cina, l’egemonia globale americana, il suo potere, finirebbe all’istante” e da quando l’anno scorso è stato licenziato da Fox News, Carlson non ha fatto altro che portare avanti esattamente questa narrazione guerrafondaia e sinofobica tanto cara a Trump e a tutti trumpiani americani ed europei. In questa puntata parleremo delle diverse visioni strategiche imperiali di democratici e repubblicani americani e, in particolare, del conflitto su quale debba essere considerato il nemico principale tra Russia e Cina e sul ruolo dell’Europa in questo scacchiere; vedremo inoltre come Putin, durante l’intervista con Carlson, abbia sfatato molte delle falsità della propaganda russofobica occidentale e come abbia platealmente deriso la retorica razzista e suprematista anticinese di Trump e Carlson ribadendo la propria solidissima alleanza con Pechino.

Henry Kissinger

Negli anni ’70, durante l’amministrazione di Richard Nixon, Kissinger utilizzò la diplomazia triangolare per mettere la Cina contro l’Unione Sovietica; nel 2018, Kissinger consigliò alla politica americana di tornare a questa diplomazia triangolare, ma nella direzione opposta: “Henry Kissinger” come riportava, infatti, il Daily Beast “ha suggerito al presidente Donald Trump che gli Stati Uniti dovrebbero collaborare con la Russia per contenere una Cina in ascesa”. I supporter dell’ala trumpiana dei Repubblicani e la destra reazionaria europea vedono infatti nella Russia un paese pur sempre bianco, europeo, cristiano e capitalista – e quindi un potenziale alleato contro la minaccia cinese, patria del comunismo, dell’ateismo e di un’etnia diversa dalla nostra; FuckBiden e i democratici, invece, la vedono diversamente. Da una parte sanno benissimo che, a lungo termine, l’unico vero grande competitor al loro dominio è la Cina e lo hanno anche scritto nero su bianco nel documento ufficiale che riassume la loro Strategia per la Sicurezza Nazionale; a differenza dei trumpiani, però, non confidano troppo sulla possibilità di spezzare l’alleanza che si sta consolidando tra Russia e Cina e hanno cercato di consolidare l’alleanza con i partner europei, nel tentativo di delegargli l’opera di contenimento del nemico russo e potersi concentrare sul Pacifico. Da una parte, quindi, l’Europa è vista come un continente ormai in inesorabile declino per la cui sicurezza e controllo non vale spendere soldi preziosi; dal lato democratico, invece, la NATO e – in generale – il controllo politico e militare sulle provincie atlantiche dell’impero rappresenta ancora una priorità. Ma al netto di queste differenze, come ha insistito più volte anche Ben Norton nell’intervista che ci ha rilasciato, quello che molti europei fanno ancora così fatica a comprendere – troppo presi da pseudo – dibattiti sul grado di bon ton di questo o quell’altro presidente americano – è che sia democratici che repubblicani sono profondamente imperialisti e il loro scontro non riguarda se gli Stati Uniti debbano o meno essere un impero, ma piuttosto su quale sia la migliore strategia per preservarlo; e quale delle due strategie, quella repubblicana o quella democratica, sia effettivamente la più lungimirante sarà solo la storia a dircelo, perché se è vero che, a prima vista, un avvicinamento russo alla Cina sembra un disastro per gli americani, è anche vero che il capo della CIA William J. Burns ha recentemente definito l’assistenza militare degli Stati Uniti all’Ucraina “un investimento relativamente modesto con significativi ritorni geopolitici per gli Stati Uniti e notevoli ritorni per l’industria americana”. In ogni caso, gran parte delle attuali politiche statunitensi, così come la famigerata intervista di Carlson a Putin, devono essere lette alla luce del conflitto tra queste due diverse visioni strategiche, cosa che – manco a dirlo – politici e giornalisti italiani si guardano bene dal fare.
Ma Chi è Tucker Carlson? Il giornalista americano è diventato famoso negli ultimi anni vendendosi come populista, a difesa dell’America profonda dagli attacchi delle oligarchie radical chic democratiche; naturalmente, con gli ultimi Carlson non ha mai avuto nulla a che fare: rampollo di una famiglia potente, ricca e politicamente ben integrata, Carlson ha iniziato la sua carriera mediatica come falco neoconservatore, sfornando articoli razzisti e guerrafondai per il Weekly Standard, la bibbia dell’ala più reazionaria dei repubblicani. Negli anni Duemila è stato promosso a conduttore di programmi alla CNN per poi, infine, passare a Fox News; tra le altre cose, ha sostenuto con entusiasmo l’invasione illegale dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, definendo gli iracheni “scimmie primitive semianalfabete”. Nel maggio del 2006, durante una discussione sulla guerra in Iraq in un popolare programma radiofonico, ha dichiarato con modi gentili di non avere troppo rispetto della cultura irachena: “Una cultura in cui la gente non usa la carta igienica o le forchette, non merita considerazione” ha detto, aggiungendo infine che “Gli iracheni dovrebbero chiudere quella cazzo di bocca e obbedire agli Stati Uniti perché non sono in grado di governarsi da soli”; dopo essere stato licenziato da Fox News, Carlson si avvicina ancora di più a Trump e oggi rappresenta uno dei suoi più efficaci strumenti di propaganda.

Tucker Carlson

E veniamo ora ai punti più interessanti dell’intervista con Putin: nell’intervista, il presidente russo ha parlato della storia del suo paese, dei rapporti con l’Ucraina, della Seconda Guerra mondiale e dei miti su cui in questi anni in Occidente è stata montata questa ondata di russofobia; il più diffuso di questi miti, naturalmente, è che la Russia rappresenterebbe una costante minaccia esistenziale per gli europei. Questo terrorismo psicologico – smentito clamorosamente dagli ultimi due secoli di storia in cui, a ben vedere, sono sempre stati gli europei occidentali a invadere i territori russi e non il contrario – è stata funzionale ai nordamericani una volta conclusa la guerra fredda, così da poter tenere in vita la NATO e legittimare la propria presenza militare sul nostro territorio; finita la guerra fredda, racconta infatti Putin, la Russia aveva tutte le intenzioni di avere ottimi rapporti con l’Occidente, come dimostra anche il tentativo di entrare nella NATO e il progetto di dar vita a una difesa missilistica congiunta, respinto da Clinton e Bush Jr. Ma i buoni rapporti con i paesi europei, con i quali era stata costruita anche una forte interdipendenza economica ed energetica, è sempre stata avversata dagli USA, i quali hanno sempre temuto di perdere il controllo sul vecchio continente e, soprattutto, che si potesse formare una grande alleanza politica euroasiatica; in questo clima di ostilità, dunque, la costante espansione della NATO ad est non poteva che essere considerata una minaccia per la sicurezza della Russia, ha sottolineato Putin: un po’ come se oggi Messico e Canada stringessero un’alleanza militare con la Cina con la possibilità di ospitare testate nucleari cinesi a pochi passi con il confine statunitense. Quale sarebbe la reazione nord-americana. Difenderebbero il diritto di Messico e Canada, in quanto Stati sovrani, ad entrare in tutte le alleanze militari che vogliono? Ho come l’impressione di no. In ogni caso, se su tutte queste riflessioni di Putin Carlson annuiva soddisfatto e tra i due sembrava ci fosse totale sintonia, quando si è parlato di Cina le cose sono improvvisamente cambiate: “La domanda è” chiede Carlson “cosa viene dopo gli USA? Si scambia una potenza coloniale con un’altra, molto meno sentimentale e indulgente. I BRICS, ad esempio, rischiano di essere completamente dominati dai cinesi, dall’economia cinese, in un modo che non è positivo per la loro sovranità. È preoccupato per questo?”; “Abbiamo già sentito queste storie sull’uomo nero” replica laconico Putin, “La filosofia della politica estera cinese non è aggressiva” continua, “La sua idea è quella di cercare sempre un compromesso. E questo lo vediamo. Ci viene raccontata sempre la stessa storia dell’uomo nero, ed eccola di nuovo, in forma eufemistica, ma è sempre la stessa storia dell’uomo nero”. Ma mentre si continua a fare propaganda sinofoba con le favolette, continua Putin, la realtà è che “La cooperazione con la Cina continua ad aumentare. Il ritmo di cooperazione della Cina con l’Europa sta crescendo. È più alto e maggiore di quello della crescita della cooperazione sino – russa”; “Chiedete agli europei” continua Putin: “Hanno paura? Forse sì. Non lo so. Ma cercano comunque di accedere al mercato cinese a tutti i costi. Soprattutto ora che stanno affrontando problemi economici. In America” conclude Putin “volete limitare la cooperazione con la Cina. Ma è a vostro danno, signor Tucker, che state limitando la cooperazione con la Cina. State danneggiando voi stessi.” Putin ha poi sottolineato soddisfatto come la politica repubblicana non sia affatto riuscita a isolare la Cina dalla Russia e a dividere i BRICS, e che sono state proprio le politiche di Biden e del Partito Democratico in Ucraina in questi anni a condurre al definitivo fallimento di questa strategia.
Come sappiamo, il nuovo obiettivo americano è ora quello di dividere i BRICS, in particolare facendo leva sui propri buoni rapporti con l’India, cercando così di creare quanti più conflitti possibili tra cinesi e indiani che, storicamente, non godono di ottimi rapporti. Secondo una recente inchiesta del Washington Post, una volta rieletto Trump si starebbe preparando ad imporre una tariffa del 60% su tutti i prodotti cinesi importati: praticamente una dichiarazione di guerra; la speranza è che, sia in campo economico che su Taiwan, Xi Jinping non caschi in queste provocazioni imperialistiche occidentali e continui a dare prova di grande saggezza razionalità politica. E se anche tu sogni un’Europa fuori dalla NATO e una grande alleanza euroasiatica tra Stati sovrani che porti pace e benessere su tutto il supercontinente, bisogna prima di tutto costruire media libero e indipendente che combatta la propaganda americana. Adesso anche tu puoi fare la tua parte e costruirlo insieme a noi: iscriviti al nostro canale in inglese (OttolinaTV – English – YouTube) e aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Tucker Carlson

