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NeoConLeaks: come lo Stato profondo sabota Trump e i negoziati con la Russia con la fuga di notizie

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (26/11/25)

OttolinaTV by OttolinaTV
26/11/2025
in Articoli, Asia, Cina, Europa, Russia, U.S.A.
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Il Marru

“Il tira e molla tra i piani in 28 punti e in 19 punti, e tutto quello che sta in mezzo, sta rasentando l’assurdità farsesca di uno sketch di Monty Python” commenta Simplicius The Thinker; secondo Simplicius, la logica che sta dietro al nostro appello per mandarli #tuttiacasa è esattamente quello che tormenta le classi dirigenti europee: “Per gli europei non si tratta solo di salvare l’Ucraina e la guerra contro la Russia, ma anche di salvare la propria pelle e la propria carriera politica”; “L’intera Ue ora punta sull’Ucraina come unica questione predominante: se si verificasse un fallimento catastrofico, una tempesta di fuoco potrebbe spazzare via praticamente ogni odiato burattino come Macron, Merz, Starmer e altri”. Per quanto riguarda, invece, l’alleato ucraino, sottolinea Simplicius, “L’obiettivo ora è riempirsi le tasche prima del crollo, garantendosi al contempo protezione nella tempesta che ne seguirà”. Come riportava già qualche giorno fa il Wall Street Journal, “Un alto funzionario statunitense” avrebbe affermato che “l’Ucraina ha modificato significativamente uno dei 28 punti della versione pubblicata online. In un’apparente mossa per denunciare presunti casi di corruzione, la bozza prevedeva una verifica di tutti gli aiuti internazionali ricevuti dall’Ucraina. Il testo è stato modificato per affermare che tutte le parti in causa riceveranno piena amnistia per le loro azioni durante la guerra”.

 

Ma a tenere banco oggi è la pubblicazione in esclusiva da parte di Bloomberg delle trascrizioni di presunti colloqui telefonici prima tra Yuri Ushakov e Kirill Dmitriev, rispettivamente il più alto consigliere di politica estera di Putin e il suo consigliere economico, e poi tra lo stesso Ushakov e Steve Witkoff, l’inviato speciale di Trump per le missioni di pace. Per chi non si è bruciato il cervello a forza di leggere Il Post e gli editoriali della Tocci, le telefonate, in realtà, rivelano poco o niente; semplicemente che i negoziatori USA, nella prima stesura del piano – che, ad oggi, risulta essere ancora l’unico recapitato ufficialmente al Cremlino – hanno dovuto tenere conto delle richieste che Mosca reputava essenziali.  Come ha dichiarato il direttore della comunicazione della Casa Bianca Steven Cheung, “Questa storia prova solo una cosa: l’inviato speciale Witkoff parla quotidianamente con funzionari russi e ucraini per raggiungere la pace, che è esattamente l’incarico che ha ricevuto dal Presidente Trump”; piuttosto, come sottolinea Leonid Ragozin, “La questione di come siano state fatte trapelare queste registrazioni potrebbe generare uno scandalo ben più grande del loro contenuto. Qualcuno ha fatto una mossa disperata” 

 

“Chi sta intercettando le telefonate di Steve Witkoff con i funzionari russi per porre fine alla guerra in Ucraina, per poi farle trapelare a Bloomberg?”, si chiede Glenn Greenwald che, per chi se lo fosse dimenticato, è il giornalista che ha raccontato al mondo la storia di Edward Snowden. 

Che cade proprio a fagiuolo perché, ricorda Greenwald, “è la stessa cosa che la NSA” – e, cioè, esattamente l’agenzia denunciata da Snowden – “ha fatto a Michael Flynn quando stava negoziando con i funzionari russi. E’ il reato di fuga di notizie più grave previsto dal Codice statunitense”: il riferimento è al caso del Consigliere per la Sicurezza Nazionale della prima amministrazione Trump Michal Flynn, che fu costretto alle dimissioni dopo che erano state date in pasto alla stampa, in modo del tutto illegale, alcune intercettazioni telefoniche che lo vedevano negoziare con funzionari russi relativamente alle sanzioni da poco introdotte dall’amministrazione Obama, per presunte interferenze sul voto USA; “Sia questa fuga di notizie che quella su Flynn”, insiste Greenwald, “sono il frutto dell’uso che la NSA fa dei suoi poteri, che non ha niente a che vedere con lo scopo per cui sono stati concepiti, e cioè spiare avversari stranieri, e che, invece, usa per spiare cittadini e funzionari americani per poi far trapelare le loro conversazioni e sabotare le politiche del presidente eletto” 

 

Secondo Reuters, stando a “tre fonti a conoscenza della questione” (Qui, Quo e Qua?), “il piano di pace in 28 punti sostenuto dagli Stati Uniti per porre fine alla guerra in Ucraina”, trarrebbe “spunto da un documento redatto da un russo e presentato all’amministrazione Trump in ottobre”; e non è che lo dice en passant in un articoletto sperso nei meandri della sconfinata home page: è l’incipit dell’articolo principale, come se fosse una cosa rilevante. Un documento redatto per convincere la Russia a terminare l’Operazione Militare Speciale che contiene risposte alle rivendicazioni dei russi: inconcepibile! Rimane solo da capire se questa propaganda da 4 soldi è fatta sapendo di dire puttanate o se davvero nella più importante agenzia del mondo occidentale il livello cognitivo è questo; non so quale delle due opzioni sia la peggiore… Di sicuro c’è appunto, come ribadiamo da mesi, che la sconfitta inflitta sul campo dalla Russia in Ucraina è una delle più gigantesche disfatte che l’Occidente collettivo abbia mai subìto e che uscirne non sarà un pranzo di gala.

