Il Marru
Siete tra quelli che credono che la crisi climatica è una bufala e la transizione ecologica un complotto dei Savi di Sion? Oggi potete festeggiare:

Come riporta Bloomberg, “L’ Agenzia Internazionale per l’Energia ha ulteriormente attenuato la sua posizione in merito all’imminente picco della domanda di petrolio, ripristinando uno scenario in cui il consumo globale continuerà a crescere fino alla metà del secolo”: “Il rapporto di mercoledì segna un ulteriore cambio di tono per l’agenzia, che a settembre aveva affermato che miliardi di dollari devono essere investiti in nuove forniture di petrolio e gas, dopo essere stata precedentemente criticata per aver affermato che tali investimenti erano incompatibili con gli obiettivi climatici. I legislatori repubblicani hanno attaccato l’agenzia e hanno cercato di tagliarne i finanziamenti“.
I compagni petrolieri repubblicani e i giornalisti de La Verità hanno sconfitto il progetto distopico dei globalisti e dei gretini: in alto i calici! Soprattutto perché, a questo giro, potremmo brindare con l’ex capo assoluto del complotto globalista, che però, nel frattempo, è miracolosamente rinsavito:

Bill Gates lancia una bomba climatica alla COP30, titola Asia Times: “Il promemoria di Gates sul clima è stato celebrato dagli scettici, mentre ha frustrato scienziati e attivisti”; tra i più felici, Forrest Trump.

“Dopo il promemoria di Bill Gates”, titola CTV News, “Trump dichiara vittoria contro la bufala sul clima”. Perché il capitalismo imperiale è tornato ad amare così sfacciatamente il fossile lo spiegano in questo bellissimo paper alcuni dei migliori economisti oggi in circolazione, comprese due vecchi conoscenze del pubblico di Ottolina come Isabella Weber e Benjamin Braun: “La crisi petrolifera e del gas del 2022 ha prodotto profitti record dai combustibili fossili a livello globale, che hanno riabilitato l’industria petrolifera e del gas, ostacolato la transizione energetica e contribuito all’inflazione, ma la loro entità e i loro beneficiari non sono stati sufficientemente compresi”; “Stimiamo che a livello globale, l’utile netto delle sole società petrolifere e del gas quotate in borsa abbia raggiunto i 916 miliardi di dollari nel 2022, con gli Stati Uniti come principale beneficiario, con diritti su 301 miliardi di dollari”. “Il 50% dei profitti è andato all’1% più ricco degli individui, prevalentemente attraverso partecipazioni azionarie dirette e proprietà di società private. Al contrario, il 50% più povero ha ricevuto solo l’1%”; come è sempre accaduto, l’estrattivismo legato all’economia del fossile continua ad essere uno degli strumenti più efficaci della lotta di classe dell’alto contro il basso, con l’inestimabile vantaggio di essere riuscito a diventare – tra gli strati popolari, paradossalmente – un simbolo della lotta contro le élite globaliste. Ma, come abbiamo ripetuto fino allo sfinimento, il colossale investimento dei padroni del fossile per scatenare la più gigantesca macchina del fango contro la scienza del clima non aveva come unico scopo arricchire i soliti petrolieri, ma principalmente la Cina che, grazie alla pianificazione e al ruolo dello Stato nell’economia, era destinata a vincere a mani basse la corsa per la transizione ecologica. Insomma: se non puoi sconfiggerli, buttala in caciara e spendi miliardi per convincere la gente comune che lo fai per il suo interesse. Sull’incredibile epopea dell’elettrificazione in Cina torna questo bell’approfondimento di Foreign Policy.
Per chi non è completamente assoggettato agli interessi delle oligarchie del fossile, la Cina rappresenta l’esempio da imitare, come sa bene Claudia Sheinbaum che, come riporta Phenomenal World, “intende riconvertire le imprese statali del Paese verso la decarbonizzazione”:

Direi che questo meme cade a fagiuolo…

PS: consigliatissimo su Atlantic Council questo articolo dell’albanese Valbona Zeneli sulla politica dell’Italia nei confronti della Cina, un appello accorato alla totale subordinazione degli interessi nazionali ai diktat euratlantici: “La politica italiana nei confronti della Cina è passata dall’ottimismo sui benefici economici tipici dell’era BRI a una pragmatica necessità di un più stretto allineamento con l’Ue e gli Stati Uniti”; “La sfida che attende l’Italia è quella di trasformare i suoi aggiustamenti reattivi, dettati dalle politiche interne, in una strategia coerente a lungo termine, che concili i suoi interessi economici interni con l’allineamento transatlantico”.