Caos elettorale e terrorismo: cosa succede in Pakistan – ft Daniele Perra

A distanza di giorni, prosegue il caos del dopo voto. Trionfa la lista degli indipendenti, candidati da Imran Khan e gli altri partiti pensano ad una coalizione per formare il nuovo governo. Aleggia sul processo democratico, il ruolo dei militari e dei servizi segreti stranieri, in particolare la CIA. Non secondario Il ruolo degli investimenti cinesi e i rapporti con gli altri paesi emergenti e dei BRICS.

La Guerra degli Oligarchi contro il Resto del Mondo per difendere l’Evasione e i Paradisi Fiscali

All’ONU l’Occidente collettivo ha ingaggiato un’altra guerra frontale col resto del mondo; d’altronde ne valeva la pena. Dopo aver provato a difendere il genocidio ed essere stato brutalmente asfaltato, i valori del mondo libero da difendere – a questo giro – erano forse ancora più fondamentali: il sacrosanto diritto delle oligarchie finanziarie ad evadere il fisco e a nascondere i loro quattrini nei paradisi fiscali. Ma non gli è andata proprio benissimo, diciamo; prima di mettere ai voti la risoluzione presentata da un gruppo di paesi africani – e che costituisce un tassello fondamentale nella lotta del sud globale contro il furto sistematico di ricchezza da parte delle oligarchie – la Gran Bretagna ha provato a presentare un emendamento pro evasori e paradisi fiscali ed è finita così: 55 favorevoli e ben 107 contrari.

Alex Cobham

Ma la batosta più grossa è arrivata al momento della votazione della risoluzione vera e propria: Occidente collettivo 48, Sud globale CENTOVENTICINQUE. “Per i paesi del Sud del mondo” ha esultato Alex Cobham, amministratore delegato del Tax Justice Network, “questa è una vittoria storica, ma a beneficiarne non saranno soltanto loro, ma tutto il mondo: i paradisi fiscali e i lobbisti della finanza hanno avuto, fino ad oggi, troppa influenza sulla politica fiscale globale; oggi iniziamo a riprendere il potere sulle decisioni che riguardano tutti noi”. La guerra di resistenza del Sud del mondo contro l’asse del male è sempre più chiaramente anche la nostra guerra, la guerra del 99%: cosa aspettiamo a prenderne parte?
“Per decenni” affermavano giovedì scorso gli amici del Tax Justice Network “il risultato del voto odierno all’ONU è stato considerato impossibile da raggiungere. L’ultimo tentativo di portare il processo decisionale sulle norme fiscali all’ONU” ricostruisce il comunicato “risaliva ormai agli anni ‘70. E il fallimento di quel tentativo aveva dissuaso qualsiasi altro tentativo simile per quasi 50 anni”.1 “La lotta decennale dei paesi del sud del mondo per istituire un processo pienamente inclusivo presso le Nazioni Unite, e permettere così finalmente a tutti i paesi in via di sviluppo di partecipare sul serio alla definizione dell’agenda e delle norme sulla tassazione internazionale” ha commentato l’Unione Africana“ è finalmente diventata una realtà”.2
Ma di cosa stiamo parlando, esattamente? La questione in ballo è nientepopodimeno che quella dei negoziati internazionali per la definizione di un trattato fiscale globale che permetta di contrastare – come sottolineava nel luglio scorso nella sua relazione la direzione generale delle Nazioni Unite – “l’evasione fiscale, l’elusione fiscale aggressiva, il riciclaggio di denaro e i flussi finanziari illeciti”.3 E, ovviamente, il ruolo dei paradisi fiscali: meccanismi che, come sottolinea il Tax Justice Network, causano agli stati “una perdita equivalente allo stipendio annuo di un infermiere a favore di un paradiso fiscale OGNI SECONDO. Nei prossimi dieci anni” calcola il Network “i paesi perderanno quasi 5 mila miliardi a causa dei paradisi fiscali”.4 E secondo Thabo Mbeki, già presidente del Sudafrica e oggi a capo della commissione speciale dell’Unione Africana che si occupa dei flussi finanziari illeciti, “a causa delle multinazionali che spostano i profitti nei paradisi fiscali e a causa di individui facoltosi che nascondono la loro ricchezza nelle giurisdizioni offshore, si stima che i paesi a basso reddito perdano ogni anno l’equivalente di poco meno della metà dei loro bilanci sanitari pubblici collettivi”.5 Ma, in realtà, il problema va ben oltre queste cifre: l’elusione e l’evasione che sottrae risorse alle casse degli stati di tutto il pianeta in favore dei paradisi fiscali, infatti, è il nocciolo del patto col diavolo che sta alla base della globalizzazione neoliberista.
Facciamo un rapidissimo ripasso: il primo passo della globalizzazione neoliberista consiste nella delocalizzazione della produzione dai paesi più sviluppati – dove, grazie a secoli di lotta di classe, il costo del lavoro e di diritti dei lavoratori sono superiori – verso i paesi in via di sviluppo, dove i costi e i diritti sono inferiori; a questo punto però sorge un problema perché, attraverso le politiche fiscali, gli stati sovrani dei paesi in via di sviluppo sarebbero in grado di trasformare una parte consistente dei profitti in risorse che lo stato può investire per svilupparsi, rafforzare la sua indipendenza e minacciare così il dominio dei paesi più avanzati. Cosa fanno, allora, i paesi più sviluppati per sfuggire a questa conseguenza non voluta? Impongono ai paesi in via di sviluppo un quadro regolatorio che permette a chi ha delocalizzato la produzione nei loro territori di evadere ed eludere il fisco attraverso i paradisi fiscali; a quel punto, il plusvalore estratto dall’economia del paese destinatario degli investimenti non serve più a finanziarne lo sviluppo economico e l’indipendenza, ma ritorna negli USA sotto forma di capitali che vanno a ingrossare le bolle speculative e a partecipare il banchetto sono – ovviamente – anche le élite economiche locali, che vengono così cooptate dalle oligarchie finanziarie del Nord globale. Sottrarre i flussi finanziari internazionali alla fiscalità dei paesi in via di sviluppo diventa, così, il meccanismo principale attraverso il quale il Nord globale può delocalizzare la produzione senza però diminuire il suo primato politico, con la complicità degli svendipatria di tutto il pianeta (fine del ripasso).
Da questo punto di vista, come ha sottolineato giustamente sempre Cobham del Tax Justice Network, “la battaglia contro gli abusi fiscali globali è soprattutto una battaglia per la democrazia e per la libertà”, ed ecco così che – nel tempo – anche i paesi del Nord globale hanno dovuto far finta di interessarsi alla faccenda. Ma era un diversivo; terrorizzato dall’eventualità che i paesi del Sud del mondo si potessero coalizzare per trovare una via d’uscita comune da questo patto del diavolo, l’Occidente globale ha deciso di giocare d’anticipo e ha avviato dei negoziati multilaterali – appunto – per arrivare a un trattato fiscale globale che però, paradossalmente, escludeva proprio i paesi interessati. L’organo multilaterale deputato a gestire la trattativa, infatti, è stato individuato nell’OCSE – l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico -, il salotto buonodei paesi sviluppati, che come requisito minimo indispensabile per aderire prevede la totale subalternità ai piani egemonici delle oligarchie finanziarie di Washington, e i risultati si vedono.