 

 

Il Soddu

Soldi a palate per le armi. Gli Stati Uniti battono cassa con la crisi asiatica. Il gelo politico tra Pechino e Tokyo, alimentato dalle dichiarazioni sempre più assertive sulla questione Taiwan, sta producendo un effetto che va oltre la cronaca diplomatica e inizia a incidere sugli equilibri interni del Giappone: l’inasprimento dei toni da parte di Pechino viene infatti percepito nel Paese del Sol Levante come una conferma della linea dura sostenuta da Sanae Takaichi, che usa la tensione geopolitica come leva per consolidare la sua influenza nel Partito Liberal Democratico. L’elemento nuovo è che la dinamica interna giapponese si incardina ormai direttamente sulle evoluzioni dello Stretto: più la Cina segnala irritazione, più l’ala conservatrice di Tokyo si rafforza. In parallelo, Taipei spinge sul pedale della deterrenza: il presidente Lai, consapevole che la stabilità militare è diventata quasi impossibile da garantire solo con alleanze politiche, annuncia un pacchetto aggiuntivo di quaranta miliardi di dollari per la difesa, con un’enfasi totale sul contrasto all’espansione cinese. È un messaggio tanto interno quanto esterno: Taiwan vuole mostrarsi determinata, ma, allo stesso tempo, segnala a Washington che è disposta ad assumersi maggiori costi nel quadro del contenimento della Repubblica Popolare. Negli Stati Uniti, infatti, si sta delineando un’accelerazione parallela: il Washington Post conferma che Taipei sta pianificando un massiccio shopping militare da quaranta miliardi in armamenti americani, un dato che racconta meglio di molte dichiarazioni la trasformazione dello Stretto in un asse strutturale del nuovo riarmo asiatico (qui gli approfondimenti del South China Morning Post, di Bloomberg e del Washington Post).

 

Economia cinese: la fine di Evergrande e la nuova politica monetaria. Dentro la complessità dell’economia cinese stanno emergendo due dinamiche solo apparentemente distanti: l’estensione del congelamento dei beni dell’ex moglie di Hui, parte del processo di liquidazione di Evergrande, e la scelta della Banca Popolare di spingere lo yuan verso il fixing più forte dell’ultimo anno. Il primo elemento è un segnale di quanto il governo voglia evitare che anche un solo centesimo collegato al gruppo finisca fuori dal perimetro del processo giudiziario: è una risposta severa e radicale che non mira soltanto a recuperare asset, ma a stabilire un precedente politico e disciplinare dentro il settore immobiliare, il vero epicentro della crisi strutturale; Evergrande diventa così il caso simbolo di un intervento che vuole dimostrare che la stagione dell’impunità dei grandi conglomerati è finita. Parallelamente, la mossa sullo yuan rivela una Cina che tenta di gestire l’incrocio fra pressioni interne e segnali internazionali: Pechino approfitta dell’aumento delle attese di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve per mandare un messaggio di stabilità sui mercati: un fixing più forte della valuta è il contrario della strategia di svalutazione competitiva con cui spesso il Paese viene accusato in Occidente e mostra, invece, il tentativo di blindare la fiducia degli investitori in un momento in cui il mercato domestico resta fragile. Queste due storie, una giudiziaria, l’altra valutaria, convergono in una stessa direzione: Pechino sta ridefinendo il proprio equilibrio economico con un mix di repressione selettiva degli eccessi privati e interventismo macroeconomico calibrato; ciò che emerge è un modello che tenta di stabilizzare il sistema eliminando rumore e incertezza e che usa la crisi come strumento pedagogico per i mercati (qui gli approfondimenti di Bloomberg e del South China Morning Post).

 

Diplomazia e Tecnologia: nonostante guardi al sud, l’AI cinese supera quella americana. Nel campo diplomatico, la presa di posizione di Xi Jinping in occasione della Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese si colloca dentro la strategia di lungo periodo con cui la Cina punta a consolidare la sua immagine nel Sud globale. Il messaggio è calibrato: solidarietà politica, sostegno al processo di pace e riaffermazione che la questione palestinese resta al cuore delle instabilità mediorientali; non è un gesto episodico, bensì una parte della narrazione globale che Pechino sta costruendo per proporsi come potenza responsabile, alternativa al binomio Washington-Tel Aviv nel conflitto. Parallelamente, sul fronte tecnologico arriva la notizia del sorpasso cinese sul mercato globale dei modelli di intelligenza artificiale aperti; secondo il Financial Times, Pechino è riuscita a scavalcare gli Stati Uniti per numero e diffusione di modelli open source disponibili sul mercato globale: è un dato politico prima ancora che tecnologico, perché rivela come la strategia cinese di AI per l’industrializzazione stia dando risultati tangibili. Invece di inseguire gli Stati Uniti nella corsa al modello più potente, la Cina sta occupando il segmento intermedio: quello che interessa industrie, governi locali, piattaforme digitali e startup che hanno bisogno di soluzioni modulari, economiche e aggiornabili. Il doppio movimento diplomatico e tecnologico illumina un aspetto spesso trascurato: la Cina costruisce influenza dove gli Stati Uniti arretrano o si concentrano su priorità interne. Ecco dunque le due facce della Cina: leadership politica e industriale (qui gli approfondimenti di Xinhua e del Financial Times).

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