Il Marru
Ma te guarda un po’, alle volte, i casi della vita…


La notizia è che in Bankitalia e nelle redazioni del Gruppo Gedi, tutto d’un tratto sembra abbiano imparato i fondamenti della matematica di base; perché l’ormai famoso taglio dell’aliquota IRPEF fosse ovviamente un regalo “ai manager” e non “agli operai”, l’aveva spiegato il nostro Alessandro Volpi oltre una settimana fa qui. Comunque meglio tardi che mai, anche se, ovviamente, è tutto strumentale alle polemichette tra le due fazioni del Partito Unico degli Affari e della Guerra, un po’ come l’endorsement a Mamdani.
La nostra baruffa interna per due spicci, però, impallidisce di fronte a questo:

Gli azionisti di Tesla approvano il pacchetto retributivo da mille miliardi di dollari per Elon Musk: 1000 miliardi! La nostra manovra per mettere un po’ di soldi in più nelle tasche dei manager ne costa in tutto 3: sono proporzioni che dobbiamo sempre tenere a mente; mandare a casa il governo dei finti sovranisti e degli svendi-patria è auspicabile, ma se non costruiamo una coalizione di forze che hanno ben chiaro che il nemico principale è l’imperialismo di Corporate America, rimaniamo nell’ambito della guerra tra poveri sfigati, e i risultati si vedono.

Comunque, giusto per lasciarvi con una piccola punta di ottimismo, dopo la morte di Dick Cheney, oggi c’è da festeggiare anche il ritiro di un’altra vera e propria figura demoniaca della politica USA: Miss Nancy Pelosi, la donna che trasformò il Partito Democratico in un comitato d’affari per permetterle di fare insider trading:

Il Soddu
Caccia alle terre rare. Continua la ricerca di catene di approvvigionamento alternative alla Cina da parte degli Usa sul tema terre rare: Trump ha incontrato i leader delle repubbliche dell’Asia centrale per assicurarsi forniture alternative a quelle cinesi; è una mossa che mira a ridurre la dipendenza da Pechino in un settore cruciale. La Cina, nel frattempo, non si limita alla difesa delle proprie miniere: un gruppo di ricercatori cinesi ha scoperto un processo naturale di biomineralizzazione delle terre rare nelle felci, aprendo la strada a una produzione ecologica e rinnovabile. Mentre Washington cerca nuove alleanze, Pechino sperimenta nuove tecnologie verdi per sviluppare queste risorse critiche e limitate: il confronto si sposta così dal sottosuolo al laboratorio (e qui un altro articolo in merito di Global Times).
Commercio, porti e logistica tra USA e Cina. La tensione nei mari commerciali si stempera temporaneamente: Trump ha annunciato un congelamento di un anno sui dazi per le gru portuali e le tariffe sulle navi cinesi, un gesto tattico per rilanciare la catena logistica americana senza ammettere una ritirata politica; sul fronte cinese, Xi Jinping rilancia Hainan come porto di libero scambio a standard elevati, una vetrina per mostrare che la Cina resta aperta. In questo equilibrio precario, Pechino progetta il futuro del commercio globale, mentre Washington cerca tempo per riorganizzare la propria strategia industriale (qui gli articoli di Bloomberg e di Global Times).
Finanza sovrana e competizione monetaria. Un passaggio storico si sta compiendo nei mercati globali: la Cina ha iniziato a emettere bond in dollari per testare la fiducia internazionale e posizionarsi come attore credibile nella finanza globale. Secondo il Financial Times, si tratta di un gesto simbolico e politico: Pechino dimostra di poter giocare sul terreno occidentale, sfruttando la sua stabilità macroeconomica come strumento di soft power. L’obiettivo di lungo periodo resta chiaro: ridurre la centralità del dollaro, ma farlo usandolo come trampolino, non come avversario diretto; è un raffinato esercizio di equilibrio strategico tra assertività e integrazione.
Guerra dei talenti e scienza globale. La competizione tra Stati Uniti e Cina si combatte anche nelle università: la Cina sta reclutando scienziati americani delusi dal clima politico di Washington, offrendo fondi generosi e libertà di ricerca; parallelamente, Jensen Huang, CEO di NVIDIA, ha dichiarato al Financial Times che “la Cina vincerà la corsa all’intelligenza artificiale”, una frase che pesa come una profezia e un monito insieme. La brain war globale non si misura solo in chip, ma nella capacità di attrarre talenti e visioni: Pechino investe nel capitale umano, mentre gli Stati Uniti si chiudono in un clima di sospetto e restrizioni; il divario non è più solo tecnologico, ma culturale (qui gli articoli del Washington Post e del Financial Times).
La diplomazia Sud-Sud. La Cina consolida la sua rete nel Sud del mondo: il forum sino-africano di Pechino si propone come piattaforma per una “governance globale equa”, secondo il Global Times. Si tratta di diplomazia ideologica, ma anche economica: infrastrutture, debito e cooperazione sanitaria si intrecciano in una narrativa di solidarietà anti-occidentale; parallelamente, la Cina aderisce simbolicamente al Fondo Forestale del Brasile, ma rinvia l’impegno finanziario. È una diplomazia prudente e calcolata, che offre consenso senza spendere troppo, mantenendo il vantaggio politico e morale (qui gli articoli di Global Times e del South China Morning Post.
Europa tra autonomia strategica e guerra commerciale. L’Unione europea resta sospesa tra Washington e Pechino: due articoli gemelli del South China Morning Post mostrano l’incertezza strategica di Bruxelles, che cerca di conciliare il de-risking verso la Cina con la necessità di non rompere con gli Stati Uniti. L’Ue ambisce a una autonomia strategica ma, nella pratica, è ancora dipendente da entrambe le potenze: la sua politica industriale è condizionata dai dazi americani e dalle forniture tecnologiche cinesi; in questo scenario, l’Europa rischia di diventare un campo di battaglia economico, più che un arbitro geopolitico (trovate gli articoli del South China Morning Post qui e qui).
India: test politico per Modi. Il voto in Bihar mette alla prova la leadership di Modi: le elezioni regionali nello stato più popoloso dell’India diventano un banco di prova per il nazionalismo del BJP, alle prese con disuguaglianze crescenti e tensioni religiose; il risultato influenzerà la narrativa del nuovo secolo indiano tanto cara a Modi, ma potrebbe anche segnalare una saturazione del consenso. Mentre la Cina si presenta come alternativa sistemica e gli Stati Uniti si ripiegano su sé stessi, l’India cerca ancora di capire se può essere davvero il terzo polo.