Joseph Stiglitz

Come denuncia da anni il premio Nobel Joseph Stiglitz, fondatore e presidente della Commissione Indipendente per la Riforma della tassazione internazionale delle Corporation, “Quasi un decennio di negoziati multilaterali in seno all’OCSE non ha prodotto risultati apprezzabili. Il tipo di soluzioni di cui il mondo ha bisogno rimane ancora lontano”.6
Diciamo che è un eufemismo; la prova provata che l’azione dell’OCSE non fosse altro che un diversivo è arrivata questa estate: il governo laburista australiano stava lavorando da mesi a un disegno di legge che imponeva a tutte le aziende di rendere pubblici tutti i dati fiscali relativi a ogni paese dove operano, “Una mossa che, secondo gli attivisti” riporta il Financial Times “avrebbe contribuito a reprimere l’elusione fiscale costringendo le aziende a rivelare quanti dei loro ricavi sono contabilizzati in giurisdizioni a bassa tassazione”.7 Secondo il Financial Times “sarebbero state colpite circa 2.500 multinazionali con ricavi annuali superiori ai 700 milioni di dollari, tra cui colossi come META, la compagnia petrolifera British Petroleum e il colosso delle assicurazioni di Hong Kong AIA”. Il disegno di legge sarebbe dovuto approdare in aula lo scorso giugno per entrare in vigore a partire dal primo luglio, ma all’ultimo qualcosa è andato storto: inaspettatamente, “dalla versione del disegno di legge che alla fine è arrivata in aula” riporta il Financial Times “erano state rimosse le richieste di informazioni più cruciali”. Indovinate un po’ cos’era successo? Esatto, era intervenuta l’OCSE: “l’organizzazione con sede a Parigi” riporta il Financial Times “ha esercitato pressioni sul governo laburista australiano affinché annacquasse la legge”. “I funzionari dell’organismo intergovernativo” continua il Times “avrebbero intimidito il tesoro australiano ricordandogli che l’Australia è tra i firmatari di un accordo dell’OCSE del 2015 che prevede che le dichiarazioni fiscali non possono essere rese pubbliche”. “L’OCSE ha progettato riforme orientate a favore dei suoi membri, e cioè dei paesi avanzati, e delle loro imprese” ha commentato Stiglitz. In questo modo, continua Stiglitz, questo sforzo per introdurre una riforma che, sulla carta, dovrebbe servire a far aumentare le entrate per i paesi in via di sviluppo “potrebbe in realtà avere l’effetto esattamente opposto”.8 Dovevano forzare i paesi a introdurre nuove regole per limitare la quantità di quattrini che finiscono nei paradisi fiscali e si ritrovano a fare lobbying contro quei pochissimi paesi che provano a muovere qualche passo per far pagare le tasse alle multinazionali: come potevano pensare di farla franca?
In realtà potevano, eccome. E qui c’è un altro snodo politico epocale perché, come abbiamo già sottolineato, il Nord globale non è l’unico responsabile del furto colossale di ricchezza delle oligarchie a danno della gente comune: a dargli una bella mano ci sono anche le élite economiche dei paesi in via di sviluppo stessi, che sono ben felici di estrarre ricchezza dai propri paesi al fianco delle multinazionali per poi investirla nelle bolle speculative made in USA facendo altri soldi dai soldi. E, tra queste élite economiche, un posto d’onore spetta spesso proprio ai leader politici ultra – corrotti che si intascano i soldi del finanziamento allo sviluppo garantito dalla comunità internazionale, e invece di investirli nell’economia nazionale li imboscano nei paradisi fiscali. Questa commistione di interessi illeciti e inconfessabili – fino ad oggi – ha sempre impedito al Sud globale di coalizzarsi e di dichiarare guerra all’Occidente collettivo in nome dei rispettivi interessi nazionali ma, evidentemente, qualcosa negli ultimi anni è cambiato: ispirati dall’esempio cinese – dove, invece, la guida del Partito Comunista è riuscita a garantire che le risorse liberate con le delocalizzazioni venissero investite per sostenere lo sviluppo economico di tutto il paese – le opinioni pubbliche dei paesi in via di sviluppo hanno cominciato a pretendere dai loro governi di mettere fine a questo furto sistematico, pena ritrovarsi rovesciati da un golpe patriottico come, ad esempio, è avvenuto negli ultimi anni in Mali, in Burkina Faso e in Niger. Ed è infatti proprio dall’Africa che è partita la battaglia contro l’azione diversiva dell’OCSE; nel 2022, infatti, “un gruppo di 54 paesi africani, frustrati dal processo dell’OCSE” riporta il Financial Times “hanno portato con successo una risoluzione all’assemblea generale dell’ONU” che chiedeva al Segretario Generale delle Nazioni Unite di produrre un rapporto che facesse un bilancio sullo stato dell’arte della cooperazione fiscale internazionale e indicasse le modalità per trasferire i negoziati dall’OCSE direttamente all’ONU, dove anche i paesi in via di sviluppo avrebbero potuto dire la loro.9 Da allora, per cercare di far naufragare questo processo i paesi del Nord globale le hanno provate tutte: “Ue e Regno Unito vogliono spazzare via l’intero processo e ucciderlo” avrebbe dichiarato uno dei negoziatori al Financial Times; “non vogliono che le questioni fiscali vengano dibattute qui alle Nazioni Unite”. “Stanno facendo di tutto per mantenere lo status quo e mantenere i paesi in via di sviluppo alla periferia delle discussioni fiscali globali” avrebbe confermato un altro negoziatore.10
L’opera di lobbying, però, non va in porta e quando, nel luglio scorso, Guterres finalmente presenta la sua relazione il giudizio è impietoso – per quanto possa essere impietoso un documento ufficiale dell’ONU, perlomeno: il processo avviato dall’OCSE – dice Guterres – non risolve “un malcontento ampio e radicato nei confronti di trattati fiscali che non danno poteri sufficienti agli stati ospitanti nei confronti delle multinazionali” e quindi è necessario creare “meccanismi di cooperazione fiscale internazionali pienamente inclusivi ed efficaci”.

G77 a Cuba

Con il via libera della direzione generale dell’ONU, a questo punto, i paesi africani presentano il loro piano agli altri paesi in via di sviluppo durante l’assemblea del G77 che si è tenuta a settembre all’Avana, raccogliendo un sostegno sostanzialmente unanime. Ed ecco così che si arriva alla storica risoluzione presentata all’ONU giovedì scorso: per la prima volta, tutto quello che è fuori dal giardino ordinato del Nord globale si schiera come un sol uomo per chiedere la fine del furto sistematico di ricchezza operato da una manciata di oligarchi a danno di tutta la popolazione mondiale. Come ricorda in un tweet il Tax Justice Network “I paesi che ieri hanno votato contro la riforma fiscale delle Nazioni Unite consentono il 75% degli abusi fiscali globali. Questi paesi rappresentano solo il 15% della popolazione mondiale. I paesi che hanno votato a favore della riforma rappresentano l’80%”.11 Ma attenzione: non è una guerra dei popoli del sud del mondo contro i popoli del nord. E’ una guerra di tutti i popoli, tanto del sud quanto del nord, contro le oligarchie: impedendo ai capitali di essere sottratti al fisco per finire nei paradisi fiscali, i paesi del Sud globale impediscono alle oligarchie di fare soldi senza mai investire il becco di un quattrino nell’economia reale, senza mai correre il rischio di perdere il loro potere politico e, anzi, rafforzandolo.
Come sosteniamo da sempre, la battaglia del Sud del mondo, guidata dai paesi che sono riusciti ad affermare con forza la sovranità dei propri stati a discapito dell’impero e dei suoi complici locali, è l’avanguardia della battaglia globale del 99% contro l’1%; altro che la barzelletta degli analfoliberali e dei fintosovranisti sui cinesi che ci rubano il lavoro. Per non passare alla storia come dei collaborazionisti qualunque che si sono sacrificati in nome degli interessi dei propri stessi carnefici, è arrivato il momento di alzare la testa e di cominciare davvero a partecipare alla battaglia dalla parte giusta della storia, a partire proprio da questa battaglia epocale per un quadro fiscale globale che favorisca il lavoro invece della rendita. Il voto storico di giovedì all’ONU, infatti, è solo un inizio: la risoluzione infatti prevede che nei prossimi mesi, a New York, si riunisca per ben 15 giorni lavorativi complessivi un comitato intergovernativo nominato ad hoc e incaricato di buttare giù una bozza di cornice per la cooperazione fiscale internazionale, da sottomettere poi alla prossima assemblea generale dell’ONU che si terrà nel settembre del 2024. Le lobby delle oligarchie sono già al lavoro e fanno di tutto per tenere il dibattito lontano dai riflettori: su questo voto storico, nella stampa italiana – per quello che abbiamo potuto vedere – non c’è traccia. Lavorare nell’ombra, con valigette cariche di dollari, per remare contro la storia: impediamoglielo, mobilitiamoci e, soprattutto, diamo vita a un vero e proprio media che dichiari guerra all’omertà della propaganda a libro paga delle oligarchie e dia voce agli interessi concreti del 99%.
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E chi non aderisce è Hillary Clinton

1 https://taxjustice-net.translate.goog/press/un-adopts-plans-for-historic-tax-reform/?_x_tr_sl=auto&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it
2 https://www.ft.com/content/5a7353e8-6aec-4896-b6e5-fa88033c399a
3 https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N23/220/39/PDF/N2322039.pdf?OpenElement
4 https://twitter.com/TaxJusticeNet/status/1727304638603665626
5 https://www.ft.com/content/39ddedad-8faa-4e38-b95c-35cd47028056
6 https://tinyurl.com/yb7sfwpm
7 https://www.ft.com/content/b21cfde0-8940-45db-b3e3-3e9807d7b957
8 https://www.ft.com/content/fed78c75-1da8-4a1a-8cfc-219e99fe246c
9 https://www.ft.com/content/552052ab-8650-44b3-a4d2-6affca339132
10 https://www.ft.com/content/552052ab-8650-44b3-a4d2-6affca339132
11 https://twitter.com/TaxJusticeNet/status/1727716449576198287

CHI METTERA’ FINE AL GENOCIDIO? Come i BRICS stanno rimpiazzando l’Occidente e ricostruendo l’ONU

L’ondata di indignazione scatenata dalla guerra di Israele contro i bambini arabi non si arresta e travolge tutti i paesi del mondo, anche quelli con le classi dirigenti più ciniche che però, in un modo o nell’altro, all’opinione pubblica qualcosa sono comunque costrette a concedere. A parte negli USA e in qualche paese vassallo del Nord globale che si conferma così – al netto di una montagna di retorica – la parte in assoluto meno democratica del pianeta, completamente in balia degli interessi egoistici di una manciata di oligarchi. Il problema, però, è che questo manipolo di paesi in mano a un manipolo di oligarchi è, ancora oggi, in grado di ostacolare le Nazioni Unite, e così tiene per le palle l’intera comunità internazionale. O forse sarebbe meglio dire teneva: se per l’ostruzionismo dell’asse del male le Nazioni Unite non sono in grado di muovere un dito neanche di fronte a un genocidio del genere, vorrà dire che la comunità internazionale, a un certo punto, proverà a dotarsi di strumenti alternativi. Certo, sarà un percorso lungo e tortuoso che – però – ieri ha subito un’accelerazione di portata storica: per la prima volta in quasi 15 anni di vita, ieri i BRICS si sono riuniti per una conferenza di emergenza interamente dedicata a una questione internazionale imprevista. Non era mai successo prima, nemmeno quando i membri erano soltanto 5; oggi sono 11, ma di fronte alla carneficina hanno parlato con una voce sola: “La posizione dei membri BRICS è unanime” commenta il Global Times e “si sono impegnati a promuovere un cessate il fuoco a Gaza e prevenire l’escalation della violenza, presentando progetti di legge e organizzando riunioni nel quadro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. “Alcuni altri paesi occidentali” continua il Global Times “non hanno la volontà e il coraggio di difendere la giustizia, creando così un vuoto nel sistema di governance globale. I paesi BRICS, che rappresentano i paesi dei mercati emergenti e quelli in via di sviluppo, si sono fatti avanti per colmare il vuoto”.
Che sotto le macerie di Gaza, oltre ai corpi martoriati dei bambini arabi, stiano rimanendo sepolte anche le ultime speranze di dominio globale incontrastato degli USA?
UNO: immediato cessate il fuoco;
DUE: corridoi umanitari per la popolazione di Gaza;
TRE: intervenire per impedire che il conflitto si allarghi;
QUATTRO: convocare una conferenza di pace per riportare al centro dell’agenda politica internazionale la soluzione dei due Stati.

Xi Jinping

Il piano in quattro punti proposto ieri da Xi Jinping nella prima riunione straordinaria dei BRICS a 11 per mettere fine al genocidio in corso a Gaza non è solo giusto ma è anche l’unica soluzione possibile, e che infatti è condivisa dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale che, da ormai oltre un mese e mezzo, riempie strade e piazze di tutto il pianeta un giorno sì e l’altro pure per testimoniare la sua indignazione obbligando tutti i governi – anche quelli meno democratici – a provare almeno di dare l’impressione di lavorare in quella direzione. A partire dal sostegno alle risoluzioni ONU di condanna alle azioni criminali dell’entità sionista. Ma, come sottolinea sempre il Global Times, “il conflitto israelo-palestinese è uno specchio che riflette molte cose. A causa dell’opposizione di alcuni paesi per lo più occidentali” continua l’articolo “il Consiglio di sicurezza dell’ONU non è stato in grado di intraprendere azioni concrete”: un immobilismo che le opinioni pubbliche di tutto il mondo, e in particolare dei paesi a maggioranza islamica, non hanno nessuna intenzione di assecondare.
Fortunatamente, però, oggi esiste un’alternativa concreta alle vecchie istituzioni multilaterali: “I BRICS” sottolinea il Global Times “stanno diventando un simbolo e un’entità che sostiene la giustizia internazionale, e maggiore sarà l’influenza che avranno sulla scena internazionale, meglio sarà per la pace e la tranquillità del mondo”. Ed ecco così che gli USA si ritrovano in un bel cul de sac e il sostegno incondizionato alla ferocia sionista – giustificato dal ruolo strategico che Israele ricopre nei piani imperiali a stelle e strisce – comincia a presentare il conto. Per contrastare la crescita dell’influenza di quelli che considera i suoi avversari strategici – a partire da Russia e Cina – gli USA, infatti, stanno provando a corteggiare in ogni modo possibile i paesi del Sud Globale; l’esempio più eclatante si è avuto probabilmente nell’area del Sahel dove, di fronte all’ondata di colpi di stato patriottici che ha travolto paesi come il Mali, il Burkina Faso e il Niger, invece di accodarsi alla retorica bellicista e neocolonialista francese, gli USA hanno mantenuto un tono tutto sommato più conciliante e hanno cercato di tenere aperto il dialogo per non perdere totalmente la loro influenza. Qualcosa di simile è avvenuto anche proprio in Medio Oriente dove, di fronte all’intensificarsi delle relazioni con Russia e Cina – ad esempio – da parte dell’Arabia Saudita, hanno deciso di usare molte più carote che bastoni. Il bagno di sangue avviato da Israele dopo il diluvio di Al-Aqsa, e il sostegno incondizionato al genocidio che gli USA sono stati sostanzialmente obbligati a garantire, sta facendo rapidamente tabula rasa di tutti questi sforzi e sta accelerando in maniera clamorosa il processo di allineamento dei paesi del Sud globale agli interessi strategici proprio di Cina e Russia, a partire dal rafforzamento dei BRICS: “Dato che gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a convincere Israele a concedere un cessate il fuoco a Gaza” sottolinea il Global Times “il mondo arabo e i paesi in via di sviluppo mostrano crescente disappunto nei suoi confronti e ripongono ormai maggiori speranze proprio nei BRICS, una piattaforma che amplifica la voce dei paesi in via di sviluppo sugli affari mondiali”.
Ora qui è il caso di sottolineare una cosa che dovrebbe essere scontata, ma evidentemente non lo è: come per il processo di dedollarizzazione o anche – rimanendo più vicini alla questione israelo-palestinese – la questione del rafforzamento dell’asse della resistenza non si tratta di una soluzione magica; gli equilibri regionali, e ancora di più quelli globali, non si rigirano come un calzino dalla sera alla mattina. I BRICS al momento, e per molto tempo ancora, non sono assolutamente in grado di esprimersi con una voce unica così forte e perentoria da risolvere come per incanto la carneficina che ci troviamo di fronte, come non sono in grado di abolire l’egemonia del dollaro o come l’asse della resistenza non è in grado di sconfiggere militarmente Israele. Si tratta di tendenze storiche: processi lunghi, tortuosi e macchinosi, dall’esito sostanzialmente imprevedibile e che non sono in grado di soddisfare la sete di scoop continui tipica dell’era dell’iper – informazione. L’idea che cambiamenti di questa portata possano avvenire nel tempo di un tiktok è un frutto del dominio del pensiero magico, che mal si concilia col tentativo di capire come sta cambiando il sistema mondo a livello strutturale profondo, ma “anche se uno o due vertici singoli potrebbero non essere sufficienti per risolvere direttamente il conflitto” sottolinea giustamente il Global Times dove, da bravi cinesi, sono molti più avvezzi a usare il materialismo dialettico di quanto non siano gli attivisti esagitati dell’Occidente “la presenza collettiva e le rivendicazioni coerenti dei paesi in via di sviluppo saranno utili per trovare una tabella di marcia per la pace israelo-palestinese, la promozione della pace e la realizzazione di una coesistenza pacifica”. “Attraverso il meccanismo dei BRICS” continua il Global Times “l’aspetto collettivo del Sud del mondo acquisisce tutta la sua importanza, e sebbene non risolva necessariamente il conflitto, l’unità dei paesi in via di sviluppo è un svolta di portata storica” che è stata riconosciuta anche dall’ONU: al vertice dei BRICS, infatti, ha partecipato anche il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres “che” sottolinea il Global Times “rappresenta le aspettative che la comunità internazionale nutre affinché i BRICS svolgano un ruolo sempre più decisivo nell’affrontare i dossier più scottanti”.
Gli unici che fanno di tutto per non accorgersene, tanto per cambiare, sono i nostri media mainstream di ogni colore politico; la notizia compare solo in un trafilettino in fondo a pagina 9 del Corriere che manco parla di BRICS, ma solo di Xi e del suo appello per convocare una conferenza di pace. Di fronte al Mondo Nuovo che avanza, le cariatidi prezzolate di quello vecchio hanno deciso di adottare la tattica vincente dei bambini delle materne che sperano che, chiudendo gli occhi, i mostri che li perseguitano scompariranno per sempre (che, comunque, è sempre meglio della tattica adottata da Sallusti). Qui in ballo non c’è lo storico vertice dei BRICS, ma un altro avvenimento storico che va esattamente nella stessa identica direzione: è il ritorno di Putin, dopo quasi due anni di assenza, a un incontro del G20 – seppure virtuale; un segno palese di quanto, dopo un anno e mezzo di pensiero magico – che consiste nell’idea che hanno le élite politiche e i media che uno scenario improbabile si possa realizzare semplicemente invocandolo ripetutamente contro ogni evidenza – sia arrivata l’ora di cominciare a fare i conti con la realtà, come – a malincuore – è costretta ad ammettere addirittura la Reuters (che non è esattamente la Pravda): “L’Occidente e l’Ucraina hanno ripetutamente promesso di sconfiggere la Russia nella guerra e di espellere le forze russe, ma il fallimento della controffensiva ucraina nel raggiungere un qualsiasi obiettivo concreto ha sollevato preoccupazioni in Occidente riguardo a questa strategia”. Che – fatta la tara del tasso spropositato di propaganda dei media occidentali – in soldoni equivale a dire che l’Occidente finalmente ha preso atto di aver perso la guerra.
Come riassumeva questo evento Sallusti ieri su Il Giornale? “Perché il ritorno di Putin fra i grandi è una vittoria NATO”. Giuro, eh? (spetta che vi faccio vedere l’originale, sennò mi dite che sono del PD e che polemizzo in modo strumentale contro la destra che è vicina al popolo).

“Certamente” ammette Sallusti “si tratta di un passo che rompe l’isolamento assoluto con l’occidente in cui Putin si trova da ormai due anni” e “già mi vedo”continua “i filo-putiniani nostrani alzare i calici al rientro dello zar sulla scena e spacciarla per la sconfitta della politica occidentale filo-Ucraina, quando invece” – ecco lo scooppone del Nosferatu de noantri – “è l’esatto opposto”. Sallusti ammette che “è ormai evidente che questa guerra non la vincerà in senso tecnico nessuno dei due contendenti” ma, con un virtuosismo da guinness dei primati, eccolo rovesciare sul tavolo un poker d’assi di arrampicamento sugli specchi: secondo Sallusti, infatti, questo pareggio altro non è che una sconfitta russa, che ha fatto “un tale macello umano e politico da impedire in futuro qualsiasi possibilità di annettersi l’Ucraina neppure in caso di resa del nemico”. “Non è poco” sottolinea, “anzi, è già di per se una vittoria”. Chi s’accontenta gode, come dice il detto. Giusto qualche mese fa, la guerra non poteva finire se non con la riconquista non solo di tutti i territori persi fino ad oggi, ma anche della Crimea e, con il crollo economico della Russia, la fine politica di Putin e magari anche il suo arresto e la condanna per crimini di guerra; obiettivi talmente vitali da giustificare una recessione in tutto il Nord globale, una crisi umanitaria nel cuore dell’Europa e il sacrificio di decine e decine di migliaia di giovani vite ucraine spinte a suicidarsi al fronte in nome di promesse totalmente campate in aria.

Vladimir Putin e Yasser Arafat

Tutto cancellato; era uno scherzo, ma l’unico a ridere – alla fine – è Putin: gli ultimi dati economici pubblicati dalla Russia sanciscono il fallimento totale delle sanzioni suicide imposte dagli USA e che hanno avuto come unico risultato la devastazione definitiva dell’economia dell’eurozona, e ora Putin torna da vincitore al tavolo dei grandi, dettando le sue condizioni e quelle del Sud globale. “Ormai la situazione nell’economia globale” ha spiegato Putin ai colleghi del G20 “richiede decisioni collettive raggiunte attraverso il consenso e che riflettano l’opinione della stragrande maggioranza della comunità internazionale, sia dei paesi sviluppati che di quelli in via di sviluppo”. “Nuovi potenti centri dello sviluppo economico globale stanno emergendo e si stanno rafforzando” ha continuato Putin: “una parte significativa degli investimenti, del commercio e del consumo globale si stanno spostando verso l’Asia, l’Africa e l’America Latina, dove vive il grosso della popolazione mondiale”.
Dall’Ucraina a Gaza, il colpo di coda del Nord globale, che sperava di invertire il suo declino a suon di bombe, sta miseramente fallendo; l’incognita rimane ancora capire quante vite siamo ancora disposti a sacrificare in nome della difesa di un’egemonia che è ormai completamente antistorica e contraria agli interessi della comunità umana dal futuro condiviso. Contro il ribaltamento della realtà e le arrampicate sugli specchi dei propagandisti dell’impero, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che stia dalla parte del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Alessandro Sallusti

Delegazione arabo-islamica in Cina e vertice straordinario BRICS su Gaza: cosa sta succedendo?

All’inizio di questa settimana è arrivata a Pechino una delegazione di paesi arabo-islamici, che comprende, tra gli altri, i ministri degli esteri dell’Arabia Saudita, della Giordania, Egitto, Indonesia, Autorità Nazionale Palestinese e il segretario generale dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica. Al centro dei colloqui la guerra tra Israele e Gaza, e per la delegazione è l’inizio di un tour di mediazione internazionale che dovrebbe riguardare tutti i cinque paesi del consiglio di sicurezza delle nazioni unite, e la prima tappa è stata la Cina. Questo è accaduto lunedì, mentre martedì si è tenuta la riunione straordinaria dei paesi BRICS con al centro la questione israelo-palestinese. Ma come si sta evolvendo la posizione cinese in riferimento al conflitto? Ne parliamo in questo video!

Italianieuropei alla prova dei BRICS

Quello che ci siamo trovati di fronte, non sono fanatiche prese di posizione vetero comuniste e terzomondiste, ma pacate riflessioni che cercano di comprendere le più importanti trasformazioni del contesto geopolitico

D’Alema dichiara guerra agli Usa”, “la Repubblica”.

D’Alema fa l’antiamericano sull’Ucraina, si crede Bufalo Bill, ma ricorda Scialpi” “Linkiesta”.

D’Alema si riscopre comunista ed esalta Cina e Russia” “Il giornale”.

Ma cosa ha mai fatto Massimo D’Alema per meritarsi tutti gli strali e le maledizioni della stampa italiana?

Il casus belli sono gli articoli contenuti in “Brics, l’alba di un nuovo ordine internazionale”, l’ultimo numero della rivista Italianieuropei da lui diretta che ha commesso il più grave dei delitti possibili: lesa miestatis nei confronti della narrazione suprematista occidentale e degli interessi geopolitici americani.

Ingolositi dalla gravità del delitto e dalla ferocia del linciaggio, ci siamo dunque avventurati nella lettura della rivista, e confermiamo che l’ira dei giornali è ben giustificata: gli articoli in questione infatti, sono un insieme di serie e pragmatiche analisi geopolitiche fatta da autorevoli ex diplomatici e scienziati della politica.

Insomma, un concentrato di tutto ciò oggi l’informazione non può proprio sopportare.

Quello che ci siamo trovati di fronte, non sono fanatiche prese di posizione vetero comuniste e terzomondiste, ma pacate riflessioni che cercano di comprendere le più importanti trasformazioni del contesto geopolitico e questo sia aldilà della dicotomia hollywoodiana buoni contro malvagi, sia sottolineando le numerosissime contraddizioni dei BRICS e in generale di tutti quei paesi che stanno mettendo in discussione il vecchio ordine mondiale unipolare.

Per fare un esempio, nell’articolo di Paolo Guerrieri, insegnante alla “Paris School of International Affairs”, si legge:“Per aumentare il loro peso a livello internazionale, i BRICS dovranno innanzi tutto risolvere una serie di contraddizioni. L’eterogeneità politica ed economica al loro interno, il disaccordo sull’allargamento e su temi politici fondamentali quali la riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’aspra disputa territoriale tuttora non sanata tra Cina e India, rappresentano altrettanti seri ostacoli alla continua cooperazione e rafforzamento dei BRICS”.

Insomma, non proprio un’invettiva di un fanatico anti-atlantista. Ma andiamo con ordine. La rivista è composta da due parti, la prima dedicata all’allargamento e al rafforzarsi dei Brics, e la seconda, che oggi lasciamo volentieri da parte, dedicata alla figura di Silvio Berlusconi.

Nell’introduzione, firmata Redazione e con tutta probabilità scritta dallo stesso D’Alema, si fa un riassunto generale e sostanzialmente diplomatico dei temi trattati da questo numero: si parla dell’allargamento dei Brics, si evidenzia come in Italia e in Europa non esista alcun dibattito strategico su questi temi, si condanna fermamente l’invasione russa in Ucraina e si ricorda come agli occhi del resto mondo il tentativo occidentale di imbrigliare questi fenomeni nella retorica da guerra fredda democrazie vs tirannie, è destinato a fallire.

La maggior parte dell’umanità” recita l’Introduzione “rifiuta di allinearsi alla posizione americana e dell’Occidente […] vi è una amplissima e non infondata convinzione che nella difesa dei diritti umani, della democrazia e dei principi del diritto internazionale il mondo occidentale sia tutt’altro che coerente e applichi standard molto diversi a seconda degli interessi che ha in diverse aree del mondo. Non è facile smentire la fondatezza di queste convinzioni, cui si aggiunge l’idea che oggi né l’Europa né gli Stati Uniti facciano nulla per cercare di fermare il conflitto e creare le condizioni per una pace sostenibile tra Ucraina e Russia.”

La parte più importante di questa introduzione è forse la parte finale, in cui si auspica come nel nuovo mondo multipolare che si sta prefigurando, l’Europa in forza della sua cultura e tradizione rappresenti un ponte tra i diversi poli, capace di creare un equilibrio internazionale più giusto e ragionevole. Questa considerazione è cruciale, perché ci ricorda come noi, da Italiani ed europei, dovremmo approcciarci a queste analisi e in generale a questi cambiamenti geopolitici: non ci deve infatti interessare un’astratta ridefinizione di chi sono i buoni o i cattivi della comunità internazionale, né capire se essere filo americani o anti americani, filo russi o filo cinesi, ma solo comprendere il contesto in cui viviamo, guardare agli interessi delle nostre comunità nazionali ed europee, e agire con lo scopo di riconquistare tutta la libertà, il benessere, e il potere che abbiamo perso.

Le analisi geopolitiche disincantate sono preziose proprio per questo, ci aiutano a scrollarci di dosso la mentalità da tifoserie di provincia e capire come perseguire meglio i nostri interessi in un dato contesto internazionale. Ed è esattamente per questo che un’informazione di propaganda come la nostra continuerà a delegittimarle e a fare loro la guerra. Andando avanti, troviamo articoli di approfondimento su India, Brasile, Africa e il loro ruolo nei Brics, mentre le analisi di più ampio respiro sono quelle Marco Carnelos ex ambasciatore in Iraq e inviato speciale per la Siria e il processo di pace israelo-palestinese, e Alberto Bradanini, ex-diplomatico e presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.

Nell’articolo Il mondo della contrapposizione tra Global Rest e Global West, Carnelos scrive che le interminabili guerre statunitensi in Medio Oriente e la crisi finanziaria del 2008 hanno inflitto un duro colpo alla credibilità globale degli Stati Uniti, e che il conflitto in Ucraina ha svolto in questo senso un ruolo di spartiacque nella storia avendo avuto implicazioni che sono andate ben oltre le storiche recriminazioni tra Mosca e Kiev. Quella che si profila, è una disarticolazione tra quella parte di umanità, il Global West che per cinquecento anni ha dominato il sistema internazionale, e il resto del mondo, il Global Rest, che si sta oggi organizzando in istituzioni separate come i Brics, i quali contano già diciannove membri e molti altri aderiranno, la Shanghai Cooperation Organization (SCO), e l’EurAsian Economic Union (EAEU). Ridurre questa competizione alle semplicistiche dicotomie democrazia/autocrazia, libertà/tirannia, bene/male, sarebbe, scrive l’ex ambasciatore “un evocativo strumento retorico fondato sul consueto e ben collaudato metodo di governare attraverso la paura, e un’abile scorciatoia.” . A questo proposito, basti ricordare che Brasile e India sono la prima e terza democrazia del mondo e che oggi le principali minacce alle democrazie occidentali vengono tutte dall’interno e non dall’esterno. Prima di tutto dalle politiche neoliberiste, che stanno trasformando le nostre socialdemocrazie in oligarchie finanziarie mascherate, e poi da problemi di ordine sociale e culturale: negli Stati Uniti ad esempio “il maggior numero di americani uccisi ogni anno in conflitti a fuoco avviene per mano di altri americani ossessionati dal possesso di armi da fuoco, e che, con il 5% della popolazione mondiale, il paese consuma l’80% degli oppiacei prodotti in tutto il pianeta. Il semplice buon senso leggerebbe questi due dati – ma se ne potrebbero citare molti altri – come un irreversibile segnale di decadenza, ma i poderosi apparati mediatici occidentali sono concentrati altrove.”.

Infine, l’articolo di Albero Bradanini Multilateralismo, de-occidentalizzazione e bi-globalizzazioneè quello forse più deciso nel prendere posizione contro il vecchio ordine unipolare. “Il paradiso dei ricchi” scrive Bradanini citando Victor Hugo “è fatto dell’inferno dei poveri”.

Quella a cui stiamo assistendo sarebbe “una campagna storica per la riconquista di sovranità e indipendenza d’azione, presupposto strutturale affinché anche i popoli oppressi possano generare benessere e contenere la bulimia d’arricchimento infinito delle oligarchie globaliste. È dunque intuibile la ragione per la quale tale disegno è avversato dal corporativismo militarizzato dell’impero atlantico”.

E per una buona volta, scrive Bardanini, i nord americani dovranno “accettare di tornare ad essere un paese normale, non la sola nazione indispensabile al mondo”.

Per concludere, voglio precisare che nessuno di OttolinaTv si sognerebbe mai di fare l’apologia di D’Alema nè della sua carriera politica, infarcita di ipocrisie e ambiguità e macchiata per sempre dall’appoggio da presidente del consiglio ai bombardamenti NATO in Serbia.

Ma visto che la verità ha la testa più dura della menzogna e che c’è bisogno di tutte le forze e intelligenze possibili, la speranza è che Italianieuropei possa davvero continuare su questa linea editoriale.

E chi non aderisce è Vittorio Parsi

G20: l’umiliazione dell’unilateralismo e il mondo parallelo dei pennivendoli

Il giornale: G20, ecco la via delle spezie. La regia USA fa fuori Pechino.

La Stampa: un rotta dall’India a Venezia, gli USA danno scacco alla Cina.

Repubblica: Biden e Modi isolano Xi, ecco il nuovo corridoio India – medio Oriente contro la via della seta.

I mezzi di produzione del consenso del partito unico della guerra e degli affari, non hanno dubbi: dopo gli incredibili successi della controffensiva Ucraina, e il definitivo crollo dell’economia cinese, al G20 il nord globale è tornato in grande stile a dettare l’agenda globale. Indiani e sauditi hanno ritrovato il lume della ragione, hanno scaricato le velleità del fantomatico nuovo ordine multipolare, e sono tornati ai vecchi costumi: elemosinare una qualche forma di riconoscimento dall’Occidente globale. I rapporti commerciali con la Cina ormai sono roba da boomer e l’aria fresca di rinascimento che spirava dalle petromonarchie ai tempi di Renzi è tornata a soffiare più forte e ora irradia tutta la sua energia fino al subcontinente indiano.

L’Italia è pronta a raccoglierne i frutti: basta Cina, il futuro parla sanscrito, e se usciamo dalla via della seta non è perché ce lo ha imposto Washington, ma perché guardiamo lontano, laddove lo sguardo di voi complottisti sul libro paga di Putin e Xi, non riuscite manco ad avventurarvi.

Ma siamo proprio proprio proprio sicuri che questa narrazione sia anche solo lontanamente realistica?

“C’è un’immagine che più di tutte testimonia quanto accaduto durante il g20 di Delhi”, scrive Stefano Piazza su La Verità, “il presidente americano joe biden sorridente, stringe la mano al principe ereditario saudita mohammed bin salman insieme al padrone di casa Modi”.

Non ha tutti i torti.

Quella effettivamente è un’immagine decisamente potente. Peccato che simboleggi in modo plateale esattamente il contrario di quello che la propaganda suprematista sta cercando affannosamente di di farci credere. È la prova provata che ormai l’ameriCane abbaia, ma quando poi prova a mordere si accorge che gli mancano i denti, e allora si mette a scodinzolare. Se c’è un Paese che negli ultimi due anni ha dimostrato in modo evidente che il bastone a stelle e strisce non fa più poi così tanto male, infatti, è proprio la petromonarchia saudita. Cinque anni fa, Biden aveva inaugurato la sua campagna elettorale definendo il principe ereditario Bin Salman addirittura un pariah. Ma negli anni successivi, i sauditi non hanno fatto assolutamente niente per compiacere il vecchio alleato, anzi…

Quando è scoppiata la seconda fase della guerra per procura della Nato contro la Russia in Ucraina, nonostante tutti i corteggiamenti, i sauditi hanno evitato sistematicamente di emettere una qualunque parola di condanna.

Quando la Russia ha chiesto all’OPEC+ di tagliare la produzione per tenere alto il prezzo del greggio, i sauditi hanno subito appoggiato l’iniziativa. Biden ha provato a dissuaderli, chiamandoli direttamente al telefono. Non gli hanno manco risposto ed era solo l’antipasto. Grazie alla mediazione cinese, pur di affrancarsi dalle strumentalizzazioni USA, pochi mesi dopo i sauditi sono tornati addirittura ad aprire i canali diplomatici con l’arcinemico iraniano, mettendo così le basi per la fine della pluridecennale guerra per procura in medio Oriente che è sempre stato in assoluto il pilastro fondamentale della politica estera USA per tutta l’area ed oltre. Dopodichè i sauditi hanno finalmente preso atto del totale fallimento dell’intervento USA in Siria, e hanno accolto a braccia aperte il ritorno di Assad nella Lega Araba. Subito dopo hanno inferto un colpo micidiale ad un altro degli assi portanti dell’imperialismo USA: la dittatura globale del dollaro, nata e cresciuta grazie proprio all’adozione incondizionata dei sauditi della valuta a stelle e strisce come unica valuta internazionale, utilizzabile per la compravendita del petrolio. Per scolpire sulla pietra il fatto che questi epocali cambi di posizionamento non fossero solo capricci estemporanei, i sauditi hanno prima aderito alla Shanghai Cooperation Organization, e poi addirittura ai BRICS, addirittura fianco a fianco agli iraniani.

Fino a pochi anni fa, gli USA hanno raso al suolo interi paesi e sterminato centinaia di migliaia di civili a suon di bombe umanitarie per molto, molto meno. Dopo un anno e mezzo di schiaffi a due mani in Ucraina, eccoli invece qua, a stringere mani e a ostentare sorrisoni.

Che uno dice: chissà cos’hanno ottenuto in cambio. Una luccicante cippa di cazzo, ecco cos’hanno ottenuto. Meno di quello che avevano ottenuto a Bali.

La partita ovviamente era quella di strappare di nuovo un’accusa nei confronti della Russia per la guerra in Ucraina.

All’orizzonte”, scriveva Il Giornale Sabato, “il rischio concreto che per la prima volta nella storia di questo forum, nato nel 1999, non si riesca a trovare l’intesa per un comunicato condiviso da tutti i partecipanti”. Per qualche ora, questo è stato il tormentone; sono tutti uniti come un sol uomo nel condannare la Russia, ripeteva fino all’auto convincimento la propaganda, a parte Russia e Cina.

Il più spregiudicato nel raccattare l’ennesima figura di merda, come sempre, è l’infaticabile Mastrolilli su Repubblica: “approfittare delle assenze di Xi e Putin per isolarli allo scopo di contrastare, insieme, la sfida geopolitica epocale lanciata dalle autocrazie alle democrazie”

Gli articoli di Mastrolilli ormai assomigliano sempre di più ai testi prodotti dalle pagine tipo “generatore automatico di post di Fusaro”, o di previsioni di Fassino, che andavano di moda qualche anno fa. Ci infili dentro autocrazia, democrazia, Putin e Xi isolati, mescoli bene, ed ecco pronto l’articolo.

“Putin e Xi”, insiste Mastrolilli, “si sono coalizzati nel rifiutare il linguaggio di Bali. Europei e americani però”, notate bene, “non sono disposti a cedere, e il G20 rischia di chiudersi per la prima volta senza una dichiarazione finale”.

Ci prendessero mai, proprio almeno per la legge dei grandi numeri.

Alla fine infatti, come sapete, il comunicato congiunto in realtà è arrivato in tempi record. Al contrario delle previsioni di Mastrolilli, europei e americani non hanno dovuto semplicemente cedere, si sono proprio nascosti sotto al tavolo: nel comunicato finale non c’è nessun accenno alle responsabilità russe.

In realtà, c’era da aspettarselo; al contrario di Bali, a questo giro Modi di far fare a Zelensky il solito intervento da rock star non ne ha voluto sapere.

Zelensky, persona non grata. Come gli anatemi e i doppi standard del nord globale in declino.

I gattini obbedienti delle oligarchie Occidentali allora si sono messi all’affannosa ricerca di altri specchi sui quali arrampicarsi e l’attenzione non poteva che ricadere sull’unico aspetto che effettivamente suggeriva alcune difficoltà: la misteriosa assenza di Zio Xi.

E via giù di speculazioni acrobatiche. La prima l’avevano suggerita i giapponesi di Asian Nikkei, testata di grande spessore che noi seguiamo da decenni quotidianamente per le analisi economiche, ma che diciamo, ovviamente, non è esattamente del tutto imparziale quando si tratta di Cina.

Un lungo editoriale apparso giovedì scorso, suggeriva che la scelta di Xi di non presentarsi per la prima volta al G20 fosse dovuta a una guerra intestina al partito che vedrebbe i dirigenti più anziani sul piede di guerra contro il Presidente per le difficoltà economiche che il Paese starebbe attraversando. Ma, come ha sottolineato sabato mattina il nostro amico Fabio Massimo Parenti in diretta su La7, in quell’editoriale c’è qualcosa che non torna. L’articolo parla infatti di alcune fonti interne al partito, che ovviamente non è possibile verificare. Rimane però un dubbio: ma davvero ai massimi livelli del partito ci sono dirigenti così smaccatamente antipatriottici da andare a lavare i panni sporchi di casa direttamente nel lavello dell’arcinemico giapponese?

Per carità, tutto può essere. Ma diciamo che una cosa così palesemente antiintuitiva, per essere creduta, avrebbe per lo meno bisogno di qualche prova più tangibile, diciamo.

Macchè!

I nostri media se la sono bevuta tutta d’un sorso senza battere ciglio e il famoso “contesto mancante” a questo giro non li ha dissuasi.

Che strano…

Ma non è stata certo l’unica speculazione. Il fatto di per se, offriva un’occasione più che ghiotta per rilanciare il tormentone che ci aveva già sfrucugliato gli zebedei quando tutta la stampa era alla ricerca di narrazioni fantasy di ogni genere pur di sminuire la portata delle decisioni prese due settimane fa dai BRICS: l’insanabile divergenza tra i diversi paesi del sud globale, a partire da India e Cina.

Ci provano senza sosta da decenni. Prima erano le divergenze tra Cina e Vietnam, poi tra Cina e Russia, poi tra India e Cina. Intendiamoci, le divergenze ci sono eccome e lo ricordiamo sempre: è abbastanza inevitabile quando si ha a che fare con Paesi sovrani. Ognuno è guidato fondamentalmente dal suo interesse, e gli interessi diversi spesso e volentieri entrano in conflitto. Quando non succede è semplicemente perché uno impone i suoi interessi su tutti gli altri, come accade ad esempio nell’ambito del G7, dove Washington detta la linea e gli altri possono accompagnare solo, rimettendoci di tasca loro. Quello che, proprio a chi è abituato a fare da zerbino, non vuole entrare nella capoccia, è che la necessità storica di un nuovo ordine multipolare in realtà si fonda proprio su questo: Paesi sovrani con loro interessi nazionali spesso divergenti, intenti a costruire strutture multilaterali all’interno delle quali trovare dei compromessi attraverso il confronto e il dialogo tra pari. Rimane comunque il fatto che Xi al G20 non ci è andato e non è una cosa che può essere derubricata con due battutine.

Purtroppo però qui entriamo nell’ambito delle pure speculazioni. In questi giorni la redazione allargata di OttolinaTV su questo punto s’è sbizzarrita. Alla fine le interpretazioni un po’ più solide emerse sono sostanzialmente due:

La prima effettivamente ha a che vedere con i rapporti con l’India. Come scriveva giovedì scorso il Global Times, il nord globale guidato da Washington “ha cercato di provocare conflitti tra Cina e India usando la presidenza indiana per inasprire la competizione tra il dragone e l’elefante”.

“Gli Stati Uniti e l’Occidente”, continua l’articolo, “hanno mostrato un atteggiamento compiaciuto nei confronti di alcune divergenze geopolitiche, comprese quelle tra Cina e India. Vogliono vedere divisioni più profonde e persino scontri”. Ma proprio come la Cina, anche “Nuova Delhi ha ripetutamente affermato che il forum non è un luogo di competizione geopolitica” e quindi da questo punto di vista l’assenza di Xi sarebbe stata funzionale a impedire agli occidentali di strumentalizzare queste divergenze, e permettere al G20 di ottenere qualche piccolo progresso sul piano che dovrebbe essere di sua competenza: la cooperazione economica, in particolare a favore dei Paesi più disastrati. Da questo punto di vista il piano effettivamente sembra essere riuscito: il comunicato finale sottolinea esplicitamente che il G20 non è il luogo dove affrontare e risolvere le tensioni geopolitiche.

Ma non solo…

Per quanto simbolici, i paesi del sud globale al g20 hanno portato a casa impegni ufficiali verso una riforma della banca mondiale a favore dei Paesi più arretrati e anche l’annuncio dell’ingresso ufficiale nel summit dell’unione africana. Tutti obiettivi che Delhi e Pechino condividono da sempre.

La seconda motivazione invece ha a che vedere col rapporto tra Cina e USA. Durante il G20 di Bali, la stretta di mano tra Biden e Xi aveva fatto parlare dell’avvio di una nuova distensione tra le due superpotenze. Nei mesi successivi però, a partire da quella gigantesca buffonata dell’incidente del pallone spia cinese e della cancellazione del viaggio di Blinken a Pechino che ne era seguita, le cose non hanno fatto che complicarsi. Da allora gli USA hanno provato ad aggiustare un po’ il tiro, gettando acqua sul fuoco della retorica del decoupling. Ma mentre i toni si facevano a tratti meno aggressivi, i fatti continuavano ad andare ostinati in tutt’altra direzione, a partire dalla guerra sui chip, per finire col recente divieto USA a investire in Cina in tutto quello che è frontiera tecnologica, dall’intelligenza artificiale al quantum computing. La Cina quindi, pur continuando a sfruttare ogni possibilità di dialogo, ha continuato a denunciare la discrepanza tra parole e fatti

da questo punto di vista, quindi, l’assenza di Xi a Delhi sarebbe un segnale diretto a Biden: caro Joe, co ste strette di mano a una certa c’avresti pure rotto li cojoni. Basta manfrine fino a che alle parole non farete seguire qualche fatto concreto. Volendo, con anche un avvertimento in più: per parlare con il resto del sud globale, non abbiamo più bisogno necessariamente di una piattaforma come quella del G20: Shanghai Cooperation Organization e BRICS+++ ormai sono alternative più che dignitose. A voi la scelta ora: se continuare ad avere un luogo dove discutere con il sud globale, oppure condannare il G20 all’irrilevanza.

Finite le nostre speculazioni, torniamo a quelle degli altri.

Come con la controffensiva ucraina, che andando come sta andando, costringe gli hooligan della propaganda a trasformare in vittorie epiche la conquista di qualsiasi gruppetto di case di campagna al prezzo di decine se non centinaia di vite umane e centinaia di milioni di attrezzatura militare, idem al G20, visti gli scarsi risultati, i propagandieri si sono sforzati in modo veramente ammirevole per provare ad arraparsi di fronte a un vero e proprio monumento alla fuffa.

“Ecco il nuovo corridoio india-medio oriente contro la via della seta”, titolava su repubblichina il solito Daniele Raineri, tra un articolo su qualche mirabolante vittoria ucraina e l’altro. Il progetto è così alternativo alla via della seta cinese, che approda nel pireo, che è dei cinesi. Di nuovo in sostanza ci sarebbe l’estensione della rete ferroviaria in Arabia.

A chiacchiere! A fatti, per ora, l’unico tratto ferroviario di una certa rilevanza in Arabia è quello lungo i 450 km che sperano Mecca e Medina. Un’opera monumentale, costruita dai cinesi.

E i cinesi infatti se la ridono.

Intanto, perché non capiscono bene in che modo questo fantomatico progetto andrebbe contro ai loro interessi. Come ha sottolineato il Global Times: “Per i paesi del Medio Oriente che parteciperanno all’iniziativa ferroviaria guidata dagli Stati Uniti, non vi è alcuna preoccupazione che i loro legami con la Cina si indeboliscano proprio a causa dell’accordo”.

Anzi: “la Cina ha sempre affermato che non esistono iniziative diverse che si contrastano o si sostituiscono a vicenda. Il mondo ha bisogno di più ponti da costruire anziché da abbattere, di più connettività anziché di disaccoppiamento o di costruzione di recinzioni, e di vantaggi reciproci anziché di isolamento ed esclusione”

Piuttosto, sottolineano i cinesi, il punto è che questi proclami andrebbero presi un po’ con le pinze.

“Non è la prima volta che gli Stati Uniti sono coinvolti in uno scenario “tante chiacchiere, pochi fatti””, ricorda sarcasticamente l’articolo, che insiste: “Durante l’amministrazione Obama, l’allora segretario di stato americano Hillary Clinton annunciò che gli Stati Uniti avrebbero sponsorizzato una “Nuova Via della Seta” che sarebbe uscita dall’Afghanistan per collegare meglio il paese con i suoi vicini e aumentare il suo potenziale economico, ma l’iniziativa non si è mai concretizzata”.

“Da un punto di vista tecnico”, continua perculando l’articolo, “la decisione degli Stati Uniti di concentrarsi sulle infrastrutture di trasporto, un’area in cui mancano competenze, nel tentativo di salvare la loro influenza in declino nella regione, suggerisce che il piano tanto pubblicizzato difficilmente raggiungerà i risultati desiderati”.

Ma non c’è livello di fuffa che possa distogliere i pennivendoli di provincia italiani dal prestarsi a qualsiasi operazione di marketing imposta dal padrone a stelle e strisce

magari, aggiungendoci anche del loro. Perché in ballo al G20 c’era un’altra questione spinosa, l’addio dell’Italia alla via della seta, ancor prima di aver fatto alcunché per entrarci davvero, al di là delle chiacchiere.

Ma non temete, come scrive Libero, infatti, “Giorgia sa di avere un’altra chance. si chiama India”.

“Il commercio tra India e Italia”, avrebbe dichiarato con entusiasmo la Meloni, “ha raggiunto il record di 15 miliardi di euro. Ma siamo convinti di poter fare di più”. D’altronde, che ce fai con la Cina quando c’è l’India. Un Paese, che, come scrive il corriere della serva “per popolazione ed economia ha superato la cina”.

Non è uno scherzo, è una citazione testuale. Secondo il Corriere, l’India ha superato economicamente la Cina. Deve essere successo dopo che, come scriveva Rampini, l’altro giorno, gli usa hanno cominciato a crescere il doppio della Cina.

Quanto cazzo deve essere bello di mestiere fare il giornalista ed essere pagato per dire ste puttanate.

Ovviamente, come credo sappiate tutti voi che piuttosto che lavorare al corriere della serva preferireste morire di fame accasciati per terra a qualche angolo di strada, l’economia cinese è più di cinque volte quella indiana, e l’India ogni anno spende in importazioni meno di un quinto della Cina.

Ma non solo…

L’Italia, in India, quel che è possibile esportare in quel piccolo mercato lo esporta già. Nel 2022 abbiamo esportato beni e servizi per 5,4 miliardi. Più dell’Olanda che è ferma a 3,5 e poco meno della Francia, che è a quota 6,5. Insomma, in linea con le nostre quote di export

Discorso che invece non vale per la Cina dove l’Italia esporta per 18 miliardi, la Francia per 25, il Regno Unito per 35 e la Germania per 113 miliardi. Cioè, il nostro export totale è inferiore del 25% rispetto a quello inglese e francese, ma in Cina esportano rispettivamente i 50 e il 100% in più. Ancora peggio il confronto con la Germania: l’export tedesco è circa 2 volte e mezzo quello italiano, ma in Cina esportano 7 volte più di noi. Quando saggiamente avevamo deciso di essere l’unico paese del G7 che avrebbe aderito al memorandum della belt and road, era per recuperare questo gap. Dopo la firma non abbiamo mosso un dito, e ora rinunciamo a una crescita potenziale di svariate decine di miliardi di export, e ci raccontiamo pure che li sostituiremo con i 2 o 3 miliardi in più che potremmo guadagnare dall’India.

Ora, io non ti dico di finanziare un vero think tank indipendente coi controcazzi invece di affidarti a quelli a stelle e strisce e in Italia dare i soldi a Nathalie Tocci per trasformare l’istituto affari internazionale nel milionesimo ufficio stampa di Washington e delle sue oligarchie finanziarie.

Ma almeno i soldi per una cazzo di calcolatrice trovateli! Se volete, famo una colletta noi su gofundme.

E sia chiaro, io lo dico da grande amante dell’India, da tempi non sospetti. Quando ho cominciato a fare il giornalista a fine anni ‘90, il mio obiettivo era raccontare l’ascesa del peso Internazionale di questo incredibile paese continente. Non è andata benissimo, e ogni fallimento dell’india in questi 30 anni per me è stata una pugnalata al cuore, a prescindere da chi ci fosse al governo. Modi compreso.

Ora non mi posso che augurare che di fronte a questi teatrini imbarazzanti che offre continuamente l’Occidente, Modi sia abbastanza lucido da capire che gli attriti con la Cina, che sono legittimi e anche normali, non possono certo distoglierlo dal perseguire il vero interesse del suo disastrato Paese, che potrà crescere davvero se e solo se il sud globale riesce finalmente a mettere fine all’ordine unipolare della globalizzazione neoliberista guidata da Washington.

Per parlare del mondo nuovo che avanza, senza i paraocchi della vecchia propaganda vi aspettiamo sabato 16 settembre all’hotel terme di Fiuggi con Fulvio Scaglione, Marina Calculli, Elia Morelli, Alessandro Ricci e l’inossidabile generale Fabio Mini.

È solo uno dei dodici panel messi in fila dagli amici dell’associazione Idee Sottosopra per questo fondamentale week end di studio e di approfondimento, per costruire insieme un’alternativa credibile e non minoritaria alla dittatura del pensiero unico del partito degli affari e della guerra.

Per chi vuole maggiori informazioni, trovate il link nei commenti.

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Fonti:

Editoriale del Global Times: https://www.globaltimes.cn/page/202309/1297861.shtml

Il piano ferroviario USA in Medio Oriente: https://www.globaltimes.cn/page/202309/1297874.shtml

Il Premier Li chiede solidarietà e cooperazione al G20: https://www.globaltimes.cn/page/202309/1297874.shtml

Articolo “Il Giornale”: https://www.ilgiornale.it/news/politica/g20-ecco-delle-spezie-india-emirati-arabia-europa-regia-usa-2208113.html

Articolo “la Repubblica”: https://www.repubblica.it/esteri/2023/09/08/news/ferrovia_arabia_india_cina_via_della_seta-413788548/